IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

martedì 28 agosto 2018

DNA E...ISTRUZIONE


Il livello di istruzione è scritto nel…DNA ?

Per arrivare a questo (per ora ipotetico) risultato sono stati analizzati i dati genetici di oltre un milione di individui in 15 paesi e confrontati poi con il loro livello di istruzione.

È già scritto nel nostro DNA il livello di istruzione che riusciremo a raggiungere nella nostra vita. A Ipotizzarlo lo studio internazionale condotto da Aysu Okbay della Vrije Universiteit di Amsterdam, Peter Visscher della University of Queensland, a Brisbane, in Australia e Daniel Benjamin, della University of Southern California. Per arrivare a questo risultato sono stati analizzati i dati genetici di oltre un milione di individui in 15 paesi e confrontati poi con il loro livello di istruzione. I ricercatori hanno anche sviluppato un ‘punteggio poligenetico’ che teoricamente può consentire di “predire” il livello di istruzione in base al Dna di un individuo. Gli studiosi precisano però che nella vita i livelli di istruzione non dipendono solo dal DNA ma anche da altri fattori, come il reddito familiare, le motivazioni e l’istruzione dei genitori.

Lo studio continua…

https://www.si24.it/2018/07/23/il-livello-di-istruzione-e-scritto-nel-dna/475288/

PER APPROFONDIMENTI:






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sabato 25 agosto 2018

PRIMO CERVELLO "COLTIVATO" IN LABORATORIO



Si tratta di un organoide, ovvero un organo in miniatura che servirà per studiare il comportamento del più complesso tra gli organi umani.

Riprodotto in laboratorio il primo mini cervello umano completo: è un organoide, ossia un organo in miniatura, e contiene tutti i tipi di cellule che appartengono alla sua parte più evoluta, la corteccia. La ricerca ha così a disposizione un laboratorio naturale per studiare il comportamento del più complesso degli organi, capire l’origine di molte malattie neurologiche e sperimentare farmaci. Pubblicato sulla rivista Nature Methods, il risultato si deve al gruppo dell’americana Case Western Reserve University, coordinato da Paul Tesar. Sin dal suo debutto, la cosiddetta tecnologia degli organoidi, che permette di riprodurre organi umani in provetta a partire da cellule staminali, ha rivoluzionato la capacità di generare e studiare il tessuto umano in laboratorio. Tuttavia, per quanto riguarda il cervello, gli organoidi ottenuti finora non erano completi, soprattutto non contenevano tutte le cellule della corteccia e in particolare gli oligodendrociti, che sono fondamentali per un cervello sano, perché producono la mielina, una sostanza che avvolge le connessioni delle cellule nervose. Senza la mielina, infatti, le cellule nervose non possono comunicare efficacemente e possono deteriorarsi, tanto che molte malattie neurologiche derivano da difetti della mielina, tra cui la sclerosi multipla. I ricercatori sono riusciti a ottenere il mini cervello completo, che somiglia a una piccola sfera, perché hanno individuato la ’ricetta’ giusta per ottenere tutti i tipi di cellule della corteccia a partire da staminali pluripotenti indotte, cioè riprogrammate e fatte tornare bambine da cellule adulte del paziente. Gli ingredienti consistono in diversi tipi di proteine che inducono le staminali a trasformarsi nei principali tipi di cellule presenti nella corteccia cerebrale umana: i neuroni, che sono le principali cellule del tessuto nervoso, gli astrociti, che costituiscono la glia, ossia la struttura portante del cervello, e gli oligodendrociti.


PER APPROFONDIMENTI:






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mercoledì 22 agosto 2018

EVOLUZIONE, SALTAZIONISMO E... MUTAZIONI PERICOLOSE?




I geni mortali correlati al cancro provengono dalle piante?

Secondo un recente studio pubblicato su Genome Biology, i geni correlati al cancro sarebbero stati acquisiti direttamente dalle piante.

Da un recente studio è emerso qualcosa di incredibilmente sconcertante: i geni che causano il cancro potrebbero aver avuto origine nella maggior parte dei vegetali ed essere, per così dire, migrati sull’essere umano causando le varie forme di malattie neoplastiche. Tali geni vengono proprio definiti i geni del salto e sembrano essere entrati in contatto con l’essere umano già milioni di anni fa. Ecco il risultato dello studio pubblicato su Genome Biology.

Evoluzione?:

Come ben sappiamo tutto – a questo mondo – è regolato dall’evoluzione. Noi stessi, ormai è risaputo, siamo un super organismo formato da batteri, virus e funghi. Non a caso il numero di cellule batteriche presenti nel nostro corpo supera di gran lunga quello delle cellule umane. Al momento gli scienziati sono riusciti a trovare un codice di codifica che si è rivelato altamente dinamico e responsabile dei cambiamenti che avvengono in maniera accelerata nei confronti dell’evoluzione umana. Gli stessi geni, però, sono gli stessi che causano mutazioni direttamente collegate con lo sviluppo dei tumori.

Proteina L1:

Pare che questi geni del salto (saltazionismo) siano direttamente collegati a una proteina conosciuta con il nome di L1, la cui mutazione è direttamente collegata a sindromi neurologiche e malattie neoplastiche. Per arrivare a simili conclusioni, i ricercatori hanno preso in esame i progetti genetici di oltre 750 specie. D’altro canto la scienza ha sempre asserito che a causa dell’enorme lasso di tempo in cui L1 è stata presente nel genoma umano, è molto difficile comprendere in che modo questo sia saltato da una specie all’altra. Ma alcuni scienziati dell’Università di Adelaide, dopo aver condotto un importante studio, ritengono che sia passato da piante a insetti per poi approdare sull’organismo umano.

COSA E' IL SALTAZIONISMO?

L'evoluzione per salti, definita anche saltazionismo o mutazionismo, è un modello scientifico sviluppato nell'ambito della teoria dell'evoluzione delle specie per selezione naturale, elaborato dal citologo botanico olandese Hugo de Vries il quale, studiando alcuni organismi vegetali, osservò la presenza di numerose variazioni rispetto alla forma normale, alle quali diede il nome di "mutazioni". In seguito questo modello venne ripreso e rivisitato anche dal biologo e matematico D'Arcy Wentworth Thompson e dal genetista Richard Goldschmidt. Questo modello scientifico fu elaborato in un periodo in cui il darwinismo classico incontrava alcune difficoltà per effetto della riscoperta delle leggi di Mendel. L'evoluzione per salti riteneva che l'evoluzione delle specie non fosse sempre graduale, ma che potesse subire dei salti improvvisi. Con il termine salti improvvisi si riteneva che le nuove specie comparissero improvvisamente, senza passare per forme intermedie od organismi di transizione, pertanto le nuove specie sarebbero vissute accanto alla specie principale senza sostituirla e solo le variazioni di grande ampiezza sarebbero in grado di produrre le nuove specie. La selezione naturale, in questo modello, avrebbe solo il compito di eliminare le mutazioni dannose, tale teoria si contrappose pertanto al gradualismo filetico, in particolar modo riguardo all'evoluzione di nuove specie vegetali. Il superamento di tali contrasti ha portato alla formulazione del neodarwinismo. Secondo la teoria dell'evoluzione per salti la formazione d'una nuova specie può avvenire in un periodo di tempo molto breve, secondo alcuni qualche generazione, secondo altri anche solo una generazione. Per i saltazionisti le macromutazioni hanno un ruolo molto importante nella speciazione in quanto consideravano ininfluenti le normali mutazioni al fine di formare una nuova specie. 

Sicuramente non proviene dai mammiferi:

A seguito del loro studio, i ricercatori hanno scoperto che L1 – di sicuro – non ha avuto origine dai mammiferi. Secondo il professor David Adelson, l'impatto dei geni che saltano, chiamati anche retrotrasposoni, ha alterato la comprensione dell'evoluzione umana. Ricordiamo che i trasposoni sono, in sintesi, sequenze di DNA che hanno la capacità di cambiare posizione nel genoma umano. Va da sé che durante lo spostamento possono alterare molte delle funzioni genetiche. «Riteniamo che l'ingresso di L1 nel genoma dei mammiferi sia stato un fattore chiave per la rapida evoluzione dei mammiferi negli ultimi 100 milioni di anni», spiega Adelson.

Copia e incolla:

Questo tipo di geni svolgono funzioni analoghe – in parte – alla nostra tecnica CRISPR. «I geni che saltano si copiano e si incollano intorno ai genomi e nei genomi di altre specie. Come fanno questo non è ancora noto, anche se possono essere coinvolti insetti come zecche, zanzare o persino virus. Tutto ciò è ancora un grande puzzle». 

Evoluzione e cancro:

Il cancro, quindi, potrebbe essere il risultato di un’accelerazione dell’evoluzione e di alcuni frammenti genetici che sono passati da vegetali e insetti all’uomo. Comprendere come si è evoluta la vita potrebbe aiutarci a capire il comportamento delle cellule cancerose e prevedere in quali soggetti potrebbe comparire il cancro. «Pensa a un gene che salta come un parassita. Quello che c'è nel DNA non è così importante - è il fatto che si introducano in altri genomi e provochino l'interruzione dei geni e il modo in cui sono regolati», conclude Adelson.


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sabato 18 agosto 2018

EDITING GENETICO ED...ERRORI PERICOLOSI?


“Ombre” sull’editing genetico ?  Più errori del previsto?


Le 'forbici molecolari' potrebbero essere meno precise di quanto si pensi. Dopo l'exploit degli ultimi anni, un'ombra si allunga sulla tecnica del Crispr/Cas9, il 'taglia e incolla' del Dna.

Un team di scienziati del britannico Wellcome Sanger Institute ha infatti scoperto che questo strumento di gene editing può causare alle cellule un danno genetico maggiore di quanto ipotizzato finora. I risultati del loro studio, pubblicati su ‘Nature Biotechnology’, hanno delle implicazioni sul fronte della sicurezza di eventuali future terapie geniche basate sulla tecnica, poiché – fanno notare i ricercatori – il danno imprevisto potrebbe portare a pericolosi cambiamenti in alcune cellule. La ricerca evidenzia anche che i test standard usati per rilevare le modifiche del Dna non sono risultati in grado di ‘intercettare’ questo danno genetico, e sulla base dei dati raccolti gli autori invocano cautela ed esami specifici da affiancare a qualsiasi potenziale terapia genica. Il Crispr/Cas9 è uno dei più recenti strumenti di editing genetico. Può alterare sezioni del Dna nelle cellule, tagliando in punti specifici e introducendo cambiamenti in quella precisa posizione. Già ampiamente utilizzato a livello di ricerca, viene visto dal mondo scientifico come una via promettente per creare potenziali trattamenti di modifica del genoma per malattie come l’Hiv, il cancro o l’anemia falciforme. Queste terapie potrebbero inattivare un gene che causa la malattia, o correggere una mutazione. Ma, puntualizzano gli esperti, va dimostrata pienamente la sicurezza. Studi precedenti sulla tecnica non avevano mostrato molte mutazioni impreviste sul ‘sito target’ dell’editing genetico, ripercorrono gli autori del lavoro, che hanno deciso di indagare ulteriormente conducendo un’analisi sistematica completa sia sulle cellule di topo che su quelle umane. Hanno così scoperto che il Crispr/Cas9 causava frequentemente mutazioni estese, ma a una distanza maggiore dal punto del Dna bersaglio delle forbici molecolari. Molte delle cellule, spiegano gli autori dello studio, avevano ampi riarrangiamenti genetici come delezioni e inserzioni del Dna. Queste modifiche – suggeriscono – potrebbero portare all’accensione o allo spegnimento di geni importanti, cosa che potrebbe avere implicazioni per l’utilizzo del Crispr/Cas9 in terapie. Alcuni di questi cambiamenti, chiariscono gli esperti, erano troppo lontani dal sito target per essere visti con i metodi di genotipizzazione standard. “Questa – afferma Allan Bradley, corresponding author dello studio del Wellcome Sanger Institute – è la prima valutazione sistematica degli eventi inaspettati derivanti dal metodo in cellule rilevanti dal punto di vista terapeutico. E abbiamo osservato che i cambiamenti nel Dna sono stati seriamente sottostimati prima d’ora. E’ importante che chi sta pensando di usare questa tecnologia per la terapia genica proceda con cautela e si impegni molto attentamente nella verifica di possibili effetti dannosi”. “Il mio esperimento iniziale consisteva nell’utilizzare Crispr/Cas9 come strumento per studiare l’attività dei geni – racconta il primo autore Michael Kosicki – tuttavia è diventato chiaro che qualcosa di inaspettato stava accadendo. Una volta compresa l’estensione dei riarrangiamenti genetici li abbiamo studiati sistematicamente, osservando diversi geni e diverse linee cellulari terapeuticamente rilevanti, e abbiamo dimostrato che gli effetti di Crispr/Cas9 erano reali”. Il lavoro potrebbe avere conseguenze non solo su come viene utilizzata la tecnica a livello terapeutico, ma rischia di reindirizzare l’interesse degli scienziati verso la ricerca di alternative a questo metodo di editing genetico. Indipendentemente da tutto, conclude Maria Jasin, ricercatrice indipendente del Memorial Sloan Kettering Cancer Centre di New York non coinvolta nello studio, questo studio “dimostra che sono necessarie ulteriori ricerche e test specifici prima che il Crispr/Cas9 venga usato in clinica”.


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mercoledì 15 agosto 2018

LA SCIENZA DELL'INFORMAZIONE QUANTISTICA E IL NOSTRO PROSSIMO FUTURO


Ned Allen ci spiega come la quantistica rivoluzionerà (non solo) il mondo della “difesa”.



Intervista a Edward (“Ned”) Allen, chief scientist di Lockheed Martin, che spiega come l'azienda sta lavorando sulla scienza dell'informazione quantistica per rivoluzionare la mobilità, dalle navicelle spaziali ai droni.

La meccanica dei quanti – quantità indivisibili di energia, azione, moto, carica e forza, che ci permettono di approcciare fenomeni altrimenti incomprensibili, come l’irradiazione di un laser, un corpo incandescente o l’effetto fotoelettrico – è destinata a cambiare molte delle tecnologie su cui facciamo affidamento e che consideriamo innovative. Alcune delle menti più illuminate della comunità scientifica sono oggi a lavoro su questa nuova frontiera di ricerca teorica avanzata. Tra queste, c’è Edward (“Ned”) Allen, chief scientist di Lockheed Martin, azienda americana e globale impegnata in aerospazio, difesa e sicurezza, con base a Bethesda, in Maryland, e 100mila dipendenti, la metà dei quali ingegneri, scienziati o professionisti dell’Information technology (It). Presente in 52 Paesi, Lockheed Martin focalizza la propria strategia tecnologica su aree che comprendono: autonomia e robotica, energia diretta, cyber-security, tecnologia sensoristica ed electronic warfare.

LA SCIENZA DELL’INFORMAZIONE QUANTISTICA

Ci sono molti campi in cui la fisica quantistica può essere applicata. “Il mio ufficio – ha spiegato Allen – è particolarmente impegnato sulla quantum information science: computer quantistici, sensori quantistici, e termodinamica quantistica finalizzata ad aumentare l’efficienza energetica”. Tra questi, uno dei settori più affascinanti è senza dubbio quello che vedrà il quantum computing rivoluzionare i viaggi spaziali e l’esplorazione extra-atmosferica, senza dimenticare i voli tradizionali. La piena applicazione di queste tecnologie è tuttavia ancora immatura e perciò Lockheed Martin ha adottato un approccio pragmatico, ispirato al fisico e filosofo inglese Richard Jozsa, fatto di “piccoli ma importanti passi”, tesi a stabilire una partnership forte ed efficace tra i computer classici e quelli quantistici.

IL “QUASSICAL COMPUTING”

“La chiamiamo quassical computing, un nome che combina le strutture e la capacità del computing quantistico con quelle del computing classico, e ciò significa intrinsecamente che un computer della seconda categoria può diventare potente come uno della prima, e questo può avvenire con un solo piccolo aiuto dalla controparte quantistica. A tal proposito – ha detto il chief scientist – stiamo sviluppando piccoli processori quantistici che agiscono come co-processori per i computer classici, allo scopo di aumentare il controllo del volo di aerei militari, veicoli spaziali e sistemi di guida”. Il co-processore quantistico, come quello grafico su un computer classico, può compiere azioni che aumentano le capacità dei veicoli autonomi. “Oggi – ha spiegato Allen – automobili a guida autonoma e veicoli aerei unmanned (Uav), droni compresi, non hanno in linea generale una “situational awareness” (consapevolezza della situazione) tale da aspirare a livelli ottimali di “safety e performance” (sicurezza e prestazione). Eppure, già adesso Lockheed Martin sta mettendo a punto l’aereo autonomo e i veicoli subacquei e di superficie del futuro, pianificando allo stesso tempo il supporto agli shuttle che porteranno l’uomo su Marte; e tutti questi avranno bisogno di capacità autonome avanzate per la gestione della navigazione, del condizionamento ambientale umano e di eventi imprevisti”.

PER I VEICOLI DEL FUTURO

Il problema maggiore, ha rimarcato l’esperto, è che “oggi, un veicolo autonomo progettato per viaggi interplanetari nel Sistema solare, non può essere gestito in tempo reale da terra; i sistemi di controllo attuali hanno un ritardo intrinseco dovuto ai limiti della velocità della luce (i comandi viaggiano solo a questa velocità, non di più) [Cfr. Marco La Rosa – Comunicazione interstellare ISA (interconnessione degli spin accopiati), Congresso sull’esplorazione dello spazio e la vita nel cosmo , San Marino 2018], e ai limiti relativi alla velocità di calcolo nella tecnologia attualmente disponibile. Così, dobbiamo realizzare veicoli veramente autonomi attraverso la capacità di decisioni autonome e anticipatorie, abilitata dalla scienza dell’informazione quantistica, così da poter produrre “asset” (bene-risorsa) con la performance più significativa e operativamente utile”. La ricerca in questo campo, tesa ad abilitare tali performance, genererà ampi ritorni in futuro, anche se “richiede investimenti enormi nel presente”. In altre parole, la ricerca scientifica sull’informazione quantistica porta con sé un’ambiziosa promessa di abilitazione dei veicoli e dei sistemi del futuro, sebbene siano necessari grandi investimenti e occorra superare rilevanti ostacoli tecnici. Eppure, fortunatamente, esistono molti parametri fisici che consentono di controllare con precisione gli stati quantici e assicurare dunque una trasmissione di informazioni di successo che permetterà la suddetta abilitazione.

IL PROBLEMA DELLA DECOERENZA…

Ad ogni modo, il più sfidante tra gli ostacoli tecnici è la cosiddetta “decoerenza”, ovvero la perdita dell’ordine e dunque del contenuto informativo di un qubit (contrazione di “bit quantistico”, termine coniato da Benjamin Schumacher per indicare l’unità di informazione quantistica) a riposo in una memoria quantistica, o trasportato attorno al computer, o ancora attraverso canali di comunicazione che trasmettono informazioni quantistiche.

…E COME RISOLVERLO

“Ci sono molti modi per affrontare questo delicato problema”, ha sottolineato Allen. “Il primo è ridurre l’esposizione del quibit ai fenomeni fisici che causano la decoerenza (Rfi, fluttuazioni termiche, vibrazioni, ecc.). Se si riduce la probabilità di errori di decoerenza intorno all’1%, si possono iniziare a utilizzare metodi di correzione dell’errore quantistico per recuperare la tolleranza all’errore nel sistema. Il problema è che nessuno sta avendo successo né nell’adeguato isolamento del qubit, né nella correzione dell’errore. (Cfr ISA interconnessione degli spin accopiati e confinamento magnetico -  Marco La Rosa Comunicazione Intersetellare – Congr. San Marino 2018 ). Quest’ultima può anche richiedere un gran numero di qubit fisici per produrre un qubit logico funzionante, e questo aumenta la probabilità dell’errore. Microsoft, ad esempio, sta ricercando attualmente un metodo di computing quantistico chiamato “topological computing”, che usa speciali formulazioni di qubit incorporati in “quasi-particelle” che sono fortemente resistenti alla decoerenza, tanto che ogni incompletezza nell’isolamento del qubit non produce tanti errori – anche se errori si insinuano comunque in tali sistemi attraverso i canali richiesti per accedere ai qubit per ottenere dati dentro e fuori dal computer. Comunque, l’approccio topologico di Microsoft è solo uno dei tanti possibili di questa tipologia”.

LA QUESTIONE DELLA LATENZA DEL SISTEMA

(LATENZA: “la condizione di quanto non si manifesta o non si rivela all'esterno”).

Poi, c’è un problema più generale di latenza del sistema. “Un sistema fisico o meccanico progettato da un ingegnere – ha evidenziato il chief scientist di Lockheed Martin – è controllato attraverso circuiti di feedback, tali per cui un sistema o un impianto compie un errore, che è identificato da un controllore computer-based, il quale cala l’input correttivo nei parametri dell’impianto e li ricalibra sul loro corso previsto”. “Poiché il sistema deve compiere l’errore prima che questo possa essere identificato, la correzione avviene sempre un momento dopo e il corso non è lineare. Ciò viene definito “latenza” del controllore. In molte applicazioni, la latenza deve essere ridotta al minimo assoluto per assicurare il più lineare corso possibile – e questo è vero specialmente per i controllori di sistemi di ultra precisione come robot chirurgici e aerei ad alta velocità. In tanti ambienti applicativi, si ricerca una “latenza negativa”. Ciò significa che servono sistemi che prevedano e anticipino dove si verificheranno gli errori e con che grado, e che dunque modifichino i parametri del sistema in anticipo rispetto alla loro manifestazione, e non dopo. Utilizzando un computer quantistico (Lockheed Martin ha acquistato D-Wave nel 2011) si può iniziare con lo stato fisico nel momento attuale, per poi procedere prevedendo lo stato futuro con simulazioni, ad esempio, sui prossimi 100 microsecondi, e riportare le informazioni in modo che si possano apportare le correzioni prima che l’errore si presenti”.


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domenica 12 agosto 2018

GESU': L'UOMO DELLA SINDONE?



L'uomo della Sindone è Gesù?

Parla il prof. Di Lazzaro, coordinatore di uno studio sorprendente sul sangue del famoso lenzuolo

il Prof. Paolo Di Lazzaro (al centro) nei laboratori ENEA

E’ un lenzuolo di lino di origine antica. Misura circa quattro metri e mezzo per uno. Ma l’umile qualità del tessuto e le dimensioni ridotte sono inversamente proporzionali all’ampio e intenso dibattito che da sempre la Sindone suscita. L’uomo di cui è visibile l’immagine è Gesù Cristo? I segni di maltrattamenti sono quelli subiti dal Nazareno durante la passione? Queste domande interrogano comunità scientifica e persone comuni. E lo hanno fatto anche nell’ultimo mese. È stata pubblicata a luglio dal Journal of Forensic Sciences una ricerca secondo la quale parte delle macchie di sangue presenti sul lenzuolo sarebbero false. Risale invece a questa settimana un altro studio sempre italiano, pubblicato sulla rivista Applied Optics, il quale sembrerebbe indicare che il sangue sulla Sindone apparterrebbe a un individuo duramente percosso. In Terris ha intervistato il coordinatore di quest’ultimo lavoro, il prof. Paolo Di Lazzaro, dirigente dell’Enea e vicedirettore del Centro internazionale di Sindonologia.

LA NOTIZIA:

“Sulla Sindone c'è sangue vero di una persona torturata”

“Una nuova ricerca italiana indica che il sangue presente sulla Sindone di Torino è vero e di una persona torturata. Inoltre il sangue è rosso e non marrone, come dovrebbe essere un sangue antico, perchè il telo sarebbe stato esposto alla luce ultravioletta, come quella del Sole, che ne ha alterato il colore. La ricerca, pubblicata su Applied Optics, si deve al gruppo coordinato da Paolo Di Lazzaro, dell’Enea e vicedirettore del Centro Internazionale di Sindonologia. Individuati prodotti di emoglobina invecchiata. Allo studio hanno preso parte anche Daniele Murra dell’Enea, Paola Iacomussi dell’Istituto nazionale di ricerca metrologica (Inri), Mauro Missori del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e il medico Antonio Di Lascio. Grazie all’analisi della Sindone, fatta dai ricercatori durante l'Ostensione del 2015 con una tecnica ottica che serve a individuare la composizione dei materiali, è stato visto che nel sangue del telo è presente la metaemoglobina, un prodotto della degradazione dell’emoglobina fortemente ossidata e invecchiata, a conferma che si tratta di sangue antico. Inoltre il sangue della Sindone è ricco di bilirubina. Il sangue è ricco di bilirubina «in due casi: nel caso di una persona malata di ittero e in quello di una persona percossa duramente», ha detto all’ANSA Di Lazzaro.
La ricerca ha inoltre dimostrato che le macchie presenti sulla Sindone sarebbero rosse perchè la luce ultravioletta come quella del Sole, interagendo con la bilirubina, ne avrebbe alterato il colore.”


L’INTERVISTA AL PROF. DI LAZZARO:

Prof. Di Lazzaro, come siete arrivati alla conclusione che il sangue presente sulla Sindone sarebbe appartenuto a una persona che ha subito torture?

“È già noto che le macchie di sangue sulla Sindone contengono livelli elevati di bilirubina: ci sono diverse misure sulla Sindone del 1978 da parte del gruppo di scienziati statunitensi dello STuRP (Shroud of Turin Research Project, Progetto di Ricerca sulla Sindone di Torino) e confermate da altre misure del prof. Baima Bollone. La bilirubina è una sostanza presente in eccesso nel sangue umano in due casi: quando la persona è malata di ittero oppure quando la persona è stata duramente percossa. Sembra quindi assai probabile che l’uomo della Sindone sia stato torturato”.

La vostra ricerca indaga anche sul colore del sangue…

“La ricerca è indirizzata a questo problema: capire perché le macchie di sangue sulla Sindone hanno un colore rossastro, mentre il sangue rappreso su tessuti diventa marrone scuro dopo alcune ore. Abbiamo scoperto che il sangue con elevata bilirubina non si scurisce dopo 4 anni se viene irraggiato da luce ultravioletta poche ore dopo essere stato assorbito da un tessuto di lino. In pratica, il colore del sangue non scurisce a causa dell’interazione fotochimica tra luce ultravioletta e bilirubina in eccesso contenuta nel sangue della persona percossa. Inoltre, nelle nostre misure ottiche sulla Sindone abbiamo trovato un indizio spettroscopico che rivela la presenza di metemoglobina nel sangue sindonico. La metemoglobina è una forma di emoglobina fortemente ossidata, tipica del sangue antico. In questo ambito, le nostre misure confermano per l’ennesima volta che nel sangue sindonico c’è sangue antico. Non possiamo però quantificare l’età delle macchie”.

Quindi non è ancora possibile datare la Sindone?

“Non lo sappiamo con certezza. Le misure di radio datazione della Sindone tramite C-14 del 1988 hanno fornito come risultato un’età risalente al medioevo, ma da scienziato io vedo che ci sono molti dubbi su quella misura. In particolare, un approfondito studio statistico del prof. Riani dell’Università di Parma ha permesso sia di evidenziare una probabile contaminazione dei campioni della Sindone usati per la datazione, sia di svelare che uno dei 4 lembi dati ai Laboratori non fu mai datato. Questo ultimo fatto è stato tenuto segreto per 22 anni e rivela un comportamento non trasparente e censurabile di almeno uno dei laboratori che hanno partecipato alla misura del 1988. In un mio articolo su Academia.edu ho riassunto alcuni dei principali problemi di affidabilità della misura di datazione effettuata nel lontano 1988”.

A proposito di studi sulla Sindone e polemiche. Che idea si è fatto di quello pubblicato meno di un mese fa secondo cui molte macchie di sangue sarebbero false?

“Gli esperimenti di cui lei parla, effettuati dai dottori Borrini e Garlaschelli, si proponevano di simulare il percorso del sangue fuoriuscito dalle ferite al polso e al costato dell’uomo della Sindone: gli inglesi lo chiamano blood pattern analysis (analisi del percorso del sangue). Per fare un esperimento di questo tipo, bisogna avere a disposizione almeno tre cose: 1) sangue con densità e fluidità simile a quella dell’uomo sindonico disidratato e morente; 2) un sistema per spillare questo sangue alla stessa velocità da cui uscirebbe da un polso inchiodato e da una ferita al costato e alla stessa frequenza determinata dal battito cardiaco irregolare di un uomo sfinito, con difficoltà respiratorie a causa della crocifissione e quasi morente; 3) una superficie simile alla pelle sporca, sudata, con peli e con rilievi da ecchimosi sparse ovunque come quella dell’uomo della Sindone. Potete quindi immaginare la mia sorpresa quando ho letto l’articolo sul Journal of Forensic Science:



gli autori usano un manichino di plastica su cui premono un bastone con attaccata una spugna contenente sangue artificiale per simulare la ferita al costato, e in un’altra prova usano sangue vero ma con anticoagulante spinto da una pompetta a mano in un tubicino che termina sul polso del dottor Garlaschelli, che per sua fortuna non aveva ecchimosi e non era né sudato, né sporco. Insomma, nell’esperimento gli autori hanno usato condizioni completamente diverse da quelle che si volevano riprodurre. Ovviamente si tratta di un tentativo grossolano e dilettantesco: chiunque è in grado di capire che in questo modo non è possibile riprodurre realisticamente il flusso di sangue di un uomo disidratato e morente, e nemmeno la superficie su cui scorre il sangue, che è una pelle sporca, sudata e piena di ecchimosi. Come era da aspettarsi, in questo esperimento il sangue ha seguito percorsi diversi da quelli osservati sull’uomo della Sindone. Sarebbe stato sorprendente il contrario.Le conclusioni dell’articolo di Borrini e Garlaschelli non tengono conto dei limiti grossolani dell’esperimento, il quale, date le condizioni molto lontane dal modello che si intende simulare, non consentono di giungere a nessun esito certo”.

Prima ha fatto riferimento all’interazione tra luce ultravioletta e sangue della Sindone: il che fa pensare al concetto di “esplosione di luce” con cui Benedetto XVI ha descritto la Resurrezione. Possiamo ritenere che l’uomo della Sindone sia Gesù Cristo?

“Da un punto di vista strettamente scientifico, la risposta è negativa: non credo potremo mai avere la certezza matematica che l’uomo che ha lasciato la doppia immagine sulla Sindone sia il Nazareno. La Sindone, in effetti, è un oggetto archeologico in cui ci sono molti indizi, ma nessuna prova scientificamente assoluta. Ma poi, abbiamo davvero bisogno di saperlo? Mi viene in mente un’affermazione del mio amico Barrie Schwortz, membro del gruppo STuRP, il quale dice: ‘Oggi sappiamo quello che la Sindone non è - non è un dipinto, non è una fotografia, non è una bruciatura del tessuto, non è ottenuta tramite sfregamento -  ma non conosciamo nessun meccanismo che può realizzare un’immagine con le stesse caratteristiche chimiche e fisiche dell’immagine della Sindone’. E aggiunge: ‘Spesso la gente mi chiede se è la prova della Resurrezione, ma la risposta ad una domanda di fede non si trova sulla Sindone, ma negli occhi e nel cuore di coloro che la guardano’. Una sintesi perfetta, che condivido”.

https://www.interris.it/misteri/l-uomo-della-sindone--ges-

IL PARERE DI MONS. NOSIGLIA, TRA SCIENZA E PASTORALE:

Nuovo studio sulla Sindone. Nosiglia (Torino): “Non è tanto oggetto di scienza ma soggetto di pastorale”

L’arcivescovo Custode propone due criteri di riferimento: "scientificità" e "neutralità". Cioè: non si faccia ricerca sulla Sindone partendo da "ipotesi pregiudiziali", di cui poi inevitabilmente si vorrebbe avere conferma, ma si svolga invece un lavoro realmente scientifico in modo da accrescere la conoscenza del Telo, mettendo a disposizione dell’intera comunità scientifica mondiale risultati di sperimentazioni che siano autorevoli e credibili. La "neutralità" della scienza dovrebbe essere il riferimento naturale per chi opera in tali contesti. Una riflessione pacata, che interviene indirettamente sull’attualità ma che intende richiamare, soprattutto, il “senso” della Sindone: è l’intervento proposto dal Custode pontificio mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, pubblicato sul sito ufficiale www.sindone.org. Il riferimento immediato è l’ennesimo “scoop”, originato dalla pubblicazione su una rivista americana di scienze forensi, dei risultati di una ricerca effettuata nel 2014 sulle colature di sangue presenti sul Telo sindonico. Secondo i risultati di tale ricerca non tutte le macchie sarebbero riferibili alla posizione di un crocifisso. L’arcivescovo Custode propone due criteri di riferimento: “scientificità” e “neutralità”. Cioè: non si faccia ricerca sulla Sindone partendo da “ipotesi pregiudiziali”, di cui poi inevitabilmente si vorrebbe avere conferma, ma si svolga invece un lavoro realmente scientifico in modo da accrescere la conoscenza del Telo, mettendo a disposizione dell’intera comunità scientifica mondiale risultati di sperimentazioni che siano autorevoli e credibili.


La “neutralità” della scienza dovrebbe essere il riferimento naturale per chi opera in tali contesti.
L’attualità è però l’occasione per mons. Nosiglia per ribadire il valore e il significato della Sindone non tanto come oggetto di scienza ma come “soggetto” di pastorale. La Sindone non è dogma di fede, ovviamente: ma la tradizione e l’insegnamento della Chiesa guardano al Telo come “icona della Passione”, racconto impressionante di quelle sofferenza che i Vangeli descrivono nella crocifissione, morte e sepoltura di Gesù Cristo. Per questo, dice Nosiglia citando san Giovanni Paolo II, essa rimane “sfida all’intelligenza e specchio del Vangelo”. È la testimonianza di questa sofferenza di Gesù a richiamare la gente alla Sindone, durante le ostensioni pubbliche come nella devozione personale e di comunità. Il prossimo appuntamento sarà la “Venerazione straordinaria” che si riterrà nel Duomo di Torino la sera del 10 agosto, quando i giovani delle diocesi di Piemonte e Valle d’Aosta sfileranno di fronte al Telo, per un momento di preghiera e spiritualità che conclude il loro pellegrinaggio. Subito dopo partiranno per Roma, dove incontreranno Papa Francesco nell’ambito della preparazione al Sinodo dei giovani. Sempre su www.sindone.org viene pubblicato un breve intervento del professore Paolo Di Lazzaro, direttore di ricerca dell’Enea di Frascati e vicedirettore del Centro Internazionale di Sindonologia di Torino. Il professore evidenzia come la pubblicazione dei risultati di Garlaschelli e Borini faccia riferimento a esperimenti del 2014, già discussi in passato; e come, soprattutto, le condizioni dell’esperimento siano molto diverse da quelle presenti sulla Sindone: “Non tengono conto infatti – scrive Di Lazzaro – della presenza sulla pelle dell’uomo della Sindone di terriccio, sporcizia, sudore, ematomi da flagellazione e nemmeno della accentuata viscosità del sangue dovuta alla forte disidratazione. Non è possibile pensare di riprodurre condizioni realistiche delle colature di sangue sul corpo di un crocifisso senza considerare tutti questi fattori che vanno a influenzare in modo importante il percorso delle colature di sangue”.


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