IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

sabato 4 luglio 2020

L' EVOLUZIONE E UN MISTERO CHIAMATO "UOMO"





Da:

Scienza e fede.

Nell'evoluzione il mistero dell'uomo

Di:

Fiorenzo Facchini

Il rapporto fra creazione ed evoluzionismo in seno al dialogo fra scienza e fede è spesso stato al centro di interventi di Giovanni Paolo II.

Nel secolo XX una delle sfide più grandi alla fede cristiana è venuta dall’evoluzionismo ateo, che esclude Dio dal processo evolutivo della vita ispirandosi a una concezione materialistica dell’uomo. Lo scientismo ha pervaso molti settori della cultura generando ideologie riduzioniste. Il tema dell’evoluzione, se contrapposto a una visione di creazione, diventa un terreno favorevole alle ideologie. Alcuni l’hanno anche definita «la nuova questione galileiana». In campo cattolico questa lettura materialista non è stata solo contrastata, ma ha stimolato sul piano teologico, filosofico e scientifico una riflessione sul rapporto tra scienza e fede che apre la strada a una visione armonica tra i dati e le suggestioni della scienza e l’insegnamento della fede. Giovanni Paolo II si è occupato in varie occasioni di questi problemi affrontando alcuni nodi importanti, così da rendere possibile un dialogo e un’armonia tra la scienza e la riflessione teologica. Premesse e considerazioni importanti circa i rapporti tra scienza e fede erano venute dal Concilio Vaticano II con la Gaudium et Spes e le precisazioni della Dei Verbum sui generi letterari nella Bibbia. Essi si inseriscono nel più ampio quadro del rapporto tra scienza e ragione, sviluppato in seguito nell’enciclica Fides et ratio del 1998.
Sul tema specifico di creazione ed evoluzione si possono riconoscere nel pensiero di Giovanni Paolo II alcuni chiarimenti fondamentali circa tre questioni: gli inizi dell’universo, la teoria evolutiva, l’identità dell’uomo. La teoria del Big Bang per gli inizi dell’universo, proposta negli anni 40 del Novecento dallo scienziato belga Georges Le- maître, un sacerdote gesuita, teoria oggi largamente accettata, viene vista da non pochi come prova della creazione. Giovanni Paolo II in una lettera del 1 giugno 1988 al direttore della Specola Vaticana, padre Georges Coyne, dopo avere richiamato, citando Galilei, il necessario dialogo tra scienza e fede, osserva che il concetto di creazione è filosofico, non appartiene al dominio della scienza, e mette in guardia dalla tentazione di identificare la creazione col Big Bang. Il concetto di creazione non appartiene al dominio della scienza. Esso indica la dipendenza radicale di ciò che esiste da Dio ed esige l’intervento divino all’origine delle cose. Si può ritenere che la creazione si accordi con la teoria del Big Bang, ma il suo concetto è molto più vasto e di altro ordine. Anche il bosone di Higgs, scoperto nel 2012, che ha la capacità di dare massa e collegare le particelle infime della realtà, denominato per questo “particella di Dio”, va visto come metafora dell’interazione tra Dio e la realtà, non come ultima spiegazione della realtà. La distinzione dei piani di conoscenza, che è di ordine epistemologico, resta fondamentale.
Un altro punto importante nel magistero di Giovani Paolo II sul rapporto tra scienza e fede, in tema di evoluzione, riguarda la spiegazione dello sviluppo della vita sulla terra. Quale rapporto tra creazione ed evoluzione della vita? Nel messaggio del 22 ottobre 1996 alla Pontificia Accademia delle scienze Giovanni Paolo II riconosce che sono tante e congruenti le osservazioni provenienti dai vari campi della scienza, per cui l’evoluzione può considerarsi non una mera ipotesi (Pio XII nella Humani generis parlava, appunto, di ipotesi), ma una teoria, o forse si potrebbe parlare di “teorie dell’evoluzione”, per la pluralità delle spiegazioni proposte. In precedenza, anche in altre occasioni, Giovanni Paolo II aveva sfiorato l’argomento del rapporto tra evoluzione e creazione. Nel discorso al Simposio internazionale su fede ed evoluzione (”Osservatore Romano”, 27 aprile 1985) aveva affermato: «Una fede rettamente compresa nella creazione e un insegnamento rettamente inteso dell’evoluzione non creano ostacoli… L’evoluzione infatti presuppone la creazione; la creazione si pone nella luce dell’evoluzione come un avvenimento che si estende nel tempo – come una creatio continua – in cui Dio diventa visibile agli occhi del credente come creatore del cielo e della terra».

Nell’evoluzione il nodo forse più grande è l’uomo. Anch’egli si è evoluto come le altre specie? Dai Primati? E la sua identità spirituale? Come si riconosce nel corso della evoluzione? C’è da ricordare che nel corso del secolo XX non sono mancati filosofi e teologi disponibili ad ammettere l’evoluzione, anche dell’uomo, dopo le grandi aperture di Pierre Teilhard de Chardin: da Bergson a Maritain, a Guitton, da Chenu a Rahner, Haag, De Fraine, De Lubac, Moltmann, Martelet, Marcozzi, Flick, Alszeghy, Ratzinger, Ganoczy, Molari… Un’affermazione importante e chiara di Giovanni Paolo II al questo proposito si trova in un una catechesi tenuta in piazza San Pietro nel 1986 (”Osservatore Romano”, 17 aprile di quell’anno): «Si può dunque dire che dal punto di vista della fede non si vedono difficoltà nello spiegare l’origine dell’uomo, in quanto corpo, mediante l’ipotesi dell’evoluzione… È cioè possibile che il corpo umano, seguendo l’ordine impresso dal Creatore nelle energie della vita sia stato gradatamente preparato nelle forme di esseri viventi antecedenti. L’anima umana però da cui dipende in definitiva l’umanità dell’uomo, essendo spirituale, non può essere emersa dalla materia».
Un’osservazione non nuova, perché nella sostanza risale a Pio XII, alla Humani generis, in cui si afferma che anche in una ipotesi evoluzionista si deve ritenere «la creazione speciale dell’anima da parte di Dio». Ma la riflessione di Giovanni Paolo II appare più articolata. Questa considerazione sta alla base del concetto di «salto ontologico» che Giovanni Paolo affermò nel già citato messaggio del 22 ottobre 1996 alla Pontificia Accademia delle scienze, che in due parole definisce una discontinuità evolutiva la specificità dell’essere umano, arricchito dallo spirito. Questo concetto rappresenta una precisazione importante, pur lasciando interrogativi sul quando e sul come il passaggio sia avvenuto. Sul piano empirico possiamo cercare i segni di questo passaggio nella documentazione di comportamenti che denotano una discontinuità: i comportamenti progettuali e innovativi, con significato, e quindi a carattere simbolico, in una parola le espressioni della cultura. Ma qui si apre il campo alle interpretazioni degli studiosi che hanno inevitabilmente qualche carattere di soggettività, almeno fino a quando le manifestazioni della cultura sono tali da non lasciare dubbi. Certamente col tempo le discontinuità rispetto alle precedenti forme non umane, si fanno più evidenti. Molti autori propendono a riconoscere la discontinuità in Homo habilis di due milioni di anni fa, artefice della cultura olduvaiana, e ancora di più in Homo erectus (Homo ergaster) che realizzava utensili bifacciali.
Ma non si deve dimenticare che il tema dell’identità umana resta fondamentale anche nella generazione di ogni uomo. C’è una discontinuità ontologica tra la struttura biologica e lo spirito in ogni essere umano che si forma, anche se strettamente intrecciati nell’unità della persona. La discontinuità è colmata da Dio con l’animazione nel grembo materno. Ogni essere umano è tale perché arricchito dallo spirito che lo rende intelligente e libero, capace di rapportarsi col suo Creatore.

Da:

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martedì 30 giugno 2020

A CACCIA DI MATERIA OSCURA E...ALTRO (?)




Nelle viscere del Gran Sasso 'eccesso di eventi' per Xenon1T, cacciatore di materia oscura.

Un 'eccesso di eventi' nelle viscere del Gran Sasso dove ai Laboratori dell'Infn il cacciatore di materia oscura Xenon1T ha mostrato un 'lato misterioso' delle sue attività. Xenon1T, uno degli esperimenti di punta nella ricerca diretta della materia oscura, operativo dal 2016 al 2018 nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (Lngs) dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ha infatti presentato, nel corso di un seminario online, l’analisi dei suoi ultimi dati, mostrando "un inatteso eccesso di eventi". I ricercatori hanno sottolineato che "la natura di questo eccesso, che potrebbe anche essere dovuto a una semplice fluttuazione statistica, non è ancora del tutto compresa, perché ha caratteristiche che lo rendono compatibile con varie ipotesi".

Elena Aprile, professoressa della Columbia University ed a capo del progetto Xenon, ha spiegato che "l’eccesso che abbiamo osservato potrebbe essere dovuto a una minuscola presenza di trizio, un isotopo dell’idrogeno. Ma potrebbe anche essere un segnale di qualcosa di molto più eccitante che ci porterebbe oltre il Modello Standard, come l’esistenza di nuove particelle, per esempio gli assioni solari. Oppure, altra ipotesi interessante, potrebbe coinvolgere nuove proprietà dei neutrini". I ricercatori sottolineano che il risultato di Xenon1T "testimonia il valore delle soluzioni tecnologiche adottate e sviluppate dalla collaborazione e le straordinarie potenzialità del rivelatore", che si conferma "il più sensibile al mondo" nella ricerca diretta di materia oscura, e in generale nella ricerca di diversi eventi rari, assicurando ai Laboratori del Gran Sasso la leadership mondiale in questo filone di ricerca.


"Per comprendere meglio la natura di questo eccesso sarà determinante il potenziamento del rivelatore con la nuova fase chiamata Xenon1T" ha chiarito Marco Selvi, responsabile nazionale Infn dell’esperimento. "Grazie all’aiuto dello staff dei Lngs e del nostro personale sul posto, l’attuale emergenza sanitaria non ci ha mai fermato, solo un po’ rallentato: XenonT sarà in acquisizione dati entro la fine dell’anno" ha detto Selvi. Dunque crescono le aspettative sul 'lavoro" che sta facendo Xenon1T. L’esperimento è un rivelatore basato sulla tecnologia dello Xenon liquido ed ha come principale obiettivo scientifico proprio l’osservazione in modo diretto dell’interazione di particelle di materia oscura con la materia ordinaria che compone il rivelatore.
La maggior parte della materia presente nel nostro universo non è infatti la materia ordinaria di cui è fatto tutto ciò che conosciamo, ma è la cosiddetta materia oscura. Ipotizzata per spiegare fenomeni gravitazionali osservati nell’universo, pur essendo ben cinque volte più abbondante della materia ordinaria e nonostante vi siano molti esperimenti in tutto il mondo che stanno cercando di rivelare le sue tracce, ad oggi la materia oscura sfugge ancora alla conferma sperimentale. E fino ad ora, ricorda l'Infn, gli scienziati hanno ottenuto indicazioni della presenza della materia oscura solo in maniera indiretta: una scoperta definitiva deve ancora essere realizzata.
Ne mondo scientifico vi sono varie ipotesi teoriche sulla natura della materia oscura e dunque varie particelle candidate a costituirla. Tra queste le cosiddette Wimp (Weakly Interacting Massive Particles), che sono quelle ricercate in particolare da Xenon1T. Finora l’esperimento ha ottenuto i limiti più stringenti sulla loro probabilità di interazione con la materia ordinaria, su un ampio spettro di possibili masse di Wimp. In aggiunta a questo candidato, Xenon1T è sensibile anche ad altri tipi di particelle e interazioni che possono spiegare altri problemi aperti in fisica e astrofisica. Nel 2019, per esempio, sempre con i dati di Xenon1T gli scienziati hanno pubblicato in copertina su "Nature" la misura del più raro decadimento nucleare che sia mai stato osservato direttamente.


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sabato 27 giugno 2020

IL COVID 19 E I MODELLI MATEMATICI




Secondo il virologo Silvestri, Il Coronavirus  va contro i modelli matematici.

Da:

Forse avete letto le affermazioni del virologo Guido Silvestri a proposito dell’epidemia da coronavirus. Silvestri ha detto che non solo i modelli matematici sono stati “inadeguati a prevedere l’andamento reale dell’epidemia” ma addirittura che bisognerebbe “promettere che tali modelli non saranno più usati per prendere decisioni politiche.” Questo ha generato una levata di scudi da parte dei matematici con qualche accusa di oscurantismo, alle volte neanche troppo velata.
Se permettete un commento da parte mia, che sui modelli ci traffico da un bel po’ di anni, vorrei citare una vecchia canzone di Fabrizio de André, dove dice “se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato.” È vero che Silvestri ha forse esagerato un po’ con il suo “mai più modelli”, ma nel complesso ha perfettamente azzeccato la sua valutazione.
I modelli usati per prevedere l’andamento dell’epidemia sono stati un disastro: erano eccessivamente pessimisti riguardo al numero dei contagi e alla mortalità, anche tenendo conto dei vari provvedimenti messi in atto contro l’epidemia. E quello non era il solo problema. Per i dettagli, potete leggere l’ottimo articolo di Donato Greco su Scienza in Rete dove leggiamo del fallimento del modello dell’Imperial  College che è stato alla base delle decisioni politiche che sono state prese in Italia e in altri paesi:


Ovviamente, i modellisti si sono difesi facendo notare che i loro modelli fornivano un “ventaglio” di predizioni, alcune delle quali erano abbastanza in linea con quello che è poi stato l’andamento reale dell’epidemia. Vero, ma questo è un punto che né il pubblico né i politici avevano capito: avevano visto una singola predizione e l’avevano presa come un oracolo. Vi ricordate quando il ministro Francesco Boccia chiedeva alla comunità scientifica “certezze inconfutabili” sull’epidemia? Non aveva capito nulla di come funziona la scienza, ma non è nemmeno colpa sua: lui fa il ministro, non lo scienziato.
Ma allora i modelli matematici sono veramente inutili? No, se uno sa come utilizzarli. Un modello a molti parametri è una macchina complessa, è un po’ come un’auto sportiva: può essere molto pericolosa se va in mano a qualcuno che non la sa guidare. Questo è quello che è successo nel caso del modello dell’Imperial College. Per chi si intende di modelli è chiaro che non era sbagliato, ma era talmente complicato e con talmente tanti parametri (alcuni dei quali arbitrari) che messo in mano a un novizio (o a un politico) era facile che andasse a sbattere contro il muro della realtà, come in effetti è successo.
Il problema esiste in tutti i campi. Oggi, si fanno modelli per qualunque cosa: prezzi, produzione, finanza, meteo, risultati delle elezioni, demografia, e tutto quello che volete. Nel marasma, è facile dimenticarsi che dietro il modello c’è una realtà e che di quella bisogna tener conto. Per fare un esempio, nel caso dei modelli climatici, è facile perdersi nella polemica di quanto siano (o non siano) accurati. Dimenticandosi che non sono i modelli che ci dicono che il clima sta cambiando.
Che la temperatura sta aumentando lo sappiamo perché la misuriamo, non è che viene fuori dai modelli. I modelli cercano di dirci quanto rapidamente la temperatura continuerà ad aumentare nel futuro, ma sono i dati, e non i modelli, che ci dicono che il clima terrestre si sta muovendo rapidamente verso un riscaldamento globale che rischia di spazzarci via tutti quanti.

In fin dei conti il problema è che il futuro non si può mai veramente prevedere. Una volta, a fare le predizioni ci provavano gli aruspici osservando i fegati di pecora e non pare che fosse un metodo molto efficace. Oggi, gli scienziati fanno del loro meglio, ma il futuro ci sorprende sempre comunque.
I modelli vanno sempre e continuamente raffinati via via che arrivano nuovi dati e non bisogna farsi illusioni: le previsioni diventano esatte solo quando ormai non servono più a niente. Ma se il futuro non si può prevedere, per il futuro si può sempre essere preparati. Ed è a questo che servono i modelli se li usiamo correttamente insieme ai dati e al buon senso.



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giovedì 25 giugno 2020

"IL PRINCIPIO DI MEDIOCRITA' "...FINALMENTE CE NE SIAMO ACCORTI?



L'universo è molto più grande di quanto si pensava prima della scoperta di Edwin Hubble che alcune formazioni, che venivano considerate delle nebulose, sono in realtà galassie esterne alla Via Lattea. Il loro numero è stimato attualmente in oltre 100 miliardi.

L'esistenza di altri sistemi planetari, confermata dalla scoperta di diversi pianeti extrasolari, rende probabile l'esistenza di altri pianeti del tutto simili alla Terra.

La maggioranza della comunità scientifica concorda ormai nel ritenere l'origine e l'evoluzione della vita come un fenomeno naturale, che si verifica necessariamente ogni qual volta esistano determinate condizioni fisico-chimiche. Viste le dimensioni dell'universo, è del tutto probabile che esse si verifichino o si siano verificate in molti altri casi. Questo dato è supportato dal principio antropico forte.

Tra i maggiori sostenitori del principio di mediocrità, specialmente per quanto riguarda l'esistenza di vita evoluta al di fuori della Terra, vi sono gli astronomi Carl Sagan e Frank Drake.
Il principio di mediocrità è opposto all'ipotesi della rarità della Terra, secondo la quale la nascita ed evoluzione della vita sulla Terra ha richiesto una combinazione estremamente improbabile di eventi e circostanze astrofisiche e geologiche.

Da: wikipedia


PER APPROFONDIMENTI:



LA NOTIZIA ATTUALE:

Siamo soli nell’universo? Parla l’Università di Nottingham: “36 civiltà intelligenti popolano la Via Lattea”.

A circa 17mila anni luce da noi, nella nostra galassia, potrebbero esistere dozzine di forme di vita intelligente. Lo rivela uno studio dell’Università di Nottingham.

Che probabilmente il nostro non è l’unico pianeta a essere popolato nell’intero universo lo avevamo già immaginato. Ora è stata sviluppata una teoria che corrobora questa tesi: non solo l’uomo non sarebbe solo nell’universo, ma addirittura non sarebbe l’unica forma di vita intelligente presente nella Via Lattea. L’Università di Nottingham ha realizzato una ricerca secondo cui la nostra galassia sarebbe popolata da almeno 36 civiltà intelligenti. I dettagli ce li racconta il Daily Star.

Potrebbero essercene addirittura 36 e a una distanza di circa 17mila anni luce dal nostro pianeta. Questo significa che con le tecnologie di cui disponiamo attualmente è praticamente impossibile captare un qualche segnale proveniente da queste civiltà. In futuro, grazie a un avanzamento delle conoscenze, il contatto che in tantissimi auspicano di trovare (per poter così provare l’esistenza degli extraterrestri) potrebbe diventare possibile.

Il calcolo realizzato dagli scienziati che hanno partecipato alla ricerca guarda al dato evoluzionistico. In pratica, ipotizzando che lo sviluppo della vita sugli altri pianeti segua una via similare a quella seguita dallo sviluppo della vita sulla Terra, 36 civiltà intelligenti dovrebbero già esistere ed emettere segnali radio nell’universo. Ha spiegato il professore di Astrofisica Christopher Conselice (colui che ha guidato la squadra):
“Dovrebbero esserci almeno alcune dozzine di civiltà attive nella nostra Galassia, supponendo che occorrano cinque miliardi di anni affinché la vita intelligente si formi su altri pianeti, come sulla Terra. L’idea guarda all’evoluzione, ma su scala cosmica. Chiamiamo questo calcolo limite copernicano astrobiologico.”


Cos’è il limite copernicano astrobiologico? Si tratta di un approccio che adatta la teoria dell’evoluzione e che si basa su due assunti. Il risultato vuole che nei pianeti che come la Terra insistono sull’orbita abitabile di una stella (e che possiedono la giusta distribuzione di elementi) la vita si sviluppa in un tempo che varia dai 4,5 ai 5,5 miliardi di anni (da calcolarsi dal momento della formazione del pianeta).

Nonostante ciò, la nostra potrebbe essere davvero l’unica forma di vita intelligente esistente nella Via Lattea. Questo perché le probabilità che esistano stelle che abbiano una massa similare a quella del Sole sono molto basse, e dunque le stelle ospiti sarebbero nane rosse (instabili).

DA:


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lunedì 22 giugno 2020

IL QUINTO STATO DELLA MATERIA: IL CONDENSATO DI BOSE - EINSTEIN (BEC)



Stazione Spaziale, ottenuto il quinto stato della materia.

Ottenuto il quinto stato della materia da un esperimento condotto sulla Stazione Spaziale. È uno stato distinto da quello liquido, solido, gassoso e dal plasma, possibile solo a temperature vicine allo zero assoluto e nel quale atomi ultrafreddi che si muovono all'unisono comportandosi come onde anziché come particelle. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature, si deve alla ricerca coordinata da Robert Thompson, del California Institute of Technology (Caltech).

Ci siamo riusciti: abbiamo creato il quinto stato della materia nello spazio, e più precisamente a bordo della Stazione spaziale internazionale (Iss). A riuscire nell’impresa sono stati gli scienziati della Nasa, che ci hanno offerto l’osservazione senza precedenti del cosiddetto condensato di Bose-Einstein, fondamentale per riuscire a risolvere alcuni degli enigmi più difficili dell’Universo, come per esempio l’energia oscura. La scoperta è stato appena pubblicata sulle pagine di Nature.

Il quinto stato della materia, in gergo tecnico condensato di Bose-Einstein (Bec), la cui esistenza era stata ipotizzata da Einstein e dal matematico Satyendra Nath Bose quasi un secolo fa, è uno strano stato della materia che si forma quando i bosoni, particelle che hanno un numero uguale di protoni ed elettroni, vengono raffreddati quasi allo zero assoluto (0 Kelvin, pari a -273.15 Celsius). A questo punto, anziché comportarsi come bosoni separati, diventano un’unica entità che mantiene le proprietà quantistiche: si trovano, infatti, esattamente tra il mondo macroscopico governato da forze come la gravità, e quello microscopico, regolato dalla meccanica quantistica.



Sebbene sia fondamentale per poter risolvere fenomeni misteriosi, come l’energia oscura, coinvolta nell’espansione dell’Universo, il quinto stato della materia è davvero molto instabile: la minima interazione con il mondo esterno è sufficiente per riscaldarlo oltre la soglia di condensazione e per questo è molto complesso da studiare sulla Terra, dove la gravità interferisce con i campi magnetici necessari per rendere possibile la sua osservazione. Creare il quinto stato della materia, quindi, non è un’impresa da poco: innanzitutto perché i bosoni vengono raffreddati quasi allo zero assoluto. Gli atomi, poi, vengono bloccati nella cosiddetta trappola magnetica, attraverso luci laser e campi magnetici (più gli atomi si muovono lentamente, più diventano freddi). Tuttavia, nell’attimo in cui viene allentata la trappola magnetica, che consente agli scienziati di studiarlo, il Bec tende a diluirsi e non è più possibile rilevarlo.

Non è la prima volta, tuttavia, che la comunità scientifica riesce a creare il quinto stato della materia nello Spazio. Come vi avevamo raccontato alla fine del 2018, infatti, i ricercatori della Leibniz University, in Germania, erano riusciti a produrre nella spazio un condensato di Bose-Einstein come parte dell’esperimento Matter-Wave Interferometru in Microgravity (Maius 1). Più precisamente, Maius 1 aveva creato un quinto stato della materia a circa 200 chilometri dalla superficie terrestre, permettendo ai ricercatori di svolgere ben 110 esperimenti, tra cui lo studio delle onde gravitazionali.
Servendosi del Cold Atom Laboratory del Jet Propulsion Lab, i ricercatori sono finalmente riusciti a creare dal rubidio un condensato di Bose-Einstein più stabile, sfruttando le condizioni di microgravità presenti sulla Iss. E dal loro esperimento sono emerse differenze davvero sorprendenti tra gli esperimenti svolti sulla Terra e quelli a bordo della Iss. Per prima cosa, i ricercatori hanno osservato che mentre il Bec sulla Terra dura generalmente una manciata di millisecondi prima di dissiparsi, sulla Iss è durato più di un secondo. Un tempo sufficiente, quindi, che ha permesso agli scienziati di studiarne le proprietà come mai prima d’ora.

Inoltre, la microgravità ha permesso agli atomi di essere manipolati da campi magnetici più deboli, rendendo così più veloce il processo di raffreddamento. Studiare il Bec in condizioni di microgravità, concludono i ricercatori, aprirà la strada a una serie di opportunità di ricerca. “Le applicazioni variano dagli esperimenti sulla relatività generale, alle ricerche dell’energia oscura e delle onde gravitazionali passando per lo studio dei minerali presenti sulla Luna e su altri corpi celesti”, ha concluso l’autore principale David Aveline.

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giovedì 18 giugno 2020

GOBEKLI TEPE: COSTRUITO OLRE UNDICIMILA ANNI FA ...DA SPECIALISTI



l tempio di Gobekli Tepe continua a far discutere gli scienziati.

Nonostante sia una struttura estremamente antica, il tempio di Gobekli Tepe presenta caratteristiche strutturali molto interessanti

Il sito archeologico di Gobekli Tepe, in Turchia, è con ogni probabilità il tempio religioso più antico costruito dall’uomo. La sua costruzione risale infatti a circa 11.500 anni fa ed è rimasto sostanzialmente intatto per molti secoli, ma oggi a far discutere gli archeologi è la sua originaria funzione. Secondo gli esperti, si trattava probabilmente di una struttura edificata a scopo religioso, o comunque rituale, stando anche alle rappresentazioni di animali su alcune delle mura.


La struttura del tempio segue infatti forme geometriche, suggerendo che possa essere stato frutto del lavoro di “specialisti”.

A sorprendere, però, è soprattutto la sua imponenza; davvero sensazionale, se si pensa agli strumenti davvero rudimentali di cui l’uomo poteva disporre in quel remotissimo periodo storico. La struttura comprende inoltre una serie di monumenti più piccoli, costruiti intorno alla struttura principale, che accreditano l’ipotesi che possa essersi trattato di un luogo di culto. Proprio la base della struttura, che segue particolari forme geometriche, però, ha spinto i ricercatori a formulare una nuova ipotesi sull’origine del complesso di Gobekli Tepe: probabilmente, gli uomini che lo costruirono erano tecnologicamente più progrediti di quanto si sia ritenuto finora.



L’uso di forme geometriche anche complesse testimonierebbe infatti una conoscenza “specialistica“, non limitata alle sole nozioni di base richieste per la costruzione del tempio. Gobekli Tepe non sarebbe quindi stata eretta da semplici cacciatori, ma da veri e propri specialisti. L’ipotesi è stata avanzata dagli scienziati dell’Università di Tel Aviv, che hanno pubblicato sul Cambridge Archeological Journal, hanno utilizzato infatti un particolare algoritmo per ricavare la forma della base dell’enorme struttura. Gobekli Tepe si pone quindi come testimonianza della straordinaria capacità dell’essere umano di cimentarsi in opere così grandi e complesse, nonostante la carenza di strumenti ( ?) che 11.500 anni fa dovette ostacolare il suo ingegno e la sua creatività.

da:

https://va.news-republic.com/a/6830814100927283717?app_id=1239&c=sys&gid=6830814100927283717&impr_id=6830848981456046341&language=it&region=it&user_id=6699498745832932357



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mercoledì 10 giugno 2020

EXO MARS 2022




Foto scattata il 16 gennaio 2020 del rover Rosalind Franklin al termine della campagna di test ambientali tenutasi a Tolosa, in Francia presso le strutture di Airbus. Credits: Airbus.

DA:

https://www.astronautinews.it/2020/05/aggiornamenti-su-exomars/

La seconda missione del programma ExoMars, il cui lancio è stato recentemente rinviato al 2022, sta utilizzando questo margine di tempo guadagnato per aggiornare alcuni strumenti del rover e per la pianificazione dei prossimi test sui paracadute in alta quota.

La nuova data di lancio, prevista fra agosto e ottobre 2022 darà quindi tempo agli ingegneri di effettuare delle riparazioni e delle sostituzioni sul rover di ExoMars denominato Rosalind Franklin.

I pannelli solari che aiuteranno il rover ad affrontare le gelide notti marziane, verranno rinforzati per il fatto che, dopo i test ambientali svoltisi all’inizio di quest’anno, sono state rilevate delle crepe. Presso gli stabilimenti di Airbus di Stevenage, nel Regno Unito, verranno installati dei nuovi sistemi di chiusura per rinforzare l’interfaccia fra i pannelli solari e le staffe di sostegno.

La rimanente parte del rover resta di fatto presso la Thales Alenia Space di Torino per le operazioni di manutenzione di routine, come la carica delle batterie e i controlli sulla pulizia. I controlli microbiologici molto stretti, sono fondamentali per impedire che dei contaminanti biologici terrestri possano raggiungere il Pianeta Rosso. Pertanto è necessario che anche ExoMars risponda ai requisiti di protezione planetaria per evitare dei falsi positivi nei rilievi scientifici, quella che gli scienziati chiamano forward contamination ovvero il trasferimento di forme di vita o di altri contaminanti dalla Terra a un altro corpo celeste.

Gli scienziati e gli ingegneri intendono sostituire alcune parti elettroniche secondarie del Mars Organic Molecule Analyser (MOMA), ovvero uno strumento in grado di rilevare molecole organiche e di svolgere indagini sull’origine potenziale, sull’evoluzione e sulla distribuzione della vita su Marte.
Anche lo spettrometro all’infrarosso ISEM (Infrared Spectrometer for ExoMars), andrà sostituito con uno di riserva, che ha dimostrato avere una migliore performance. ISEM analizzerà i minerali presenti sulla superficie di Marte.

Inoltre, una delle telecamere poste sulla sommità della trivella del rover, destinata ad acquisire immagini a colori ad alta risoluzione delle rocce e del suolo attorno a Rosalind, il Close-Up Imager (CLUPI), verrà sottoposta ad un aggiornamento di software.


    La telecamera CLUPI della trivella di Rosalind Franklin. © ESA–M.Cowan

«Gli strumenti godevano già di ottima salute, ma trovare il tempo per fare queste migliorie, è stato fantastico per la nostra missione scientifica su Marte» ha dichiarato Jorge Vago, scienziato del progetto di ExoMars per l’ESA.

I paracadute sono pronti per un altro test:

Le nuove sacche per il contenimento e il rilascio dei paracadute della missione ExoMars, sono state dichiarate idonee per i test finali di lancio ad alta quota. Tuttavia, le restrizioni imposte dalla pandemia legata al nuovo coronavirus, hanno costretto il rinvio di questi ultimi test da maggio ad almeno settembre 2020. La campagna di test di estrazione dinamica è stata un successo. Il progetto aggiornato con delle linee più facilitate e una migliore estrazione della cupola del paracadute, hanno dimostrato di riuscire a evitare lacerazioni a una velocità di espulsione di 200 km/h, che è molto vicina alle velocità alle quali i paracadute verranno tirati fuori dalle proprie sacche durante la discesa sulla superficie di Marte.


«Il meticoloso ripiegamento di ogni paracadute all’interno della propria sacca è essenziale per garantire un suo corretto dispiegamento» ha illustrato Thierry Biancquaert, ingegnere capo dei sistemi di ExoMars. Basti pensare che la sola procedura di ripiegamento del paracadute principale, che con i suoi 35 metri di diametro sarà il più grande mai inviato su Marte, dura più di tre giorni.

Un totale di sei test svolti a terra hanno dimostrato un’estrazione pulita e senza problemi dei paracadute dai propri alloggiamenti, senza che essi abbiano subito danni da sfregamento, nel corso di una campagna di test svoltasi fra novembre 2019 e gennaio 2020 presso il Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, California. In precedenza, sempre nel 2019, erano stati svolti dei test ad alta quota che avevano però evidenziato dei danni critici a entrambe le calotte dei paracadute. I due paracadute, ciascuno con il proprio paracadute pilota per l’estrazione, sono fondamentali per rallentare il modulo di discesa di ExoMars prima dell’atterraggio sul Pianeta Rosso. In soli sei minuti, il modulo passerà da una velocità di circa 21.000 km/h nel corso del rientro atmosferico, all’atterraggio morbido, e quindi a velocità di discesa zero.

Rilascio impeccabile:

I test a elevata velocità simulano la velocità di estrazione che i paracadute dovranno affrontare durante la fase di discesa, circa un paio di minuti prima del touchdown. Per svolgere questi particolari test è stato impiegato un cannone ad aria compressa, il quale ha “sparato” la sacca orizzontalmente, la quale ha espulso il paracadute proprio come dovrebbe succedere durante la missione.

«L’estrazione avviene in una frazione di secondo, e tutto succede molto rapidamente» ha spiegato Thierry.

Un’immagine ravvicinata della bocca del cannone ad aria compressa per i test di espulsione dei paracadute. © NASA/JPL-Caltech

L’ESA ha beneficiato dell’enorme esperienza che la NASA ha storicamente accumulato con la gestione dei paracadute. Questa cooperazione ha dato all’Europa la possibilità di poter accedere alle speciali attrezzature di prova del Jet Propulsion Laboratory, nonché alla possibilità di eseguire i test di estrazione con delle sessioni in rapida successione.

«È stata una vera sfida organizzare questa campagna così velocemente, assieme a tutti i partner coinvolti. Il supporto fornito dalla NASA è stato eccellente e utile alla validazione avvenuta con successo delle nuove sacche per il dispiegamento dei paracadute» ha concluso Thierry.

Volare più in alto:

Il passo seguente, ovvero i test di sgancio ad alta quota presso il sito di prova in Oregon, dovrà attendere almeno fino al prossimo settembre. Questo genere di test richiede una complessa logistica e delle condizioni meteo molto particolari con dei range ristretti, per garantire la sicurezza dei voli.
Il paracadute da testare, inserito nel suo apposito contenitore e montato sul veicolo per la prova di sgancio, verrà portato a una quota di 30 km con un pallone stratosferico a elio. Un impulso inviato da terra comanderà il rilascio del veicolo che cadrà in volo libero fino all’inizio della sequenza di espulsione del paracadute, in condizioni di pressione simili a quelle che il lander incontrerà nella tenue atmosfera marziana. Questi test dovranno dimostrare la capacità dei paracadute principali di dispiegarsi in maniera perfetta dalle proprie sacche, e di sostenere i carichi conseguenti alla loro apertura senza lacerarsi.

ExoMars molto in breve:

Il programma ExoMars è uno sforzo congiunto fra la Roskosmos State Corporation e l’ESA, e oltre alla missione in partenza nel 2022, esso ha incluso il Trace Gas Orbiter lanciato nel 2016. Il TGO sta sia inviando dati scientifici importanti ottenuti dalla sua strumentazione scientifica di costruzione russa ed europea, che ritrasmettendo i dati provenienti dal rover Curiosity e dal lander InSight entrambi della NASA. Esso fungerà anche da ripetitore per i dati della missione ExoMars 2022 quando arriverà su Marte.

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