IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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LA NUOVA CONOSCENZA

mercoledì 29 maggio 2019

IL MANOSCRITTO VOYNICH: E' STATO TRADOTTO...ANZI NO!

No, il manoscritto Voynich non è stato decifrato !


                                                                  (foto Yale University)
da:

Un altro studioso sostiene di esserci riuscito e sta ricevendo molte attenzioni dai giornali, ma storici e linguisti dicono che è aria fritta e che il mistero rimane.

Molti giornali hanno pubblicato la notizia dell’avvenuta decifrazione del manoscritto Voynich, un misterioso codice illustrato che si ritiene risalga al Quindicesimo secolo, compilato con un sistema di scrittura che da decenni tiene impegnati storici, linguisti e semplici appassionati. Anche i media italiani hanno ripreso la notizia, dandole ampio spazio con titoli categorici come: “Decifrato il manoscritto Voynich” (Repubblica), “Decifrato ‘Voynich’, il manoscritto più misterioso” (HuffPost), “Manoscritto Voynich: svelato il codice più misterioso della storia scritto da 400 monache” (Fanpage) e “Craccato il codice più misterioso dei manoscritti” (ANSA). Il problema è che Gerard Cheshire – l’autore della ricerche che sostiene di avere decifrato il manoscritto – è già stato ampiamente criticato, con grandi dubbi circa le sue dichiarazioni e il metodo stesso con cui ha svolto i suoi studi. Il codice, insomma, non è stato “craccato” come si è letto in giro.
Il manoscritto, datato tra il 1404 e il 1438, fu acquistato nel 1912 da Wilfrid Voynich – un mercante di libri rari inglese di origini polacche – dal Nobile collegio gesuita di Villa Mondragone, un paese vicino a Frascati (Roma). Oltre a usare un sistema di scrittura ignoto, il codice presenta numerose illustrazioni, con piante, strani oggetti, donne nude e simboli dello zodiaco. Attualmente fa parte della Beinecke Library dell’Università di Yale (Stati Uniti) e Giacomo Papi ne aveva raccontato più estesamente la storia qui sul Post:


Un codice illustrato così misterioso ha comprensibilmente attirato la curiosità e l’interesse di numerosi studiosi nel corso degli anni. Le teorie su cosa sia e cosa racconti il manoscritto Voynich sono ormai innumerevoli, e si va da chi sostiene che sia un compendio sull’utilizzo di particolari erbe officinali a chi ritiene sia un sistema per interpretare lo zodiaco. Non essendo stati ritrovati altri codici scritti con lo stesso sistema, c’è anche chi ha messo in dubbio l’originalità dell’opera, ipotizzando che possa essere un falso forse realizzato dallo stesso Voynich. Una datazione al radiocarbonio sembra però avere escluso questa eventualità, collocando l’origine del manoscritto ai primi decenni del Quattrocento. 


Cheshire, che lavora presso l’Università di Bristol (Regno Unito), non è il primo a dichiarare di avere risolto il mistero del manoscritto Voynich. Negli anni decine di ricercatori avevano annunciato risultati simili, finendo poi per essere smentiti dai loro colleghi, con dimostrazioni circa la fragilità delle loro affermazioni. Nel 2017, per esempio, lo storico e autore televisivo Nicholas Gibbs pubblicò un articolo sulla rivista Times Literary Supplement:


spiegando il modo in cui aveva decifrato il codice. Sostenne che il manoscritto fosse una sorta di manuale per la salute delle donne, un elenco di abbreviazioni di parole latine che identificavano piante officinali e ricette per preparare medicamenti. Accompagnò le sue affermazioni con due righe di testo per dimostrare di essere riuscito a tradurlo. Altri studiosi si interessarono alle sue affermazioni, concludendo che non stessero in piedi: Gibbs aveva semplicemente messo insieme informazioni già note sul manoscritto Voynich, aggiungendo elementi nuovi non sostenuti da prove. 
 Lo scorso anno era stato invece un ingegnere turco, Ahmet Ardiç, a sostenere di avere capito il sistema di scrittura del manoscritto. Secondo lui, il testo sarebbe una versione fonetica del turco antico. La spiegazione era plausibile e in parte dimostrabile, ma non aveva comunque consentito di fare grandi progressi ed era quindi rimasta un’ipotesi come altre.


 Ora Gerard Cheshire sostiene di avere capito tutto, tra lo scetticismo degli altri esperti. Secondo lui il manoscritto Voynich fu scritto in una “lingua protoromanza” e messo insieme da una suora domenicana, per conto di Maria di Castiglia, regina consorte di Aragona. Cheshire sostiene di essere riuscito a decifrare il tutto in appena un paio di settimane, trovando la giusta chiave di interpretazione cercata senza successo per almeno un secolo da alcuni dei più capaci e dotti linguisti. Nel suo studio, pubblicato sulla rivista Romance Studies:


Cheshire sostiene che non vi siano altre tracce di questa oscura “lingua protoromanza” perché raramente veniva utilizzata nei documenti ufficiali, per i quali veniva preferito il latino. Questo vorrebbe quindi dire che il manoscritto Voynich è l’unica testimonianza rimasta di quella lingua. Sono pochissimi gli studiosi che ritengono sia esistito il “protoromanzo”, inteso come una sorta di lingua unitaria tra latino e le successive lingue romanze, tanto da non avere mai avuto un particolare seguito nella comunità scientifica. Cheshire spiega che l’alfabeto in cui è scritto il codice illustrato è un insieme di simboli noti e ignoti, senza punteggiatura autonoma, sostituita da alcuni simboli sulle lettere per indicare accenti e organizzazione delle frasi. Secondo le sue osservazioni, tutte le lettere sono minuscole e non ci sono casi di consonanti doppie nelle parole. Talvolta, si trovano abbreviazioni in latino. 


Il lavoro di Cheshire ha lasciato molto scettici gli studiosi che si sono dedicati al manoscritto Voynich o, più in generale, che studiano i documenti del Medioevo. Tra i critici più severi c’è Lisa Fagin Davis, direttrice della Medieval Academy of America:


la più grande organizzazione statunitense che si occupa di promuovere gli studi sul Medioevo. Fagin Davis era già stata molto critica un paio di anni fa con il lavoro di Gibbs, ma su quello di Cheshire è stata ancora più severa, come dimostra questa spiegazione che ha fornito ad Ars Technica:


"Come buona parte delle interpretazioni sul manoscritto Voynich, anche questa è circolare e ambiziosa: [Cheshire] inizia teorizzando che cosa potrebbe significare una particolare serie di segni, di solito per via della prossimità di una parola con un’immagine che crede di potere interpretare. Poi consulta il maggior numero possibile di dizionari medievali di lingue romanze fino a quando trova una parola che sembra adattarsi alla sua teoria. In seguito sostiene che la sua teoria è corretta, visto che ha trovato una parola in una lingua romanza che ben si adatta alle sue ipotesi. Le sue “traduzioni” ". Le critiche di Fagin Davis hanno portato altri studiosi a esprimere le loro perplessità e i loro forti dubbi circa le dichiarazioni di Cheshire. È emerso che alcune valutazioni contenute nel suo studio risalgono ad analisi precedenti, che avevano già evidenziato stranezze e cose che non tornano nel manoscritto Voynich. I nomi che accompagnano le illustrazioni dello zodiaco, per esempio, furono probabilmente aggiunti in un secondo momento e non durante la prima stesura del codice illustrato. Insomma, nonostante le dichiarazioni di Cheshire, quelle precedenti di Gibbs e i titoli su molti giornali degli ultimi giorni, il manoscritto Voynich continua a rimanere un mistero. In futuro ci saranno sicuramente altri studi sul documento e probabilmente sarà nuovamente annunciata la sua decifrazione. Anche per questo Fagin Davis ha consigliato in un tweet:


 cinque criteri che le ricerche sui documenti devono soddisfare, per non farsi ingannare:

1     1)      nozioni primitive solide,
2     2)      riproducibilità da parte di altri,
3     3)      aderenza alla realtà linguistica e codicologica,
4     4)      testo che abbia senso,
5     5)      corrispondenza logica tra testo e illustrazione.

“Nessuno ha ancora spuntato tutte e cinque le caselle”.

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sabato 25 maggio 2019

LA "CASA DELLE BISSE" DI TRIESTE: ALLA SCOPERTA DI ANTICHE CONOSCENZE PERDUTE

ANALISI ESOTERICA DELLA “CASA DELLE BISSE” DI TRIESTE

 di Giancarlo Pavat

fotografie di  Francesco Pavat

da:



“La Storia di un Paese o di una città è spesso ricordata e sintetizzata dai monumenti che i propri cittadini hanno eretto nel corso del Tempo. Ma a volte questi testimoni di episodi e vicende storiche vanno letti e interpretati su più livelli. Un po’ come certi antichi testi sacri ricchi di significati ermetici ed esoterici e quindi atti ad essere compresi nella loro pienezza soltanto da coloro che sarebbero in possesso delle corrette chiavi di lettura. Il problema è sempre trovare le chiavi giuste”…

…” Nel descrivere l’opera che decora il portone della “Casa delle Bisse” ho scritto che le aquile sono intente a dilaniare il rettile. Effettivamente è stretto tra gli artigli di tutti e tre i rapaci, sia di quelli posti alle due estremità che di quello centrale. Quest’ultimo, nel becco stringe anche la testa del Serpente. Impedendogli in questo mondo di addentare il pomo-mondo. Apparentemente. Già apparentemente. Proviamo a osservare tutto con occhi diversi. Cominciando dalle aquile”…

…” Ma se invece di ghermire il Serpente, lo stessero portando? In questo caso il Serpente non sarebbe una personificazione del Male ma il simbolo della Conoscenza e della Sapienzialità. A questo punto qualcuno strabuzzerà gli occhi. Il Serpente inteso in senso non negativo? Possibile? Decisamente sì. Proprio nel Nuovo Testamento possiamo trovare dei passi a conferma di tutto ciò…”

… Un Serpente inchiodato su una “Croce del Tau” (con evidente riferimento alla frase pronunciata da Gesù), viene utilizzato in ambito alchemico come allegoria della costante ricerca della “Grande Opera”, del percorso di accrescimento sia materiale che, soprattutto, spirituale dell’alchimista….dell’eterna ricerca della “Pietra Filosofale”…della “Lapis Exillis”…della “Coppa della Conoscenza”…




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giovedì 23 maggio 2019

NEMO E...IL PRINCIPIO DELLIMMORTALITA'


Pesce pagliaccio: ecco perché Nemo vive fino a vent’anni

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

I coloratissimi Amphiprion ocellaris possono vivere in acquario per oltre venti anni. Come ci riescono? A svelarlo il sequenziamento del genoma del pesce pagliaccio. Non solo leggendario protagonista di Nemo per la Disney, il pesce pagliaccio appassiona anche gli scienziati. Dopo aver svelato perché i questi animali hanno le strisce (questione di relazioni sociali) oggi un nuovo studio risponde a un’altra delle domande che da tempo stuzzicava i ricercatori: perché questi pesci sono così longevi? I pesci pagliaccio, infatti, possono vivere in acquario fino a vent’anni. Come ci riescono? Il segreto, si è scoperto, è nascosto nei piccoli organelli delle loro cellule, come mitocondri e lisosomi. A raccontarlo oggi è uno studio condotto da Alessandro Cellerino della Scuola Normale di Pisa, in collaborazione con il Leibniz Institut on Aging di Jena, al quale hanno preso parte vari istituti di ricerca tra cui la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli(con Mirko Mutalipassi). Il lavoro è stato pubblicato dalla rivista BMC Evolutionary Biology.

L’età dei Nemo d’Europa

Distribuendo un questionario a tutti gli acquari pubblici europei, i ricercatori avevano scoperto che gli esemplari più anziani di pesce pagliaccio (Amphiprion ocellaris) presenti nelle vasche avevano oltre vent’anni. A questa età erano ancora in grado di riprodursi regolarmente, suggerendo che fossero ancora lontani dal termine naturale della loro vita. Proprio come avviene in natura, dove questi animali vivono in simbiosi con diverse specie di anemone che possiedono tentacoli urticanti ai quali i pesci pagliaccio sono immuni e che li proteggono dai predatori.

Nel DNA del pesce pagliaccio

A questo punto i ricercatori hanno voluto identificare le basi genetiche della loro maggiore durata di vita. Per farlo, hanno sequenziato parte del genoma dei pesci pagliaccio e lo hanno confrontato con una specie ad essi molto affine, ma che non ha sviluppato simbiosi con gli anemoni di mare: il pesce Chromis viridis (comunemente detto “castagnola” o “damigella”). Comparando le sequenze delle due specie è emerso che le proteine contenute nel mitocondrio (l’organello all’interno della cellula che produce energia) e nel lisosoma (l’organello che si occupa di distruggere le componenti danneggiate della cellula) si sono modificate in maniera significativa durante l’evoluzione dei pesce pagliaccio. Questa scoperta ha importanti implicazioni pratiche. I Matusalemme del mondo animale noti sinora sono i pipistrelli, l’eterocefalo glabro (un roditore che vive sottoterra), gli elefanti e le balene, lo studio dei quali è impossibile o comunque molto complesso. Per contro, i pesci pagliaccio sono di piccole dimensioni (8 cm circa), sono tra i pesci marini più semplici da mantenere in acquario e vengono riprodotti regolarmente in cattività per rifornire il mercato degli appassionati. Essi rappresentano dunque il primo modello animale di longevità che può essere facilmente mantenuto ed osservato in laboratorio. Lo studio apre la strada ad un approccio completamente nuovo per identificare i meccanismi attraverso i quali il genoma determina la longevità.

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lunedì 20 maggio 2019

COPY CAT VS MENDEL



I topi CopyCat sfidano Mendel

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

Dopo essersi dimostrato efficace negli insetti, ora lo stratagemma del gene drive ha funzionato anche nei mammiferi, per la precisione in topi a cui è stato disattivato un gene responsabile della pigmentazione del pelo e che dunque sono diventati albini, e che hanno trasmesso questa caratteristica a ben oltre la metà della loro prole. All’apparenza sono dei semplici animali di laboratorio, ma al buio il loro mantello si illumina. In quel bagliore rossastro c’è la prova che tanti attendevano: con l’aiuto di CRISPR, anche i topi possono derogare alle leggi di Mendel. Lo stratagemma dei drive genetici si era già dimostrato efficace negli insetti, ma non era scontato che funzionasse con i mammiferi. Tra le due classi di animali c’è una divergenza evolutiva profonda e le differenze nei meccanismi dell’ereditarietà sono notevoli. I dati dell’Università della California a San Diego, già annunciati sulla piattaforma di pre-pubblicazione bioRxiv, oggi ricevono la benedizione di "Nature". La ricetta messa a punto da Kimberly Cooper e colleghi ha ancora bisogno di molteplici aggiustamenti, ma il debutto della tecnologia è ormai ufficiale. Supponiamo di voler favorire la trasmissione di una certa mutazione, responsabile di una caratteristica desiderata, da una generazione all’altra. Le leggi della genetica classica prevedono che soltanto la metà dei figli potrà ereditarla. Per aumentare le chance è necessario truccare i dadi delle probabilità, sfruttando l’effetto traino di elementi genici capaci di auto-propagarsi. Ma come funzionano questi drive genetici, o gene drive? I ricercatori hanno preso di mira un gene responsabile della pigmentazione del pelo (tirosinasi), perché i suoi effetti sono facili da riconoscere. Lo hanno disattivato causando un’interruzione al suo interno, e in questo modo hanno ottenuto dei topi albini. Il pacchetto usato come interruzione è detto CopyCat ed è costituito a sua volta da due elementi: un identikit dello stesso gene bersaglio (RNA guida) e un gene per la fluorescenza. In un mondo pienamente mendeliano, se un topo così attrezzato si accoppia con un esemplare normale, si ottiene una prole scura. Infatti possedere un solo gene per l’albinismo non basta, per avere il colore bianco ne servono due. Ma la progenie può diventare candida e fluorescente se il progenitore nero viene equipaggiato con l’ingrediente base della tecnica CRISPR (Cas9). In pratica un genitore mette l’identikit del bersaglio, mentre l’altro genitore fornisce l’enzima che lo deve colpire. Una volta trovato il gene desiderato, le forbici molecolari di CRISPR lo tagliano, permettendo l’inserzione del pacchetto CopyCat. È così che si innesca l’auto-propagazione, generazione dopo generazione. Possiamo chiamarla genetica attiva, o reazione molecolare a catena. Il risultato comunque è che innesca un’ereditarietà super-mendeliana, producendo cuccioli albini e fluo, pronti a mettere al mondo figli simili a loro. Per ora lo stratagemma funziona soltanto se la Cas9 viene inserita nelle femmine, e a patto che il sistema CRISPR venga attivato al momento giusto. In teoria l’approccio dovrebbe raggiungere un’ereditarietà del 100 per cento, trasmettendo la caratteristica desiderata a tutti i nuovi nati, ma questo esperimento supera di poco il tetto del 70 per cento. Come scrivono gli autori dello studio, probabilmente, sia l’ottimismo che le preoccupazioni per le possibili applicazioni sono premature. Ma non è mai troppo presto per iniziare a pensare al futuro. “È probabile che la tecnologia dei drive genetici continuerà a migliorare, e sembra certo che il dibattito su come procedere si intensificherà ulteriormente”, ci ha detto Bruce Conklin, che è stato chiamato da "Nature" a commentare le prospettive del filone di ricerca nascente. Quanto agli scenari futuribili, eccone alcuni. “Se si troverà il modo di rendere i drive efficienti nei mammiferi, potrebbero essere usati per contenere specie invasive o agenti patogeni”, sostiene Conklin. L’impiego più discusso è quello delle estinzioni programmate: la genetica potrebbe essere usata al posto di trappole e veleni, ad esempio per eradicare i ratti che hanno invaso delicati ecosistemi insulari e minacciano la sopravvivenza delle specie native. Ma è possibile ipotizzare anche applicazioni meno controverse. Ad esempio si può immaginare di bloccare la trasmissione della peste, rendendo resistenti i roditori che ne costituiscono il serbatoio naturale. L’utilizzo più realistico nel breve termine, però, è un altro. I drive genetici potrebbero accelerare lo sviluppo di modelli animali, utili per studiare le malattie complesse che colpiscono l’uomo. Basti pensare che, per combinare in un unico animale tre geni con entrambe le copie mutate, attraverso gli incroci, a partire da genitori con una sola copia mutata, servirebbero circa 150 tentativi. La speranza è che, con questi trucchi biotech, si possano ridurre i tempi, i costi e il numero di esemplari necessari per la ricerca biomedica.

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giovedì 16 maggio 2019

IL MAGNETISMO E I POPOLI PRECOLOMBIANI


I POPOLI PRECOLOMBIANI USAVANO IL MAGNETISMO: LA SCIENZA CONFERMA


segnalato da:

DR. GIORGIO PATTERA E CRISTIAN VITALI

Da:


La prima prova certa che anticamente si conoscesse il fenomeno del magnetismo è del VI secolo a.C., quando il filosofo greco Talete di Mileto descrisse l’attrazione tra una calamita di magnetite e frammenti di ferro. Tuttavia, ci sono alcune prove che dimostrerebbero come l’uomo fosse a conoscenza del magnetismo in Mesoamerica ancor prima di allora: una tavoletta magnetica, portata alla luce nel sito Olmeco di San Lorenzo, nel Messico meridionale, datata tra il 1400 e il 1000 a.C.; una forte anomalia magnetica sul muso di una scultura animale a Izapa, che suggerisce l’inclusione intenzionale durante la sua realizzazione; e un energico magnetismo registrato sulla superficie di un gruppo di sculture panciute a Monte Alto, in Guatemala, note come “potbellies”, letteralmente "stomaco a pentola". Ciò che cattura l’attenzione è che tali pietre magnetiche sembrano essere sistematicamente collocate nelle medesime parti del corpo delle varie sculture. Tuttavia sino a oggi non era ancora stata eseguita nessuna indagine scientifica completa. Un gruppo di ricercatori di Harvard, di Yale e del MIT, insieme a altre istituzioni, le ha recentemente esaminate con apparecchiature di misurazione magnetica più precise. In un articolo del “Journal of Archaeological Science” intitolato “Conoscenza del magnetismo nell’Antica Mesoamerica: misure di precisione delle sculture di porcellana di Monte Alto, Guatemala”, gli studiosi hanno annunciato un risultato piuttosto sorprendente: “significative anomalie del campo magnetico sono state scoperte in stretta associazione con due particolari regioni corporee: l’ombelico e la tempia destra, poco sopra l’orecchio”. Un indizio importante che fa supporre una disposizione intenzionale della magnetite durante la lavorazione delle sculture, confutando le osservazioni di Malmström del 1997. Inoltre, l’analisi dei modelli magnetici ha confermato che il magnetismo è stato causato da “una corrente elettrica indotta, probabilmente da un fulmine che ha colpito la superficie della pietra prima della fabbricazione degli artefatti”. Secondo i ricercatori, la “collocazione apparentemente intenzionale in precisi punti anatomici e la presenza di pietre magnetizzate in precedenza” implica che gli scultori avessero conoscenza del magnetismo e avessero una sorta di metodo, oltre a strumenti che permettessero loro di rilevare la presenza dei campi energetici anomali. Quali potevano essere quegli strumenti? Le misurazioni dei campi magnetici sulle sculture hanno mostrato che le aree anomale erano “sufficienti a deviare visibilmente l’ago della bussola magnetica sospeso entro un raggio di circa 10 centimetri dalla superficie”. Gli studiosi hanno anche catalogato un esiguo numero di artefatti mesoamericani, “che potrebbero essere stati utilizzati come compasso magnetico per rilevare le anomalie presenti nelle pietre poi utilizzate per le sculture di Monte Alto, sebbene non siano state rinvenute nello stesso sito”. Inoltre, la loro presenza in diverse zone della Mesoamerica fa da apripista alla teoria “che gli abitanti del tardo Preclassico delle coste del Pacifico fossero consapevoli delle proprietà energetica delle pietre. La cosa più curiosa è che la tavoletta di San Lorenzo è stata in grado di allinearsi ai campi magnetici della Terra con l’approssimazione di un grado”. Un tale dispositivo avrebbe prontamente indicato le posizioni e le morfologie delle rocce magnetizzate. “Tra l’altro - sottolineano i ricercatori - diversi manufatti simili, ricchi di ferro e con poteri magnetici, sono stati trovati ovunque in Mesoamerica. Si tratta di schegge di magnetite ed ematite che possono potenzialmente essere utilizzate come pietre per indicare la direzione dei campi energetici. Oggetti che sono stati recuperati da diversi siti nel sud del Messico, suggerendone la fabbricazione e il commercio durante la transizione tra il Tardo e Medio Periodo Preclassico”. 

Inoltre, gli studiosi dicono che potrebbero essere stati utilizzati anche per disegnare i fulmini presenti sui petroglifi di Petroglyph Lake, nell’Oregon, sulle Providence Mountainsin California, e a Grimes Pointin Nevada (USA), estendendo la possibilità della conoscenza del magnetismo a tutto il continente nordamericano. Va notato, tuttavia, che non tutte le sculture rilevate dal gruppo di ricerca hanno mostrato anomalie magnetiche. Il che lascia supporre che le caratteristiche magnetiche delle rocce potrebbero non essere state la motivazione primaria nella scelta del materiale da scolpire. I ricercatori ritengono, però, che “una volta riscontrata l’anomalia magnetica su un masso preselezionato, gli scultori avrebbero dato un preciso orientamento e un posizionare specifica a quelle rocce, e solo a quelle”. Nel complesso, le loro misurazioni delle anomalie magnetiche sul gruppo di sculture testate, dimostrano “una solida evidenza che la conoscenza del magnetismo esisteva nelle Americhe nella seconda metà del primo millennio a.C.”.

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lunedì 13 maggio 2019

DNA E...COMPUTER



Algoritmi a 6 bit ricavati da DNA sintetico, la rivoluzione dei computer.

Gli studiosi della Caltech hanno pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature uno studio riguardante la relazione possibile fra biologia molecolare e computer science. L’incontro tra biologia molecolare e computer science è possibile grazie agli algoritmi. A saperlo bene sono gli scienziati del California Institute of Technology, meglio conosciuto come Caltech.

Il DNA diventa parte integrante del computer tramite algoritmi.Un computer fatto di DNA sembra quasi un’idea fantascientifica. E lo era fino a poco tempo fa. Con uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, gli studiosi statunitensi hanno dimostrato come il DNA sia eseguibile in algoritmi a 6 bit. Ma come è possibile tutto questo? Lo studio si basa su filamenti di DNA sintetico, capace di auto-assemblarsi fino a creare l’equivalente di quello che definiremmo un computer. Per eseguire questo esperimento, gli scienziati si sono basati su piastrelle di DNA definite “DNA tile”. Le piastrelle sono formate per ognuna da un singolo filamento di DNA sintetico e da quattro domini: due in input e due in output. L’algoritmo a 6 bit prende vita proprio nella sfera dell’input e il sistema aggiunge automaticamente fila di molecole, fino a creare degli algoritmi completi.

Computer funzionanti anche in assenza di elettricità:

La straordinarietà della scoperta risiede nel fatto che questa nuova tipologia di computer potrebbe non soltanto andare a sostituire quelli tradizionali ma rivoluzionare il mondo del tech in maniera permanente. Il tutto grazie alla capacità di auto-assemblaggio, dimostrando come non vi sia necessità di una corrente elettrica che scorra nei circuiti di un computer. Questi algoritmi, inoltre, hanno il potere di effettuare una serie di operazioni. Tuttavia bisogna dire che attualmente le funzioni di questi computer sono molto basilari e anche l’autore dell’articolo, Eric Winfree, preferisce andarci cauto. “Questi sono calcoli rudimentali, ma hanno il potere di insegnarci molto su come semplici processi molecolari come l’auto-assemblaggio possano codificare informazioni e far girare algoritmi” ha dichiarato, in merito a questo straordinario esperimento. E sulla relazione tra biologia e computer? Anche qui, Winfree si è lasciato andare ad un commento breve ma ricco di speranze: “La biologia è la prova che la chimica è intrinsecamente basata sull’informazione e può conservare dati che possono guidare comportamenti algoritmici a livello molecolare.” Concludendo, ancora non sappiamo cosa ci si aspetta per il futuro, ma sicuramente la scoperta di come una relazione tra DNA e computer science sia possibile resta una scoperta sensazionale che, prima o poi, verrà impiegata ufficialmente nella costruzione dei personal computer.

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