IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

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LA NUOVA CONOSCENZA

venerdì 28 settembre 2018

EVOLUZIONISMO VS CREAZIONISMO: PRIMA L'UOMO E POI I PRIMATI?

GENETISTA DI FAMA INTERNAZIONALE: «I PRIMATI DERIVANO DALL’UOMO, NON IL CONTRARIO»

Da:


Giuseppe Sermonti è stato docente universitario di Genetica dal 1964, dapprima a Camerino, poi a Palermo e infine a Perugia, dove, dal 1974 al 1986, ha diretto l’Istituto di Genetica. È stato per tre anni presidente dell’Associazione Genetica Italiana e vicepresidente del XIV Congresso Internazionale di Genetica tenutosi a Mosca nel 1978. In questo periodo fu nominato direttore dell’International School for General Genetics del Centro Ettore Majorana e successivamente direttore responsabile dei corsi quadriennali di Microbial Breeding, presso l’International School for General Genetics. Il professor Sermonti è uno degli scienziati che ho citato nell’ultima presentazione del libro L‘origine dell’uomo ibrido ad Andria, di cui vi propongo un estratto che in rete sta accendendo un po’ di discussioni… Dopo l’uomo la scimmia, pubblicato sul sito Airesis, sito che purtroppo non viene più aggiornato dal 2007 ma che possedeva un comitato scientifico come questo.

Il cervello ha un grande volume nel feto, e si riduce, in rapporto al corpo, con la crescita. Un grande cervello è un carattere infantile. Nella foto, un feto umano di sette settimane.

 La teoria evoluzionista, che fa discendere l’uomo dalla scimmia, ha confinato nel regno delle favole l’antropologia biblica, che vuole l’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. Eppure i dati delle più recenti ricerche della paleontologia e della biologia molecolare sembrano indicare la grande antichità dell’uomo e il carattere secondario e derivato degli scimmioni africani. Riacquistano così significato le antiche mitologie, nelle quali l’animalesco trae le sue origini dall’umano.

La cultura occidentale si trova da oltre un secolo, di fronte ad una doppia antropogonia. Nella tradizione biblica l’uomo è creato direttamente dal Signore, a sua immagine e somiglianza. A questa antropogonia se ne sovrappone un’altra, di origine scientifica, secondo la quale l’uomo emerge dalla bestialità scimmiesca, per il gioco delle leggi di natura, senza bisogno del Signore. Si tratta di un’interpretazione di tipo gnostico che vede la creazione iniziale come l’atto malvagio di un demiurgo, e l’emergenza dell’uomo come un processo di liberazione dal male attraverso la conoscenza. [E. Samek Ludovici, La gnosi e la genesi delle forme, rivista di biologia 74 (1-2) pp. 55-86, Perugia 1981]

L’interpretazione biologica ha guadagnato sempre più credito e l’uomo moderno è invitato a considerare l’antropogonia biblica come una favola, o come una metafora o come un raccontino per l’ingenuità dei primitivi. Nello stesso momento, poiché l’uomo ha bisogno di confortare con significati e valori la propria origine, si è attuata una mitizzazione dell’origine bestiale dell’uomo, con la conseguente riformulazione di tutte le nostre giustificazioni e speranze. [J. R. Durant, Il mito dell’evoluzione umana, Rivista di Biologia, 74 (1-2-) pp. 125-151, Perugia 1981. A questo punto si deve dire che l’antropogonia biologica, lungi dall’essere una realtà scientificamente comprovata, è uno dei capitoli più oscuri ed equivoci della nostra scienza moderna, e che l’origine scimmiesca degli uomini è stata sostenuta contro ogni prova neontologica e paleontologica. I risultati più recenti concordano nell’escludere una derivazione dell’uomo dalle scimmie ominidi attuali (scimpanzé, gorilla, orango) o passate, e presentano piuttosto gli scimmioni come specie derivate, recenti e senza futuro biologico. [G. Sermonti La luna nel bosco: saggio sull’origine della scimmia, Rusconi, Milano 1985].

Primitività dell’uomo.

Contrariamente a quanto Darwin affermava e a quanto comunemente si crede, l’uomo non si distingue dalle altre specie di primati per essere particolarmente evoluto e specializzato. All’opposto, così come i primati rappresentano un gruppo primitivo tra i Mammiferi, l’uomo rappresenta una specie primitiva all’interno dei Primati.

Confronto tra i crani fetali e adulti di scimpanzé e di uomo.
Il cranio scimmiesco adulto è molto più alterato nelle proporzioni di quello umano.

La grandezza del cervello umano è stata presa a misura della evoluzione della nostra specie. Il valore di questo dato ponderale è molto discutibile. Se fosse il peso assoluto del cervello a segnare l’intelligenza, la balena e l’elefante ci supererebbero di molto. Se, come pare più giusto, si dovesse valutare il peso cerebrale in relazione al peso del corpo, lo scoiattolo saimiri, il tursoide, il topolino e la tupaia avrebbero più intelligenza di noi. Nello scoiattolo saimiri il cervello rappresenta l’8% del corpo, nell’uomo il 2%. Il grosso cervello è carattere di tutti i primati e si trova in particolare in quelli considerati più primitivi (tursiope, tupaia). [R. Holloway, I cervelli degli ominidi fossili in Gli antenati dell’uomo, Le Scienze, quaderno 17 ottobre 1984.
Nel neonato umano il peso relativo del cervello è quasi il 10% del peso corporeo e nel neonato di scimpanzé pressappoco lo stesso. Un valore enorme rispetto al 2% che l’uomo raggiungerà nella maturità. Il grosso cervello (per quel che conta) è un carattere primitivo e infantile, e non una caratteristica tardiva e adulta. Quasi tutti gli altri caratteri umani hanno una configurazione primitiva e originaria, sono cioè vicini alle conformazioni tipiche dell’ordine e presenti nei più antichi Primati fossili. Il cranio sferoidale, senza creste o arcate prominenti, è un tratto primitivo, così come i piccoli denti bassi e regolari, senza canini emergenti, che si osservano nel driopiteco (10 milioni di anni fa) e nel ramapiteco (15 milioni di anni fa).
La mano umana ha l’architettura primitiva della mano dei tetrapodi. Le cinque lunghe e dritte dita chiudono una serie magica, 1.2.3.4.5., ovvero, radio+ulna, tre+quattro ossicini del metacarpo, cinque ossa del carpo che si continuano nelle falangi. Il piede presenta la plantigrada tipica dei mammiferi più primitivi, mettendo al suo servizio una perfetta integrità strutturale, con la stessa serie 1.2.3.4.5. della mano. Il parallelismo delle falangi del piede è presente nell’embrione di quasi tutti i primati, mentre il distacco dell’alluce è carattere che interviene solo al termine dello sviluppo embrionale degli scimmioni.
La stazione eretta (cui la paleontologia assegna la venerabile età di 5-6 milioni di anni) è anch’essa un tratto primitivo. Essa comporta una base del cranio arrotondata e aperta in un forame occipitale centrale, articolato su un collo verticale. Questa è la condizione che preserva più integro l’allineamento delle vertebre e la sfericità del cranio, che sono caratteri embrionali. L’appoggio sulle nocche degli scimmioni e la stazione quadrupede comportano la torsione della nuca, l’arretramento del forame occipitale e la costrizione della base cranica. Durante lo sviluppo embrionale dei Primati il forame occipitale, inizialmente centrale, migra posteriormente. [M Westenhöfer, Die Grundlagen meiner Theorie von Eigenweg der Menschen, Carl Winter, Heidelberg 1948]

Tutti i caratteri che abbiamo menzionato collegano l’uomo all’embrione proprio e degli altri Primati, e lo indicano come specie giovanile e primigenia, spostandone la comparsa lontanissimo nel passato, oltre la testimonianza, pur impressionante, dei reperti fossili portati alla luce negli ultimi venti anni. Mentre nel 1960 si attribuiva al genere Homonon più di mezzo milione di anni, nel 1980 le datazioni di fossili del nostro genere hanno raggiunto i quattro milioni di anni.
Non tenterò un esame, neppure sommario, dei fossili degli ominidi africani, se non per ribadire che essi testimoniano la grande antichità della stazione eretta. E’ mia convinzione, come quella di autorevoli paleoantropologi, che essi non siano i nostri ascendenti, ma rami laterali di un cespuglio dalla base del quale è emersa la nostra forma. [E. Genet-Varcin, Problèmes de Philogénie chez les hominidés d’un point de vue morphologique , Ann. Paleont. Vértébrés, 61 (“) pp. 211-233, 1975 e S. J Gould, Questa idea della vita, Editori Riuniti pp. 48-554, Roma 1984]

Fossili di scimmioni del tipo dello scimpanzé, del gorilla e dell’orango, benché a lungo cercati, non sono mai stati trovati. Queste forme sono, per quanto ne sappiamo, molto più recenti della forma umana e attribuire il ruolo di nostri ascendenti ad essi o a forme ad essi simili (come voleva Darwin) è trasformare quello che fu un errore scientifico in un falso scientifico.

Molecole e cromosomi

Lo sviluppo della biologia molecolare a partire dagli anni sessanta ha consentito il confronto biochimico tra le specie viventi.. Attraverso un criterio obiettivo di valutazione è divenuto possibile definire la “vicinanza biochimica” tra le specie. Specie giudicate lontane dai sistematici risultarono biochimicamente lontane, specie vicine risultarono biochimicamente molto simili. Confrontando i dati biochimici con quelli paleontologici fu anche possibile trasformare le distanze molecolari in tempi storici.

La Forma umana è inscrivibile nel cerchio e nel quadrato (Leonardo). Al confronto la povera forma scimmiesca appare sproporzionata e deforme.

Si postulò una costanza del ritmo di mutazione nel tempo, si calcolò (per varie proteine) il tempo medio richiesto per una singola modificazione, e si riuscirono così a calcolare, su base molecolare, i tempi di divergenza, cioè le epoche in cui due specie in esame avevano cominciato a registrare nelle loro molecole modifiche indipendenti, avevano cominciato a differenziarsi biochimicamente. [R. E. Dickerson, Struttura e funzione di un ‘antica proteina, Le Scienze, 47, Luglio 1972].

Una delle più sconcertanti risultanze della comparazione molecolare fu la incredibile vicinanza tra l’uomo e gli scimmioni africani. Tradotta in milioni di anni, secondo i principi del cosiddetto “orologio molecolare”, la divergenza tra uomini e scimpanzé risultò di 1,3 milioni di anni, [M. Goodman, in “Progr. Biophys. Molec. Biol”, 38, pp. 105-164, 1981] una data che fu poi corretta a 4-5 milioni di anni. Si trattava, comunque, d’un epoca inferiore alle più antiche documentazioni fossili relative ai primi ominidi (5-6 milioni di anni) in contraddizione con l’idea che gli ominidi derivassero dagli scimmioni.
Un’analisi più sottile delle modificazioni molecolari successive alla divergenza tra uomini e scimmioni rivelò un’altra situazione inattesa. Le modifiche erano state molto più numerose sulla linea scimmiesca che sulla linea umana. Ciò corrispondeva alla constatazione che l’ascendente comune tra uomo e scimmioni aveva una struttura molecolare molto vicina a quella dell’uomo moderno.
Sia anatomicamente che molecolarmente l’uomo risultava il Peter Pan tra i Primati, cioè la specie che non si trasformava nel tempo, il bambino che non voleva crescere. [A. R. Templeton Phylogenetic inference from restriction endonuclease cleavage site maps… in Evolution 37, pp. 221-244, 1983]
I citologi, cioè gli studiosi dei cromosomi, comparando le mappe cromosomiche di uomo, scimpanzé e gorilla raggiunsero, indipendentemente, la stessa conclusione. L’ascendente comune di uomini e scimmioni aveva cromosomi virtualmente uguali a quelli dell’uomo moderno. Anche i citologi raggiunsero la conclusione che uomini e scimmie erano derivati da un proto-uomo, il che significava, in parole semplici, che la figura umana aveva preceduto quella scimmiesca. [J. J. Junis, O. Prakash, The origin of man: a chromosomal pictorial legacy, Science, 215, pp. 1525-30, 1982]

I dati molecolari e citologici hanno sostanziato dunque quello che i dati anatomici e paleontologici avevano indicato. La grande antichità dell’uomo, il carattere primario della nostra specie rispetto al carattere secondario e derivato degli scimmioni africani.

Pan e Satana

La caduta dell’umano nell’animalesco è un avvenimento di così grande drammaticità che ci dobbiamo attendere di trovarne una traccia nelle categorie del nostro spirito, una menzione nelle nostre mitologie. Un esame della mitologia greca e della storia sacra cristiana ci confronta subito con la narrazione della caduta in varie versioni, di cui mi limiterò a citare le due più importanti, che rappresentano due momenti cruciali nella religione olimpica e nelle religioni monoteistiche derivate dall’ebraismo.

Il cranio di un giovane gorilla tra i crani di quattro adulti. Si noti l’aspetto “umano” del cranio infantile. Da questo confronto si sviluppò negli anni Venti l’ipotesi che l’uomo fosse una forma giovanile-generalizzata-originaria e gli scimmioni fossero forme senili- specializzate- derivate. (Museo di Storia Naturale di Salisburgo)

Un mito narra dell’unione del Dio Hermes, l’angelo dei greci, con una ninfa figlia di Driope. Dall’unione nasce un bambino-animale, un essere mezzo uomo e mezzo capro, che il padre porterà in Olimpo, dove sarà assunto alla divinità col nome di Pan. [K. Kereny, Dei ed Eroi della Grecia, vol.1 pp. 162-164, Garzanti, Milano 1976] Pan è il dio dei boschi e delle balze montane, inseguitore di ninfe, suonatore di flauto, custode del riposo meridiano, generatore della follia, dell’incubo, del panico. Questo dio-satiro assunse un ruolo centrale nell’Olimpo ellenico, e rappresenta il lato oscuro, selvaggio, passionale dell’uomo, una condizione estrema del dionisismo, all’opposto della distaccata purezza di Apollo. Nella storia sacra cristiana incontriamo una figura iconograficamente identica al Pan greco: Satana, il diavolo.

Questo satiro, che nella nostra religione non ha nessuna delle qualità gioiose e divine di Pan, è pura malvagità, è la raffigurazione del male assoluto. Anch’esso ha origine da una figura umana, da un a arcangelo arrogante che è punito da Dio e precipitato nel basso e nell’animalesco con tutta la sua razza. Nei bestiari proto-cristiani l’animalesco non è rappresentato dal capro, ma dalla scimmia, e precisamente dalla scimmia umanoide, priva della coda. Scrive il Physiologus (II-IV sec.) “…la scimmia è un immagine del demonio: essa ha infatti un principio, ma non una fine, cioè una coda, così come il demonio in principio era uno degli arcangeli, ma la sua fine non  si è trovata”. [Il Fisiologo, trad. it, Adelphi, Milano 1975]

I primi bestiari cristiani sono probabilmente di origine africana (egiziana) e si deve pensare che portino testimonianza di una tradizione primordiale, nella quale la scimmia derivata dall’umano appare come un simbolo fondamentale della storia sacra. L’origine dell’uomo dalla scimmia asserita da Darwin, oltre a contraddire una serie di prove naturalistiche, ribalta il fondamento della nostra sacralità, ponendo il male, sotto forma di scimmia, all’origine, e il bene come emancipazione dalla creazione primigenia. L’uomo razionale si salva da un cattivo demiurgo creatore.
Nella nostra tradizione, al contrario, è l’uomo che introduce il male nel creato, e la sua redenzione, ad opera del Dio fatto uomo, rappresenta un ritorno alla purezza originaria.

  
ALCUNI COMMENTI RIGUARDO LA TEORIA:

Anche se scimmia e uomo hanno comune radice…questa è però…non la forma scimmiesca ma quella umana. L’espressione volgare, se si devono usare queste formule, dovrebbe suonare così: “la scimmia deriva dall’uomo”…

Max Westenöfer (1926) Heidelberg 1948

Gli ominidi non discendono dalle scimmie antropoidi, piuttosto gli scimmioni possono essere derivati dagli Ominidi…
Bjorn Kurtén, Einaudi 1972

Il venerabile antenato aveva si un cervello piccolo e una faccia grande, ma camminava in posizione eretta e le sue membra avevano le proporzioni a noi note nell’uomo.

André Leroi-Gourhan (1964) Einaudi 1977

Quale fanciullo di primati viventi è più simile, nella forma, agli stadi giovanili dei nostri antenati? La risposta deve essere: la nostra stessa forma infantile

Stephen Jay Gould, Cambridge Mass. 1977

Noi pensiamo che la derivazione degli Ominidi dal ceppo comune a tutti i Primati ha più probabilità di essere vera della filiazione dalla linea scimmiesca.

Pierre-P. Grassé, Adelphi 1979

Che tra i discendenti più elevati e lontani da un presunto modello umano originario possa trovarsi anche una scimmia antropomorfa è idea che non può sorprendere chi come me aderisce alle vedute di un’antropologia tradizionale

Emilio Servadio “Il Tempo” 1983

Sarei fiero di essere un antenato dello scimmione che a differenza di certi esseri umani è nobile e dignitoso.

Alberto Bevilacqua “Il Tempo” 1983

E’ giusto e logico che da un essere perfetto come l’uomo…possa scaturire uno scimpanzé…Non mi disturba affatto essere l’antenato di uno scimpanzé, mi disturberebbe invece esserne un discendente.

Pietro Chiara “Il Tempo ” 1983

Altri specialisti…si son detti: se a detta della paleontologia gli ominidi risalgono a ben cinque milioni di anni, allora per spiegare la nostra stretta parentela con lo scimpanzé o rivediamo la classificazione dei fossili smembrando la famiglia degli Ominidi, o facciamo derivare lo scimpanzé (per il quale mancano fossili) da questa famiglia…Io preferisco la buona biologia che offre poche certezze e tanti dubbi

Pietro Omodeo “L’Espresso” 1983

Potremmo anche formulare la nostra ipotesi dicendo che le scimmie derivano dall’uomo…

J. Gribbin, J. Charfas, Mondadori 1984

L’assenza di fossili di gorilla e scimpanzé conferma la probabilità di una loro derivazione molto recente in seno alla linea Ominide (bipede).

Francesco Fedele, Le Scienze, Quaderni 1984

Le prove cariologiche indicano che tra gli scimmioni africani viventi e gli uomini il miglior modello cromosomico per la condizione protoominide è Homo Sapiens

R. Stanyon, B. Chiarelli, K. Gottlieb, W. H. Patton, 1985


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martedì 25 settembre 2018

LA GRADUALE SCOMPARSA DEL CROMOSOMA " Y "


Il cromosoma Y sta scomparendo. La popolazione maschile è minacciata?

Di recente sono stati pubblicati vari articoli riguardanti le ricerche di un gruppo di studiosi cechi sulla graduale scomparsa del cromosoma sessuale Y.

Secondo alcuni esperti in futuro questo cromosoma scomparirà completamente. Delle conseguenze di una possibile scomparsa di questo cromosoma per la popolazione maschile Sputnik ha parlato con Vladimir Trifonov, dottore di ricerca in scienze biologiche e direttore del laboratorio di genomica comparata all'Istituto di biologia molecolare e cellulare della Sezione siberiana presso l'Accademia nazionale russa delle scienze.

Qual è la funzione del cromosoma Y?

In questo caso intendiamo il cromosoma Y dei mammiferi perché questo cromosoma è presente in molti animali. Una delle sue principali funzioni è la determinazione del sesso poiché dalla presenza di questo cromosoma dipende lo sviluppo di caratteri sessuali maschili. Inoltre, spesso il cromosoma Y è portatore di geni importanti per la spermatogenesi. In alcune altre specie, come nei Guppy, il cromosoma è portatore dei geni responsabili della colorazione vivace di questi pesci.

Cosa può contribuire alla scomparsa del cromosoma Y?

Il cromosoma Y sta inevitabilmente scomparendo poiché non si ricombina facilmente con il cromosoma X. Solitamente tutti gli altri cromosomi del nostro genoma scambiano proprie parti con i loro omologhi per interrompere la propria degradazione. La maggior parte dei cromosomi Y non si ricombina con il cromosoma X: questa è una particolarità della sua evoluzione. E non appena questo scambio, che avviene tramite meiosi, si interrompe, i cromosomi cominciano inevitabilmente a degenerare o a degradarsi. Quindi il modello evolutivo della ricombinazione è del tutto naturale. Non appena smettono di ricombinarsi, cominciano a degradarsi. Alcuni esperimenti comparativi dei cromosomi Y nell'uomo e nello scimpanzé hanno dimostrato che la velocità di questa degradazione con il tempo sta rallentando: mentre all'inizio i cromosomi si degradavano piuttosto velocemente, ultimamente hanno rallentato e non prevediamo una degradazione totale del cromosoma Y per le prossime centinaia di milioni di anni.

Cosa significherebbe la totale scomparsa del cromosoma Y per la popolazione maschile?

Il processo di perdita dei cromosomi Y si è già verificato in alcuni mammiferi e proprio questi possono fungere da modello per ipotizzare la nostra futura evoluzione. Le specie Tokudaia esimensis o Ellobius (Tokudaia è un genere di roditore murino originario del Giappone . Conosciuto come ratti spinosi Ryūkyū o ratti spinosi di campagna , esistono gruppi di popolazione su diverse isole non contigue. Nonostante le differenze nel nome e nell'aspetto, sono i parenti viventi più vicini del topo di campagna eurasiatico Apodemus ) hanno perso il cromosoma Y in maniera indipendente l'una dall'altra. Questo non ha avuto nessuna conseguenza negativa. Un altro cromosoma del genoma si è assunto le funzioni del cromosoma Y e i geni responsabili della spermatogenesi si sono trasferiti in un'altra porzione di genoma. Dunque, si tratta di un processo del tutto naturale dell'evoluzione del genoma che ha semplicemente subito un rallentamento nei mammiferi. Tuttavia, questo processo è più veloce in diverse specie di pesci. Talvolta osserviamo che all'interno di una specie diverse popolazioni possiedono diversi cromosomi sessuali. Ciò significa che in quei casi l'evoluzione sta agendo molto velocemente, ma a nessuno scatta un segnale d'allarme e dice "oh, cosa succederà se a un certo punto scomparirà un cromosoma sessuale?!". Semplicemente questo viene trasferito in un'altra porzione di genoma.

Poiché noi mammiferi abbiamo sistemi così stabili, la degradazione di uno dei cromosomi appare come un evento terribile. Ma non c'è bisogno di preoccuparsi: si tratta di processi naturali che si verificano da miliardi di anni e che non hanno mai portato a conseguenze negative.

Dunque, l'umanità non dovrà tentare di evitare l'estinzione in qualche modo?

No, chiaramente no. Quando questo processo si verificherà, non è detto che l'umanità sarà ancora viva per testimoniarlo. 


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venerdì 21 settembre 2018

COME ADDORMENTARE LE CELLULE "MALATE"



Sviluppato un nuovo farmaco che “addormenta” i tumori

La nuova tipologia di medicinale può indurre la senescenza cellulare, senza causare gli effetti collaterali tipici delle terapie convenzionali.

Un team di ricercatori di Melbourne ha annunciato di aver scoperto una nuova tipologia di farmaco anti-cancro che può indurre la senescenza cellulare, senza però gli effetti collaterali dannosi causati dalle terapie convenzionali. Stando a quanto anticipato dagli scienziati, che hanno visto i risultati del proprio lavoro pubblicati sulle pagine di Nature e di altre prestigiose riviste, la nuova classe di farmaci funziona mettendo “le cellule del cancro a dormire”. Le cellule, di fatto, smettono di crescere, e si arresta anche il processo di diffusione. Il tutto avviene senza danneggiare il DNA. La ricerca, condotta dal professore associato Tim Thomas e dalla collega Anne Voss del Walter and Eliza Hall Institute, dal professor Jonathan Baell dell’Istituto di scienze farmaceutiche Monash e dal dottor Brendon Monahan del Cancers Therapeutics CRC, aveva come obiettivo quello di indagare sulla possibilità di bloccare il cancro attraverso l’inibizione delle proteine KAT6A e KAT6B.
La nuova classe di farmaci è stata la prima a colpire le proteine ​​KAT6A e KAT6B, entrambi note per svolgere un ruolo importante nella guida del cancro. KAT6A si trova al numero 12 della lista dei geni più comunemente amplificata nei tumori. “All’inizio - ha detto il professor Thomas - abbiamo scoperto che KAT6A geneticamente impoverita quadruplicava l’aspettativa di vita nei modelli animali di tumori del sangue chiamati linfoma. Armati della consapevolezza che KAT6A è un importante motore del cancro, abbiamo iniziato a cercare modi per inibire la proteina”. I composti presi in esame dai ricercatori si erano già mostrati efficaci nei test preclinici. “Questa nuova classe di farmaci antitumorali - ha spiegato ancora il ricercatore - è stata efficace nel prevenire la progressione del cancro nei nostri modelli di cancro preclinico. Siamo estremamente entusiasti del potenziale che essi rappresentano come un’arma completamente nuova per combattere il cancro. Il composto è stato ben tollerato nei nostri modelli preclinici ed è molto potente contro le cellule tumorali, mentre sembra non influenzare negativamente le cellule sane”.

Niente effetti collaterali né danni al Dna

Tra le terapie standard per il cancro e questa nuova classe di farmaci esiste una differenza fondamentale. La chemioterapia e la radioterapia funzionano causando danni irreversibili al DNA. Le cellule tumorali non sono in grado di riparare questo danno e muoiono. Il problema è che tali terapie non possono essere “mirate” e causano pertanto significativi danni anche alle cellule sane, con noti effetti collaterali a breve termine, come nausea, affaticamento, perdita di capelli e suscettibilità alle infezioni, nonché effetti a lungo termine come infertilità e aumento del rischio di altri tumori in via di sviluppo. La nuova classe di farmaci anti-cancro, invece, “mette semplicemente le cellule tumorali in un sonno permanente”. “Questa nuova classe di composti - ha commentato il professor Voss - impedisce alle cellule tumorali di dividersi disattivando la loro capacità di” innescare “l’inizio del ciclo cellulare. Il termine tecnico è la senescenza cellulare: le cellule non sono morte, ma non possono più dividersi e proliferare”.

Al via la sperimentazione clinica

“C’è ancora molto lavoro da fare per arrivare a un punto in cui questa classe di farmaci potrebbe essere testate sull’uomo - ha spiegato ancora il ricercatore -. Tuttavia la nostra scoperta suggerisce che questi farmaci potrebbero essere particolarmente efficaci come un tipo di terapia di consolidamento che ritarda o previene le ricadute dopo il trattamento iniziale. La possibilità di offrire ai medici un altro strumento che potrebbero utilizzare per ritardare in modo sostanziale la recidiva del cancro potrebbe avere un grande impatto per i pazienti”. Il team di scienziati è ora al lavoro per avviare la sperimentazione su gruppi di volontari. “In questo progetto abbiamo incontrato molti ostacoli - ha concluso il professor Baell - ma con perseveranza e impegno siamo riusciti a sviluppare un composto potente, preciso e pulito che sembra essere sicuro ed efficace nei nostri modelli preclinici. I nostri ricercatori stanno ora lavorando allo sviluppo di un primo farmaco da testare sull’uomo”.


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martedì 18 settembre 2018

I "DADI" DI DIO E LA NOSTRA REALTA'



Un test d'entanglement quantistico senza precedenti

Dio non giocherà a dadi, ma i quasar sì: i risultati di un esperimento condotto con l'ausilio di due telescopi alle Canarie, fra i quali il Telescopio nazionale Galileo dell'Inaf, e di due lontanissimi quasar, a 8 e 12 miliardi di anni luce da noi.


Un esperimento condotto sull'isola di La Palma, alle Canarie, sotto la guida del gruppo di ricerca di Anton Zeilinger dell'Accademia austriaca delle scienze e dell'Università di Vienna, si è avvalso di due grandi telescopi - il Telescopio nazionale Galileo dell'Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e il William Herschel Telescope - per effettuare un test di entanglement quantistico utilizzando i fotoni di oggetti astronomici lontani. I risultati sono pubblicati sull'ultimo numero di Physical Review Letters.
Dio, i dadi e Einstein - Pur avendo contribuito alle sue basi, la fisica quantistica non piaceva granché ad Einstein. Ha fatto storia la serie ripetuta di paradossi che l'autore della relatività poneva, ogni giorno, a Niels Bohr, per sfidarlo a provare il principio di indeterminazione. «Non posso credere nemmeno per un attimo che Dio giochi a dadi!», esclamò un giorno Einstein nel corso dell'ennesimo braccio di ferro mentale quotidiano. «Piantala di dire a Dio che cosa fare con i suoi dadi», gli rispose Bohr.

IL TEST:

 Nell'esperimento sono state create, in un laboratorio mobile a La Palma, coppie di fotoni entangled (= gemelli) da inviare a stazioni riceventi approntate dai ricercatori accanto ai due grandi telescopi. I telescopi, a loro volta, osservando regioni di cielo quasi opposte, hanno raccolto la luce di due lontanissimi quasar – due nuclei galattici attivi molto luminosi a 8 e 12 miliardi di anni luce da noi. Le variazioni del "colore" nella luce dei quasar sono state sfruttate per decidere quale tipo di misurazioni eseguire sulle coppie di fotoni entangled, con un fotone di ciascuna coppia inviato al ricevitore presso il Telescopio nazionale Galileo e l'altro al presso il William Herschel Telescope, entrambi situati all'osservatorio del Roque de los Muchachos. In particolare, è stata misurata – seguendo le "decisioni" prese in base alle fluttuazioni della luce dei rispettivi quasar – la polarizzazione di ciascun fotone entangled.


GENERATORI CASUALI:

Ma perché ricorrere a un sistema così complesso, addirittura a due quasar, per "decidere" quali misurazioni effettuare? Il motivo sta nel fatto che la misurazione di un fotone di una coppia entangled ha un'influenza immediata sul risultato della misurazione dell'altro fotone: un fenomeno quantistico di violazione del principio di località (che afferma che oggetti distanti non possono avere influenza istantanea l'uno sull'altro) che Einstein, riluttante ad ammetterne l'esistenza, chiamava "azione spettrale a distanza". Ora, affinché i risultati di esperimenti del genere siano validi, è cruciale garantire che le "decisioni" sul tipo di misurazioni da compiere siano completamente indipendenti, senza alcuna possibilità di influenze da una causa comune. Proprio com'è avvenuto nell'esperimento condotto a La Palma: affidando la decisione a fluttuazioni della luce provenienti dai due quasar così distanti, dunque risalente a un'epoca di poco successiva al Big Bang, un'eventuale influenza su entrambe le sorgenti potrebbe aver avuto luogo – calcolano gli scienziati – solo nel 4 per cento dell'Universo conosciuto.

«La sfida cruciale dell'esperimento consisteva nel fare in modo che la scelta delle misure di polarizzazione da compiere su ciascuno dei fotoni entangled fosse fatta in modo completamente indipendente da noi e da qualsiasi ambiente, non importa quanto grande», spiega Dominik Rauch, primo autore dell'articolo. «Questa luce, del tutto autonoma rispetto a noi e a quasi tutto il nostro passato, ci ha permesso di usare i due remoti quasar come generatori di numeri casuali cosmici». Una luce ideale per questo particolare esperimento, e al tempo stesso un metodo inedito per ottenere numeri casuali.


PER APPROFONDIMENTI:






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venerdì 14 settembre 2018

RINGIOVANIRE LE CELLULE PER DIVENTARE IMMORTALI?



Cellule umane dell'endotelio che, divenute anziane, hanno perso la capacità di dividersi 

Cellule umane invecchiate sono state ringiovanite in laboratorio grazie a molecole che agiscono sulle loro centraline energetiche, i mitocondri. È quanto emerge dallo studio di un gruppo dell’Università britannica di Exeter, coordinato da Lorna Harries. La ricerca, pubblicata sulla rivista Aging, potrebbe rappresentare la base per una nuova generazione di farmaci antinvecchiamento. I ricercatori si sono concentrati sulle cellule endoteliali, quelle che rivestono le pareti dei vasi sanguigni e in particolare sulle cellule ormai senescenti, che hanno cioè perso la capacità di dividersi. Utilizzando alcuni composti in grado di agire sulle loro centrali energetiche, hanno osservato che quasi la metà ringiovaniva tornando a dividersi. “La presenza di queste cellule anziane - ha spiegato Harries - è uno dei motivi per cui invecchiamo”. Secondo la ricercatrice, “lo stesso trattamento ringiovanente potrebbe essere applicato anche ad altri tipi di cellule”. Lo stesso gruppo di ricerca aveva infatti già sperimentato in passato alcuni composti in grado di ringiovanire le cellule, ma è la prima volta che vengono individuati come bersagli preferenziali i mitocondri, fondamentali per la vitalità delle cellule. Sulle centrali energetiche cellulari gli studiosi hanno testato tre molecole, interruttori genetici in grado di regolare specificamente il funzionamento di alcuni dei geni di cui sono dotati i mitocondri. “Queste molecole - hanno concluso - forniscono alle centrali energetiche il combustibile necessario per funzionare correttamente, impedendo così alle cellule di invecchiare”.

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