IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

venerdì 15 giugno 2018

IL FUTURO DELL'UOMO NELLO SPAZIO


La NASA studia per sapere se sarà possibile la riproduzione umana nello spazio

Non c’è modo di sfuggire al problema: dobbiamo lasciare il pianeta Terra entro il secolo. E il corpo umano è ancora ignoto nelle sue reazioni quando esposto a molti scenari spaziali. È possibile, quindi, concepire bambini nello spazio? Questa è una risposta che un gruppo di scienziati della NASA vuole rispondere. Per il bene dell’umanità.

Lo sperma funziona a gravità zero?

Ci sono molti vincoli che lo spazio impone al corpo umano. Ci sono molti casi che mostrano la fragilità dell’uomo quando esposto agli elementi dello spazio, ma la riproduzione umana è il punto fondamentale quando si parla del tanto discusso bisogno degli uomini per popolare altri pianeti. Coinvolto nel dubbio esistenziale, un gruppo di scienziati della NASA vuole scoprire se è possibile, in un ambiente a gravità zero, la riproduzione umana. Secondo quanto si può leggere su Live Science, una delle prime indagini sarà quella di inviare sperma nello spazio e analizzarne il comportamento nel contesto della microgravità. L’agenzia spaziale statunitense ha inviato campioni di sperma umano alla Stazione Spaziale Internazionale nell’ultimo viaggio di Falcon 9. Questo tipo di sperimentazione può sembrare un po’ bizzarra o strana dal punto di vista dell’attuale necessità, ma in realtà si tratta di domande pertinenti che la NASA vuole quando prima render chiare perché sta iniziando a guadagnare sempre più importanza e un accresciuto interesse la presenza dell’umanità al di fuori del pianeta. Esistono piani per colonizzare gli esseri umani su Marte e, con questi, c’è bisogno di missioni umane che prevedano periodi sempre più lunghi (occorrono infatti molti mesi per raggiungere Marte). Come tali, moltiplicano le idee per fondare colonie permanenti in un ambiente a gravità zero e parlare di sessualità nello spazio diventa sempre più inevitabile. Siamo quindi di fronte a uno studio pionieristico in questo settore.

Come si svilupperà l’esperienza?

In pratica, la missione Micro-11, chiamata per questo esperimento, consiste nell’osservare il comportamento dello sperma umano e verificare che possa muoversi liberamente e abbastanza velocemente da fondersi con l’uovo all’interno dello spazio microgravità della Stazione Internazionale. I ricercatori, quindi, ricongeleranno lo sperma e lo rimanderanno sulla Terra, dove un altro gruppo di scienziati utilizzerà la tecnologia simile alla fecondazione in vitro per verificare se è in grado di riprodursi.

Esperienze per preparare l’essere umano ai viaggi spaziali

La NASA per qualche tempo si è concentrata su questo argomento. Non è la prima volta che il comportamento dello sperma viene studiato nello spazio. Nel 2017, l’agenzia ha sperimentato lo sperma di ratto e ha concluso che lo sperma è riuscito a sopravvivere congelato durante un viaggio di 9 mesi verso la Stazione Spaziale Internazionale. Quando è tornato sulla Terra, è riuscito a produrre topi sani.
Gli scienziati hanno anche dimostrato che gli invertebrati acquatici sono stati in grado di riprodursi nello spazio nel 1998: lumache e pulci d’acqua sono stati in grado di mantenere cicli di vita all’interno di un serbatoio pieno d’acqua durante un viaggio di quattro mesi a bordo della stazione spaziale Mir.

A un passo da una lunga camminata

Siamo ancora lontani dal sapere veramente se l’essere umano avrà futuro in un pianeta diverso. Mentre capiamo come lo sperma funziona nello spazio, ci sono ancora molte altre domande. Come sarà avere rapporti sessuali nello spazio? Gli esseri umani possono sopravvivere dando alla luce un bambino in condizioni di microgravità? Come supereremo l’enorme quantità di livelli di radiazioni? La mancanza di gravità influirà sullo sviluppo precoce dei bambini? La scienza ha gettato le basi e la NASA scoprirà finalmente se avremo una possibilità come viaggiatori a lungo termine nello spazio. C’è ancora molto da fare, però, andiamo piano.


COMMENTO:

A QUESTO PROSPOSITO, IO E IL DR. PATTERA ABBIAMO SCRITTO UN CAPITOLO SPECIFICO NEL NOSTRO LIBRO:
“IL PRINCIPIO DELL’IMMORTALITA’” -  CREATE SPACE EDITION 2016:

DAL TITOLO: IL VINCOLO PLANETARIO.

SPIEGHIAMO CHIARAMENTE IL PERCHE’ SIA POSSIBILE IL CONCEPIMENTO IN MICROGRAVITA’ O ASSENZA DI GRAVITA’, MA SIA ASSOLUTAMENTE SCONSIGLIATO

ECCO PERCHE’ QUALSIASI VEICOLO SPAZIALE CHE PORTERA’ IN FUTURO L’UOMO VERSO L’ESPLORAZIONE DELLO SPAZIO PROFONDO DOVRA’ AVERE ASSOLUTAMENTE E SENZA DEROGHE UN SIMULATORE DI GRAVITA’

POTETE LEGGERE L’APPROFONDIMENTO QUI: https://www.academia.edu/33189126/IL_VINCOLO_PLANETARIO_

PER APPROFONDIMENTI:






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martedì 12 giugno 2018

LE PIANTE E L'ESPLORAZIONE DELLO SPAZIO


Le piante sono intelligenti? ‘Sì, e imitarle ci permetterà di esplorare altri pianeti’

Qualche giorno fa un gruppo di scienziati svedesi ha pubblicato un nuovo studio su Plus One, nel quale si faceva luce su alcuni meccanismi messi a punto dalle piante che vivono in un ambiente “affollato” da specie vegetali. Le piante secernono in questi contesti particolari sostanze chimiche, che spingono i vicini vegetali a crescere in modo più “aggressivo”, con l’obiettivo (presunto) di non essere lasciate nell’ombra. Ci sono infatti piante che, in ambienti ricchi di vita vegetale, rallentano i propri ritmi di crescita e altre che mettono in atto un approccio più dinamico. Da oltre dieci anni si discute di intelligenza vegetale, ma a oggi il mondo accademico è diviso: c’è chi parla della forte capacità di interazione che le piante hanno col proprio ambiente e chi, invece, riconosce agli organismi vegetali una vera e propria intelligenza. Abbiamo incontrato Camilla Pandolfi, ricercatrice del LINV(Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale) dell’Università di Firenze, per chiarire alcuni punti del dibattito. Camilla Pandolfi, ricercatrice del LINV(Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale) dell’Università di Firenze

Cosa intendiamo per intelligenza vegetale?

Il concetto di intelligenza è legato alla capacità di risolvere determinati problemi. Nel caso delle piante, i problemi sono legati all’ambiente. Possiamo affermare quindi che ogni organismo è intelligente nella misura in cui esso si è adattato per risolvere i problemi legati alla sopravvivenza, rispondendo al sopraggiungere di situazioni avverse, come un evento ambientale avverso o un attacco di predatori (ad esempio insetti erbivori). Gli aspetti dell’intelligenza che indaghiamo all’interno del nostro laboratorio sono legati alla capacità delle piante di percepire e utilizzare segnali provenienti da altre specie vegetali per aumentare la capacità di sopravvivenza (plant communication). Recentemente, abbiamo pubblicato un articolo dimostrando come una pianta sottoposta a uno stress ambientale (nell’esperimento condotto, il terreno nel quale si trovava il vegetale aveva una concerntrazione salina molto alta) riuscisse ad allertare tramite l’emissione di composti volatili, le piante vicine. Le piante cresciute in prossimità di piante stressate infatti, mettono in atto una serie di modifiche fisiologiche del proprio metabolismo, che le prepara qualora quello specifico stress ambientale dovesse espandersi fino alla parte di terreno ove esse si trovano. Alcuni ricercatori sono scettici rispetto al termine intelligenza utilizzato nei confronti del mondo vegetale, assumendo che questo dovrebbe essere utilizzato solo in riferimento all’uomo e agli animali. Come commenta questa posizione? Dobbiamo distinguere tra intelligenza e coscienza. Uno dei preconcetti principali è dato dal fatto che le piante non abbiano un sistema nervoso centrale, ma esse mettono in campo una serie di strategie di adattamento che non possono essere ignorate. Diversi studi, ad esempio, sono riusciti a dimostrare la capacità delle piante di memorizzare degli stimoli, riconoscendo quelli non dannosi. In particolare le piante di Mimosa pudica, una pianta che risponde al tatto chiudendo istantaneamente le proprie foglioline, sottoposte ogni giorno ad uno stimolo tattile, imparano dopo qualche settimana che tale stimolo non necessita una repentina chiusura. Sottoponendole ad uno stimolo non noto invece, ripristinano il comportamento della chiusura veloce delle foglie.

                   Foglie di Mimosa pudica prima e dopo essere state toccate. Agf/Veo

Questo semplice ma fondamentale esperimento dimostra che un organismo privo di sistema nervoso centrale è in grado di capire quando vale la pena investire le proprie energie per mettere in atto dei meccanismi di difesa, e quando invece questo non è necessario.

Quali saranno le principali linee di ricerca per il futuro, in questo ambito?

Ci sono studi che stanno cercando di capire come poter prendere ispirazione da questi comportamenti intelligenti. Le piante devono spesso risolvere compiti complessi, mettendo in atto strategie di funzionamento semplici. Lo studio sulla dispersione dei semi, ad esempio, ha aiutato gli scienziati a progettare i primi alianti. Noi stiamo studiando una particolare tipologia di dispersione di semi messa in atto da alcune specie vegetali: questi semi sono in grado di sotterrarsi in maniera totalmente passiva, sfruttando i cambiamenti di umidità presenti in atmosfera e senza alcun bisogno di energia. Questo grazie a fibre idroscopiche, che cambiano la propria forma a seconda dell’idratazione presente nell’ambiente esterno. Stiamo provando a mimare questa particolare capacità dei semi, nell’ambito di uno studio condotto con l’Agenzia spaziale europea e volto allo sviluppo di tecnologie utili all’esplorazione di altri pianeti.


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sabato 9 giugno 2018

IL NEUTRINO: UN IGNOTO ... GIA' NOTO...


PREMESSA:

In fisica delle particelle il neutrino è una particella subatomica elementare di massa piccolissima e carica elettrica nulla. Appartiene al gruppo dei leptoni e alla famiglia dei fermioni. Possiede elicità uguale a -1 (elicità sinistrorsa) (L'elicità di una particella è definita come la proiezione del suo vettore di spin nella direzione del suo impulso (quantità di moto) : Dalla definizione consegue che se il vettore di spin punta nella stessa direzione del momento, allora l'elicità sarà positiva, altrimenti negativa). Dopo esserne stato considerato per lungo tempo privo, alcuni esperimenti hanno mostrato che ha una massa da 100 000 a 1 milione di volte inferiore a quella dell'elettrone, con valore più probabile intorno a 0,05 eV/c2. I neutrini interagiscono solo con la forza nucleare debole e la forza gravitazionale, non risentendo né dell'interazione nucleare forte né dell'interazione elettromagnetica. Il nome neutrino fu coniato da Edoardo Amaldi durante una conversazione con Enrico Fermi all'Istituto di fisica di via Panisperna a Roma, come diminutivo scherzoso della parola neutrone, altra particella neutra molto più massiccia. Il termine fu poi adottato da Fermi in una conferenza a Parigi nel luglio 1932 e alla conferenza Solvay del 1933, dove fu utilizzato anche da Wolfgang Pauli, e da lì si diffuse nella comunità scientifica internazionale. Poiché il neutrino interagisce debolmente, quando si muove attraverso la materia le sue possibilità di interazione sono molto piccole. Occorrerebbe un ipotetico muro in piombo spesso un anno luce per bloccare la metà dei neutrini che lo attraversano. I rivelatori di neutrini di solito contengono centinaia di tonnellate di materiale, costruito in modo tale che pochi atomi al giorno interagiscano con i neutrini entranti. Esistono tre tipi differenti di neutrino: il neutrino elettronico νe, il neutrino muonico νμ e il neutrino tauonico ντ, in diretta relazione rispettivamente con i leptoni del modello standard (elettrone, muone e tauone). L'esistenza di tre famiglie di neutrini è stata misurata al Large Electron-Positron Collider. In particolare, la misura della larghezza di decadimento del bosone Z ha stabilito che esistono tre tipologie di neutrino aventi massa minore di 45 GeV e che interagiscano debolmente. Nel Modello Standard (MS) i neutrini sono ipotizzati esistere privi di massa. Tuttavia, esperimenti recenti suggeriscono che ciò sia falso. Infatti, flussi di neutrini possono oscillare tra i tre autostati di interazione, in un fenomeno conosciuto come oscillazione dei neutrini (che fornisce una soluzione al problema dei neutrini solari e a quello dei neutrini atmosferici). Questo, inevitabilmente, induce a modificare il MS, introducendo dei termini nuovi per soddisfare la richiesta che i neutrini siano particelle dotate di massa. Da diversi esperimenti effettuati da numerose collaborazioni internazionali (tra le quali si possono citare Super-Kamiokande, Sudbury Neutrino Observatory e KamLAND), è emersa l'evidenza del fenomeno noto come "oscillazione di sapore" dei neutrini, un fenomeno che fa mutare la particella da una "famiglia" ad un'altra, suggerendo che questa particella possegga una massa, così come già teorizzato dal fisico Bruno Pontecorvo nel 1969. I neutrini esistono in tre "sapori" conosciuti, i muonici, gli elettronici e i tauonici, assieme ai loro antineutrini. Alcuni anni fa si pensava che i neutrini potessero essere ritenuti responsabili per la materia oscura, ma con l'attuale conoscenza della loro massa possono contribuire solo per una frazione insignificante.

LA NOTIZIA:

I neutrini si trasformano: nuova importante scoperta (O MEGLIO RICONFERMA – NDR) del Cern
I neutrini, a dispetto del nome, hanno una loro personalità: si trasformano. Scherzi a parte, a trovarne le prove è stata la collaborazione internazionale dell'esperimento Opera (Oscillation Project with Emulsion-Racking Apparatus) che oggi ha presentato, nel corso di un seminario ai laboratori nazionali del Gran Sasso (Lngs) dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), e in un articolo pubblicato sulla rivista Physical Review Letters, i risultati finali dei suoi cinque anni di osservazione dei neutrini prodotti con il progetto Cngs (Cern Neutrinos to Gran Sasso) un fascio di neutrini muonici. Cngs è stato realizzato per verificare il fenomeno della trasformazione dei neutrini muonici, misurando con il rivelatore Opera l'apparizione di neutrini tau, dopo il loro viaggio dal Cern ai laboratori sotterranei del Gran Sasso. Nei suoi risultati finali Opera riporta un totale di 10 eventi indicativi della trasformazione dei neutrini da muonici in tau. Questo risultato dimostra in modo diretto e inequivocabile che i neutrini muonici oscillano in neutrini tau. Esistono, infatti, tre tipi di neutrini: muonici, elettronici e tau. La loro trasformazione è un processo noto come "oscillazione", la cui scoperta è stata insignita del premio Nobel per la fisica nel 2015. I neutrini muonici prodotti al Cern tra il 2008 e il 2012 con il fascio Cngs raggiungevano i laboratori Infn del Gran Sasso dopo aver percorso 730 km attraverso la crosta terrestre, in 2,4 millisecondi. Al loro arrivo erano rivelati dall'esperimento Opera, un apparato di circa 4.000 tonnellate di massa complessiva, composto di 150.000 mattoncini costituiti da lastre di piombo, con cui interagivano i neutrini, ed emulsioni nucleari utilizzate per fotografare le interazioni. La collaborazione Opera ha osservato il primo evento di oscillazione di un neutrino muonico in uno tau nel 2010, seguito da quattro eventi rivelati tra il 2012 e il 2015, quando ha annunciato la scoperta dell'apparizione del neutrino tau avendo raggiunto per la prima volta la significatività statistica necessaria. Il trasformismo dei neutrini dimostra che hanno una massa. E questo può modificare molte conoscenze nel campo della Fisica. Ora, grazie a una nuova strategia di analisi applicata all'intero campione di dati raccolto tra il 2008 e il 2012 - vale a dire il periodo in cui è stato attivo il fascio dal Cern ai laboratori del Gran Sasso - sono stati identificati in totale 10 eventi candidati, che hanno ulteriormente migliorato il livello di significatività statistica della scoperta. "Abbiamo analizzato tutti i dati con una strategia completamente nuova, tenendo conto delle caratteristiche peculiari degli eventi", ha spiegato Giovanni De Lellis, responsabile della collaborazione internazionale Opera. "E riportiamo anche - ha proseguito De Lellis - la prima osservazione diretta del numero leptonico del neutrino tau, ossia il parametro che discrimina i neutrini dalla loro controparte di antimateria, gli antineutrini. È molto gratificante vedere oggi che i risultati ottenuti superano ampiamente il livello di significatività statistica che avevamo previsto quando abbiamo proposto l'esperimento". Oltre al contributo dell'esperimento a una migliore comprensione del comportamento dei neutrini, l'eredità di Opera consiste anche nello sviluppo di nuove tecnologie. La collaborazione ha aperto la strada all'impiego su larga scala delle cosiddette pellicole di emulsioni nucleari per registrare tracce di particelle con tecnologie completamente automatizzate ad alta velocità e di accuratezza sub-micrometrica. Oltre che per la rivelazione dei neutrini, questa tecnologia trova applicazioni in una vasta gamma di altre aree scientifiche, dalla ricerca della materia oscura fino all'indagine dei vulcani. È utilizzata anche per ottimizzare l'adroterapia oncologica, ed è stata recentemente impiegata per studiare la Grande Piramide, uno dei più antichi e grandi monumenti al mondo, costruiti durante la dinastia del faraone Khufu, noto anche come Cheope.


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mercoledì 6 giugno 2018

E' POSSIBILE TRASFERIRE LA MEMORIA DA UN CERVELLO AD UN ALTRO?



Una scoperta senza precedenti quella di alcuni ricercatori americani che hanno tentato di condurre un esperimento che ha dell’incredibile. La loro idea era quella di provare a trasferire un ricordo da un essere vivente ad un altro. Al momento i primi test sono stati condotti su cavie animali, ma se il tutto verrà confermato, un giorno la tecnica potrebbe essere utilizzata per migliorare le stato di salute mentale di pazienti che hanno subito gravi traumi.

In Linea di principio  nessuno potrebbe mai rubarci sensazioni e ricordi. Chiunque può conoscere alcuni tratti della nostra vita, ma solo dentro di noi conserviamo i momenti più intimi, quelli che ci rendono persone uniche. Tuttavia la nostra mente racchiude anche ricordi dolorosi collegati a traumi. Ed è proprio su questi che vorrebbero agire i ricercatori dell’University of California. Per farlo, hanno sfruttato l’RNA, ovvero l’acido ribonucleico, da tempo riconosciuto come un messaggero cellulare in grado di produrre proteine ed eseguire le istruzioni impartite dal DNA in varie parti della cellula. Ora, però, si è scoperto che l’RNA è anche in grado di eseguire funzioni completamente differenti relative alla codifica di alcune proteine, compresa la regolazione di processi cellulari coinvolti nello sviluppo di una malattia.


Le lumache marine chiamate Aplysia, forse sono la chiave. Attraverso brevi scosse elettriche intervallate , alle lumache veniva provocato il riflesso di “ritiro”. La differenza tra le lumache a cui erano stati effettuati i micro-traumi con scossa elettrica e quelle non traumatizzate è stato evidente. Le prime, infatti, evidenziavano una contrazione difensiva della durata di 50 secondi, mentre le seconde, mostravano una contrazione di solo un secondo.

Come si fa a trasferire un ricordo?
Allo scopo di trasferire il ricordo del trauma/scossa da una lumaca all’altra, gli scienziati hanno estratto l’RNA del sistema nervoso sia dalle lumache marine che avevano ricevuto le scosse elettrica che da quelle che non avevano ricevuto niente. Dopodiché l’RNA del gruppo sottoposto a shock è stato iniettato in sette lumache marine non sensibilizzate. La stessa cosa è avvenuta con l’RNA delle altre lumache.

I risultati:
Dai risultati è emerso che le sette lumache che hanno ricevuto l’RNA delle loro parenti sensibilizzate si sono comportate esattamente come se avessero avuto lo shock causato da scosse elettriche. La contrazione difensiva naturale, infatti, è durata mediamente 40 secondi anziché uno. «È come se avessimo trasferito la memoria», ha dichiarato David Glanzman, professore presso UCLA. Al contrario, le lumache che hanno ricevuto l’RNA da lumache non sensibilizzare non hanno mostrato una contrazione difensiva diversa dalla norma.

Lo studio continua:
Nonostante gli scienziati avessero già ottenuto eccellenti risultati, hanno deciso di proseguire con i loro test. Hanno pensato, quindi, di aggiungere l’RNA alle piastre di Petri che contenevano neuroni estratti dalle lumache che non avevano ricevuto la scossa elettrica. Alcuni  contenevano motoneuroni e altri neuroni sensoriali. Questi ultimi erano proprio quelli che avevano evidenziato una maggiore eccitabilità a causa dello shock elettrico. Mentre i motoneuroni inseriti nella piastra di Petri derivanti da lumache non sensibilizzate non erano eccitati.

Pagine di medicina da riscrivere?
Fino a ieri le neuroscienze ci dicevano che i ricordi vengono immagazzinati nelle sinapsi. Mentre Glanzman ritiene che vengano stoccati nel nucleo dei neuroni. Ma «se i ricordi fossero conservati nelle sinapsi, il nostro esperimento non avrebbe funzionato in alcun modo. Penso che in un futuro non troppo lontano, potremmo potenzialmente utilizzare l'RNA per migliorare gli effetti del morbo di Alzheimer o del disturbo da stress post-traumatico», ha concluso Glanzman il quale ritiene che esista un modo per risvegliare i ricordi silenziati che si evidenziano nei pazienti affetti da Alzheimer. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista della Society for Neuroscience.

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venerdì 1 giugno 2018

VERSO L'IMMORTALITA'?



Genetica, "entro 10 anni l'uomo sarà immortale" ?

Il sito scientifico statunitense STAT afferma che entro 10 anni è ipotizzabile la creazione di cellule umane immuni a tutti i virus conosciuti, a proliferazione cellulare maligna e radiazioni, oltre che resistenti all'invecchiamento: in pratica, qualcosa che somiglia molto all'immortalità. Gli scienziati, citati dal sito a stelle e strisce, sono giunti a tale conclusione eseguendo ricerche ed esperimenti sul batterio Escherichia coli e introducendo 321 modifiche al microorganismo che l’hanno reso invulnerabile ai virus. Le modifiche da apportare al genoma umano richiederanno sforzi maggiori e, secondo il professor George Church dell’Università di Harvard, bisognerà apportare nell’ambito di GP-write (Progetto genoma umano – Scrittura) almeno 400,000 modifiche nei 20,000 geni del genoma umano per renderlo immune ai virus. Secondo il professore, bisognerebbe eliminare i codoni (unità del codice genetico) per poi riprogrammare i geni umani in modo tale da renderli invulnerabili alle radiazioni, all'invecchiamento, al freddo e al cancro.

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lunedì 28 maggio 2018

I MISTERI DEI ROTOLI DI QUMRAN



Rotoli del Mar Morto: scritte misteriose visibili solo con la tecnologia della Nasa

Nuove rivelazioni sugli antichi Rotoli del Mar Morto.

Una tecnologia sviluppata per la Nasa ha infatti rivelato lettere invisibili ad occhio nudo su frammenti di 2.000 anni, scoperti negli anni '50 nelle caverne vicino a Qumran, sulla riva occidentale del Mar Morto, che comprendono decine di migliaia di frammenti di pergamena e papiro da circa 1.000 diversi manoscritti. L'Autorità per le Antichità di Israele ha dichiarato che gli esami di alcuni frammenti che non erano stati precedentemente ordinati o decifrati a causa della loro «piccola dimensione e precario stato di conservazione» hanno indicato l'esistenza di un manoscritto sconosciuto. Il ricercatore Oren Ableman ha esaminato alcune decine di frammenti e ha scoperto «tracce di inchiostro su molti frammenti che apparivano vuoti ad occhio nudo», hanno sottolineato esponenti dell'ente israeliano. Uno di questi frammenti non può essere attribuito a nessun manoscritto conosciuto, aumentando la possibilità che appartenga a un testo ancora sconosciuto. Altri frammenti sono stati identificati come appartenenti ai libri di Deuteronomio, Levitico e Giubileo. Uno è della Pergamena del Tempio, mentre un altro è stato identificato come appartenente alla pergamena dei Grandi Salmi. L'Autorità ha detto che i frammenti "forniscono nuovi spunti" ai ricercatori che studiano i rotoli. Qumran, località sulla riva occidentale del Mar Morto, a 14 chilometri a sud di Gerico, in pieno deserto di Giudea, è legata indissolubilmente a una delle scoperte archeologiche più importanti del secolo scorso. Dopo la prima scoperta nell'aprile del 1947, altri rotoli vennero ritrovati e datati tra la metà del III secolo prima dell'era cristiana e I secolo dell'era cristiana. Sono testi che permettono di conoscere la Bibbia, l'ambiente religioso in cui è sorta, il giudaismo del Secondo Tempio e il periodo delle origini cristiane. Queste scoperte hanno già aperto un nuovo dibattito tra gli studiosi. Attendiamo fiduciosi i nuovi sviluppi.




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