IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

lunedì 12 agosto 2019

BUONE VACANZE CON L'UNIVERSO ELETTRICO

IN VISTA DELLE CONFERENZE CHE TERREMO NEL PROSSIMI AUTUNNO/INVERNO, VI INVITO A LEGGERE ED APPROFONDIRE QUESTO INTRIGANTE ED EMERGENTE ARGOMENTO:


   http://www.omphilabs.it/prod/IL-CIELO-ELETTRICO-The-Electric-Sky_(Donald-Scott).htm




SE TI E' PIACIUTO QUESTO POST NON PUOI PERDERE:

LA VERA "GENESI" DELL'UOMO E' COME CI HANNO SEMPRE RACCONTATO? OPPURE E' UNA STORIA COMPLETAMENTE DIVERSA?

"L'UOMO KOSMICO", TEORIA DI UN'EVOLUZIONE NON RICONOSCIUTA"
" IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: LA VERA GENESI DELL'HOMO SAPIENS"
DI MARCO LA ROSA
SONO EDIZIONI OmPhi Labs







mercoledì 7 agosto 2019

ALLUCINAZIONI ARTIFICIALI


Allucinare i topi con la luce

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

In questi animali è sufficiente stimolare una ventina di neuroni della corteccia visiva per indurre percezioni che non hanno corrispondenza con la realtà.

Indurre allucinazioni in modo artificiale è possibile.

 Lo ha dimostrato uno studio su topi effettuato da Karl Deisseroth e colleghi della Stanford University e pubblicato su “Science”. Gli autori ci sono riusciti stimolando un numero di cellule cerebrali sorprendentemente limitato della corteccia visiva. Oltre a fare luce sul fenomeno percettivo delle allucinazioni, il risultato potrebbe avere una ricaduta nella comprensione dei disturbi psichiatrici negli esseri umani, come la schizofrenia, di cui le allucinazioni sono una manifestazione tipica, oppure nella progettazione di più avanzate interfacce neurali per protesi. Deisseroth e colleghi hanno usato l’optogenetica, ovvero una tecnica in cui, grazie a un’opportuna manipolazione genetica, i neuroni possono essere attivati inviando loro impulsi di luce laser con determinate caratteristiche. E hanno sfruttato anche la tecnologia degli ologrammi, in modo che la luce potesse raggiungere solo specifici neuroni scelti dagli sperimentatori, localizzati in aree di un millimetro quadrato in due distinti strati della corteccia cerebrale dei topi. Nel corso dell’esperimento vero e proprio, i roditori sono stati posti di fronte a uno schermo su cui comparivano barre bianche e nere, orizzontali o verticali, e sono stati addestrati a ricevere acqua solo quando vedevano le barre verticali. Gli autori hanno registrato l’attività della corteccia visiva, l’hanno decodificata e hanno usato i dati ottenuti per stimolare la stessa area con l’optogenetica. Una volta individuata la giusta popolazione di cellule – circa 20 neuroni o anche meno – grazie alla stimolazione sono riusciti a far percepire ai topi le barre verticali od orizzontali, pure in assenza di uno stimolo sensoriale naturale. Questo fatto era dedotto dal comportamento degli animali che si aspettavano o meno di ottenere l’acqua. Il risultato fa sorgere alcune questioni fondamentali sui meccanismi che producono o che inibiscono le allucinazioni percettive. “È notevole il fatto che la stimolazione specifica di pochi neuroni generi una percezione”, ha commentato Deisseroth. “Il nostro studio mostra che la corteccia cerebrale dei mammiferi è in qualche modo pronta a rispondere a un numero incredibilmente basso di cellule senza causare percezioni spurie in risposta al rumore dell’attività neuronale casuale”.

È naturale a questo punto fare un confronto con gli esseri umani.

“Un cervello di topo ha milioni di neuroni, un cervello umano ne ha molti miliardi: se solo una ventina di essi circa può creare una percezione, viene da chiedersi perché non abbiamo percezioni tutto il tempo, a causa di attività spurie casuali”, ha concluso Deisseroth.

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sabato 3 agosto 2019

UMANI ARCAICI E...SAPIENS: CORRELAZIONI INASPETTATE



Il molare rinvenuto in Cina testimonia incroci tra H. Sapiens e Denisoviani.

L’analisi del fossile di un molare umano risalente a 160.000 anni scoperto in Cina offre la prova concreta di incroci tra umani arcaici e Homo sapiens in Asia. Lo studio è incentrato su un molare inferiore e tre radici, un tratto raro che si trova principalmente negli asiatici moderni e che in precedenza, si pensava si fosse evoluto dopo l’allontanamento dell’Homo sapiens dall’Africa.



La nuova ricerca punta infatti a dimostrare un diverso percorso evolutivo. “La presenza di questo tratto nel fossile suggerisce non solo che è più vecchio di quanto precedentemente si pensasse, ma anche che alcuni gruppi asiatici moderni hanno ottenuto il tratto attraverso l’incrocio con un ‘gruppo gemello’ di Neanderthal, i Densiovani“, spiega Shara Bailey, professore di antropologia all’Università di New York e autrice principale dello studio.

Così tanta storia in un singolo molare!

In uno studio precedente, peraltro, Bailey e i suoi colleghi conclusero che i Denisovani occuparono l’altopiano tibetano molto prima dell’arrivo dell’Homo sapiens nella regione. Quel lavoro, insieme a nuove analisi, si concentrò su una mandibola inferiore di un ominide trovata sull’altopiano tibetano, nella grotta carsica di Baishiya a Xiahe, in Cina nel 1980. Lo studio, che comprendeva l’antropologa della NYU Susan Antón e Jean-Jacques Hublin, direttore del Dipartimento di evoluzione umana presso l’Istituto Max Planck, aveva l’obiettivo di comprendere la relazione tra gli umani arcaici che occupavano L’Asia più di 160.000 anni fa e gli asiatici moderni.


 “In Asia, ci sono da tempo discussioni circa la ‘continuità‘ tra umani arcaici e moderni a causa di alcuni tratti condivisi“, osserva Bailey. “Ma molti di questi tratti sono primitivi o comunque non sono tipici dell’etnia asiatica. Tuttavia, il tratto del molare inferiore a tre radici è unico per i gruppi asiatici: la sua presenza nei resti di un ominide risalenti a 160.000 anni fa in Asia suggerisce che il tratto fosse trasferito all’Homo sapiens attraverso l’incrocio con umani arcaici provenienti dall’Asia“.

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mercoledì 31 luglio 2019

RIVALUTIAMO LA PANSPERMIA?



Sempre più credibile l’ipotesi della PANSPERMIA !

Da Harvard uno studio che sembra avvalorare l'ipotesi della panspermia per la diffusione della vita nella galassia.

«Una volta che tutti i nostri tentativi di ottenere materia vivente da materia inanimata risultino vani, a me pare rientri in una procedura scientifica pienamente corretta il domandarsi se la vita abbia in realtà mai avuto un’origine, se non sia vecchia quanto la materia stessa, e se le spore non possano essere state trasportate da un pianeta all’altro ed abbiano attecchito laddove abbiano trovato terreno fertile.» – (Hermann von Helmholtz).

La Panspermia è una teoria secondo la quale la vita sarebbe stata importata sulla Terra e su altri pianeti da comete, meteoriti o per alcuni, accidentalmente o volutamente, da civiltà aliene evolute (panspermia guidata). Si tratta di un’idea abbastanza credibile, almeno su distanze cosmiche non troppo grandi, come ammette l’astronomo Seth Shostak, presidente del SETI. Questa teoria, è oggi avvalorata da un nuovo studio basato sull’espulsione di corpi come gli asteroidi che diffondono i germi della vita attraverso sistemi stellari vicini. Nuovi calcoli affermano che tale fenomeno potrebbe essere molto concreto. Lo studio, condotto da un team di ricercatori dell’Istituto di Teoria e Computazione dell’università di Harvard,che comprendeva Idan Ginsburg e il solito Avi Loeb, oltre a Manasvi Lingam, è basato sul calcolo più completo che sia mai stato realizzato riguardo alle probabilità che questo evento si realizzi, almeno nella nostra galassia, la via Lattea, e i risultati ottenuti hanno sorpreso sia tutto il team di Idan. Lo strabiliante risultato ha dimostrato che possono esistere fino a 10 trilioni di corpi delle dimensioni di un asteroide in grado di trasportare nello spazio la vita sotto forma di microrganismi. A questi corpi andrebbero a sommarsi un numero pari a 100 milioni di oggetti delle dimensioni di Encelado, cioè con un diametro di circa 500 chilometri e almeno altri mille oggetti delle dimensioni della Terra che portano con loro la vita o comunque del materiale capace di generarla. Il risultato è quindi chiaro, la panspermia all’interno della nostra via Lattea “non solo è possibile, ma è probabile”, come suggerisce lo stesso Idan Ginsburg. L’ipotesi della panspermia si è sempre scontrata con vari problemi. uno di essi, le radiazioni ultraviolette, potenzialmente in grado di distruggere ogni forma di vita, non sarebbe poi un problema così insormontabile, in quanto, secondo il ricercatore, sarebbero sufficienti alcuni centrimetri di roccia per schermarla e fornire una adeguata protezione alla vita microbica stessa, senza contare che esistono forme di vita in grado di resistere a tali radiazioni senza necessitare di nessuna protezione, queste forme di vita particolari sono dette “estremofile”. Un’altra scoperta importante avvenuta negli ultimi anni è che molti batteri e microorganismi possono sopravvivere nello spazio e in teoria anche alla fase del “rientro”, ossia l’impatto del corpo celeste che trasporta la vita sulla superficie di un altro corpo astronomico dove potrebbero trovare terreno fertile per proliferare, tipicamente un pianeta. A seminare la vita in ogni dove nella galassia potrebbe essere lo stesso centro galattico ricco di corpi astronomici di ogni dimensione, planetesimi, comete, asteroidi, lune di ogni tipo, che, una volta espulse dalle vicinanze del centro galattico, potrebbero fungere da veicoli per il trasporto della vita nel resto della galassia, in particolare nei suoi bracci a spirale. La panspermia, quindi, potrebbe trasportare la vita tra le stelle e tra gli stessi pianeti di un sistema stellare che, in prospettiva, sarebbero culle dove la vita microbica esiste, si diffonde e potrebbe un giorno evolvere in forme più complesse come è successo qui sulla Terra. Questo potrebbe succedere, e forse è già successo, in molti sistemi stellari, alcuni dei quali scoperti da poco. Uno di essi, il sistema stellare chiamato Trappist-1 conta diversi esopianeti orbitanti attorno alla stella principale, Trappist appunto, una nana rossa a 40 anni luce dal nostro sistema solare.

Una ricerca effettuata su questo sistema analizza la possibilità che la vita, presente inizialmente su uno solo dei pianeti del sistema di Trappist-1, potrebbe poi essere stata trasportata, tramite il naturale scambio di materiali tra pianeti di uno stesso sistema stellare, da un pianeta all’altro secondo il fenomeno che abbiamo descritto, la panspermia. Autore della ricerca, Sebastiaan Krjit che ha svolto uno studio apparso poi su l’Astrophysical Journal Letters. Knijt è ricercatore dell’Università di Chicago, e pensa che lo scambio di materiale tra pianeti adiacenti nel sistema TRAPPIST-1 potrebbe essere reale e avvenire abbastanza di frequente. Gli scambi avverrebbero similmente agli scambi che avvengono nel nostro sistema solare, tra la Terra e Marte ad esempio quando un corpo colpisce la superficie di uno dei pianeti lanciando nello spazio frammenti di materiale a una velocità adeguata a superare l’attrazione gravitazionale del pianeta stesso. L’impatto non ucciderebbe le forme di vita batteriche che riuscirebbero cosi a viaggiare da un pianeta all’altro, viaggio abbastanza breve da permettere alle eventuali colonie di batteri di prosperare e riprodursi. Lo scambio di materiale biologico, secondo le stime fatte dai ricercatori avverrebbe in soli 10 anni.

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sabato 27 luglio 2019

TELOMERI E LONGEVITA'...



La longevità è scritta nei telomeri...

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

In diverse specie di mammiferi e di uccelli c'è una correlazione tra la longevità media degli individui e la rapidità con cui si accorciano le estremità dei cromosomi.

La longevità è scritta nel DNA. Non nei geni come si potrebbe pensare, anche se essi hanno un’influenza fondamentale nel determinare la salute dell’individuo, ma nelle estremità dei cromosomi che non codificano per proteine, i telomeri, e più precisamente nella rapidità con cui si accorciano nei ripetuti cicli di replicazione cellulare. È quanto emerge da uno studio pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” da Maria A. Blasco, e colleghi dell’Università di Barcellona, che hanno analizzato diverse specie di animali. I telomeri sono le parti terminali dei cromosomi e sono costituiti dalla ripetizione continua di brevi sequenze di nucleotidi, le unità di base del DNA. Nel caso dei telomeri umani, per esempio, la sequenza che si ripete, per un numero di volte variabile tra 100 e 1000, è formata da sei nucleotidi: TTAGGG (dove T, A e G indicano rispettivamente le basi timina, adenina e guanina). I telomeri hanno la funzione di proteggere i geni dall’erosione, che si verifica nei cicli di replicazione del DNA. C’è anche un meccanismo basato sull’azione dell’enzima telomerasi, che compensa l’accorciamento progressivo dei telomeri, aggiungendo nuove sequenze ripetute. La telomerasi però è attiva solo nelle cellule germinali (spermatozoi e cellule uovo), nelle cellule staminali e in modo patologico nelle cellule tumorali, non quindi nelle cellule somatiche, che costituiscono quasi del tutto un organismo. Nella maggior parte degli organismi pluricellulari, in sostanza, i telomeri vanno via via accorciandosi nel corso della vita, per questo in passato si è ipotizzato che la loro lunghezza fosse correlata alla longevità, ma finora, come sottolineano gli autori, non era stata stabilita la validità universale di questa ipotesi per le specie. Blasco e colleghi hanno misurato la lunghezza dei telomeri in diverse specie di uccelli e mammiferi, con un’ampia gamma di dimensioni corporee e di longevità, tra cui topo comune (Mus musculus), capra (Capra hircus),  gabbiano corso (Larus audouinii), renna (Rangifer tarandus), grifone (Gyps fulvus), delfino tursiope (Tursiops truncatus), fenicottero (Phoenicopterus ruber) ed elefante di Sumatra (Elephas maximus sumatranus). I ricercatori hanno poi confrontato i dati raccolti con la lunghezza media della vita delle stesse specie, scoprendo che quest’ultima è correlata non con la lunghezza dei telomeri, ma con la rapidità con cui essi si accorciano nell’arco della vita: più è rapido l’accorciamento, minore è la longevità. Il risultato supporta l’idea che sia proprio l’accorciamento dei telomeri e il conseguente danno al DNA a determinare la senescenza delle cellule e quindi la longevità dell’individuo.

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martedì 23 luglio 2019

SECONDA CONFERENZA A TORRIGLIA (GE): LA SINDONE TRA SCIENZA E FEDE,

PRESENTA: 
IL GIORNALISTA RINO DI STEFANO

RELATORI:
MARCO LA ROSA & GIORGIO PATTERA




LA SINDONE
ISTANTANEA DINAMICA DI UN FENOMENO STRAORDINARIO CHIAMATO “RESURREZIONE”
… TRA SCIENZA E FEDE…

a cura di Marco La Rosa & Giorgio Pattera


Abstract:

Un lenzuolo di lino di chiara origine antica, quattro metri e mezzo per uno. L’apparente, umile qualità del tessuto e le dimensioni ridotte sono inversamente proporzionali all’ampio e intenso dibattito che da sempre la Sindone suscita. L’uomo di cui è visibile l’immagine è il Cristo dei Vangeli? I segni delle torture corporali sono quelli subiti dal Nazareno durante la passione? Queste domande interrogano indistintamente comunità scientifica e persone comuni. L’arcivescovo Custode, Mons. Cesare Nosiglia, propone due criteri di riferimento: "scientificità" e "neutralità". Cioè: non si faccia ricerca sulla Sindone partendo da "ipotesi pregiudiziali", di cui inevitabilmente si vorrebbe avere conferma, ma si svolga invece un lavoro realmente scientifico, in modo da accrescere la conoscenza del Telo, mettendo a disposizione dell’intera comunità scientifica mondiale risultati di sperimentazioni che siano autorevoli e credibili. La "neutralità" della scienza dovrebbe essere il riferimento naturale per chi opera in tali contesti. La Sindone, infatti, non è dogma di fede, ma la tradizione e l’insegnamento della Chiesa guardano al Telo come “icona della Passione”, racconto impressionante di quelle sofferenza che i Vangeli descrivono nella crocifissione, morte e sepoltura di Gesù Cristo. Per questo, dice Nosiglia citando San Giovanni Paolo II, essa rimane “sfida all’intelligenza e specchio del Vangelo”.

“…l’energia è emanata dal corpo, ma proviene da una sorgente che si irradia da un punto non definito e sempre nella stessa direzione, ma interagisce con la materia su tutte le dimensioni…”

“…imprime l’immagine sotto e sopra… lo schema proiettivo si mantiene immobile, mentre il corpo si muove… Il fenomeno rilevato sulla Sindone è simile al risultato della fotografia stroboscopica, che consiste nell’impressione di più immagini, in rapidissima sequenza, di un corpo in movimento sulla stessa pellicola” (dal commento al video del Prof. G.M. Catalano)

“È già noto che le macchie di sangue sulla Sindone contengono livelli elevati di bilirubina: ci sono diverse analisi quantitative, eseguite sulla Sindone nel 1978 da parte del gruppo di scienziati statunitensi dello STuRP (Shroud of Turin Research Project, Progetto di Ricerca sulla Sindone di Torino) e confermate da analisi parallele del prof. Baima Bollone, medico e professore ordinario di Medicina legale nell’Università di Torino. La bilirubina è una sostanza presente in eccesso nel sangue umano in due casi: quando la persona è malata di ittero oppure quando la persona è stata duramente percossa. Sembra quindi assai probabile che l’uomo della Sindone sia stato torturato”…

“Le misure di radio-datazione della Sindone tramite C-14 eseguite n el 1988 hanno fornito come risultato un’età risalente al medioevo, ma da scienziato io vedo che ci sono molti dubbi su quella misura. In particolare, un approfondito studio statistico del prof.Riani dell’Università di Parma ha permesso sia di evidenziare una probabile contaminazione dei campioni della Sindone usati per la datazione, sia di svelare che uno dei 4 lembi dati ai Laboratori non fu mai datato. Quest’ultimo fatto è stato tenuto segreto per 22 anni e rivela un comportamento non trasparente e censurabile di almeno uno dei laboratori che hanno partecipato alle misurazioni del 1988. In un mio articolo su “Academia.edu” ho riassunto alcuni dei principali problemi di affidabilità della misura di datazione effettuata nel lontano 1988”… (dal commento del Prof. Paolo Di Lazzaro (ENEA) – Vice-Direttore Centro Internazionale di Sindonologia).
     
“Oggi sappiamo quello che la Sindone non è: non è un dipinto, non è una fotografia, non è una bruciatura del tessuto, non è ottenuta tramite sfregamento, ma non conosciamo nessun meccanismo che può realizzare un’immagine con le stesse caratteristiche chimiche e fisiche dell’immagine della Sindone. Spesso la gente mi chiede se è la prova della Resurrezione, ma la risposta ad una domanda di fede non si trova sulla Sindone, ma negli occhi e nel cuore di coloro che la guardano. Una sintesi perfetta, che condivido”. (dal commento di Barrie Schworz, membro del Gruppo STuRP - Shroud of Turin Research Project).

BIBLIOGRAFIA:

http://marcolarosa.blogspot.com/2012/07/sindone-nuovi-studi-confermano.html

http://marcolarosa.blogspot.com/2017/04/la-sindone-istantanea-dinamica-di-un.html

http://marcolarosa.blogspot.com/2009/12/sindone-gli-studi-di-barbara-frale.html

http://marcolarosa.blogspot.com/2009/04/nuove-rivelazioni-sulla-sindone.html

http://marcolarosa.blogspot.com/2016/12/annichilazione-materia-antimateria-ama.html

http://marcolarosa.blogspot.com/2011/12/lenea-smentisce-che-la-sindone-sia-un.html

http://marcolarosa.blogspot.com/2018/04/il-mistero-della-resurrezione.html

https://www.luoghimisteriosi.it/lazio/roma-sindone.html
https://agensir.it/chiesa/2018/07/17/nuovo-studio-sulla-sindone-nosiglia-torino-non-e-tanto-oggetto-di-scienza-ma-soggetto-di-pastorale/

  

CONTRIBUTI VIDEO:

Prof. Giuseppe Catalano (Istituto Internazionale Studi Avanzati di Scienze della Rappresentazione dello Spazio): “Analisi della Sindone attraverso restituzione fotogrammetrica”;
Prof. Paolo Di Lazzaro (ENEA): “La fisica e la Sindone”
Prof. Giuseppe Baldacchini (ENEA): “Gli studi radiativi sulla Sindone”
Prof.ssa Emanuela Marinelli (Sindonologa): “Tracce della Sindone nella storia antica”



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sabato 20 luglio 2019

L'UOMO E LA LUNA...DOPO 50 ANNI...






                        https://www.youtube.com/watch?time_continue=3&v=uzbquKCqEQY



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