IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

lunedì 15 ottobre 2018

VERSO UNA CURA PER LA SLA?



Smascherate le cellule responsabili della SLA. Si potrà arrivare a una cura

Ricerca italiana individua e osserva per la prima volta le azioni delle molecole responsabili della SLA. Gli scienziati ritengono sia la via per arrivare a una cura della grave malattia.

I ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia e dell’Università La Sapienza di Roma hanno sviluppato una nuova tecnica non invasiva, al microscopio, grazie alla quale è stato possibile individuare e osservare come e perché gli aggregati di proteine alla base della SLA, la sclerosi laterale amiotrofica, si formano dentro le cellule nervose. L’eccezionale scoperta, che si è fregiata della pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica Communications Biology, apre la strada a una possibile cura di questa devastante malattia e di cui a oggi non esiste cura.

La ricerca:

A coordinare il team di ricerca che ha sviluppato la procedura è stato il dottor Giuseppe Antonacci dell’IIT. La tecnica si basa su un’analisi eseguita attraverso un microscopio ottico ad altissimo contrasto, che permette di osservare strutture molecolari di dimensioni di molto inferiori a quelle che erano visibili fino a oggi. Per mezzo di questa tecnica, è stato possibile osservare le cellule danneggiate dalla SLA, i motoneuroni che trasportano il segnale del movimento dal cervello ai muscoli. Qui, gli scienziati, hanno identificato la proteina che sta dietro alla malattia – chiamata FUS – individuando le strutture in cui essa è attiva. Da questo si è poi arrivati a osservare che quando la proteina FUS è mutata, le strutture cellulari diventano più rigide e viscose.

I ‘colpevoli’ della malattia

Nelle cellule sono dunque stati trovati i ‘colpevoli’ della SLA. Sarebbero pertanto essi a far sì che nei motoneuroni dei pazienti con la SLA si formino degli aggregati presumibilmente tossici che portano alla morte di questo genere di cellule che sottendono al movimento. Il ruolo di questi aggregati tossici era fino a oggi sconosciuto e oggetto soltanto di ipotesi mai confermate.

Nuove diagnosi

Grazie alla scoperta dei ricercatori italiani potrà essere possibile fare nuove, più precise e mirate diagnosi. E, avendo in mano maggiori informazioni circa i meccanismi dannosi che portano alla morte dei motoneuroni, si potrà sperare in una cura che a oggi manca. Questa nuova tecnologia, «consentirà di studiare da una nuova prospettiva i granuli cellulari, che sembrano giocare un ruolo chiave nell’insorgenza di malattie neurodegenerative – sottolinea il dott. Alessandro Rosa, dell’Università La Sapienza – Si tratta del primo passo per programmare in futuro terapie farmacologiche più mirate contro questa malattia». Speriamo sia davvero così e che si possa dare una concreta speranza alle persone affette da questa terribile malattia.


PER APPROFONDIMENTI:






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giovedì 11 ottobre 2018

ESSERE UNA MACCHINA



I transumanisti sono dappertutto. Parola di Mark O’Connell


È appena uscito in Italia “Essere una macchina”, uno dei trattati più completi sul transumanesimo. Abbiamo chiacchierato con il suo autore di immortalità e capitalismo

 “Che possibilità reali abbiamo di vivere mille anni?” chiede Mark O’Connell, giornalista, ad Aubrey de Grey, biochimico e biogerontologo con onorificenza a Cambridge: “Qualcosa più del 50%” risponde il secondo; “molto dipenderà dai finanziamenti”. È uno scambio fra i più sorprendenti (ma di poco, considerata la media altissima) di Essere una macchina, il libro inchiesta di O’Connell che Adelphi ha appena pubblicato in Italia. Wellcome Book Prize 2018, Essere una macchina è un diario di viaggio fra i seguaci del transumanesimo, persone convinte che la tecnologia permetterà di riscrivere il confine fra la vita e la morte, nel senso di allungare la prima fino a cancellare la seconda. Con un corollario compreso nel prezzo: la ridefinizione del concetto stesso di essere umano. 39 anni, irlandese di Dublino e firma di Slate e New Yorker, O’Connell racconta che è stata la nascita del suo primogenito a fargli percepire come mai prima i limiti di un’esistenza legata a un corpo di carne e sangue. Quel giorno, lo scrittore ha deciso di raccontare il mondo di chi “si ribella alla condizione umana“. Il risultato è il miglior libro mai scritto sull’argomento. Un po’ perché, se si esclude la fantascienza, il transumanesimo vanta una letteratura neppure in grado di riempire uno scaffale; soprattutto, però, perché attraverso l’esposizione di un frammento ancora nascosto della nostra era, Essere una macchina scopre sotto la pelle della contemporaneità una struttura invisibile ma portante come uno scheletro. Una “nuova religione”, la chiama O’Connell, il cui culto è officiato non solo dai tecnoinvasati che sperano nell’uploading della mente, o pagano 240mila dollari per criogenizzare il propio cadavere in attesa qualcuno sappia resuscitarlo. Piuttosto una chiesa fra i cui sostenitori ci sono i tycoon – e i soldi – di mezza Silicon Valley.



Ne abbiamo parlato con l’autore.

Può riassumere il concetto di transumanesimo e dirci perché oggi è un argomento cruciale?

“Definirei il transumanesimo un movimento sociale basato sull’idea che noi dovremmo, e soprattutto che sia possibile, utilizzare la tecnologia per superare i confini della condizione umana. È un approccio che dà per scontato si possano espandere le capacità intellettive, ma anche che prima o poi si realizzeranno cose come l’emulazione integrale della mente.  “Premesso lo ritenga interessante come fenomeno in sé, il transumanesimo evidenzia la stranezza della relazione con la tecnologia della nostra era, in modo particolare l’idea che la tecnologia possa sostituire la religione arrivando a trascendere ogni limite terreno. È come se Dio, oggi, fosse stato sostituito dalla tecnologia”.

Quindi, sebbene legato all’avanguardia scientifica, il transumanesimo non è che la riproposizione di una tensione che l’Uomo ha sempre vissuto?

“Credo sia il paradosso più interessante: il transumanesimo si fa portatore di novità radicali e al tempo stesso riflette un’idea antica quanto la nostra storia. In questo senso il movimento è il frutto di un’ideologia conservatrice: i transumanisti sembrano fermi alla metà del secolo scorso, quando si riteneva che la scienza potesse permettere qualsiasi cosa, dall’allunaggio alla vita su Marte”.

Eppure non ha intervistato solo qualche pazzo convinto di poter diventare immortale; fra i suoi interlocutori ci sono fior fior di accademici, ci sono Ray Kurzweil, il profeta della singolarità e advisor della divisione biotecnologica di Google, o Peter Thiel, il confondatore di PayPal. Chi è il transumanista ideale?

“A volte è impossibile distinguere i pazzi scatenati dagli scienziati: mi è capitato di ascoltare idee serissime dai tecnofreak più eccentrici, o di rendermi conto di quanto fossero folli certe teorie sostenute da autorevoli scienziati. Per questo non fatico a descrivere il transumanista tipico: nella stragrande maggioranza dei casi è un maschio, con un pensiero così logico da diventare iper-razionale. In più, pressoché tutti i transumanisti sono o sono stati avidi lettori di fantascienza, tanto da farmi pensare che ogni suggestione del movimento arrivi da quel genere. Un loop, fra realtà e fantasia, che mi affascina enormemente”.

Si è fatto un’idea del perché siano quasi tutti maschi? E circa il razionalismo, a un certo punto parla del trasumanesimo come la reductio ad absurdum dell’Illuminismo. Che cosa intende?

“Penso che le risposte siano legate: la convinzione di poter estrarre la mente dal corpo, per esempio, implica ritenere l’Essere umano riducibile a un insieme di dati, in quanto tali trasportabili su supporti diversi. È una visione profondamente razionalistica della vita e mi è sembrato seduca molto più gli uomini. Dev’essere la traduzione in filosofia cartesiana di una qualche forma di delusione maschile nei confronti dell’esistenza, non saprei descriverla meglio. Ma tant’è, ho faticato a trovare transumaniste donne. E non credo sia un caso mi sia capitato, durante le interviste, di ricevere spiegazioni estremamente tecniche, salvo accorgermi poco a poco di quanto fossero deliranti. È uno scivolamento che mi intriga: ho dedicato la mia tesi di dottorato a Jorge Luis Borges e Flann O’Brein, due autori particolarmente attratti dalla prossimità fra ragione e pazzia”.


Rob Spence, detto Eyeborg, il videomaker con una telecamera innestata nell’occhio

Lei però non ha una preparazione scientifica; perché dovremmo considerarlo un pregio della sua indagine?

“Lo confermo e la mancanza corrisponde a una lunga lotta interiore: da tempo ero interessato all’argomento, ma ritenevo di non poterne scrivere senza gli strumenti intellettuali adatti. Lavorando, però, mi sono convinto che la mia posizione da esterno avrebbe facilitato il viaggio del lettore in questo universo. Perché in fondo la cosa interessante del transumanesimo, almeno per me, non è stabilire quanto siano plausibili i suoi orizzonti da un punto di vista scientifico, ma esplorarne la dimensione più profonda, direi filosofica“.

Fra i progetti dei transumanisti ce n’è qualcuno che le è sembrato verosimile?

“Nel capitolo dedicato alla robotica, affronto l’arrivo dell’automazione, una prospettiva pressoché certa e, almeno per me, la più angosciante fra quelle affrontate nel libro. Per paradosso è una visione del futuro che non interessa i transumanisti, le cui previsioni sembrano riflettere più un approccio fideistico, fra l’attesa quasi mistica della singolarità e la speranza che l’esistenza per come la conosciamo finisca.
“Questi, dal mio punto di vista, sono invece orizzonti irrealizzabili. Non mi preoccupa che un domani il genere umano confluisca in una qualche forma di intelligenza artificiale suprema, in grado di sostituirlo per sempre. Quello che mi spaventa è che un’intelligenza artificiale anche meno complessa spazzi via l’occupazione“.

Descrivendo la Silicon Valley parla di “ottimismo radicale”; pensa che da quelle parti si pecchi di arroganza intellettuale?

“Senza dubbio. In un certo senso Essere una macchina parla esattamente di questo: non affronta solo il movimento tecnoumanista in quanto tale, ma anche il modo in un cui i valori della Silicon Valley si sono riversati nella nostra società. Il transumanesimo è una delle manifestazioni più significative di questi valori, la convinzione che ogni problema possa trovare una soluzione tecnologica a patto di avere competenze e fondi adeguati”.

Sta suggerendo una relazione fra il transumanesimo, la Silicon Valley e il capitalismo?

“Sono convinto che la Silicon Valley sia un laboratorio per il futuro del capitalismo. Lo dimostrano gli investimenti nello sviluppo dell’intelligenza sintetica, la prova più lampante di come da quelle parti vedano la prossima declinazione dell’ideologia capitalista. A me, socialista della vecchia scuola, l’eliminazione del lavoro sembra l’obbiettivo costante del capitalismo, la sua più intima tensione dai tempi della prima rivoluzione industriale. Non riesco a non vedere nell’intelligenza artificiale la conseguenza estrema di questa logica. In fondo, Essere una macchina è un libro sul capitalismo”.

Che tipo di rapporto esiste, invece, fra la Defence Advanced Research Project Agency (la Darpa), o l’esercito in generale, e il transumanesimo?

“Una relazione fertile e proficua, che vede nell’agenzia uno degli sponsor più generosi del movimento. Gran parte dei fondi di Peter Thiel, giusto per fare un esempio, arriva da commesse e contratti militari. Credo che qualsiasi cosa stia accadendo in quest’ambito coinvolga la Darpa. Lo dico basandomi solo sui precedenti: dalla guida satellitare a internet, la quantità di innovazioni uscite dai corridoi di Arlington è impressionante e credo che aumentare le capacità umane interessi non poco il settore bellico”.

In un’intervista il fondatore di Atari, Nolan Bushnell, disse una cosa difficile da smentire: “la fantascienza prima o poi si realizza”. Come pensa sarà il nostro futuro?

“Nel rapporto tra futuro e fantascienza è interessante notare come una grande quantità delle idee più radicali arrivi dagli scrittori. È come se fosse la fiction a creare la realtà, una convinzione comune anche a James Ballard, uno dei miei autori preferiti. Oggi la diffusione del transumanesimo non è che un esempio calzante di questa teoria. Spero di avere risposto”.

Quanto è diffuso il transumanesimo?

“Non so dare cifre precise, ma servirebbe una premessa: chi si professa pubblicamente transumanista appartiene a una nicchia ristretta. Sono però tanti quelli che pur non dichiarandosi attivisti, condividono le idee del movimento. Non senza una certa sorpresa, so che qualcuno si è convertito dopo aver letto il mio libro. È un po’ paradossale, ma è vero: i transumanisti sono già dappertutto“.


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sabato 6 ottobre 2018

LA PROTOSTORIA EUROPEA SI TROVA IN SARDEGNA ?


La Preistoria dell’Europa è scritta nel DNA dei sardi: la ricerca sulla rivista Nature Genetics.

http://www.castedduonline.it/preistoria-europa-dna-sardi/

Uno studio sull’intero genoma di 3.514 individui provenienti da diverse regioni della Sardegna pubblicato su Nature Genetics conferma che i sardi, specie quelli delle regioni dell’interno, conservano meglio di qualunque altra popolazione contemporanea le caratteristiche genetiche delle popolazioni presenti nel continente Europeo >7000 anni fa. Tra le popolazioni contemporanee i sardi mostrano una maggiore somiglianza genetica con i baschi. Il DNA dei sardi è quindi una riserva di varianti genetiche antiche, attualmente molto rare altrove e fondamentali per lo studio di malattie con una base genetica
Un team di ricercatori guidati da Francesco Cucca, direttore dell’Istituto di ricerca genetica e biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irgb) e professore di Genetica Medica dell’Università di Sassari, e da John Novembre professore presso il dipartimento di Genetica Umana della Università di Chicago, ha pubblicato uno studio in cui sono state esaminate le sequenze dell’intero genoma di 3.514 individui provenienti da diverse aree della Sardegna che fornisce nuove informazioni sull’antica storia genetica di questa popolazione e dell’intera Europa. La copertina di ottobre della rivista Nature Genetics sarà dedicata a questo lavoro, intitolato ‘Genomic history of the Sardinian population‘.
“Lo studio ha confermato un elevato grado di somiglianza genetica tra i campioni di DNA attuale e quello estratto da resti ossei provenienti da siti archeologici neolitici (tra 10.000 e 7.000 anni fa) e, in misura minore, pre-neolitici, dell’Europa continentale. E ha mostrato come queste similarità siano più marcate nelle aree storicamente più isolate dell’isola, quali l’Ogliastra e la Barbagia”, spiega Cucca. “Lo studio ha anche rivelato come i baschi siano la popolazione contemporanea con livelli più elevati di ascendenza condivisa con i Sardi. Tale similitudine, piuttosto che essere indicativa di contatti recenti tra queste popolazioni, suggerisce che entrambe si siano originate da popolazioni presenti in Europa nel Neolitico e Pre-neolitico. Studi sul DNA estratto da resti preistorici in Sardegna chiariranno il contributo relativo di queste componenti alla struttura genetica di queste popolazioni”. I risultati suggeriscono che la struttura genetica sarda attuale derivi da una sostanziale influenza del DNA dei primi contadini neolitici, con contributi rilevanti anche di cacciatori-raccoglitori pre-neolitici. “Al contrario delle popolazioni europee attuali, la popolazione sarda presenta un contributo molto limitato da parte di popolazioni provenienti dalle steppe che si sono diffuse nel continente europeo nell’età del bronzo, mischiandosi con le popolazioni preesistenti e diluendo i contributi più antichi”, prosegue Cucca. “L’affinità con i contadini neolitici e, in misura minore, con i cacciatori-raccoglitori preneolitici, suggerisce anche che la Sardegna è una potenziale riserva di antiche varianti genetiche appartenenti alla linea basale proto-europea, che sono attualmente molto rare o potrebbero addirittura essere andate perdute nell’Europa continentale. Tali varianti forniscono uno strumento fondamentale per lo studio di malattie con una base genetica”. Il genoma varia da individuo a individuo in seguito a ‘errori’ durante la sua replicazione, noti come ‘mutazioni’, che si accumulano di generazione in generazione. Il confronto tra i punti in cui le sequenze di DNA differiscono tra individui (varianti genetiche) fornisce informazioni preziose su somiglianze, differenze, origine e relazioni passate, anche preistoriche di una popolazione rispetto ad altre popolazioni. “La popolazione Sarda ha fornito un importante contributo allo studio di caratteristiche individuali e genetiche complesse, consentendo una migliore comprensione della preistoria dell’isola, dei suoi eventi demografici, delle modifiche nel tempo dei caratteri ereditari”, conclude Cucca. Alla ricerca hanno contribuito tra gli altri Carlo Sidore, Magdalena Zoledziewska, Maristella Pitzalis, Fabio Busonero, Andrea Maschio, Giorgio Pistis, Maristella Steri, Andrea Angius del Cnr-Irgb insieme a ricercatori americani della University of Chicago, University of Michigan e University of Southern California.

http://www.castedduonline.it/preistoria-europa-dna-sardi/

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martedì 2 ottobre 2018

IL SUPERCOMPUTER ENEA-CINECA PER LA FUSIONE NUCLEARE



Made in Italy: Enea produrrà il supercomputer UE per la fusione nucleare

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

Una partnership tutta made in Italy quella tra ENEA e CINECA che hanno vinto nuovamente la selezione internazionale per fornire, a partire dal 2019 e per cinque anni consecutivi, servizi di supercalcolo ed archiviazione dei dati ad Eurofusion. Questi servizi saranno offerti tramite un supercalcolatore, dotato di una potenza di picco pari a 8 Plofps (ovvero 8 milioni di miliardi di operazioni al secondo).La potenza di questa porzione del principale computer di ricerca italiano Marconi (al 18esimo posto tra i computer più potenti al mondo) è stata raddoppiata rispetto alla versione precedente, grazie alla quale i due enti italiani si aggiudicarono per la prima volta il podio di questa gara, andando a sostituire il supercomputer Helios dell’International Fusion Energy Centre di Rokkasho, in Giappone. In particolare, tramite questo nuovo e più performante supercomputer, saranno offerti, con maggiore velocità e dettaglio, servizi necessari per la ricerca sulla fusione nucleare. Un ruolo fondamentale è ricoperto anche dalla modellistica computazionale del plasma e dei materiali, in quanto in grado di validare i risultati degli esperimenti prodotti dalla macchina ITER. La modellistica computazionale sarà anche la base per progettare il reattore nucleare DEMO, il cui obiettivo essenziale è quello della produzione, entro il 2050, di energia elettrica unicamente da questa fonte. Eurofusion, inoltre, affiancherà il DDT (Divertor Tomakat Test), il centro di eccellenza internazionale per la ricerca sulla fusione nucleare che sorgerà nel polo Enea di Frascati. Da qui arriveranno importanti risposte scientifiche e tecnologiche riguardanti il processo di fusione, in particolare quello in merito alla gestione delle temperature elevate. Il DDT vedrà coinvolte 1500 persone con un ritorno di circa 2 miliardi di euro, a fronte di un enorme investimento di 500 milioni di euro, a cui ha partecipato anche Eurofusion, oltre al Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero dell’Istruzione ed alcuni privati. Per chi non conoscesse bene di cosa si occupano ENEA e CINECA, ecco una descrizione:

ENEA è l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. Questo ente ha 9 centri di ricerca in tutta Italia ed oltre 2600 dipendenti altamente qualificati. Sin dalla sua nascita negli anni Sessanta i suoi obiettivi sono stati la ricerca applicata, l’assistenza tecnica-scientifica ad imprese, associazioni ed amministrazioni: proprio per questo motivo, è il riferimento istituzionale del Ministero dello Sviluppo Economico.

CINECA è il Consorzio Interuniversitario di calcolo che ha sede a Casalecchio di Reno. Esso è costituito da 70 Università italiane, 5 enti di Ricerca ed il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Dal 1969 offre supporto alle attività di ricerca tramite il supercalcolo e le sue applicazioni. Inoltre realizza sistemi gestionali per le amministrazioni universitarie, nonché progetta sistemi informativi per le imprese e la pubblica amministrazione.

Da:


venerdì 28 settembre 2018

EVOLUZIONISMO VS CREAZIONISMO: PRIMA L'UOMO E POI I PRIMATI?

GENETISTA DI FAMA INTERNAZIONALE: «I PRIMATI DERIVANO DALL’UOMO, NON IL CONTRARIO»

Da:


Giuseppe Sermonti è stato docente universitario di Genetica dal 1964, dapprima a Camerino, poi a Palermo e infine a Perugia, dove, dal 1974 al 1986, ha diretto l’Istituto di Genetica. È stato per tre anni presidente dell’Associazione Genetica Italiana e vicepresidente del XIV Congresso Internazionale di Genetica tenutosi a Mosca nel 1978. In questo periodo fu nominato direttore dell’International School for General Genetics del Centro Ettore Majorana e successivamente direttore responsabile dei corsi quadriennali di Microbial Breeding, presso l’International School for General Genetics. Il professor Sermonti è uno degli scienziati che ho citato nell’ultima presentazione del libro L‘origine dell’uomo ibrido ad Andria, di cui vi propongo un estratto che in rete sta accendendo un po’ di discussioni… Dopo l’uomo la scimmia, pubblicato sul sito Airesis, sito che purtroppo non viene più aggiornato dal 2007 ma che possedeva un comitato scientifico come questo.

Il cervello ha un grande volume nel feto, e si riduce, in rapporto al corpo, con la crescita. Un grande cervello è un carattere infantile. Nella foto, un feto umano di sette settimane.

 La teoria evoluzionista, che fa discendere l’uomo dalla scimmia, ha confinato nel regno delle favole l’antropologia biblica, che vuole l’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. Eppure i dati delle più recenti ricerche della paleontologia e della biologia molecolare sembrano indicare la grande antichità dell’uomo e il carattere secondario e derivato degli scimmioni africani. Riacquistano così significato le antiche mitologie, nelle quali l’animalesco trae le sue origini dall’umano.

La cultura occidentale si trova da oltre un secolo, di fronte ad una doppia antropogonia. Nella tradizione biblica l’uomo è creato direttamente dal Signore, a sua immagine e somiglianza. A questa antropogonia se ne sovrappone un’altra, di origine scientifica, secondo la quale l’uomo emerge dalla bestialità scimmiesca, per il gioco delle leggi di natura, senza bisogno del Signore. Si tratta di un’interpretazione di tipo gnostico che vede la creazione iniziale come l’atto malvagio di un demiurgo, e l’emergenza dell’uomo come un processo di liberazione dal male attraverso la conoscenza. [E. Samek Ludovici, La gnosi e la genesi delle forme, rivista di biologia 74 (1-2) pp. 55-86, Perugia 1981]

L’interpretazione biologica ha guadagnato sempre più credito e l’uomo moderno è invitato a considerare l’antropogonia biblica come una favola, o come una metafora o come un raccontino per l’ingenuità dei primitivi. Nello stesso momento, poiché l’uomo ha bisogno di confortare con significati e valori la propria origine, si è attuata una mitizzazione dell’origine bestiale dell’uomo, con la conseguente riformulazione di tutte le nostre giustificazioni e speranze. [J. R. Durant, Il mito dell’evoluzione umana, Rivista di Biologia, 74 (1-2-) pp. 125-151, Perugia 1981. A questo punto si deve dire che l’antropogonia biologica, lungi dall’essere una realtà scientificamente comprovata, è uno dei capitoli più oscuri ed equivoci della nostra scienza moderna, e che l’origine scimmiesca degli uomini è stata sostenuta contro ogni prova neontologica e paleontologica. I risultati più recenti concordano nell’escludere una derivazione dell’uomo dalle scimmie ominidi attuali (scimpanzé, gorilla, orango) o passate, e presentano piuttosto gli scimmioni come specie derivate, recenti e senza futuro biologico. [G. Sermonti La luna nel bosco: saggio sull’origine della scimmia, Rusconi, Milano 1985].

Primitività dell’uomo.

Contrariamente a quanto Darwin affermava e a quanto comunemente si crede, l’uomo non si distingue dalle altre specie di primati per essere particolarmente evoluto e specializzato. All’opposto, così come i primati rappresentano un gruppo primitivo tra i Mammiferi, l’uomo rappresenta una specie primitiva all’interno dei Primati.

Confronto tra i crani fetali e adulti di scimpanzé e di uomo.
Il cranio scimmiesco adulto è molto più alterato nelle proporzioni di quello umano.

La grandezza del cervello umano è stata presa a misura della evoluzione della nostra specie. Il valore di questo dato ponderale è molto discutibile. Se fosse il peso assoluto del cervello a segnare l’intelligenza, la balena e l’elefante ci supererebbero di molto. Se, come pare più giusto, si dovesse valutare il peso cerebrale in relazione al peso del corpo, lo scoiattolo saimiri, il tursoide, il topolino e la tupaia avrebbero più intelligenza di noi. Nello scoiattolo saimiri il cervello rappresenta l’8% del corpo, nell’uomo il 2%. Il grosso cervello è carattere di tutti i primati e si trova in particolare in quelli considerati più primitivi (tursiope, tupaia). [R. Holloway, I cervelli degli ominidi fossili in Gli antenati dell’uomo, Le Scienze, quaderno 17 ottobre 1984.
Nel neonato umano il peso relativo del cervello è quasi il 10% del peso corporeo e nel neonato di scimpanzé pressappoco lo stesso. Un valore enorme rispetto al 2% che l’uomo raggiungerà nella maturità. Il grosso cervello (per quel che conta) è un carattere primitivo e infantile, e non una caratteristica tardiva e adulta. Quasi tutti gli altri caratteri umani hanno una configurazione primitiva e originaria, sono cioè vicini alle conformazioni tipiche dell’ordine e presenti nei più antichi Primati fossili. Il cranio sferoidale, senza creste o arcate prominenti, è un tratto primitivo, così come i piccoli denti bassi e regolari, senza canini emergenti, che si osservano nel driopiteco (10 milioni di anni fa) e nel ramapiteco (15 milioni di anni fa).
La mano umana ha l’architettura primitiva della mano dei tetrapodi. Le cinque lunghe e dritte dita chiudono una serie magica, 1.2.3.4.5., ovvero, radio+ulna, tre+quattro ossicini del metacarpo, cinque ossa del carpo che si continuano nelle falangi. Il piede presenta la plantigrada tipica dei mammiferi più primitivi, mettendo al suo servizio una perfetta integrità strutturale, con la stessa serie 1.2.3.4.5. della mano. Il parallelismo delle falangi del piede è presente nell’embrione di quasi tutti i primati, mentre il distacco dell’alluce è carattere che interviene solo al termine dello sviluppo embrionale degli scimmioni.
La stazione eretta (cui la paleontologia assegna la venerabile età di 5-6 milioni di anni) è anch’essa un tratto primitivo. Essa comporta una base del cranio arrotondata e aperta in un forame occipitale centrale, articolato su un collo verticale. Questa è la condizione che preserva più integro l’allineamento delle vertebre e la sfericità del cranio, che sono caratteri embrionali. L’appoggio sulle nocche degli scimmioni e la stazione quadrupede comportano la torsione della nuca, l’arretramento del forame occipitale e la costrizione della base cranica. Durante lo sviluppo embrionale dei Primati il forame occipitale, inizialmente centrale, migra posteriormente. [M Westenhöfer, Die Grundlagen meiner Theorie von Eigenweg der Menschen, Carl Winter, Heidelberg 1948]

Tutti i caratteri che abbiamo menzionato collegano l’uomo all’embrione proprio e degli altri Primati, e lo indicano come specie giovanile e primigenia, spostandone la comparsa lontanissimo nel passato, oltre la testimonianza, pur impressionante, dei reperti fossili portati alla luce negli ultimi venti anni. Mentre nel 1960 si attribuiva al genere Homonon più di mezzo milione di anni, nel 1980 le datazioni di fossili del nostro genere hanno raggiunto i quattro milioni di anni.
Non tenterò un esame, neppure sommario, dei fossili degli ominidi africani, se non per ribadire che essi testimoniano la grande antichità della stazione eretta. E’ mia convinzione, come quella di autorevoli paleoantropologi, che essi non siano i nostri ascendenti, ma rami laterali di un cespuglio dalla base del quale è emersa la nostra forma. [E. Genet-Varcin, Problèmes de Philogénie chez les hominidés d’un point de vue morphologique , Ann. Paleont. Vértébrés, 61 (“) pp. 211-233, 1975 e S. J Gould, Questa idea della vita, Editori Riuniti pp. 48-554, Roma 1984]

Fossili di scimmioni del tipo dello scimpanzé, del gorilla e dell’orango, benché a lungo cercati, non sono mai stati trovati. Queste forme sono, per quanto ne sappiamo, molto più recenti della forma umana e attribuire il ruolo di nostri ascendenti ad essi o a forme ad essi simili (come voleva Darwin) è trasformare quello che fu un errore scientifico in un falso scientifico.

Molecole e cromosomi

Lo sviluppo della biologia molecolare a partire dagli anni sessanta ha consentito il confronto biochimico tra le specie viventi.. Attraverso un criterio obiettivo di valutazione è divenuto possibile definire la “vicinanza biochimica” tra le specie. Specie giudicate lontane dai sistematici risultarono biochimicamente lontane, specie vicine risultarono biochimicamente molto simili. Confrontando i dati biochimici con quelli paleontologici fu anche possibile trasformare le distanze molecolari in tempi storici.

La Forma umana è inscrivibile nel cerchio e nel quadrato (Leonardo). Al confronto la povera forma scimmiesca appare sproporzionata e deforme.

Si postulò una costanza del ritmo di mutazione nel tempo, si calcolò (per varie proteine) il tempo medio richiesto per una singola modificazione, e si riuscirono così a calcolare, su base molecolare, i tempi di divergenza, cioè le epoche in cui due specie in esame avevano cominciato a registrare nelle loro molecole modifiche indipendenti, avevano cominciato a differenziarsi biochimicamente. [R. E. Dickerson, Struttura e funzione di un ‘antica proteina, Le Scienze, 47, Luglio 1972].

Una delle più sconcertanti risultanze della comparazione molecolare fu la incredibile vicinanza tra l’uomo e gli scimmioni africani. Tradotta in milioni di anni, secondo i principi del cosiddetto “orologio molecolare”, la divergenza tra uomini e scimpanzé risultò di 1,3 milioni di anni, [M. Goodman, in “Progr. Biophys. Molec. Biol”, 38, pp. 105-164, 1981] una data che fu poi corretta a 4-5 milioni di anni. Si trattava, comunque, d’un epoca inferiore alle più antiche documentazioni fossili relative ai primi ominidi (5-6 milioni di anni) in contraddizione con l’idea che gli ominidi derivassero dagli scimmioni.
Un’analisi più sottile delle modificazioni molecolari successive alla divergenza tra uomini e scimmioni rivelò un’altra situazione inattesa. Le modifiche erano state molto più numerose sulla linea scimmiesca che sulla linea umana. Ciò corrispondeva alla constatazione che l’ascendente comune tra uomo e scimmioni aveva una struttura molecolare molto vicina a quella dell’uomo moderno.
Sia anatomicamente che molecolarmente l’uomo risultava il Peter Pan tra i Primati, cioè la specie che non si trasformava nel tempo, il bambino che non voleva crescere. [A. R. Templeton Phylogenetic inference from restriction endonuclease cleavage site maps… in Evolution 37, pp. 221-244, 1983]
I citologi, cioè gli studiosi dei cromosomi, comparando le mappe cromosomiche di uomo, scimpanzé e gorilla raggiunsero, indipendentemente, la stessa conclusione. L’ascendente comune di uomini e scimmioni aveva cromosomi virtualmente uguali a quelli dell’uomo moderno. Anche i citologi raggiunsero la conclusione che uomini e scimmie erano derivati da un proto-uomo, il che significava, in parole semplici, che la figura umana aveva preceduto quella scimmiesca. [J. J. Junis, O. Prakash, The origin of man: a chromosomal pictorial legacy, Science, 215, pp. 1525-30, 1982]

I dati molecolari e citologici hanno sostanziato dunque quello che i dati anatomici e paleontologici avevano indicato. La grande antichità dell’uomo, il carattere primario della nostra specie rispetto al carattere secondario e derivato degli scimmioni africani.

Pan e Satana

La caduta dell’umano nell’animalesco è un avvenimento di così grande drammaticità che ci dobbiamo attendere di trovarne una traccia nelle categorie del nostro spirito, una menzione nelle nostre mitologie. Un esame della mitologia greca e della storia sacra cristiana ci confronta subito con la narrazione della caduta in varie versioni, di cui mi limiterò a citare le due più importanti, che rappresentano due momenti cruciali nella religione olimpica e nelle religioni monoteistiche derivate dall’ebraismo.

Il cranio di un giovane gorilla tra i crani di quattro adulti. Si noti l’aspetto “umano” del cranio infantile. Da questo confronto si sviluppò negli anni Venti l’ipotesi che l’uomo fosse una forma giovanile-generalizzata-originaria e gli scimmioni fossero forme senili- specializzate- derivate. (Museo di Storia Naturale di Salisburgo)

Un mito narra dell’unione del Dio Hermes, l’angelo dei greci, con una ninfa figlia di Driope. Dall’unione nasce un bambino-animale, un essere mezzo uomo e mezzo capro, che il padre porterà in Olimpo, dove sarà assunto alla divinità col nome di Pan. [K. Kereny, Dei ed Eroi della Grecia, vol.1 pp. 162-164, Garzanti, Milano 1976] Pan è il dio dei boschi e delle balze montane, inseguitore di ninfe, suonatore di flauto, custode del riposo meridiano, generatore della follia, dell’incubo, del panico. Questo dio-satiro assunse un ruolo centrale nell’Olimpo ellenico, e rappresenta il lato oscuro, selvaggio, passionale dell’uomo, una condizione estrema del dionisismo, all’opposto della distaccata purezza di Apollo. Nella storia sacra cristiana incontriamo una figura iconograficamente identica al Pan greco: Satana, il diavolo.

Questo satiro, che nella nostra religione non ha nessuna delle qualità gioiose e divine di Pan, è pura malvagità, è la raffigurazione del male assoluto. Anch’esso ha origine da una figura umana, da un a arcangelo arrogante che è punito da Dio e precipitato nel basso e nell’animalesco con tutta la sua razza. Nei bestiari proto-cristiani l’animalesco non è rappresentato dal capro, ma dalla scimmia, e precisamente dalla scimmia umanoide, priva della coda. Scrive il Physiologus (II-IV sec.) “…la scimmia è un immagine del demonio: essa ha infatti un principio, ma non una fine, cioè una coda, così come il demonio in principio era uno degli arcangeli, ma la sua fine non  si è trovata”. [Il Fisiologo, trad. it, Adelphi, Milano 1975]

I primi bestiari cristiani sono probabilmente di origine africana (egiziana) e si deve pensare che portino testimonianza di una tradizione primordiale, nella quale la scimmia derivata dall’umano appare come un simbolo fondamentale della storia sacra. L’origine dell’uomo dalla scimmia asserita da Darwin, oltre a contraddire una serie di prove naturalistiche, ribalta il fondamento della nostra sacralità, ponendo il male, sotto forma di scimmia, all’origine, e il bene come emancipazione dalla creazione primigenia. L’uomo razionale si salva da un cattivo demiurgo creatore.
Nella nostra tradizione, al contrario, è l’uomo che introduce il male nel creato, e la sua redenzione, ad opera del Dio fatto uomo, rappresenta un ritorno alla purezza originaria.

  
ALCUNI COMMENTI RIGUARDO LA TEORIA:

Anche se scimmia e uomo hanno comune radice…questa è però…non la forma scimmiesca ma quella umana. L’espressione volgare, se si devono usare queste formule, dovrebbe suonare così: “la scimmia deriva dall’uomo”…

Max Westenöfer (1926) Heidelberg 1948

Gli ominidi non discendono dalle scimmie antropoidi, piuttosto gli scimmioni possono essere derivati dagli Ominidi…
Bjorn Kurtén, Einaudi 1972

Il venerabile antenato aveva si un cervello piccolo e una faccia grande, ma camminava in posizione eretta e le sue membra avevano le proporzioni a noi note nell’uomo.

André Leroi-Gourhan (1964) Einaudi 1977

Quale fanciullo di primati viventi è più simile, nella forma, agli stadi giovanili dei nostri antenati? La risposta deve essere: la nostra stessa forma infantile

Stephen Jay Gould, Cambridge Mass. 1977

Noi pensiamo che la derivazione degli Ominidi dal ceppo comune a tutti i Primati ha più probabilità di essere vera della filiazione dalla linea scimmiesca.

Pierre-P. Grassé, Adelphi 1979

Che tra i discendenti più elevati e lontani da un presunto modello umano originario possa trovarsi anche una scimmia antropomorfa è idea che non può sorprendere chi come me aderisce alle vedute di un’antropologia tradizionale

Emilio Servadio “Il Tempo” 1983

Sarei fiero di essere un antenato dello scimmione che a differenza di certi esseri umani è nobile e dignitoso.

Alberto Bevilacqua “Il Tempo” 1983

E’ giusto e logico che da un essere perfetto come l’uomo…possa scaturire uno scimpanzé…Non mi disturba affatto essere l’antenato di uno scimpanzé, mi disturberebbe invece esserne un discendente.

Pietro Chiara “Il Tempo ” 1983

Altri specialisti…si son detti: se a detta della paleontologia gli ominidi risalgono a ben cinque milioni di anni, allora per spiegare la nostra stretta parentela con lo scimpanzé o rivediamo la classificazione dei fossili smembrando la famiglia degli Ominidi, o facciamo derivare lo scimpanzé (per il quale mancano fossili) da questa famiglia…Io preferisco la buona biologia che offre poche certezze e tanti dubbi

Pietro Omodeo “L’Espresso” 1983

Potremmo anche formulare la nostra ipotesi dicendo che le scimmie derivano dall’uomo…

J. Gribbin, J. Charfas, Mondadori 1984

L’assenza di fossili di gorilla e scimpanzé conferma la probabilità di una loro derivazione molto recente in seno alla linea Ominide (bipede).

Francesco Fedele, Le Scienze, Quaderni 1984

Le prove cariologiche indicano che tra gli scimmioni africani viventi e gli uomini il miglior modello cromosomico per la condizione protoominide è Homo Sapiens

R. Stanyon, B. Chiarelli, K. Gottlieb, W. H. Patton, 1985


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DI MARCO LA ROSA
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