IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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VIDEO SINOSSI DELL' UOMO KOSMICO
Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

martedì 11 dicembre 2018

SULLA LUNA CON UN COMPUTER...SENZA MEMORIA


Don Eyles, l'hippie del software che salvò gli astronauti dell'Apollo: «Sulla Luna col computer senza memoria»


Don Eyles, 74 anni, informatico del Mit di Boston, appena laureato venne ingaggiato per inventare il software del primo computer usato per pilotare le navicelle della Nasa delle missioni Apollo che conquistarono la Luna. Ospite di Maker Faire e della sezione italiana della British Interplanetary Society, ha ricordato quegli anni pionieristici dell’informatica in cui giocò un ruolo decisivo la visionaria immaginazione della controcultura del '68.


Quel maledetto protocomputer continuava ad accendere lucette come un albero di Natale, ma i volti terrei degli astronauti sulla navicella Apollo e dei tecnici nella sala di controllo a Houston rimandavano piuttosto a veglie funebri. «Abort, abort» lampeggiava la spia principale: nella migliore delle ipotesi sarebbe fallita la missione che nel febbraio 1971 avrebbe dovuto portare l'uomo sulla Luna per la terza volta, nella peggiore i rocket-men Shepard, Roose e Mitchell sarebbero diventati polvere cosmica. Che disastro: l'Apollo 14 doveva rilanciare il programma lunare dopo il cosmico flop dell'Apollo 13.
Don Eyles, 27 anni, laureato al Mit di Boston ma a prima vista (quasi) un hippie, prese la matita e il solito metro cubo di carta perforata: due ore dopo passò alla sala di controllo la sequenza di 80 tasti che in meno di 70 secondi Shepard avrebbe dovuto digitare (con i guantoni da astronauta) sulla tastierina dell'Apollo Guidance Computer per permettere al suo nuovo software di battere il suo vecchio software e di pilotare navicella e modulo per l'allunaggio. Sì, abbiamo capito bene, noi che ci sentiamo virtuosi del pianoforte mentre digitiamo la combinazione ctrl+alt+canc: 80 tasti in sequenza in pochi secondi per vivere o morire. E funzionò alla perfezione consegnando un nuovo trionfo agli Stati Uniti sull'Urss nella corsa allo Spazio.
È che quel computer, con i primi circuiti integrati al posto di transistor o valvole, aveva solo 64 kb di memoria e quindi i programmatori come Eyles dovevano inventare eterne sequenze di comandi poi imparate come un mantra dagli astronauti.
Quanto sono impalpabili 64 Kb? Un Kb di memoria vale un milionesimo di un Gigabyte. E di Gigabyte, lo sappiamo, largheggiano già le schede dei nostri cellulari, per non dire dei laptop: 64 Kb come appunto il Commodore 64, antesignano delle consolle elettroniche per videogiochi in vendita solo dal 1982. A ricordare le ricadute delle missioni spaziali nella nostra vita di tutti i giorni, sempre più legata ai grandi progressi della tecnologia compiuti per quelle prime imprese e per quelle successive. Progressi che a 50 anni ancora si rivelano utili: alcune delle sequenze di comandi ideate da Eyles sono ancora usate sull'Iss da Luca Parmitano o Samantha Cristoforetti. 
 «Tutto ciò che facevamo in quei giorni, dal 1966 in poi, era nuovo - dice Eyles, occhi dolci che non si perdono un dettaglio - migliaia e migliaia di persone che ideavano nuove cose per realizzare qualcosa che nessuno aveva mai fatto in un ambiente ancora più misterioso dell'America per Colombo. Serviva preparazione tecnica, ma anche fantasia, gioco di squadra, intuizione, errori da cui imparare, orgoglio e coraggio».
Fantasia ?
«È la più importante quando si affronta l'ignoto, così come la condivisione delle conoscenze fra persone dagli studi diversi, questione non sempre scontata tra scienziati. Eravamo alla Nasa, simbolo supremo dell'establishment degli Stati Uniti, ma dovevamo vivere come in una comune se volevamo raggiungere il traguardo».
Non a caso dell'epopea di Eyles scrisse con enfasi, prima ancora di Science o Nat Geo, Rolling Stone in un memorabile pezzo del 1971: Il fricchettone che salvò l'Apollo 14. Il gruppo di Eyles venne ingaggiato per la Nasa nel 1966, con la corsa alla Luna affiancata dalla guerra in Vietnam e dalla diffusione della controcultura del 68. I programmatori di quei computer, senza i quali la conquista della Luna sarebbe restata un'utopia, galleggiavano insomma per conto della Nasa fra i livelli della coscienza, il terzo, in particolare, che esaltava libertà personale, ugualitarismo e droghe ricreazionali per espandere i limiti della comprensione, come raccontato nel best seller The greening of America nel 1970.

«ERO UN FRICCHETTONE CHE DOVEVA SPIEGARE AD ARMSTRONG COME SOPRAVVIVERE NELLO SPAZIO CON LE MIE PROCEDURE»
E la responsabilità per la vita degli astronauti e per i sogni di gloria degli Stati Uniti non era un tremendo fardello mentre ideava i programmi? Jobs, Gates o Torvalds questo peso non l'avevano di sicuro.
«No, a essere sinceri non ci si pensava, era più forte l'entusiasmo di avventurarsi in quel mondo ignoto».
Lei, lunghi capelli e baffi biondi, jeans scampanati, occhialetti alla Lennon, ha dovuto insegnare a usare quel pc ad Armstrong e compagni, quasi tutti piloti top gun dell'aviazione Usa, qualcuno reduce della guerra in Corea: gente tosta, armadi con i capelli a spazzola, Rayban specchiati, che affidavano lo loro vita a quella infinita sequenza di tasti.


«Già, erano incontri magnifici: la prima volta ci si guardava negli occhi, ci si stringeva la mano (ovvero la mia veniva stritolata) e poi cominciava lo scambio di informazioni. Esaltante: si capiva che, pur venendo da mondi diversi, bisognava mettersi uno a fianco dell'altro perché questo richiedeva la missione».
Proprio mentre lei si arrabatta per programmare quel protocomputer smemorato, Kubrik le fa vedere Hall 9000 in 2001 Odissea nello spazio (1968).
«Che macchina meravigliosa, affascinante, però mi sembra di ricordare che alla fine ebbe un fastidioso malfunzionamento».
Quanto era forte su di voi la pressione della Nasa per recuperare l'umiliante smacco subìto dall'Unione Sovietica con Sputnik e Gagarin?
«Fortissima, estenuante com'è logico che fosse perché eravamo in piena Guerra fredda. Spesso mi rifugiavo nella copia del Lem per isolarmi».

«QUEL SUCCESSO UNIVA LA CONTROCULTURA VISIONARIA DEL ’68 E IL RIGORE SCIENTIFICO ANCHE MARTE ERA ALLA NOSTRA PORTATA»
La tecnologia e l'informatica spaziale dei russi, tutt'ora così commoventemente essenziale, la incuriosisce?
«Accipicchia, la ammiro proprio. Se una cosa funziona bene perché accantonarla così in fretta come facciamo noi nell'ansia di migliorarla anche solo di un capello? Che spreco di tempo e di risorse. E' una grande lezione quella che viene dai russi: ci ricorda anche il grande errore dei primi anni 70, quando avevamo tutto ma proprio tutto, glielo garantisco, per arrivare su Marte. Invece, per miopia politica, perdemmo l'attimo e ora chissà quando ci riusciremo».
I suoi interessi spaziano dall'informatica alla scultura alla poesia. E alla scrittura: il suo ultimo libro Sunburst and Luminary, an Apollo memoir fa luccicare gli occhi.
«Grazie, ma guardi che scrivere un software è come comporre una poesia o una canzone (amo David Bowie): poi magari i lettori non saranno proprio gli stessi. Ma da sempre, fin dalla nascita della mitizzata cultura digitale, ho spinto perché i suoi obbiettivi fossero alti, artistici, intendo, e non solo funzionali».




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DI MARCO LA ROSA
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venerdì 7 dicembre 2018

SINDONE: ALTRO TASSELLO CHE NE PROVA L'AUTENTICITA' ?

A DUE PASSI DA ROMA C’È UNA POSSIBILE TESTIMONIANZA SULL’AUTENTICITÀ DELLA SINDONE?


da:

del Prof. ROBERTO VOLTERRI

Uno stupendo, preziosissimo, manufatto voluto a metà del VI secolo dall’Imperatore Giustiniano (527 – 565 d.C.), ovvero la Crux Mensuralis potrebbe fornire qualche elemento a favore dell’autenticità del telo sindonico. Anche se esso non c’è più…

Ma qualcosa è rimasto e fra poco vedremo come rintracciarlo.

Uno scritto anonimo del XIII secolo descrive infatti una splendida croce in argento e oro, tempestata di pietre preziose, avente dimensioni alquanto inconsuete, poiché il braccio orizzontale – il patibulum – sarebbe stato molto più corto del consueto.

Largo – diciamo così – quanto le spalle di un uomo…

Il tratto verticale della Crux Mensuralis – quello che rappresenta lo stipes – sarebbe invece stato alto 1,80 metri.

Il nostro cronista anonimo riporta in realtà quanto scritto già sette secoli prima da Procopio di Cesarea, uno storico contemporaneo di Giustiniano, morto nel 563 d.C. e che di Giustinano sapeva molto poiché era vissuto nella sua reggia.

“… la croce preziosa che attualmente è conservata nello scevofilacio – del tempio di Santa Sofia. N.d.A. – riporta la statura del N.S. Gesù Cristo, il quale fu misurato diligentemente da uomini fedeli e degni di fede, e perciò la ornarono di pietre preziose e d’argento e la rivestirono d’oro, e fino ad oggi dona salute e scaccia i mali e i demoni…”.

La preziosa Crux Mensuralis è andata perduta nel 1204, durante la presa di Costantinopoli da parte delle truppe musulmane, ma – come accennavo prima – qualcosa di attendibile è  rimasto, qualcosa che adesso esamineremo in dettaglio.

Innanzitutto esiste un Codice conservato nella Biblioteca  Laurenziana di Firenze in cui è riportata la ‘mensura Christi’. 


La pagina del manoscritto conservato presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze in cui è riportato il calcolo della ‘mensura Christi’ che sarebbe stato desunto dalla preziosa Crux Mensuralis voluta da Giustiniano e poi scomparsa nel corso dei secoli…

Il miniaturista che stilò tale documento pergamenaceo afferma chiaramente nella didascalia posta sotto l’immagine di avere dinanzi a sé la misura esatta della preziosa croce voluta da Giustiniano. Però, a lavoro ultimato – come fece rilevare in un suo studio anche Monsignor Giulio Ricci, uno dei più validi sindonologi – si accorse che la lunghezza effettiva della ‘mensura Christi’ da lui realizzata sulla pergamena – ovvero quindici centimetri – moltiplicata per quattordici – ovvero ‘… bis septies…’ come egli stesso scrive – non corrispondeva alla misura che gli era stata ‘commissionata’( avrebbe ottenuta un’altezza di 2,10 metri!), misura derivante da osservazioni effettuate sul manufatto voluto dall’Imperatore, manufatto a sua volta realizzato in base ad un ‘modello’ originatosi in Terra Santa.

Insomma l’ignoto miniaturista… si era un po’ distratto!

Poco male: bastava sostituire la parola septies (sette) con sexies (sei) e tutto sarebbe stato sistemato, poiché la misura dell’altezza dell’Uomo della Sindone sarebbe stata più ‘ragionevole’: 1,80 metri.
Il miniaturista abrase sulla pergamena la lettera ‘p’ di septies (operazione questa che ancora ben si vede nella fotografia di un dettaglio della pagina ‘incriminata…) e la sostituì con la lettera ‘x’.

Ma, evidentemente, era ancora ‘distratto’ da chissà quali altre preoccupazioni, poichè questa volta si dimenticò di cancellare la lettera ‘t’ (rimase perciò ‘sexties’, come ben si vede).


Ingrandimento della parola ‘bis sexties’, malamente corretta dall’ignoto miniaturista che compilò il manoscritto di Firenze in cui è riportata la ’mensura Christi’.

Si legge, infatti,  sexties anziché sexies.Tutto ciò, anche a parere di Monsignor Ricci, depone a favore della serietà, dell’attendibilità di quanto era stato realizzato dal miniaturista, preoccupato del fatto che il disegno da lui realizzato della ‘mensura Christi’ non fosse ‘in scala’ – diremmo oggi – con l’originale.

Se escludiamo a priori la possibilità che il solito Leonardo – o altro valido ingegno – abbia realizzata una sorta di ‘fotografia’ molto ante litteram di un corpo avente le ipotizzabili caratteristiche somatiche dell’Uomo vissuto in Terra Santa (comprese le tracce lasciate dalle fustigazioni e dalla crocifissione), allora dovremmo necessariamente presumere che la ‘Crux Mensuralis’ e la raffigurazione della ‘mensura Christi’ conservata nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, derivino direttamente da osservazioni fatte sulla Sindone, che a quel tempo doveva essere ancora a Gerusalemme.

E questo dato parrebbe incontrovertibile, poiché nell’anno del Signore 670 il monaco Arculfo, nella ‘Redazione di Adamnano’, relaziona su una sua lunga permanenza a Gerusalemme e scrive di un sudarium e di un linteum maius mostrante ipsius Domini imago figurata.
Secondo Monsignor Ricci, chi ricavò la misura dell’altezza del Cristo procedette più o meno così…
“… Misurata la figura facciale (m.2) e quella dorsale (m. 2,05) e sommate insieme = m. 4,05, dovettero dividere per 2 (4,05:2= 2,02 circa) e calcolare l’allungamento della pianta dei piedi; la loro valutazione in merito dovette essere di circa 22 cm. che detrassero dal totale di 2,02 pronunciandosi per una altezza effettiva di m. 1,80 (15 x 12 = 1,80)…”
Le cose potrebbero essere andate in questo modo e fu così che l’Imperatore Giustiniano dette ordine di realizzare la preziosissima Crux  Aurea da lui stesso posta nello scevofilacio – la sagrestia – del tempio di Santa Sofia a Costantinopoli.

Nei secoli successivi si tornò sull’argomento, in particolare nel testo ‘De Linteis Sepulchralibus Christi Servatoris’, dello Chifflet , pubblicato nel 1624.

In esso, l’autore effettua una comparazione tra la Sindone e il cosiddetto Sudario di Besancon, andato in fumo durante la Rivoluzione francese e del quale rimangono solo alcune riproduzioni pittoriche.
“… Ho trovato che la statura del corpo di Cristo, dal vertice fino al piede, nel Sudario di Besancon e di 6 piedi geometrici meno 3 dita (m. 1,821558)…”, egli afferma con sicurezza proseguendo…
“…Osservato questo ho applicato le stesse misure alla lunghezza della immagine di Torino, che avevo a casa, e con grande mia consolazione, l’ho trovata della identica misura…”.


In tempi ancor di più a noi vicini, potremmo ricordare gli studi biotipologici del Viola, del Pende e dell’Hyneck il quale, ad esempio, conclude…

“…Tutti i medici concordano nel giudizio seguente: vi sono (nella Sindone) le impronte di un uomo deceduto nel pieno sviluppo delle sue forze, di bella, alta statura, di ossatura e muscolatura perfettamente plasmata…”.

Dunque di alta statura…

Torniamo però all’oggetto della nostra ricerca: qualcosa che ricordi la scomparsa Crux Mensuralis. Qualche reperto che verosimilmente possa ricondurci a  quella che poteva forse essere la statura fisica del Cristo.

Ebbene, a Grottaferrata, a pochi chilometri da Roma, nell’Abbazia di San Nilo, qualcosa c’è…

Ricompare una Crux Mensuralis ma… in porfido rosso

A circa trenta chilometri da Roma, in poco più di venti minuti di auto, è possibile raggiungere Grottaferrata importante dal punto di vista storico-artistico per la presenza dell'Abbazia di San Nilo.


La bellissima Abbazia di San Nilo, a Grottaferrata (Roma). Qui, in una stanzetta situata all’interno dell’edificio religioso, sulla destra, è visibile sia la copia della Crux Mensuralis in porfido rosso, sia un curioso lavabo che esorta a… lavarsi i peccati, non solo il viso!

Nell’anno 1004 un gruppo di monaci di rito bizantino giunge infatti sui colli Tuscolani. Li guida un anziano uomo di fede, desideroso di trovare un luogo per edificare un monastero ‘ove adunare i suoi figli dispersi'.

Quell’uomo divenne poi San Nilo, nato a Rossano, in Calabria, da famiglia greca.

La Calabria allora è bizantina e il futuro santo ha già fondato vari monasteri in Calabria e in Campania.

Sui colli di Tuscolo i monaci vengono subito attratti dai suggestivi  ruderi di una villa romana e soprattutto da un basso edificio in 'opus quadratum', già cella sepolcrale in epoca repubblicana, e poi,  dal V secolo, adattato ad oratorio cristiano che fa bella mostra di sé in mezzo alle antiche vestigia.  L’edificio ha una doppia grata di ferro alle finestre, per cui la località circostante viene detta Cryptaferrata e da qui l’attuale nome di Grottaferrata.

La tradizione afferma che nella Cripta la Vergine apparisse al futuro santo e a San Bartolomeo, suo discepolo, chiedendo che vi venisse edificato un santuario a lei dedicato, da cui avrebbe sparso le sue grazie su tutta la contrada.
Ottenuto in dono quel territorio da Gregorio, conte di Tuscolo, i monaci iniziano la costruzione della chiesa e del monastero. San Nilo muore poco dopo, il 26 settembre 1004. San Bartolomeo con gli altri monaci lavorano indefessamente per alcuni decenni anni intorno all'opera, utilizzando anche materiale di riporto proveniente dalle rovine della villa romana adiacente, tra cui colonne e lastre di marmo, cornicioni scolpiti, blocchi di peperino. Nel 1024 il santuario è completato, "…bello, ornato di marmi e di pitture, ricco di sacri arredi, ammirato da tutti…" e il 17 dicembre di quell'anno il pontefice Giovanni XIX viene a consacrarlo solennemente, dedicandolo alla Madre di Dio.

Qui, nell’abbazia, in una stanza adiacente alla piccola cappella in cui si celebrano spesso suggestivi matrimoni in rito bizantino, è possibile vedere una strana croce, alta esattamente metri 1,80, con il ‘patibulum’ stranamente molto corto.
Diciamo della larghezza delle spalle di un uomo adulto di alta statura…

Sarebbe la copia… ‘povera’ della preziosa Crux Mensuralis voluta dall’Imperatore Giustiniano e andata perduta nel 1204!

Ciò potrebbe essere una conferma che la Sindone era già nota in epoca non sospetta e che il Cristo fosse veramente di statura (fisica, s’intende!) ben superiore a quella dei suoi contemporanei.
La coincidenza delle misure della Crux Mensuralis con le misure corporee desumibili dalla Sacra Sindone, in verità non è molto, ma è un discreto inizio per ulteriori ricerche…



In alto, la copia molto meno preziosa – in porfido rosso – della Crux Mensuralis fatta realizzare dall’Imperatore Giustiniano. Si trova, un po’ appartata ma facilmente individuabile, nell’Abbazia di San Nilo, a Grottaferrata (Roma). Lo ‘stipes’ riporterebbe con esattezza la misura dell’altezza del Cristo, mentre il tratto orizzontale, il  ‘patibulum’ sarebbe pari alla larghezza delle spalle dell’Uomo morto sulla croce.

A destra, le precise misure della croce, frutto di uno studio sulle immagini ‘acheropite’effettuato nel 2010 dai laboratori ’ENEA di Frascati

Per dare una fugace occhiata alla Crux Mensuralis in porfido rosso conservata a Grottaferrata (Roma), entrate nell’Abbazia Greca di San Nilo e subito dirigetevi (con il dovuto rispetto per l’ambiente in cui state!) sulla destra: qui troverete una porta, di solito aperta, e non appena entrati guardate sulla parete di destra, Lì c’è il curioso monolite che potrebbe fornire ulteriori spunti per lo studio della Sindone…

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martedì 4 dicembre 2018

PROTOSTORIA AMERICANA...



Scoperta l’arma più antica mai trovata negli Stati Uniti: ha 15.500 anni

Questa scoperta mette in dubbio ciò che sappiamo sui primi coloni nel Nuovo Mondo

Fino ad oggi, i resti di armi più antiche conosciute negli Stati Uniti appartenevano alla cosiddetta cultura di Clovis, che si stabilì negli attuali territori del Nuovo Messico e dell’Arizona circa 13.000 anni fa. I membri della cultura di Clovis fabbricarono armi di pietra che usavano per cacciare animali di grossa taglia, compresi i mastodonti. Tuttavia, dopo gli scavi in ​​Texas, un gruppo di archeologi ha scoperto due punte di lancia risalenti a circa 15.000 anni fa, che la rendono l’arma più antica trovata finora in quella regione. Questo strumento è fatto di roccia ed è la prima volta che il resto di un’arma così sofisticata si trovi in questo sito e risalente a prima della cultura di Clovis.

La scoperta:

Uno studio pubblicato su Science Advances descrive questa scoperta fatta nel campo di Debra L. Friedkin del complesso archeologico di Buttermilk Creek (Bell County, Texas). Michael Waters, autore principale dello studio, spiega che queste punte potrebbero aver ispirato la cultura di Clovis a sviluppare le proprie armi. Queste sono state portate nel continente in una migrazione completamente separata di cui non eravamo a conoscenza fino ad ora. “La nostra scoperta dimostra che questi suggerimenti sono precedenti a Clovis. Dato il tempo del sito, le persone che portavano queste lance arrivarono dalla costa del Pacifico. Più tardi, un altro gruppo di persone ha sviluppato la propria punta di lancia in base a questi o ha inventato la propria tecnologia, che è finita in quella Clovis che conosciamo oggi“, ha detto Waters.


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venerdì 30 novembre 2018

MEDICINA SPAZIALE: IL CERVELLO UMANO E LA GRAVITA'



La permanenza nello spazio porta ad una riduzione del volume del cervello umano.

Secondo un recente studio condotto dall'Università di Antwerp, passare troppo tempo nello spazio provocherebbe una riduzione del volume del cervello umano.
Da tempo siamo a conoscenza del fatto che la permanenza dell’uomo nello spazio modifica la morfologia del corpo umano, portando ad esempio all’atrofia muscolare e alla riduzione della densità ossea. Un recente studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine e condotto da un team di neuroscienziati dell’Università di Antwerp, ha dimostrato che passare dei lunghi periodi di tempo nello spazio avrebbe anche effetti negativi sul cervello. Il cervello subirebbe infatti una riduzione di volume che perdura anche a distanza di mesi dal termine della missione.

Lo studio:

Quanto dimostrato è il risultato dello studio del cervello di dieci cosmonauti, con età media di 44 anni, che avevano trascorso una media di 189 giorni a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Il cervello è stato misurato, tramite risonanza magnetica, sia prima che al termine della missione, a distanza di 9 giorni dal ritorno. Dalla risonanza si sono osservati cambiamenti significativi sia nella materia bianca che in quella grigia del cervello. La materia grigia si è ridotta a seguito dei viaggi, ma gli esami hanno dimostrato che si era ritirata solo temporaneamente. Invece la materia bianca ha mostrato diminuzioni più significative e anche permanenti, o comunque molto più durature. Le immagini evidenziano anche uno spostamento verso l’alto del cervello e un restringimento dello spazio presente tra la parte superiore del cervello e il cranio. Tali cambiamenti sarebbero causa di un aumento della pressione intracranica e di problemi di vista sperimentati da alcuni astronauti. Il professor zu Eulenburg ha dichiarato: “Presi nel loro complesso, i nostri risultati indicano dei cambiamenti prolungati nello schema di circolazione del fluido cerebrospinale per un periodo di almeno sette mesi dopo il ritorno sulla Terra. Tuttavia non è ancora chiaro se queste estese alterazioni evidenziate nella materia grigia e bianca possano avere delle conseguenze anche sull’aspetto cognitivo”. Per ulteriori conferme serviranno ulteriori studi sulle missioni di lunga durata.


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martedì 27 novembre 2018

FRAMMENTI DI EVOLUZIONE...SCOMODA




Neanderthal, denti fossili di 450 mila anni fa trovati in Italia riscrivono l’evoluzione


Scoperte a Fontana Ranuccio, nei pressi di Anagni (Frosinone) e a Visogliano (Trieste) le più antiche testimonianze dell’evoluzione umana mai trovate in Italia. Si tratta di denti di uomini di Neanderthal risalenti a 450.000 anni fa nel Pleistocene, le cui caratteristiche sono visibilmente diverse dagli altri denti noti di quell’epoca in Eurasia. Dai risultati del nuovo studio, pubblicato sulla rivista Plos One, le scansioni Micro-CT e le analisi morfologiche dei denti del Pleistocene rivelano caratteristiche simili a quelle di Neanderthal rispetto ad altre specie umane ma presentano marcate differenze con i denti dell’uomo moderno. “Possiamo collocare gli uomini di Neanderthal tra i 100mila e i 40mila anni fa, la dinastia neanderthaliana prima di quel periodo non è ben conosciuta”, ha detto Clément Zanolli dell’Università Touluse III. “La struttura interna della dentatura somiglia anche a quella degli antichi abitanti della Sierra di Atapuerca in Spagna, anch’essi della linea evolutiva dei Neanderthal, ritrovata nel sito di Sima de los Huesos. Ciò indica che un modello morfologico dentale generalmente neanderthaliano si era preconfigurato nell’Europa Occidentale in un periodo almeno tra 430 e 450mila anni fa”, ha osservato Zanolli.


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domenica 25 novembre 2018

PESI E MISURE: PERCHE' CAMBIANO?



Perché cambiano le definizioni di pesi e misure?

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa  (INMRI – ENEA)

La Conferenza generale dei pesi e delle misure riunita a Versailles ha rivoluzionato il Sistema internazionale delle unità di misura, cambiando sette definizioni fondamentali. Ecco come (e perché)Due pesi e due misure. Anzi: sette pesi e sette misure. Nuove di zecca. Gli esperti della Conferenza generale dei pesi e delle misure (Cgpm), riuniti in sessione plenaria a Versailles – erano presenti i delegati di 62 paesi di tutto il mondo – hanno appena approvato il nuovo Sistema internazionale delle unità di misura (Si), ridefinendo de facto le definizioni di sette unità di misura fondamentali: chilogrammo, metro, secondo, ampere, kelvin, mole e candela. Le novità sono state presentate il 20 novembre a Roma, nella conferenza stampa Innovation in Measurement – Diamo il benvenuto al nuovo Sistema internazionale delle unità di misura, tenuta dagli esperti dell’Istituto nazionale di ricerca metrologica (Inrim), l’ente italiano che contribuisce a realizzare, mantenere e sviluppare i campioni nazionali di riferimento delle unità di misura del Sistema internazionale, garantendo così la riferibilità di ogni misurazione al sistema stesso. Si tratta, dicono i promotori dell’iniziativa, di un cambiamento epocale nella metrologia (la scienza che, per l’appunto, studia la misurazione delle grandezze fisiche e sceglie i sistemi di unità di misura più appropriati), perché lega le definizioni delle unità fondamentali a costanti fondamentali della fisica e non a oggetti materiali (come per esempio il campione del chilogrammo conservato a Sèvres) soggetti a cambiamento nel tempo.“Mi emoziona parecchio seppellire il vecchio chilogrammo”, ha commentato in proposito Stephan Schlamminger, fisico dello Us National Institute of Standards and Technology (Nist), “Mi sento un po’ nostalgico e triste, ma so che il nuovo sistema sarà migliore del vecchio”.

Pesi e misure, un po’ di storia

Per comprendere portata e motivi del cambiamento è necessario anzitutto ripercorrere le tappe fondamentali della definizione delle grandezze fondamentali e delle unità di misura. Il Sistema internazionale è nato a opera della Conférence générale des poids et mesures e del Bureau international des poids et mesures (Bipm), istituiti nel 1875 in seno alla cosiddetta Convenzione del metro. Nel corso della prima conferenza, che si tenne nel 1889, fu istituito il sistema Mks, che comprendeva le unità fondamentali di lunghezza(metro), peso (chilogrammo) e tempo (secondo). Bisognerà aspettare quasi mezzo secolo per il primo ampliamento: nel 1935, su proposta del fisico italiano Giovanni Giorgi al sistema fu aggiunto l’ohm, unità di misura della resistenza elettrica; successivamente, nel 1946, l’ohm fu sostituito dall’ampere, unità di misura della corrente elettrica. Con la decima conferenza generale dei pesi e delle misure, nel 1954, furono aggiunti il kelvin, per la misura della temperatura, e la candela, per la misura dell’intensità luminosa. Nel 1972, infine, la quattordicesima conferenza sancì l’aggiunta della mole, per la misura della quantità di sostanza, completando così le sette grandezze fisiche fondamentali e le corrispondenti unità di misura in uso ancora oggi.

Grandezze fondamentali e grandezze derivate

Dalle grandezze fondamentali si ricavano poi le cosiddette grandezze derivate, ossia tutte quelle che si possono esprimere come loro prodotto o rapporto. L’energia, per esempio, che nel Sistema internazionale si misura in joule, dimensionalmente equivalente al prodotto di chilogrammo per metro al quadrato diviso secondo al quadrato. O la potenza, che si misura in watt ed equivale dimensionalmente al rapporto tra joule e secondo. La resistenza, che originariamente era stata inclusa nelle grandezze fondamentali, è espressa oggi nel Sistema internazionale come rapporto tra il potenziale elettrico (a sua volta rapporto tra energia e corrente) e corrente elettrica. E così via.

Basta campioni in cassaforte

Dato un sistema apparentemente così coerente e preciso, da dove viene allora la necessità di modificarlo e aggiornarlo? Il problema è di precisione, stabilità e riproducibilità, tre caratteristiche che, va da sé, sono fondamentali nella definizione di un sistema di unità di misura. “Prendiamo per esempio il secondo, unità di misura del tempo”, ci racconta Marco Pisani, metrologo e ricercatore Inrim. “Storicamente, il secondo era definito come una frazione [1/86400, per la precisione, nda] del giorno solare medio”. Tuttavia, poiché a causa di diversi fattori (interazione gravitazionale Terra-Luna, forza delle maree, fusione dei ghiacciai alle alte latitudini), il giorno solare medio si sta impercettibilmente ma inesorabilmente allungando, una definizione siffatta non può certo dirsi universale, tanto che nel 1956 la Cgpm ridefinì l’unità di misura in termini di rivoluzione terrestre attorno al Sole nel 1900 (“la frazione di 1/31556925,9747 dell’anno tropico per lo 0 gennaio 1900 alle ore 12 tempo effemeride”). Fino ad arrivare, nel 1967, a una definizione finalmente svincolata dal movimento terrestre e legata invece alla radiazione emessa da un isotopo del cesio, un intervallo temporale misurabile con estrema precisione grazie agli orologi atomici. “Stesso discorso per il metro, che in passato era definito come una frazione del meridiano terrestre e poi è stato invece legato alla velocità della luce”, prosegue Pisani. “Il senso delle nuove definizioni è proprio questo: riferire tutte le unità di misura delle grandezze fondamentali a costanti della fisica, che abbiamo stabilito con estrema precisione, anziché a campioni materiali, più soggetti a incertezza e a cambiamenti nel corso del tempo”, dice Pisani. Quello che è appena avvenuto con il chilogrammo è l’esempio più lampante: finora l’unità di peso era definita attraverso un campione conservato a Sèvres, al quale tutti gli enti metrologici nazionali dovevano fare riferimento per la realizzazione del proprio campione. Da maggio 2019, quando entreranno in vigore le misure appena votate a Versailles, il chilogrammo sarà invece definito considerando il valore numerico della costante di Planck h, fissato a 6,626070040×10-34joule per secondo. “Per gli scienziati, comunque”, ci tiene a precisare Pisani, “non cambierà nulla dal punto di vista operativo perché il valore delle unità non cambia, cambia solo il metodo per realizzarle. L’impatto di questo cambiamento sarà principalmente il fatto che le unità di misura potranno essere realizzate da chiunque in qualunque parte del mondo e permetterà in prospettiva di effettuare misure sempre più precise e quindi favorire lo sviluppo di nuove scoperte e nuove tecnologie”.

Così cambiano le definizioni

Ecco, nello specifico, come cambieranno le definizioni delle sette unità di misura fondamentali:

Chilogrammo

Prima. La massa del cilindro di platino-iridioconservato all’Ufficio internazionale dei pesi e delle misure a Sèvres.
Dopo. Sarà ridefinito in termini della costante di Planck, sarà realizzato attraverso una speciale bilancia detta bilancia di Kibble e non sarà più necessario riferirsi al campione di Sèvres.

Ampere

Prima. L’intensità di corrente che, se mantenuta in due conduttori lineari paralleli di lunghezza infinita e sezione trascurabile, posti a un metro di distanza l’uno dall’altro nel vuoto, produce tra questi una forza pari a 2×10^-7 newton per ogni metro di lunghezza.

 Dopo. L’ampere sarà definito dal valore numerico della carica elementare fissato a 1,602176634×10^-19 coulomb e sarà realizzato attraverso speciali circuiti che contano gli elettroni.

Kelvin

Prima. La frazione pari a 1/273,16 della temperatura assoluta del punto triplo dell’acqua

Dopo Definito a partire dal valore numerico della costante di Boltzmann k, ovvero 1,38064852×10^-23 joule su kelvin.

Mole

Prima. La quantità di sostanza di un sistema che contiene un numero di entità pari al numero degli atomi presenti in 12 grammi di carbonio-12.

Dopo. La mole sarà legata alla costante di Avogadro: contiene esattamente 6,022214076×10^23 entità elementari (atomi, molecole e così via).

Metro

Il metro è già oggi definito a partire dal valore numerico fissato della velocità della luce nel vuoto pari a 299.792.458 metri al secondo.

Candela

La candela è già oggi definita dal valore numerico fissato dell’efficacia luminosa di una radiazione monocromatica di frequenza 540×10^12 hertz, fissato a 683 quando espresso in lumen per watt (eguale a una candela steradiante per watt).

Secondo

Il secondo è già oggi definito dal valore numerico fisso dell’inverso della frequenza di transizione tra due livelli iperfini del cesio-133, pari a 9192631770 hertz.

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