IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

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LA NUOVA CONOSCENZA

lunedì 24 giugno 2019

L'INTELLIGENZA REPLICATIVA DEI VIRUS



La replicazione alternativa dei virus che sparpagliano il genoma

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

Un principio classico della virologia è che i virus infettano cellule singole e si replicano al loro interno. Ma studi recenti hanno dimostrato che alcuni di essi spargono i loro geni tra molte cellule, da cui creano poi nuovi virus completi condividendo i prodotti dei geni.

Per un virus, che è un genoma compatto ben confezionato in un rivestimento di proteine, sopravvivere significa invadere una cellula, impadronirsi del suo macchinario per produrre le proteine per riprodursi e poi diffondersi ad altre cellule. Potrebbe sembrare ovvio che per riuscirci l'intero piccolo genoma di un virus debba trovarsi all'interno di una cellula infettata. Uno studio pubblicato di recente su “eLife”, tuttavia, ribalta l'idea. Alcuni virus non si limitano a dividersi in segmenti multipli che infettano separatamente le cellule ospiti, ma, come hanno scoperto i ricercatori francesi, possono prosperare spargendo i loro genomi come tessere di un puzzle in molte cellule ospiti. Qualcosa - probabilmente la diffusione di molecole tra le cellule infette - ne permette la replicazione, l'autoassemblaggio in particelle virali complete e la propagazione dell'infezione. "È possibile avere tutti i prodotti genetici necessari per produrre nuovi virus all'interno di una cellula che in realtà non contiene tutti i segmenti genici", ha spiegato Christopher Brooke, virologo all'Università dell'Illinois a Urbana-Champaign. "La concezione classica della virologia presuppone che il ciclo di replicazione virale avvenga all'interno delle singole cellule", ha detto Anne Sicard, autrice del nuovo studio e fitopatologa all'Institut National de la Recherche Agronomique (INRA) di Montpellier. Ma nel caso del virus "multipartito" che lei e i suoi colleghi hanno esaminato, "sembra che non sia così. I segmenti infettano le cellule in modo indipendente e si accumulano in modo indipendente nelle cellule ospiti della pianta". Ha aggiunto: "Di fatto dimostra che il virus non funziona a livello di singola cellula, ma a livello multicellulare". I virus multipartiti sono noti da oltre mezzo secolo, cioè da quando i ricercatori si sono resi conto che un virus può essere composto da due o più pezzi indipendenti, tutti vitali ai fini dell'infezione. Un pezzo, per esempio, può servire a produrre enzimi virali essenziali, mentre un altro è necessario per realizzare il capside in cui le particelle virali (o virioni) sono imballate e trasportate verso altre cellule. Ma essere multipartiti comporta notevoli rischi. Non è difficile che parti del genoma vadano perse o dimenticate, interrompendo il resto del ciclo dell'infezione. Poiché i segmenti si trovano spesso in proporzioni diverse - alcuni possono essere comuni, e altri rari - quelli rari possono essere persi con particolare facilità. Da quando li hanno scoperti, gli scienziati si sono quindi posti molte domande sui virus multipartiti "Perché mai un virus dovrebbe fare così? Perché spezzettare il genoma? Quali sono i vantaggi di avere segmenti confezionati separatamente?", si chiede Mark P. Zwart, studioso dell'evoluzione dei virus al Netherlands Institute of Ecology. Per cercare di rispondere a queste domande, i teorici hanno sviluppato modelli per definire le circostanze in cui questo stile di vita multipartita potrebbe essersi evoluto da un antenato virale più tipico, presupponendo che a infettare una cellula debba essere l'insieme completo dei segmenti virali. Ma i risultati sono stati sconcertanti. Uno studio del 2012 ha concluso che, quali che possano essere i benefici della multipartizione, gli svantaggi sono così grandi che non dovrebbero poter esistere virus con più di quattro segmenti. Eppure si sapeva che alcuni virus multipartiti - come il Faba bean necrotic stunt virus (FBNSV) - avevano fino a otto segmenti, ciascuno trasportato in una particella diversa. In linea teorica, non avrebbero potuto evolversi. Che cosa ne può spiegare l'esistenza? "Abbiamo pensato che il modo in cui concettualizziamo questi virus dovesse essere sbagliato", ha detto Stéphane Blanc, virologo vegetale dell'INRA e autore senior del nuovo studio. Hanno così deciso di verificare il presupposto chiave che tutti i segmenti debbano essere presenti all'interno di una cellula perché l'infezione abbia successo. "Non lo si è fatto prima perché sembrava così evidente che di fatto nessuno lo ha testato", ha detto.
Quello che hanno trovato esaminando le infezioni da FBNSV li ha lasciati stupefatti. Etichettando due segmenti virali alla volta con sonde fluorescenti di diverso colore, il team ha potuto constatare che la maggior parte delle singole cellule vegetali ospiti esaminate non conteneva l'intera gamma di segmenti virali. Inoltre, i ricercatori hanno dimostrato che una proteina necessaria per la replicazione virale era presente anche in cellule che in cui mancava il segmento di genoma che la codificava. Ne hanno dedotto che i prodotti genici delle particelle del virus - molecole di RNA messaggero o proteine - devono essere condivise tra le cellule, in modo che ogni particella possa replicarsi e confezionarsi in un capside per poi diffondersi. In che modo esattamente questi componenti indispensabili siano condivisi tra le cellule vegetali non è del tutto chiaro, ma Blanc e il suo team lo stanno studiando. La risposta potrebbe coinvolgere i plasmodesmi, reti di canali microscopici che si estendono attraverso le pareti cellulari delle piante e permettono a cellule adiacenti di condividere altre proteine. Questa nuova comprensione spiega come un virus multipartito può sostenere infezioni all'interno di una pianta, ma apre nuovi misteri su come si diffonde. FBNSV, per esempio, per trasmettersi dipende dagli afidi che mangiano le piante di fagioli faba. Ma questi piccoli insetti devono acquisire tutti insieme gli otto segmenti di FBNSV e introdurli nella stessa pianta per trasmettere con successo l'infezione. Si può supporre che buona parte degli eventi infettivi non riesca perché gli afidi raccolgono solo un sottoinsieme delle otto particelle. La scoperta "diminuisce il problema a livello dell'ospite perché le particelle non devono raggiungere tutte le cellule insieme, ma abbiamo ancora un problema di trasmissione tra ospite e ospite", ha detto Blanc. Anche il motivo per cui un virus dovrebbe avvantaggiarsi di uno stile di vita multipartito è oggetto di dibattito. Un'ipotesi, dice Blanc, è che la suddivisione del genoma permette a ciascun segmento di variare la frequenza di regolazione dell'espressione genica in un rapido ed efficace, perché il livello di attività di un certo gene può dipendere dal numero delle sue copie in una cellula. Ogni volta che il virus infetta un nuovo ospite, la frequenza dei segmenti cambia, e questo potrebbe consentire al virus di testare quale livello di espressione genica funziona meglio in un nuovo ambiente cellulare. Eric Freundt, virologo all'Università di Tampa, ipotizza che se le difese innate di una pianta ospite distruggono solo le cellule che esprimono particolari proteine virali, allora la distribuzione dei geni per le proteine in particelle diverse potrebbe garantire che in alcune cellule il virus non venga individuato. Un'altra possibilità, suggerisce Freundt, è che la distribuzione in punta di piedi permetta di evitare una "risposta proteica dispiegata" che può uccidere le cellule, travolte da un virus che cerca di produrre tutte le sue proteine nello stesso momento. Distribuendo il suo genoma fra molte cellule vegetali, il virus può evitare di sopraffare il meccanismo di ogni singola cellula.
 La trasmissione dei virus multipartiti da una pianta all'altra avviene grazie agli afidi. /
The transmission of multipartite viruses from one plant to another occurs thanks to aphids. (Science Photo Library / AGF)

Tuttavia, Franc e Bleundt sono pronti a riconoscere che queste sono solo ipotesi. "La ragione della loro evoluzione è ancora un mistero", dice Blanc. Zwart sottolinea che la maggior parte delle idee sui vantaggi della multipartizione riguardano in realtà la segmentazione del genoma, non la suddivisione del virus in diverse unità infettive. La separazione in segmenti del genoma permette a virus diversi di ricombinare facilmente varie forme vantaggiose dei loro geni. Arvind Varsani, un virologo all'Arizona State University, è d'accordo. "Da una prospettiva di modularità, si possono vedere i vantaggi dei virus multicomponente in cui ogni modulo può essere indipendente", dice. In una pianta infettata da più virus, "è possibile ottenere elementi utili molto più rapidamente e adattarsi all'ambiente mescolandoli e abbinandoli". La prova della forza di questa strategia si trova nel virus dell'influenza, un maestro del riassortimento. Anche il genoma dell'influenza ha otto segmenti, anche se sono tutti confezionati insieme in un capside virale. Ciò consente di raccogliere i benefici della segmentazione senza pagare tutti i costi della multipartizione.
Ma l'influenza potrebbe essere simile a FBNSV più di quanto sembri a prima vista. Brooke ha scoperto che, a seconda del ceppo, solo una piccola frazione (dall'uno al 10 per cento) delle particelle del virus influenzale contiene copie funzionali di tutti e otto i segmenti del genoma. "La stragrande maggioranza delle particelle influenzali sono incomplete, o quelle che noi chiamiamo semi-infettive, particelle che da sole non sono in grado di avviare la replicazione produttiva", ha spiegato. "Questa è stata una sorpresa perché suggerisce che questo virus, che è di enorme successo e molto trasmissibile, deve la sua esistenza in buona parte a queste particelle che non possono replicarsi da sole". E prevede: "Chiedersi in che modo i virus operano come popolazioni invece che come singole particelle di virioni alla fine si rivelerà importante per molti sistemi virali differenti". Parte di questa importanza è concettuale: pensare che il DNA all'interno di un singolo capside virale definisca il suo genoma potrebbe essere riduttivo. Sarebbe forse meglio immaginare un genoma virale come una suite di geni rappresentati in un'intera popolazione virale. I teorici ne stanno già approfondendo le implicazioni. Zwart si aspetta che presto salteranno fuori nuovi modelli teorici per esplorare queste intuizioni, relativi per esempio ai possibili modi di inquadrare l'evoluzione di questi virus in termini di molteplici livelli di selezione naturale. All'interno di una singola pianta ospite, le forze di selezione naturale locali permettono al virus di bilanciare con successo i tassi di produzione dei suoi segmenti. Ma quando il virus passa a una nuova pianta, deve essere in grado di adattarsi anche a al nuovo ambiente che lo ospita, e dunque deve mantenere una certa versatilità. Un livello di selezione più elevato può quindi a volte temperare il livello locale e riequilibrare il rapporto tra i segmenti in modo più uniforme.

"C'è un'enorme ricchezza in tutte queste dinamiche", dice Zwart. "E' davvero affascinante".

Da:

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" IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: LA VERA GENESI DELL'HOMO SAPIENS"
DI MARCO LA ROSA
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martedì 18 giugno 2019

CONFERENZA: L'ORIGINE DELLA VITA SULLA TERRA, NEL COSMO ALLA RICERCA DEL DNA

PRESENTA:

RELATORI:
MARCO LA ROSA & GIORGIO PATTERA



SETI 3.0 : LA RICERCA DEL DNA COME COSTANTE COSMOLOGICA

di Marco La Rosa & Giorgio Pattera

“La vita è un fenomeno naturale, normale, addirittura inevitabile. Quindi, presto o tardi, inizierà su ogni pianeta abitabile…”

(Isaac Asimov, 1979)


Abstract:

Non si tratta solamente di “creazionismo non religioso”, cioè l’intervento alieno sull’evoluzione biologica umana, ma oggi è ormai possibile dimostrare, con l’ausilio dell’interdisciplinarità, che tale concetto ha comunque valenza teorica plausibile, fino a prova contraria e come tale dev’essere considerato ed adeguatamente proposto anche nelle sedi accademiche. Gli studi pluriennali sull’origine della vita hanno portato i biologi ad un alto grado di conoscenza del DNA e di tutti i suoi meccanismi correlati. L'acido desossiribonucleico (DNA) è un acido nucleico che contiene le informazioni genetiche necessarie alla biosintesi di RNA e proteine, molecole indispensabili per lo sviluppo ed il corretto funzionamento della maggior parte degli organismi viventi. Oggi possiamo ricercare nel Cosmo questa specifica “frequenza”, che è diventata a tutti gli effetti la “costante cosmologica” fautrice dell’aumento dell’entropia negativa (o neghentropia), di fatto sparigliando le carte delle obsolete previsioni riguardo la futura ed ineludibile morte termica dell’Universo. Le cosiddette isole “neghentropiche” (panspermia guidata o diretta) stanno nascendo a ritmo vertiginoso, perché la vita, anche intelligente, è inevitabile.

Bibliografia essenziale:
IL PRINCIPIO DELL’IMMORTALITA’: NEO – ESO – BIOLOGIA di Marco La Rosa e Giorgio Pattera – CreateSpace Editions USA 2016


PANSPERMIA RIVALUTATA


Giorgio Pattera

Risale ad oltre un secolo fa, grazie allo scienziato svedese Svante Arrhenius (Chimico e Fisico, premio Nobel per la Chimica nel 1903), l’ipotesi che la Vita sulla Terra sia stata portata da microorganismi provenienti dalle profondità del Cosmo (“L’EVOLUTION des MONDES”, 1910); ipotesi meglio conosciuta col termine di “Panspermia” [dal Greco πανσπερμία: πᾶς/πᾶν (pas/pan) = "tutto" e σπέρμα (sperma) = "seme"].
Ipotesi osteggiata, per non dire derisa, dai benpensanti “ortodossi” della Scienza “ufficiale” dell’epoca, in base all’assioma (per quei tempi) che nessuna entità biologica potesse sopravvivere all’esposizione alle micidiali radiazioni cosmiche, in grado di distruggere ogni forma di organismo vivente in brevissimo tempo.
Ma siamo proprio sicuri che sia così? Sembra di no! Vediamo…
Durante un’attività extraveicolare (EVA), all’esterno del segmento russo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), sono stati trovati batteri viventi di origine sconosciuta, probabilmente provenienti dallo spazio, i quali sono stati immediatamente raccolti e analizzati presso i laboratori della NASA. L’affermazione non arriva da una persona qualunque, ma dal cosmonauta russo Anton Shkaplerov, già due volte passeggero della Stazione Spaziale. Shkaplerov, in un’intervista all’agenzia di stampa russa «Russian News Service» della TASS, ha raccontato che il campionamento è avvenuto in un’area esterna della base dove si accumulano i residui di carburante dovuti alle manovre dei motori. Questa stessa regione del modulo, al tempo del lancio nello spazio nel 1998, non presentava nessuna forma di vita microbica; da questo le conclusioni del cosmonauta: siamo davvero di fronte alla prima forma di «vita aliena»?
Stando a quanto riportato dall'agenzia di stampa russa TASS, i cosmonauti avrebbero condotto indagini approfondite mediante tamponi di cotone sull'esterno del segmento russo della ISS, che sono poi stati spediti sulla Terra e analizzati.
Risultato: le colture dei tamponi hanno evidenziato «batteri che erano assenti durante il lancio del modulo ISS»; in altri termini, «microrganismi provenienti dallo Spazio, che si sono depositati lungo la superficie esterna della ISS, quando la stazione era già in orbita», come ha spiegato Shkaplerov. Sono pericolosi? "Stando agli studi condotti finora, molto probabilmente non rappresentano un pericolo per il genere umano".

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sabato 15 giugno 2019

IL DNA E LE RADIAZIONI COSMICHE



SEGNALATO DAL DR. GIORGIO PATTERA (BIOLOGO)

Per la prima volta, Crispr ha modificato il genoma nello Spazio

Un esperimento condotto alla Iss ha utilizzato per la prima volta Crispr per modificare il genoma di un lievito e osservare in che modo il danno al dna dovuto alle radiazioni cosmiche possa essere riparato. Un'informazione preziosa per la salute degli astronauti che dovranno intraprendere lunghi viaggi spaziali.

Crispr è andato per la prima volta nello Spazio. O meglio è stato utilizzato a bordo della Stazione spaziale internazionale (Iss) per modificare un genoma. Gli astronauti, infatti, si sono serviti per la prima volta della tecnica di editing genetico, Crisp-Cas 9, per modificare il dna del lievito di birra e cercare così di comprendere meglio quali siano i meccanismi con cui il dna si ripara dai pericoli a cui viene esposto nello Spazio. Per farlo, gli astronauti hanno “tagliato” in diversi punti il codice genetico del lievito, simulando il danno provocato dalle radiazioni cosmiche, una delle maggiori preoccupazioni per la salute degli astronauti. Infatti, sebbene la Iss si trovi a circa 400 chilometri di altitudine e sia quindi ancora protetta dal campo magnetico terrestre, è stato calcolato che in soli sei mesi un astronauta venga sottoposto a circa 30 volte la quantità di radiazioni che noi riceviamo sulla Terra in un anno. Inoltre, alcuni recenti studi hanno dimostrato che le radiazioni cosmiche, soprattutto durante lunghi viaggi spaziali, aumentano significativamente il rischio a lungo termine di sviluppo di cancro, malattie degenerative e disturbi del sistema nervoso centrale. “Volevamo capire se i meccanismi di riparazione del dna sono diversi nello Spazio rispetto alla Terra”, ha commentato Emily Gleason della MiniPcr Bio, la società che ha progettato il laboratorio di Dna a bordo della Iss. Una domanda fondamentale a cui rispondere prima di poter intraprendere lunghi viaggi nello Spazio: per una missione su Marte, per esempio, che sarebbe molto più lunga di sei mesi e senza la protezione del campo magnetico della Terra, il rischio per gli astronauti di esposizione alle radiazioni aumenterebbe significativamente. E capire, quindi, in che modo il dna si ripara da danni delle radiazioni cosmiche potrebbe essere fondamentale per proteggere la salute dell’equipaggio. Per farlo, gli astronauti Christina Koch e Nick Hague si sono serviti di Crispr-Cas9 per modificare il genoma del lievito Saccharomyces cerevisiae, provocando piccoli tagli in entrambi i filamenti del dna e imitando perciò un potenziale danno radioattivo. Precisiamo che, di norma, le cellule riparano quasi immediatamente queste interruzioni, ma possono commettere errori, inserendo o eliminando le basi azotate del dna (timina, adenina, citosina e guanina) e generando così mutazioni genetiche. Una volta che le cellule del lievito hanno riparato il danno, gli astronauti si sono serviti del processo della Pcr, polymerase chain reaction, per copiare più e più volte la sezione appena riparata e di un altro dispositivo speciale, chiamato MinION, per sequenziare la sezione riparata di dna in queste copie. Il sequenziamento, infatti, mostra l’ordine esatto delle basi azotate, rivelando se il meccanismo di riparazione ha ripristinato il dna nell’ordine originale o se ha apportato modifiche e possibili errori. L’indagine, precisano i ricercatori del programma Genes in Space (di cui fa parte questo studio), rappresenta una serie di record, tra cui il primo utilizzo dell’editing genetico Crispr-Cas9 sulla Stazione spaziale internazionale e la prima volta che gli scienziati valutano l’intero processo di danno e riparazione del dna nello Spazio. E ora non ci rimane che aspettare i risultati finali. “Ci aspettiamo che il lievito usi il metodo di riparazione senza commettere errori, come avviene sulla Terra, ma non sappiamo con certezza se sarà effettivamente così”, conclude Gleason. “In futuro, comunque vada, potremo usare queste informazioni preziose per aiutare a proteggere gli astronauti dal danno causato dalle radiazioni cosmiche durante i lunghi viaggi spaziali”.

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mercoledì 12 giugno 2019

VERITAS FILIA TEMPORIS



Veritas filia temporis (e il reato di “guarigione indebita”)

Del Dr. Giuseppe Di Bella

Nel 2002  ho pubblicato un  volume “ Come prevenire i tumori” ,Carlo Marconi Editore,  oggi esaurito, evidenziando anche   le controindicazioni  allo screening mammografico annuale  per  il rischio di induzione tumorale da radiazioni ionizzanti. Fui colpito da  scomuniche e anatemi  dei luminari  e lampadari  della cosiddetta comunità scientifica. Alcuni giorni fa Il Presidente dell’Ordine dei Medici di Bologna, Dr.  Giancarlo Pizza, scienziato noto a livello internazionale,  ha inviato agli iscritti  la documentazione scientifica dell’American College of Physicians (ACP) screening mammography , che  evidenzia e documenta i rischi dello screening mammografico annuale, con relativa pubblicazione sulla massima banca dati biomedica internazionale  www.pubmed.gov, sconfessando  così un Tabù  così caro al  regime e gelosamente  tutelato. Nel volume di prossima pubblicazione, in luglio, sulla prevenzione  dei tumori , ho inserito un ampio capitolo sulla mammografia e radiazioni ionizzanti. Gradualmente si stanno scardinando, sgretolando i falsi miti e gli interessati inganni creati e ossessivamente riproposti dai mainstream di regime  asserviti ai  circoli di potere politico finanziari. E’ altresì nota la commovente sensibilità e l’eroica solidarietà  dei nostri politici per gli ammalati neoplastici che  si curano a loro  spese e osano guarire col Metodo Di Bella.  Dieci anni fa curai una ragazza per un  linfoma NH  in  rapida progressione, chemio resistente, non più responsivo ai trattamenti dopo il completo fallimento di vari cicli di chemio-radioterapia. Dopo  circa un anno di terapia intensiva  con MDB la ragazza ottenne una remissione completa della malattia. In seguito, considerato il documentato fallimento dei protocolli oncologici e la certificazione con esami ematochimici e strumentali  della completa e stabile remissione con MDB, fece ricorso, e ottenne l’erogazione gratuita dei farmaci del MDB. L’Ematologia fece opposizione (ricorso) e, malgrado il dato di fatto incontestabile della guarigione con MDB, il giudice, invocando gli esiti della sperimentazione che ne aveva sancito l’inefficacia, li utilizzò come appiglio per annullare la precedente sentenza e la condannò a restituire  quanto aveva ottenuto per potersi curare e guarire. L’Italia si rivelò ancora una volta, dopo la creazione del Diritto Romano, patria del diritto,  creando un nuovo reato: “ La guarigione indebita”. Chi rifiuta di farsi  accoppare dalle cure istituzionali di “ provata efficacia”  e osa guarire con MDB è dichiarato reo di “guarigione indebita” oltre che del gravissimo reato di lesa maestà verso i luminari, le sacre immacolate disinteressate vestali della tanto celebrata “ Comunità Scientifica”  così affine e attigua ai centri di potere che gestiscono il mercato del farmaco e relativi fatturati. “ Similes cum similibus et facillime congregantur”. Io non ho scoperto nulla,  né ho il minimo merito in queste guarigioni ottenute dal metodo messo a punto da mio padre. Cerco solo di applicarlo, diffonderne il razionale e meccanismo d’azione e i riscontri clinici. Sto sperimentando anche io, come mio padre, quanto sia difficile, irto, faticoso e pieno di ostacoli, il percorso di chi cerca di proporre scomode ma incontestabili verità ad una società ormai impermeabile e refrattaria alla verità. Mi ha colpito e ricorderò per sempre la replica di mio padre a fronte dell’affermazione di Mons. Don  Giovanni d’Ercole, e cioè che la verità si sarebbe comunque affermata, a cui rispose “Sì, ma con quale costo di sofferenze?” 


Dal sito  www.dibellainsieme   ho tratto  questa significativa immagine.

La propongo perché ritengo che rappresenti e sintetizzi perfettamente l’eroico, costante, commovente impegno dei circoli politici di potere nei confronti della salute, la vita, i diritti dei loro sudditi (perché è così che ci considerano…). Una classe politica che tutto il mondo ci invidia per onestà, competenza, cultura, efficienza, disinteresse (si fa per dire), è stata diffusamente informata ed è perfettamente consapevole (e non ci vuole molto) della totale  mancanza di dignità scientifica e legittimità della sperimentazione ministeriale del MDB. Sono stati  informati in tanti delle  evidenze scientifiche  del MDB, ormai pubblicate e da tutti  reperibili sulle massime banche dati biomediche  internazionali  www.pubmed.gov , https://www.researchgate.net/
Sono stati  aggiornati sui gravi limiti  delle attuali terapie mediche dei tumori, e del fatto incontestabile che da un’attenta revisione dell’intera letteratura mondiale non  emerga un solo caso di tumore solido guarito da terapia medica. Se questo avvenisse, la chirurgia oncologica non avrebbe ragione di esistere. Al contrario le guarigioni sono unicamente dovuti alla chirurgia.  I soli casi di tumori solidi guariti senza intervento chirurgico-chemio-radioterapia, sono quelli curati col MDB, pubblicati e reperibili da chiunque su www.pubmed.gov , https://www.researchgate.net/  digitando Luigi Di Bella e Giuseppe Di Bella.
Ho personalmente consegnato a diversi politici testi, monografie, pubblicazioni, revisioni delle banche dati, documentazioni incontestabili e chiarissime dell’efficacia del MDB e  della totale assenza di dignità scientifica  della sperimentazione del 1998. Li ho invitati insistentemente a vedere e considerare attentamente la mole impressionante di documenti legalmente validati, raccolti in quattro anni di ricerche, e riportati nel film documentario “ Il Metodo Di Bella 20 anni dopo” ( riferimenti e link su  www.metododibella.org in prima pagina). A cinque mesi dalla diffusione  su VIMEO, Il  film-documentario  non ha ancora  destato  il meritato interesse, non ha scosso coscienze, né mobilitato, né coinvolto emotivamente nessuno  di questi signori. Nessun politico  si è  mosso, nessuno ha richiamato, né  ha dato un minimo segno di interesse e di partecipazione alle difficoltà ,sofferenze di ogni genere, vessazioni che tanti devono subire per curarsi, con gravi difficoltà economiche e ostilità. Anche qualche politico che in passato aveva acquisito visibilità e notorietà con MDB si è  regolarmente eclissato una volta  eletto. Farmaci già pagati bloccati alle dogane, costi assurdi e speculativi in Italia, difficoltà burocratiche di ogni genere  a procurarseli all’estero  dove costano un quarto (a proposito, vi siete chiesti come mai in Italia il costo è quadruplicato, nonostante il farmaco, e il produttore, siano i medesimi?  Vi siete chiesti chi, e come vengono stabiliti i prezzi dei farmaci? Come avvengono le nomine dei vertici degli organismi a ciò deputati?) non  destano il minimo interesse, attenzione, solidarietà. Tante tragedie non li sfiorano neppure, sono infastiditi se qualcuno cerca ripetutamente di coinvolgerli , interessarli ,chiedere attenzione e aiuto, occupati, come sono,  a celebrare  i riti, i fasti, i valori, da cui è nata e su cui poggia  questa nostra eccelsa, gloriosa, democratica, repubblica.
Valori regolarmente calpestati, poi, non appena si spengono i riflettori e le telecamere del momento…..

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sabato 8 giugno 2019

I CATACLISMI COSMICI E...IL NOSTRO BIPEDISMO



"L'uomo si alzò su due gambe a causa delle esplosioni delle stelle in cielo"

 La teoria è quanto di più suggestivo gli scienziati possano immaginare. Sì, perché - azzarda nuovo studio, condotto da ricercatori americani e pubblicato sul Journal of Geology - l'esplosione di una serie di stelle nella Via Lattea potrebbe aver indotto l'antenato dell'uomo, che milioni di anni fa ancora camminava su tutti e quattro gli arti, a mettersi eretto. Una nuova, possibile spiegazione all'evoluzione del bipedismo, un passaggio che fu un salto decisivo nell'evoluzione della specie. Nella ricerca, gli scienziati fanno riferimento alla serie di esplosioni che, a partire da circa 7 milioni di anni fa, si verificò proprio nel nostro angolo della Via Lattea, esplosioni che continuarono per qualche milione di anni successivo. L'esplosione delle supernove irradiò raggi cosmici in tutte le direzioni e sulla Terra quella radiazione raggiunse l'apice circa 2,6 milioni di anni fa. L'aumento della radiazione innescò una catena di eventi a catena: sul pianeta cominciarono a piovere i raggi cosmici, che ionizzarono l'atmosfera e le diedero maggiore conduttività. Proprio questa situazione avrebbe aumentato la frequenza dei fulmini, che a loro volta scatenarono violenti incendi boschivi i quali cambiarono letteralmente il paesaggio. Le foreste lasciarono il posto alle praterie; e con meno alberi a portata di mano, gli antenati dell'uomo dovettero adattarsi, alcuni si alzarono su due gambe e quelli che lo fecero, ne trassero un evidente vantaggio. "Quando le foreste vengono sostituite dalle praterie, diventa un vantaggio stare in piedi, in modo da poter camminare da un albero all'altro e poter scorgere, oltre l'erba alta, i predatori", osserva uno degli autori dello studio, Adrian Melott dell'University of Kansas, dalle pagine del Guardian. Nella storia dell'evoluzione, il camminare eretti si fa risalire ad almeno 6 milioni di anni fa, al Sahelanthropus, una specie con caratteristiche tanto di scimmia che di essere umano rinvenuto in resti fossili ritrovati in Ciad. La teoria attuale è che sia stato il cambiamento climatico a trasformare il paesaggio, lasciando la savana dove un tempo c'erano gli alberi.

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mercoledì 5 giugno 2019

LA FUSIONE FREDDA (LENR) E' ANCORA UNA "REALTA'" SCOMODA



Fusione fredda, il mistero continua. Ha fallito anche Google (?)

LENR (Low Energy Nuclear Reactions, reazioni nucleari a bassa energia).

La nuova ricerca costata 10 milioni di dollari aveva preso il via il 2015.

Un nuovo niente di fatto per la fusione fredda (O FORSE VOGLIONO FARCELO CREDERE? - NDR MLR), la teoria secondo cui il processo che alimenta il Sole si può replicare a temperatura ambiente per produrre energia: dopo l’annuncio di 30 anni fa di due chimici americani che affermavano di averla ottenuta, nel 2015 Google aveva finanziato esperimenti per tornare a studiarla, ma senza risultati. Tuttavia, secondo Nature che dedica un articolo ai tentativi di Google, il programma è comunque un successo perché le tecniche esplorate potrebbero essere utilizzare per migliorare alcune tecnologie per produrre energia, come quelle delle celle a combustibile. Da quando nel 1989 due ricercatori dell’Università americana dello Utah avevano affermato di essere riusciti a ottenere il processo passando una corrente elettrica attraverso una semplice cella elettrochimica, la fusione fredda è stata esplorata da diversi gruppi di ricerca ma senza successo (?). Google, ad esempio, 4 anni fa aveva finanziato 30 ricercatori di diversi laboratori, con un progetto da 10 milioni di dollari, al fine di sviluppare esperimenti e protocolli riproducibili. Il programma ha esplorato tre filoni sperimentali che in passato erano stati proposti per generare la fusione fredda, due dei quali si basano su palladio e idrogeno e un altro su polveri metalliche e idrogeno. Il programma non ha trovato prove che la fusione fredda sia possibile, ma secondo Nature, ha apportato alcuni progressi che migliorare la ricerca energetica. Le tecniche sviluppate, a esempio, potrebbero migliorare i materiali studiati per le celle a combustibile e quelli per stoccare l’idrogeno, ha detto George Chen, un elettrochimico dell’Università di Nottingham a Ningbo, in Cina. Fra i 30 ricercatori finanziati da Google c’era anche il chimico Curtis Berlinguette, dell’Università della British Columbia a Vancouver, che si è detto «entusiasta per le ricerche svolte» anche se «è scettico nei confronti degli esperimenti classici di fusione a freddo». Secondo l’esperto, per tentare di ottenerla bisogna essere più «creativi», esplorando nuovi metodi.




MA E' DAVVERO COSI ?

OPPURE QUALCUNO CHE NON VUOLE SI SVILUPPI QUESTO PROGETTO SI NASCONDE NELL'OMBRA?

"L'INDIPENDENZA ENERGETICA DELL'INDIVIDUO,  E' LA PIU' GRANDE PAURA DEI GRUPPI DI CONTROLLO E POTERE"

QUESTO NON E VEDERE A TUTTI I COSTI IL  COMPLOTTISMO!

MA, PER FARTI UN’IDEA "TUA" PIU’ ACCURATA, GUARDA I SEGUENTI VIDEO:

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DI MARCO LA ROSA
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