IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

lunedì 20 febbraio 2017

VOLI SPAZIALI E MODIFICA DEL DNA


I gemelli spaziali non sono più identici: in orbita il Dna di Scott si è modificato.

Arrivano i primi dati della missione: dopo un anno in orbita con la stazione internazionale il Dna di Scott Kelly ha subito variazioni

I gemelli spaziali non sono più identici: dopo un anno trascorso sulla Stazione Spaziale il Dna di Scott Kelly ha subito dei cambiamenti. Lo indicano i risultati preliminari della missione della Nasa nella quale per un anno, fra il 2015 e il 2016, tutti i parametri vitali di Scott, insieme al suo materiale genetico, sono stati confrontati con quelli del suo gemello Mark, rimasto a Terra.
I primi risultati delle analisi, condotte sotto la guida del genetista Christopher Mason, della Cornell University di New York, sono state presentate nel convegno sul Programma di Ricerca Umano della Nasa organizzato in Texas, a Galveston, e riportate sul sito della rivista  Nature. "I dati sono così freschi che alcuni di essi sono appena usciti dalle macchine per il sequenziamento", ha detto Mason.


La sfida ora è comprendere quali dei cambiamenti osservati siano stati provocati dall'anno trascorso in assenza di gravità e quali a variazioni naturali. I primi dati indicano che i cambiamenti osservati nell'attività dei geni di Scott sono simili a quelli che sulla Terra sono dovuti a condizioni di stress, come modifiche nella dieta e nel sonno. Ma le variazioni di Scott sono più amplificate e potrebbero essere dovute allo stress causato dal mangiare cibo liofilizzato e dal dormire in assenza di gravità. Altri cambiamenti riguardano le strutture che si trovano alle estremità dei cromosomi, chiamate telomeri, note per essere associate alla longevità. Contro ogni aspettativa in Scott, durante il volo spaziale, queste strutture si sono allungate rispetto a quelle del gemello.

PROPRIO RIGUARDO AI TELOMERI CONSIGLIO L’APPROFONDIMENTO CHE E’ PRESENTE SUL LIBRO:

“IL PRINCIPIO DELL’IMMORTALITA” : https://www.amazon.it/dp/1530593212

...ED IN ESCLUSIVA ASSOLUTA POTRETE LEGGERE SUL PROSSIMO NUMERO DEL GIORNALE DEI MISTERI N. 530 MARZO - APRILE 2017 - L'ARTICOLO : "IL VINCOLO PLANETARIO", STUDIO SUGLI ULTIMI SVILUPPI DELLA MEDICINA SPAZIALE.
http://www.ilgiornaledeimisteri.it/




PER APPROFONDIMENTI:






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mercoledì 15 febbraio 2017

L'ARTE RUPESTRE DEL KIMBERLEY: LA PIU' ANTICA REGISTRAZIONE CRONOLOGICA CONTINUA DEL PIANETA



(traduzione ed adattamento di Marco La Rosa)

Rock Art nel Kimberley Australiano è il sito di arte rupestre più antico del mondo, ma non viene adeguatamente protetto !

L'arte indigena australiana ha la più lunga tradizione ininterrotta in tutto il mondo. È talmente antica che in alcuni casi raffigura addirittura esempi di  megafauna estinta da tempo. Diversi studiosi sono al lavoro per stabilire quanto sia vecchia realmente. Una stima preliminare ha restituito una datazione superiore ai 50.000 anni. Già in precedenza si era arrivati ad una datazione di circa 55.000 anni riguardo alla storia degli aborigeni australiani, con alcune stime che si sono spinte addirittura ad circa 80.000 anni prima dell'arrivo dei primi europei, quindi prima della colonizzazione. Si pensa che originariamente ci fossero centinaia di gruppi aborigeni autoctoni con circa 250 lingue diverse parlate in tutto il continente ed ogni gruppo aveva anche le proprie tradizioni culturali ed artistiche. Nel nord-ovest dell'Australia è ancora viva la legge e la  tradizione aborigena e, proprio nel Kimberley, vi sono ancora conservati decine di migliaia di siti di arte rupestre sparsi in più di 400.000 chilometri quadrati (un'area circa tre volte più grande d'Inghilterra). Fino ad ora, i ricercatori hanno incontrato parecchie difficoltà per ottenere una datazione precisa, in quanto non è possibile usare il radiocarbonio in assenza di reperti organici. Tuttavia, nuove tecniche che utilizzano la misurazione del decadimento di alcuni isotopi radioattivi, ha permesso di analizzare le scaglie di croste minerali rimosse al di sotto e al di sopra dei graffiti. 




Una nuova comprensione della Storia dell'Arte:

Fino ad ora si era pensato che l’arte rupestre in Spagna e Francia, risalente a circa 40.000 anni fa, fosse la più antica,  tuttavia i risultati degli ultimi test sui graffiti e le pitture del Kimberley  hanno cambiato radicalmente questa opinione: “Larte del Kimberley dovrebbe essere presentata come uno dei più grandi successi culturali nella grande saga dello sviluppo umano e della migrazione in tutto il nostro pianeta", ha detto il geologo Andrew Gleadow al Sydney Morning Herald. "Si può dunque affermare che l'arte australiana è la più antica “registrazione cronologica continua del pianeta."

L'arte rupestre minacciata dallo sviluppo industriale:


Purtroppo, nonostante il valore immenso per l’umanità, l’ arte tradizionale australiana è costantemente minata dalla burocrazia che, con l’annullamento progressivo della registrazione dei luoghi sacri, permette la catastrofica perdita irreparabile di questi beni inestimabili a favore dello sviluppo industriale. Ne è un enigmatico esempio l’arcipelago di Dampier che si trova nella regione di  Pilbara dove sono stati censiti oltre  2.500 siti di estrema importanza cerimoniale e mitologica per gli aborigeni, la maggior parte dei quali contengono arte su roccia antica di oltre 30.000 anni. Nonostante questo, oltre il 20% dei siti è già stato distrutto per fare spazio ad impianti di gas naturale liquefatto.

E … tutto questo scempio sta continuando ancora oggi.

Da:


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venerdì 10 febbraio 2017

IL DNA E' ... CONTAGIOSO !


"La genetica è «contagiosa»: il Dna di chi ci vive accanto influenza la nostra salute"


<< Il Dna di un individuo può condizionare la salute di chi gli vive accanto, influenzandone ad esempio il peso corporeo, i livelli di ansia e le difese immunitarie. Questi effetti sociali della genetica sono stati “pesati” per la prima volta grazie a un esperimento sui topi condotto all'Istituto europeo di bioinformatica (Embl-Ebi) di Hinxton, in Gran Bretagna. I risultati, pubblicati su Plos Genetics, aprono nuove prospettive per lo studio di molte malattie umane complesse in cui ci sono dei tratti di origine genetica che sembrano al momento inspiegabili e che costituiscono la cosiddetta “ereditarietà mancante”. «Le persone si condizionano a vicenda per quanto riguarda i comportamenti, la salute e il benessere, questo lo sapevamo già. Quello che ci mancava era la consapevolezza dell'esistenza di una base genetica per questo fenomeno», ha spiegato la coordinatrice dello studio, Amelie Baud. «Se sei un ricercatore che vuole scoprire i legami tra una malattia e il Dna - aggiunge - è importante analizzare non solo il paziente, ma anche il contesto sociale in cui vive». I ricercatori hanno provato a farlo sui topi, misurando come un centinaio di tratti fisici e comportamentali venissero condizionati dal Dna dei loro compagni di gabbia. Dai dati raccolti è emerso che la genetica è “contagiosa” e può spiegare fino al 29% delle variazioni osservate ad esempio in fatto di ansia, insonnia, sovrappeso, guarigione delle ferite e difese immunitarie >>.

Estratto da:


PER APPROFONDIMENTI:






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martedì 7 febbraio 2017

IL VERME IMMORTALE E...L'INVIDIA UMANA



SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Gli scienziati dell’Università di Nottingham hanno dato vita a numerosi dibattiti nel 2008, affermando che il loro oggetto di studio, la Planaria o “verme piatto”, potrebbe in realtà essere immortale, essendo in possesso di una capacità illimitata di rigenerare le proprie cellule, e quindi praticamente senza mai invecchiare. Come potete immaginare una scoperta così interessante non è passata inosservata e non ci è voluto molto perchè fosse posta la domanda essenziale: come potete affermare che essi siano davvero immortali? Una semplice domanda, con una risposta estremamente complicata.
Per rispondere dobbiamo, in primo luogo, definire che cosa rende un “soggetto” biologico immortale. Semplicemente, se diciamo che un animale è immortale, aspettarsi che muoia è lontano dall’essere pratico, in termini scientifici. I ricercatori hanno isolato una serie di parametri genetici che devono presentarsi per poter considerare un animale immortale. Prima di tutto si deve ritenere che esso abbia la capacità di sostituire le sue vecchie cellule indefinitamente, ed è il compito delle cellule staminali. Con l’età la maggior parte degli esseri viventi tende a perdere gradualmente questa capacità, andando incontro a invecchiamento o “senescenza replicativa” (per usare un termine tecnico specifico – ndr – MLR), disordini ed in ultimo a morte. Il verme piatto non solo è in grado di rigenerare le sue vecchie cellule, ma può letteralmente costruire un nuovo cervello, l’intestino o la coda quando viene diviso a metà, quindi dando vita letteralmente ad un nuovo “individuo”. Nel corso degli anni, durante le loro ricerche, gli scienziati della Notthingam University hanno clonato alcune migliaia di individui partendo da un solo verme piatto, tagliandolo a metà. Il biologo Dottor Aziz Aboobaker della University’s School of Biology, che ha guidato il progetto, spiega: “ Stavamo studiando due tipi di vermi planari; quelli che si riproducono sessualmente, come noi, e quelli che si riproducono asessualmente, semplicemente dividendosi in due” ; entrambi sembrano essere in grado di rigenerarsi indefinitamente sviluppando nuovi muscoli, pelle, intestini ed anche cervelli completi. Solitamente quando le cellule staminali si dividono – per curare le ferite o durante la riproduzione o la crescita – esse cominciano a mostrare segni d’invecchiamento. Ciò significa che le cellule staminali non saranno più capaci di dividersi e meno capaci di sostituire cellule specializzate morte nei tessuti dei nostri corpi. L’invecchiamento della nostra pelle è forse l’esempio più chiaro di quest’effetto. I vermi planari e le loro cellule staminali sono in qualche modo capaci di evitare il processo di invecchiamento e mantenere la divisione cellulare.”

LA CHIAVE SI CELA NEL DNA:

Ogni volta che una cellula si divide, la terminazione del suo DNA, chiamata telomero, diventa più corto (Il telomero è la regione terminale di un cromosoma composta di DNA altamente ripetuto che protegge l'estremità del cromosoma stesso dal deterioramento o dalla fusione con cromosomi confinanti), l’ enzima chiamato telomerasi rigenera i telomeri, e comunque nella maggior parte degli organismi a riproduzione sessuale è attiva soltanto durante lo sviluppo dell’organismo. (La telomerasi è una ribonucleoproteina, un enzima che aggiunge sequenze ripetitive di DNA non codificante, TTAGGG" per tutti i vertebrati ed altri organismi, al terminale 3' dei filamenti di DNA nelle regioni dei telomeri, che si trovano alle estremità dei cromosomi eucariotici, riallungando così i telomeri accorciati in modo da mantenere integri i cromosomi. Si tratta di una vera e propria trascrittasi inversa o DNA polimerasi RNA-dipendente, dal momento che utilizza frammenti di RNA, propri, come stampo per l'elongazione dei telomeri. L'esistenza di un meccanismo compensativo del processo d'accorciamento dei telomeri era già stato previsto dal biologo sovietico Alekseï Matveïevitch Olovnikov nel 1973 che aveva anche suggerito l'ipotesi di invecchiamento dei telomeri e le connessioni tra telomeri e tumori. Grazie alla scoperta del processo della telomerasi, nel ciliato Tetrahymena, un tipico organismo modello, e su questo specifico studio Elizabeth Blackburn, Carol W. Greider e Jack W. Szostak hanno vinto il Premio Nobel per la Medicina 2009 – ndr – vedi: IL PRINCIPIO DELL’IMMORTALITA’, neo-eso-biologia di Marco La Rosa e Giorgio Pattera CreateSpace Edition 2016). 



Una volta raggiunta la maturità, l’ enzima smette di funzionare e i telomeri diventano sempre più corti finchè la replicazione cellulare diventa impossibile, pena gravi danneggiamenti al DNA. Un animale immortale invece riesce a mantenere la lunghezza del telomeri indefinitamente, senza problematiche di tipo cangerogeno, in questo modo può continuare a riprodursi, e il Dott. Aboobaker con i suoi colleghi sono riusciti a dimostrare che i vermi piatti conservano attivamente le terminazioni dei loro cromosomi nelle cellule staminali adulte, portandoli all’immortalità teorica. Il dottorando Thomas Tan ha condotto una serie di esperimenti decisivi all’interno del progetto, per spiegare scientificamente l’affascinante, quanto teorica, immortalità. È stata identificata una versione piana del gene che codifica per l’enzima della telomerasi con attività “spenta”. Armati di questa nuova scoperta e comprensione, gli scienziati hanno monitorato e misurato il gene, osservando che nei vermi a riproduzione asessuata la sua attività aumenta enormemente quando si rigenerano, permettendo alle cellule staminali di conservare i loro telomeri durante la divisione per formare tessuti mancanti. Questa attività di ricerca è stata svolta nel laboratorio genetico sui lieviti del Prof. Edward Louis, il centro di Ricerca sui Tumori al Cervello nei Bambini e nei centri di ricerca della University of Notthingam competenti in biologia del telomero.

DA VERMI IMMORTALI A UMANI IMMORTALI:

Lo studio ha evidenziato però che la “versione piana” del gene sopra descritto, non si presentava nei vermi piatti con riproduzione sessuale che, in ogni caso, continuavano a mostrare la stessa, apparentemente indefinita, capacità di riprodursi. L’evidenza sorprendente è dunque espressa dal fatto che se questi vermi piatti accorciassero eventualmente i loro telomeri, sebbene molto gradualmente, o avessero trovato un modo diverso di conservare indefinitamente la replicazione cellulare, questo esula dall’enzima della telomerasi. I ricercatori sostengono che il prossimo passo è studiare come tutto ciò può essere applicato ad organismi più complessi, come gli umani. “ I prossimi obiettivi per noi sono: comprendere questi meccanismi più nel dettaglio e capire di più su come far evolvere animali immortali.” dice Aboobaker. “I vermi sono un sistema modello sul quale possiamo basarci per testare se è possibile per un animale pluricellulare essere o divenire (?) immortale o quanto meno evitare il più a lungo possibile gli effetti dell’invecchiamento…”

Le scoperte sono state pubblicate su PNAS. University of Nottingham.

Fonte: Zmescience

Da: https://lospiritodeltempo.wordpress.com/2012/03/25/gli-scienziati-provano-che-un-verme-immortale-puo-rigenerarsi-infinitamente-e-restare-per-sempre-giovane/

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giovedì 2 febbraio 2017

IL PIANETA "NOVE" E LE "SCOMODE" TEORIE DI VELIKOVSKY - SITCHIN


‘Pianeta Nove’: un nuovo studio sulla sua possibile esistenza

Da:

Un nuovo studio suggerisce che l'ipotetico 'Pianeta Nove' potrebbe essere un grosso corpo celeste vagabondo catturato in passato dal nostro sistema solare.

Fino a qualche anno fa, l’esistenza di un grosso corpo celeste in orbita oltre Plutone veniva derubricata come un’ipotesi fantasiosa o, peggio, degna del peggior complottismo. (vedi a tal proposito le teorie di Zecharia Sitchin sul "Dodicesimo pianeta" ed anche il trattato "Mondi in Collisione" di Immanuel Velikovsky - ndr - MLR). Oggi, invece, sempre più studiosi sembrano interessati a comprendere cosa sia a generare le anomalie gravitazionali registrate ai confini del nostro sistema solare. Anche se l’esistenza di un tale corpo celeste spiegherebbe alcune delle distorsioni gravitazionali, è difficile dare una spiegazione della sua grande distanza dal Sole, almeno mille volte maggiore di quella della Terra. Come ha fatto a finire così lontano? In uno studio di recente pubblicazione, James Vesper, studente della New Mexico State University, suggerisce che l’ipotetico pianeta possa essere un ex ‘pianeta vagabondo’ catturato in un certo punto del passato dal nostro sistema solare. «È molto plausibile che il Pianeta Nove possa essere una canaglia catturata», ha detto Vesper nel corso di una conferenza stampa tenuta venerdì 6 gennaio, in occasione della 229° riunione dell’American Astronomical Society. Vesper e il suo mentore, Paul Mason, professore di matematica e fisica, hanno eseguito una serie di algoritmi al computer, simulando 156 incontri tra il nostro sistema solare e possibili pianeti vagabondi di varie dimensioni e traiettorie. I due ricercatori dicono che tali incontri potrebbero non essere così rari nella vita dell’Universo. Le simulazioni suggeriscono che, in circa il 60% degli incontri, un pianeta vagabondo in entrata grande 10 volte la Terra verrebbe scagliato fuori dal sistema solare portandosi via uno o due altri pianeti. Invece, nel restante 40% dei casi, l’invasore verrebbe catturato, dalla gravità aggiungendosi al gruppo dei pianeti nativi.

Gli studi precedenti:

Secondo alcuni studi precedenti, l’ipotetico Pianeta Nove dovrebbe essere almeno 10 volte più massiccio della Terra. Per fare un confronto, si consideri che la massa di Nettuno è circa 17 volte quella delle Terra. 


Sebbene non sia stato ancora osservato, l’esistenza del pianeta è stata seriamente proposta in uno studio pubblicato nel mese di ottobre del 2014 dagli astronomi Scott Sheppard e Chadwick Trujillo. Sheppard e Trujillo avevano rilevato l’influenza gravitazionale sul gruppo dei 13 oggetti più distanti della Fascia di Kuiper, tra cui il pianeta nano Sedna e l’oggetto transnettuniano 2012 VP113, da parte di un gigante ‘disturbatore’ ai confini del sistema solare. Nel gennaio del 2016, un’altra coppia di scienziati, Konstantin Batygin e Mike Brown del California Institute of Technology di Pasadena, hanno pubblicato uno studio  nel quale si mostrano i calcoli orbitali che supporterebbero l’esistenza di un nono pianeta con massa pari a 10 volte quella terrestre e alla metà di quella di Nettuno, che completa un’orbita ellittica attorno al Sole ogni 10.000-20.000 anni. 


Quasi impossibile da osservare con un telescopio data la grande distanza, i due studiosi ci hanno provato a lungo e inutilmente con il telescopio hawaiano Subaru, ma la sua esistenza può però essere dedotta dalle interazioni gravitazionali con diversi oggetti della Fascia di Kuiper. I due scienziati hanno anche aperto un blog, findplanetnine, in cui documentano passo per passo le ricerche del misterioso corpo celeste. Nel marzo del 2016, un gruppo di ricercatori francesi ha pubblicato uno studio nel quale vengono attribuite al ‘Pianeta Nove’ le lievi perturbazioni registrate nell’orbita della sonda Cassini della Nasa. Tuttavia, la Nasa ha smentito in maniera categorica tale possibilità, comunicando che non c’è nessuna anomalia nell’orbita di cassini. Nello stesso periodo, un gruppo di scienziati dell’università di Berna (Svizzera) ha usato i dati finora disponibili sul Pianeta Nove per cercare di ipotizzarne la struttura, la luminosità, le dimensioni e la temperatura. Le prime conclusioni descrivono una sorta di ‘Urano in miniatura’ circa 10 volte più massiccio della Terra, con un nucleo solido di ferro circondato da ghiaccio e da un denso strato di gas, e una temperatura atmosferica superficiale di -226 gradi °C.

Non possiamo ancora essere certi della sua presenza, ma le evidenze teoriche dell’esistenza di un nuovo, sconosciuto pianeta ai margini del Sistema Solare si fanno sempre più stringenti.

FONTI:


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sabato 28 gennaio 2017

CHIMERE : TRA MITO E...REALTA'



SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

CHIMERA MITOLOGICA:


"La chimera è un mostro mitologico con parti del corpo di animali diversi. Secondo il mito greco fa parte della progenie di Tifone ed Echidna, insieme all'Idra di Lerna, Cerbero e Ortro. Venne fatto comparire nella "Tentazione di sant'Antonio" di Flaubert".

CHIMERA  BIOLOGICA:

"In zoologia, una chimera è un animale che ha due o più popolazioni differenti di cellule geneticamente distinte che sono originate da diversi zigoti; se le cellule differenti emergono dallo stesso zigote viene chiamato mosaico genetico. Le chimere sono formate a partire da quattro cellule parentali (due uova fertilizzate o embrioni precoci fusi assieme) o da tre cellule parentali (un uovo fecondato viene fuso ad un uovo non fertilizzato oppure un uovo fecondato viene fuso con dell'ulteriore sperma). Ciascuna popolazione cellulare conserva le proprie caratteristiche e l'animale risultante è una miscela di regioni mal assortite. Un'analogia sono due puzzle tagliati in modo identico, ma con figure differenti. Un singolo puzzle può essere formato da parti male assortite, ma il puzzle completo mostrerà regioni di entrambe le differenti figure. Questa condizione può essere acquisita attraverso l'introduzione di cellule ematopoietiche allogeniche durante un trapianto, con una trasfusione di sangue o può essere ereditata. Nei gemelli eterozigoti, il chimerismo si verifica attraverso l'anastomosi dei vasi sanguigni. La probabilità che un bambino sia una chimera è aumentata se questo è stato concepito attraverso la fecondazione in vitro. Le chimere sono spesso in grado di riprodursi, ma la fertilità e il tipo di progenie dipendono da quale linea cellulare ha dato origine alle ovaie o ai testicoli. Le chimere sono state chiamate così in analogia con la creatura mitologica Chimera".

topolino chimerico con un suo discendente

LA NOTIZIA:

<< Un nuovo organismo ottenuto inserendo cellule staminali umane in una cellula uovo fecondata di maiale ha prodotto una chimera con un limitato "contributo" umano. Il risultato, ottenuto dal Salk Institute, dimostra che le difficoltà di queste ricerche sono maggiori del previsto, ma permette di accantonare temporaneamente le preoccupazioni etiche sulla possibilità di produrre organismi chimerici "troppo umani".>>

Un embrione chimerico formato da cellule di maiale e cellule umane è stato ottenuto da un gruppo di ricerca del Salk Institute di Baltimora, nel Maryland, guidato da Izpisua Belmonte e Jun WuIl risultato, pubblicato sulla rivista “Cell”, segue quello analogo di un gruppo dell'Università della Californa a Davis reso noto a giugno dello scorso anno, ma dimostra che il contributo umano all'organismo così realizzato è inferiore al previsto, smorzando gli entusiasmi sulle possibili ricadute terapeutiche di questo tipo di ricerche.

I limiti delle chimere uomo-animale:


Microfotografia della fase di iniezione delle cellule staminali in un embrione di maiale (Credit: Juan Carlos Izpisua Belmonte)

Le chimere, organismi realizzati in laboratorio formati da cellule derivate da  esseri umani e da specie animali, potrebbero essere un modello utile per studiare le prime fasi dello sviluppo  embrionale e per testare farmaci, o ancora per crescere tessuti e organi per la medicina rigenerativa. Si tratta di obiettivo estremamente ambizioso, perseguito da istituti di ricerca di tutto il mondo. Uno dei primi successi nel campo degli organismi chimerici fu ottenuto proprio da Belmonte e Wu con ratti e topi, i due ricercatori silenziarono in cellule uovo di topo fecondate uno specifico gene necessario per lo sviluppo di un organo, e introdussero nell'embrione cellule staminali di ratto. Il risultato fu un topo con un tessuto pancreatico di cellule di ratto. “Le cellule di ratto avevano una copia funzionale del gene di topo mancante, e hanno così potuto fare le veci delle cellule di topo nello sviluppo dell'organo mancante”, ha spiegato Wu. Il passo successivo è stato introdurre cellule umane in un organismo animale i cui organi fossero simili ai nostri nelle dimensioni. La scelta è caduta prima sui bovini, e infine sui suini, che comportano costi minori. Le difficoltà si sono dimostrare subito decisamente superiori che nella ricerca precedente, per vari motivi. In primo luogo, esseri umani e maiali sono filogeneticamente molto più distanti tra loro di quanto siano ratti e topi. Inoltre, i suini hanno un tempo di gestazione che è solo un terzo di quello umano, il che ha richiesto un'estrema precisione cronologica per l'introduzione delle cellule staminali umane nel corretto stadio di sviluppo del maiale. Per superare queste difficoltà, i ricercatori hanno utilizzato vari tipi di cellule staminali umane per verificare quali si comportassero meglio ai fini dello studio: quelle che hanno dimostrato di vivere più a lungo e con le maggior chance di continuare a svilupparsi erano le cellule staminali pluripotenti definite “intermedie”. “Le cosiddette cellule pluripotenti 'naïve' somigliano alle cellule di una precedente fase di maturazione, che hanno un potenziale di sviluppo illimitato, mentre le cellule 'primed' hanno uno maturazione maggiore, pur rimanendo pluripotenti”, ha aggiunto Wu. “Le cellule intermedie stanno da qualche parte in mezzo alle due”. Le cellule staminali umane sono sopravvissute e hanno formato un embrione chimerico uomo/maiale che poi è stato impiantato nell'utero di una scrofa, dove ha seguito uno sviluppo di tre/quattro settimane.

                                  foto: lo studio su "CELL"

“Si tratta di un tempo abbastanza lungo da permetterci di comprendere in che modo le cellule umane partecipavano allo sviluppo embrionale senza dover affrontare le questioni etiche che vengono sollevate nel caso di animali chimerici più maturi”, ha spiegato Izpisua Belmonte. Il risultato però è stato deludente: anche usando le migliori cellule staminali umane, il livello di contributo agli embrioni chimerizzati è risultato piuttosto basso, e limitato alla formazione di muscoli e dei precursori degli organi.Per Belmonte si tratta comunque di una buona notizia, almeno da un certo punto di vista. Una delle maggiori preoccupazioni dei ricercatori è che le chimere possano diventare “troppo umane”, contribuendo per esempio alla formazione del cervello. Le questioni etiche, almeno per il momento, possono essere accantonate.

… O FORSE …NO ? (ndr – MLR).


http://www.lescienze.it/news/2017/01/26/news/embrione_chimerico_maiale_uomo-3397164/

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