IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

martedì 17 luglio 2018

VISIBILI SOLO DA VICINO...


“Visibili solo da vicino”: come gli alieni potrebbero scoprire la nostra esistenza? 


Gli astronomi ritengono che solo un decimo dei milioni di pianeti della nostra Galassia possa essere abitabile. Se anche su uno solo di questi vi fosse una civiltà molto avanzata, questa, come la nostra, starebbe perlustrando lo spazio alla ricerca di fratelli con un’intelligenza simile.  Ma, quali sono le probabilità che ci trovino? Nel libro "La vita intelligente nell'universo" l'astronomo sovietico Yosif Shklovsky descriveva un esperimento di fantasia in cui alieni intelligenti osservavano la Terra. Lo studioso dimostrò che gli ipotetici alieni non avrebbero notato né le attività agricole, né la deforestazione massiccia, né gli incendi delle grandi città e nemmeno i test nucleari. La presenza dell'ossigeno libero nell'atmosfera suggerirebbe loro solamente che sul nostro pianeta esiste una biosfera. "La sola presenza dell'ossigeno non è una prova univoca dell'esistenza di vita. Nell'atmosfera ci devono essere dei gas prodotti durante l'attività vitale", commenta Evgeny Semenko, collaboratore senior dell'Osservatorio speciale di astrofisica dell'Accademia nazionale russa delle scienze. Oltre all'ossigeno segni di vita nell'atmosfera sono l'ozono, l'acqua, il metano e l'anidride carbonica. Tutti questi elementi devono coesistere perché ci sia la vita. Gli alieni potrebbero rilevarli inviando alcune sonde nell'orbita terrestre ma l'esistenza di una lontana civiltà con una tecnologia avanzata come la nostra è poco probabile. Ad ogni modo per ora i nostri strumenti non sono sufficienti per determinare se vi sia un'atmosfera su Proxima Centauri b, il pianeta extrasolare più vicino a noi, a 4,22 anni luce.

                                                                Yosif Shklovsky

                                                                    Evgeny Semenko

Il secolo della radio

Shklovsky affermava che il miglior modo per trovare gli umani è ascoltare la diretta radio della Terra a frequenze molto elevate. Negli anni ‘60/'70 mentre scriveva il suo libro la televisione analogica stava vivendo il massimo momento di attività. Il segnale radio si diffondeva liberamente nello spazio alla velocità della luce, non veniva assorbito dalla polvere cosmica o dalle nubi e non si disperdeva. Al tempo potevano guardare i nostri canali televisivi quegli alieni che si trovano a una distanza inferiore ai 50 anni luce dalla Terra. (Concetto di “prossimità”: Marco La Rosa – Comunicazione interstellare, Congresso sull’esplorazione dello spazio , San Marino 2018). Negli ultimi decenni il numero di televisori analogici è diminuito e al suo posto sta crescendo l'uso della televisione digitale e di internet. Le radiazioni elettromagnetiche che codificano i segnali sono nascoste in cavi sotterranei schermati da rivestimenti in plastica. "Con il tempo e lo sviluppo tecnologico diventeremo sempre meno visibili agli osservatori spaziali. Captare segnali della nostra attività sarà possibile solo vicino alla Terra", spiega Semenko. Ad esempio grazie a un potente radiotelescopio i marziani potrebbero intercettare il segnale di un telefono cellulare. Oltre il Sistema solare questo però non potrebbe succedere. Se solo non parliamo di un segnale preciso. Tra l'altro i primissimi messaggi inviati ai sistemi solari più vicini e potenzialmente abitati nell'ambito del progetto SETI volto alla ricerca di civiltà extraterrestri non furono in grado di distaccarsi dalla Terra per una distanza superiore ai 30 anni luce. In teoria è possibile inviare segnali con la luce installando un faro laser sulla Terra o in orbita. Oggi è possibile generare un raggio in grado di percorrere decine di anni luce. Ma questo raggio sarebbe troppo debole rispetto al Sole e con molta probabilità si perderebbe. "Mettere in risalto un segnale estraneo sullo sfondo della luminosità dell'astro a noi più vicino è un compito molto più complicato di quanto possa sembrare", osserva lo studioso. Ogni secondo il Sole irraggia 100000 volte più energia di quanto la nostra civiltà ne abbia prodotta in tutta la sua storia. Insomma non vi sono speranze che i nostri fratelli d'intelligenza notino questi fari ottici.

La Terra in un oblò

Le dimensioni dei dispositivi da noi inviati nello spazio non superano qualche metro. È possibile vederli solo passandovi loro accanto. Non è escluso che questo accada con le sonde Pioneer e Voyager che hanno lasciato il Sistema solare e portano a bordo dischi con informazioni sulla nostra civiltà. Ma ciò non accadrà nell'immediato. Se si dirigessero verso Proxima Centauri, potrebbero finire in una zona di potenziale contatto tra 80000 anni. Ma forse è più semplice rilevare la nostra attività intorno alla Terra, l’ISS, la moltitudine di satelliti e le decine di tonnellate di metallo in orbita? "Anche dalla Terra non è facile scoprire questi detriti cosmici. Di questo si occupano diverse organizzazioni. La ISS (stazione spaziale internazionale) si trova ad un'altezza di oltre 300 km, talvolta è possibile vederla in cielo ad occhio nudo. Ad una distanza di 600 km osserviamo con il telescopio solamente grandi oggetti e solo se conosciamo la loro posizione. Di identificare corpi a una distanza di 30000 km in orbita geostazionaria sono in grado solamente grandi telescopi. Per vedere qualcosa in orbita, bisogna essere vicini", precisa Evgeny Semenko. Ad una distanza di 5,9 miliardi di km, cioè 1000 volte meno di un anno luce, la Terra è un puntino azzurro pallido appena identificabile nello spazio. Così ha visto la Terra la sonda Voyager-1 che ce ne ha inviato un'immagine. Ci sono più possibilità di scoprire grandi installazioni ingegneristiche nello spazio come la sfera di Dyson. Si tratta di un'installazione che per dimensione è simile al raggio dell'orbita terrestre ed è in grado di raccogliere l'energia di una stella e di emettere una grande quantità di raggi infrarossi. Tuttavia il livello della nostra civiltà ancora non ci permette di imbarcarci in progetti di tale portata. I tentativi del SETI di provare l'esistenza di qualcosa simile alla sfera di Dyson nelle zone dello spazio a noi vicine non hanno, per il momento, avuto successo.

Il tempo è importante

Evgeny Semenko ha proposto un esperimento di fantasia. Noi proviamo a stabilire un contatto extraterrestre e a inviare segnali radio. Questi segnali devono essere semplici affinché gli extraterrestri possano codificarli facilmente. Poniamo che i segnali vengano intercettati da una qualche civiltà a 100 anni luce da noi, che vengano codificati velocemente e che siano inviate delle risposte. Noi le riceveremo tra 200 anni. "Cosa ne sarà della nostra società fra 200 anni? Vi è la possibilità che non ci saremo più, dato che le armi presenti sul pianeta sono sufficienti per distruggere tutti gli esseri viventi", afferma lo studioso. Il contatto non vi sarà neppure se i nostri posteri saranno meno avanzati di quanto lo siamo noi. "Allora dovranno imparare di nuovo tutto il processo che va dalla registrazione del segnale alla sua decodifica, il che può richiedere decine o centinaia di anni. Al momento è chiaro che il compito principale di ogni civiltà è la maggiore trasmissione possibile delle conoscenze alle generazioni successive", sostiene l'astronomo. Un altro scenario possibile è il raggiungimento del limite di assuefazione, cioè quando le persone vivranno talmente bene da non voler più instaurare un contatto. Poniamo che proprio una civiltà autosufficiente intercetti il nostro segnale. Noi non le interesseremo e non riceveremmo risposta.

La formula della probabilità

Qual è la probabilità che un'altra civiltà cerchi il contatto?

Sembra che questa probabilità si possa calcolare secondo una formula proposta dall'astronomo americano Frank Drake nel 1961. In questa formula ci sono alcune variabili fra cui la media del tempo durante il quale esseri intelligenti cercano il contatto con l'ausilio di mezzi diversi. Questo parametro può anche essere basso o essere quei 100/200 anni dopo i quali la civiltà o si sviluppa sempre di più o comincia il suo declino. Secondo Semenko la stima più pessimistica è che a cercare il contatto con noi siano solo 0,000125 civiltà. Gli ottimisti forniscono un altro risultato: 5000. Questo considerando che la vita di una civiltà tecnologicamente avanzata secondo Drake si attesta intorno ai 100000 anni.

"Non ci resta che ascoltare lo spazio e inviare dei segnali. Anche se le probabilità sono prossime allo zero dobbiamo continuare a cercare nostri simili perché questo ci aiuterebbe a capire chi siamo, quali sono i veri valori della civiltà, qual è il nostro posto nell'universo. Insieme dobbiamo sviluppare nuove tecnologie che, sebbene con ritardo, possano cambiare la vita di ciascuno di noi.”

Da:

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" IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: LA VERA GENESI DELL'HOMO SAPIENS"
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domenica 15 luglio 2018

UN CACATUA DALL’AUSTRALIA ALLA CORTE DI PALERMO DI FEDERICO II DI SVEVIA

                           “De Arte Venandi cum Avibus” – Biblioteca Apostolica Vaticana


Incredibile scoperta! Un Cacatua dall’Australia alla Corte di Palermo di Federico II di Svevia.

di Giancarlo Pavat

Da:  ilpuntosulmistero


Palazzo dei Normanni a Palermo, la più antica reggia europea, sede del potere dei sovrani Normanni e di Federico II di Svevia – foto G. Pavat

È delle scorse settimane la notizia (certa, non è una fake news come avremo modo di verificare più avanti), proveniente dall’Australia, dell’incredibile identificazione di alcuni simpatici animaletti (tipici di quel continente) miniati su un opera del XIII secolo, che getta nuova luce sui rapporti commerciali e sulle nozioni geografiche di chi ci ha preceduto secoli e secoli fa. Da tempo è ormai acclarato che le conoscenze scientifiche, geografiche e nautiche dell’Antichità e del Medio Evo erano certamente superiori a quello che normalmente ci vogliono far credere frusti manuali scolastici, la cultura accademica e il pensiero omologato e massificato dei media controllati da lobby di potere economico-finanziario. Ad esempio, che gli Antichi credessero che la Terra fosse piatta (quando già Pitagora nel VI secolo a.C. la definiva una sfera) lo pensano ormai solo coloro che continuano a fare di tutto per farcelo credere. È un idea, anzi una sorta di ideologia, dura a morire. Nata con l’Illuminismo (basti pensare alla locuzione “il buio Medio Evo”), continuata nell’Ottocento positivista soprattutto nel mondo anglosassone che, mediante l’Impero Britannico, dominava gran parte dell’orbe terracqueo. L’elenco di falsi miti e di spudorate menzogne, è decisamente lungo ma, fortunatamente, le continue scoperte avvenute in questi ultimi decenni stanno allargando le crepe formatesi in questo muro eretto dai “baroni e sacerdoti della Conoscenza” e, anche tra un pubblico più vasto, si sta, appunto, facendo strada la consapevolezza che le cose non stanno proprio come ce le hanno raccontate da tempo immemore. Il progresso dell’Umanità non è (e non lo è mai stato) rettilineo, costante e irreversibile. Periodi di grande progresso culturale, civile e scientifico si sono alternati ad altri di regressione e decadenza. La storia dell’Uomo è costellata da invenzioni e scoperte nei diversi campi dello scibile, successivamente “dimenticate” e in molti casi (ri)scoperte soltanto secoli se non millenni dopo. I motivi e le cause di tutto ciò sono di svariata natura. Da quella religiosa a quella economica; da quella politica a quella dovuta alla pura ignoranza e alla scarsa perspicacia. Comunque, si sa, sull’ignoranza si domina meglio! Nata casualmente o deliberatamente, la favoletta che le antiche civiltà e i popoli primitivi (o ritenuti tali) non sapessero navigare su lunghe distanze e lontani dalle rassicuranti linee di costa continua ad aggirarsi come uno spettro senza pace, per gli istituti scolastici, aule accademiche, documentari televisivi e magazine di divulgazione scientifica a grande tiratura. Eppure basterebbe andarsi a rileggere molti testi classici per rendersi conto che le cose non stanno così e che molte delle prove in tal senso le abbiamo sempre avute sotto gli occhi. Bastava saper leggere. Ad esempio se chiediamo ai “Signori del pensiero mainstream” chi ha circumnavigato per primo il continente africano, questi risponderanno che il primato va al navigatore portoghese Vasco da Gama che, con il viaggio del 1497-1498, salpando da Lisbona raggiunse Calicut in India doppiando l’attuale Capo di Buona Speranza. Ed invece, qualunque studente di Ginnasio o Liceo che abbia studiato Erodoto di Alicarnasso (lo storiografo greco morto nel 430 a.C. e considerato il ”Padre della Storia”) potrebbe rispondere che l’aveva già tranquillamente fatto una flotta Fenicia su incarico del Faraone egizio Nekao II nel 600 a.C..

Cattedrale di Palermo che ospita i sepolcri di Ruggero II d’Altavilla, della figlia Costanza e del nipote Federico II – foto G Pavat

E che dire degli Antichi Romani? Elio Cadelo nel suo interessantissimo libro dall’esplicito titolo “Quando i Romani andavano in America” (Palombi editore 2009) ha ampiamente dimostrato come non fossero secondi a nessuno in fatto di tecnologie e cognizioni nautiche. Per non parlare di diversi rinvenimenti ”archeologici” (alcuni onestamente controversi). Ad esempio, come ho scritto nel mio libro “Nel Segno di Valcento” (Edizioni Belvedere 2010), “…. il ritrovamento nel 1886, sull’isola di Galveston, di fronte alle coste del Texas (Usa) dei resti di una imbarcazione che venne identificata come romana del IV secolo. Inoltre, sempre nella stessa area, sarebbero state rinvenute alcune monete anch’esse romane. Scoperte che non è possibile verificare in quanto oggi di questi reperti si sono perse le tracce”. Ma, visto che non sono un ingegnere navale, bensì ho fatto studi umanistici, ecco il celeberrimo passo tradotto dal Latino della tragedia “Medea” di Seneca (grande scrittore, filosofo stoico e politico romano dell’Età degli Imperatori Giulio-Claudii);  “.. e tempo verrà che l’Oceano aprirà fin l’ultime barriere e scoperto oltre il mare s’offrirà un mondo nuovo, né più sarà Thule l’ultima terra” E ancora Plutarco (scrittore, storiografo, filosofo greco vissuto sotto l’Impero Romano dal 46 al 127 d.C.) nel suo scritto “Il volto della Luna” (“De Facie in Orbe Lunae”) spiega che a “a cinque giornate di navigazione dalla Britannia verso Occidente ci sono alcune isole e dietro di loro un continente”. Per non parlare di Diodoro Siculo (storico greco-siciliano vissuto tra il 90 e il 27 a.C.) che sembra conoscere molto bene ciò che si trova aldilà dell’Oceano; “Poichè abbiamo discorso delle isole che stanno al di qua delle Colonne d’Eracle, passeremo ora in rassegna quelle che sono nell’Oceano… Infatti, di fronte alla Libia (Africa) sta un’isola di notevole grandezza, e posta com’è in mezzo all’Oceano è lontana dalla Libia molti giorni di navigazione, ed è situata a occidente. La sua è una terra che dà frutti, in buona parte montuosa, ma in non piccola parte pianeggiante e di bellezza straordinaria. Poiché vi scorrono fiumi navigabili, da essi è irrigata, e presenta molti parchi piantati con alberi di ogni varietà, ricchi di giardini attraversati da corsi d’acqua dolce. La zona montuosa presenta foreste fitte e grandi alberi da frutto di vario genere, e valli che invitano al soggiorno sui monti, e molte sorgenti. In generale, quest’isola è ben fornita di acque dolci correnti”. Ma lasciamo da parte le citazioni dei testi classici e concediamoci una rapida carrellata su manufatti artistici romani in cui compaiono frutti che, stando ai dogmi del “Pensiero mainstream”, gli antichi Quiriti non avrebbero dovuto conoscere né, tantomeno, poter assaggiare.

Copertina del libro di Elio Cadelo con l’immagine della statuetta romana del fanciullo che regge un ananas

Sulla copertina del libro di Elio Cadelo campeggia l’immagine di una statuetta romana del III secolo d.C., esposta al “Musèe d’Art et d’Histoire” di Ginevra in Svizzera. Il manufatto raffigura un fanciullo che stringe in mano quello che gli archeologi ortodossi hanno da sempre identificato come un grappolo d’uva. Ma se lo osserviamo bene non potrà non palesarsi la sua vera natura. Si tratta indubbiamente di un notissimo frutto “americano”, un ananas che il ragazzo regge per il caratteristico ciuffo. Anche nella cosiddetta “Casa dell’Efebo“ a Pompei, in un affresco compare quello che ha tutta l’aria di essere un ananas offerto dal “Genio” familiare offre all’altare dei Lari della domus.

Ma se vi è rimasto qualche dubbio, allora recatevi presso il bellissimo Museo Archeologico Nazionale di Palazzo Massimo, poco distante dall’uscita della Stazione Termini a Roma. Salite al II° piano ed entrate nella Galleria dedicata ai mosaici ed agli affreschi. Aguzzate la vista, troverete un mosaico pavimentale datato a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. proveniente dalla località Grotte Celoni a Roma. Vi è raffigurata una sorta di “Natura morta” ante litteram costituita da un cesto stracolmo di frutta. Vi si riconoscono un grappolo d’uva nera, delle melagrane, fichi, mele cotogne e….un’ananas…



..continua a leggere l’articolo qui:



sabato 14 luglio 2018

LA FOTOSINTESI "ALIENA"



Scoperto un nuovo tipo di fotosintesi

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

Un nuovo tipo di clorofilla, scoperto recentemente, permetterebbe agli organismi acquatici che vivono nelle zone più profonde degli oceani di completare la fotosintesi anche quando le lunghezze d’onda della luce solitamente utilizzate per questo processo non sono a disposizione.

Le piante e i cianobatteri (organismi simili alle alghe) solitamente utilizzano la clorofilla, un pigmento, per trasformare la luce in energia chimica durante il processo che prende il nome di fotosintesi. Esistono vari tipi di clorofilla, che hanno compiti diversi e che assorbono tipi di luce differenti, ma in generale la maggior parte degli organismi che vive sulla superficie della terra utilizza per questo processo la clorofilla “a”, che assorbe luce rossa, con lunghezze d’onda comprese tra i 680 e i 700 nanometri, e riflette luce verde, blu e viola. Ma come fanno gli organismi che vivono nelle zone più profonde degli oceani, dove la luce di queste lunghezze d’onda non arriva se non in piccolissime quantità? E’ quello che si sono chiesti i ricercatori dell’Imperial College London in uno studio pubblicato su Science. Durante la ricerca, hanno infatti scoperto una specie di cianobatteri in grado di utilizzare luce con lunghezze d’onda inferiori a quelle assorbite da piante e batteri sulla superficie, in un nuovo tipo di fotosintesi che utilizza una speciale clorofilla. Questa specie, che prende il nome di Chroococcidiopsis thermalis, è in grado di utilizzare luce con lunghezza d’onda di 727 nanometri per la fotosintesi. Questo avviene grazie a pigmenti già utilizzati da altri cianobatteri in superficie, clorofilla “a” e clorofilla “d”; un ruolo fondamentale è tuttavia giocato anche dalla clorofilla “f”, recentemente scoperta e ritenuta, fino ad ora, non importante per la conversione da luce ad energia. E tuttavia, in questa specie, è proprio la clorofilla “f” a permettere a questi batteri di generare energia quando scarseggia la luce rossa solitamente assorbita in superficie. Secondo i ricercatori, questa scoperta potrebbe essere utilizzate in futuro per creare piante più resistenti ed in grado di adattarsi a condizioni di luce variabili. Ma le possibili applicazioni non sono limitate al nostro pianeta. Grazie alla sua incredibile resistenza a condizioni ambientali estreme, Chroococcidiopsis è considerato uno dei pochi organismi che potrebbe essere in grado di sopravvivere su Marte – e gli scienziati hanno già ipotizzato un suo possibile ruolo nella formazione di un ambiente aerobico sul pianeta rosso. Chroococcidiopsis potrebbe infatti aiutare a produrre ossigeno e fornire materiale organico in grado di originare, potenzialmente, del terreno fertile che potrebbe essere utilizzato per crescere cibo su Marte.

Da:

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mercoledì 11 luglio 2018

I BARIONI E L'ULTIMA "FETTA" DELL'UNIVERSO...


Rappresentazione artistica del mezzo intergalattico caldo e caldissimo, una miscela di gas con temperature che vanno da centinaia di migliaia di gradi (caldo) a milioni di gradi (caldissimo) che permea l’universo in una struttura simile a una ragnatela filamentosa. Crediti per l’illustrazione e la composizione: ESA / ATG medialab; dati: ESA / XMM-Newton / F. Nicastro et al. 2018; simulazione cosmologica: R. Cen


Ricercatore italiano dice di aver risolto (dopo 20 anni) uno dei più grandi misteri dell'astrofisica moderna.

Scoperta l'ultima fetta di Universo composto di materia ordinaria ma sfuggito fino ad oggi all'osservazione degli scienziati: i barioni erano il pezzo mancante della materia che forma stelle, pianeti, gas, polveri e anche noi stessi. Con questa scoperta si completa quel 5% di Universo ora conosciuto, mentre resta 'nascosto' il rimanente 95% di cosmo fatto di materia oscura ed energia oscura ancora tutto da rivelare. La scoperta è stata realizzata grazie all'osservazione più lunga mai realizzata di un singolo quasar da parte del telescopio XMM-Newton dell'Esa. "Le nostre osservazioni, giunte dopo diciotto anni di incessanti tentativi da parte di diversi gruppi di ricerca nel mondo, hanno finalmente individuato la materia ordinaria mancante dell'Universo" afferma Fabrizio Nicastro, ricercatore dell'Inaf e primo autore dell'articolo. "La materia che abbiamo trovato è esattamente nella posizione e nella quantità predette dalla teoria, quindi possiamo dire di aver risolto uno dei più grandi misteri dell'astrofisica moderna: quella dei barioni mancanti".


                                               La composizione cosmica della materia ordinaria. Crediti: ESA

Risolto uno dei più grandi misteri dell'astrofisica moderna?

Gli scienziati dell'Inaf evidenziano che ci sono voluti circa vent'anni di ricerca, ma alla fine sono stati trovati proprio dove e come la teoria aveva previsto: "Stiamo parlando dei barioni mancanti, vale a dire la materia ordinaria, una cui considerevole porzione sembra essere scomparsa sotto i nostri occhi negli ultimi dieci miliardi di vita dell'Universo". "Sappiamo ormai da decenni che il 30-40 percento dei barioni che ci aspettiamo di trovare nell'Universo locale sfuggono alle osservazioni. I barioni sono ciò che consideriamo materia ordinaria, vale a dire stelle, pianeti, gas, polveri e anche noi stessi". Teoria e osservazioni indirette di questa materia durante le prime fasi di vita dell'Universo, chiariscono gli scienziati dell'Inaf, "sono in grado di fornire sia stime di quantità, facendo emergere la considerevole porzione di materia mancante, sia una possibile soluzione a questo rompicapo. Stando ai modelli, infatti, i barioni "sfuggenti" si troverebbero lungo filamenti di gas che collegano tra loro le galassie. Questi filamenti sono formati principalmente da idrogeno ionizzato, e quindi sono molto deboli e difficili da osservare". Ma, grazie all'avvento, circa 20 anni fa, degli osservatori spaziali ai raggi X in grado di effettuare misure spettroscopiche ad alta risoluzione, gli astronomi hanno potuto iniziare ad indagare questo mistero. Nonostante i numerosi sforzi, fino ad ora però erano state realizzate rilevazioni non conclusive, "con bassa significatività". Per ottenere qualche indizio in più su questa grossa porzione di materia mancante, i ricercatori hanno puntato il telescopio XMM-Newton dell'Esa sul quasar chiamato 1ES 1553+113. Grazie alle osservazioni pianificate dal team tra il 2015 e il 2017, e a una serie di puntamenti precedenti, disponibili in archivio, il set di dati è arrivato a coprire in tutto tre settimane di osservazione continua: l'esposizione più lunga in assoluto su una singola sorgente di quel tipo. L'incredibile mole di informazioni spettroscopiche raccolta si è trasformata in una "radiografia" dettagliata del materiale che si trova tra noi e il quasar. Questo ha permesso ai ricercatori di scoprire una serie di "deboli righe di assorbimento dovute alla presenza di enormi quantità di barioni nascosti nel materiale caldo e gassoso che si estende anche per milioni di anni luce tra una galassia e l'altra".

Da:

…MA COSA SONO I BARIONI?

I barioni sono un gruppo di particelle subatomiche composte costituite da tre quark. Fanno parte della famiglia degli adroni, che comprende tutte le particelle formate da quark e soggette perciò alla forza nucleare forte. Il termine barione deriva dal greco βαρύς (barys), che significa "pesante", e fu dato alle particelle caratterizzate da una massa maggiore rispetto alle altre fino ad allora conosciute. I barioni più noti sono i protoni e i neutroni, che costituiscono la maggior parte della massa della materia visibile nell'universo (l'altro componente maggiore degli atomi, l'elettrone, ha massa circa 1800 volte inferiore). Essendo composti da un numero dispari di fermioni elementari, ed avendo di conseguenza spin semintero, i barioni sono fermioni.

Perche sono fermioni?

In fisica i fermioni, così chiamati in onore di Enrico Fermi, sono le particelle che seguono la statistica di Fermi-Dirac. Costituiscono, insieme ai bosoni, una delle due classi fondamentali in cui si dividono le particelle. Elementi distintivi principali dei fermioni sono l'obbedire al principio di esclusione di Pauli e il possedere sempre massa, mentre i bosoni elementari ne sono in diversi casi privi. Tutta la materia conosciuta è costituita da fermioni, che sono responsabili, direttamente o attraverso la loro forza attrattiva, della massa rilevabile in natura.

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sabato 7 luglio 2018

LA BIOLOGIA DI MARTE


Su Marte rilevata la materia organica più complessa mai trovata prima.

La NASA ha rilevato la presenza della più complessa materia organica mai trovata sulla superficie di Marte. Una svolta nello studio della vita sul pianeta rosso, hanno riferito gli scienziati. Il rover Curiosity ha anche scoperto le prove di variazioni stagionali delle emissioni di metano, indicando che la fonte di questo gas – spesso un segno di attività biologica – proviene dal pianeta stesso. Il metano può essere immagazzinato in strati di ghiaccio sotto la superficie. Campioni di materiale organico da rocce di 3,5 miliardi di anni sono stati rimossi a cinque centimetri di profondità alla base del Monte Sharp, all’interno del Gale Crater, considerato un lago antico. “È una svolta significativa perché ci mostra che il materiale organico è conservato negli ambienti più difficili su Marte“, ha detto l’autrice principale di uno dei due studi pubblicati sulla rivista Science, l’astrobiologa Jennifer Eigenbrode della NASA. Per la studiosa, la scoperta di questa materia complessa può consentire “di trovare qualcosa di meglio conservato che contenga una firma della vita“.


Ancora prodigi per il l rover Curiosity:

Curiosity, arrivato sul pianeta rosso nel 2012 (ed attualmente in standby forzato), aveva già scoperto materia organica nel 2014, ma in piccole quantità. “Questo studio mostra in dettaglio la scoperta di composti organici complessi e distinti nel sedimento. “Questo non vuol dire che attualmente ci sia vita, ma i composti organici sopra menzionati sono i mattoni primordiali della vita” , ha dichiarato Sanjeev Gupta, professore di Scienze della Terra presso l’Imperial College di Londra.

http://va.newsrepublic.net/a/6565473844281213449?user_id=6499149907327206410&language=it&region=it&app_id=1239&impr_id=6565724007658703114&gid=6565473844281213449&c=sys

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mercoledì 4 luglio 2018

LA PROTO-NEUROCHIRURGIA


Gli Inca (ma non solo loro) erano abilissimi neurochirurghi.


                                 Cranio che mostra trapanazione multipla a scopo medico

I tassi di sopravvivenza degli interventi di trapanazione del cranio durante il periodo dell'impero Inca erano molto più alti di quelli dei chirurghi che operavano durante la Guerra Civile americana, oltre 400 anni dopo.

Un'incisione del 1525 sulla trapanazione. Immagine: Peter Treveris/Heironymus von Braunschweig. 

La trapanazione del cranio è un tipo di intervento chirurgico che consiste nel praticare un foro nel cranio mediante un trapano. Questa operazione veniva eseguita frequentemente già nell’antichità (secondo alcuni si tratta infatti del più antico esempio di chirurgia, se ne ritrovano indizi a partire dal Neolitico), senza anestesia né sterilizzazione, come trattamento per diversi disturbi, tra cui crisi epilettiche ed emicranie, oltre che nel caso di ferite alla testa. Diffusa in tutte le parti del mondo, questa tecnica sembra tuttavia essere stata particolarmente praticata dalle popolazioni pre-colombiane, come quella degli Inca, dell’America latina. Infatti, il Perù detiene il record del maggior numero di reperti di crani trapanati riportati alla luce, con alcuni singoli crani che sembrano essere sopravvissuti al trattamento diverse volte (un cranio presentava segni di 7 diversi interventi). E, secondo i ricercatori, i tassi di sopravvivenza di questi interventi, considerate le condizioni in cui venivano eseguiti, sono davvero straordinari. In uno studio, pubblicato su World Neurosurgery, un gruppo di scienziati della Tulane University di New Orleans ha esaminato l’evoluzione di questa pratica in Perù per oltre 2000 anni, a partire dal 400 a. C. fino alla metà del 1500, per osservarne i cambiamenti nel tempo e per evidenziare le differenze su come lo stesso tipo di intervento veniva praticato da altre popolazioni, come ad esempio nell’Europa medievale o durante la Guerra Civile Americana. Durante la ricerca, il team ha analizzato oltre 800 crani trapanati, e ha raccolto importanti dati riguardo la demografia, la tecnica e i tassi di sopravvivenza di questo tipo di intervento (se, per esempio, l’osso attorno al buco è frastagliato e non liscio, si può infatti ipotizzare che il paziente sia morto durante l’intervento o poco dopo). Questi risultati sono stati poi confrontati con i dati a disposizione su questa procedura durante il medioevo e durante il 19esimo secolo, fino alla Guerra Civile. Dai risultati, è emerso che il tasso di sopravvivenza per la procedura in Perù era di circa il 40% dal 400 al 200 a.C., del 91% nei campioni datati tra il 1000 e il 1400 d.C. e variabile tra il 75 e l’83% durante il periodo dell’impero Inca, tra il 1400 e il 1500. In confronto, il tasso di sopravvivenza per lo stesso intervento durante la Guerra Civile Americana era compreso tra il 44 e il 54%, e quindi nettamente inferiore. Inoltre, la tecnica dei chirurgi Inca sembrava anche migliorare nel tempo, con buchi più piccoli e incisioni più precise, che riducevano quindi il rischio di sviluppare un’infezione.


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