IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

domenica 18 novembre 2018

I VIAGGI DEI ROMANI IN AMERICA


Per gli Antichi l'Oceano era un mare noto e navigato in ogni sua direzione. Le prove sono contenute nell'ultimo saggio di Elio Cadelo "L'Oceano degli Antichi - I viaggi dei Romani in America" per l'editrice goriziana LEG (p.480, euro 28).


La gran quantità di testimonianze archeologiche e letterarie prodotte da Elio Cadelo, studioso e divulgatore scientifico, confermano la presenza in America dei Romani. Infatti, frutti come l'ananas, piante come il mais o fiori come il girasole, tutte di origine americana non sono giunte in Europa dopo il 1492, l'anno cui tradizionalmente si attribuisce la scoperta dell'America, ma erano già note al tempo di Roma tanto da essere raffigurate in affreschi, mosaici e sculture. Non solo piante, i Romani importarono dall'America anche animali tra i quali pappagalli, in particolare il pappagallo Ara, raffigurato in affreschi di ville romane. In questo volume vengono presentate numerose prove di scambi tra il Vecchio e il Nuovo continente in epoca romana, tra le quali vi sono le analisi del dna compiute sui farmaci fitoterapici rinvenuti in un relitto romano del primo secolo d.C. davanti alle coste toscane. "Su quella nave viaggiava anche un medico e questo gli archeologi lo deducono dal fatto che sono state ritrovate fiale, bende, ferri chirurgici e scatolette sigillate contenenti pastiglie composte da numerosi vegetali, preziosissime per la conoscenza della farmacopea nell'antichità classica" dice Cadelo. Ma tracce della presenza di Roma in America sono state rinvenute in una tomba azteca: una testa marmorea con acconciatura romana di età imperiale nota come "la testina di Toluca", oltre ai numerosi reperti esposti nel museo di Comalcalco, città maya sulla costa sud-occidentale del Messico. Tra le diverse prove nel saggio di Elio Cadelo viene pubblicata per la prima volta una lettera di Cristoforo Colombo indirizzata ai re di Spagna nella quale l'ammiraglio spiega che per giungere alle Indie da occidente avrebbe seguito la stessa rotta già percorsa dal Romani.

Da:

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venerdì 16 novembre 2018

CAMBIARE DNA: E' POSSIBILE?



Usa, scienziati tentano esperimento per cambiare Dna umano

Si saprà solo fra 3 mesi se il trattamento è riuscito o meno. La tecnica verrà testata per anche altre malattie, inclusa lʼemofilia.

Scienziati americani hanno reso noto di avere provato per la prima volta a modificare i geni di una persona direttamente all'interno del suo corpo per cambiarne il Dna in modo permanente. L'obiettivo è quello di curare una rara malattia metabolica di cui è affetto il 44enne Brian Madeux. Si saprà solo fra 3 mesi se il trattamento è riuscito o meno. La tecnica verrà testata per anche altre malattie, inclusa l'emofilia.

L'esperimento è stato realizzato lunedì ad Oakland (California). La tecnica usata è diversa dalla Crispr, il cosiddetto "taglia e incolla" del Dna introdotto di recente. Su Madeux è stato sperimentato un sistema chiamato "nucleasi delle dita di zinco". Sono forbici molecolari che cercano e tagliano uno specifico pezzo di Dna.

Le istruzioni per intervenire sul Dna sono poste in un virus che viene alterato per non causare infezioni e per portare le informazioni dentro le cellule. Miliardi di copie di questo vengono iniettate in vena. Il virus viaggia fino al fegato, dove le cellule usano le istruzioni per costruire le "dita di zinco" e preparare il gene correttivo. Le dita tagliano il Dna, permettendo al nuovo gene di inserirsi.
Questo poi fa sì che la cellula produca l'enzima che manca al paziente. Solo l'1% delle cellule del fegato devono essere corrette per trattare con successo la malattia, ha detto il capo dell'equipe che cura Madeux, il dottor Paul Harmatz dell'ospedale di Oakland. "Voglio assumermi questo rischio - ha detto il paziente, che viene da Phoenix in Arizona - Spero che aiuterà me e altre persone".

La sindrome di Hunter colpisce meno di 10.000 persone al mondo. La maggior parte dei malati muoiono giovani. Chi ne soffre manca di un gene che produce un enzima che scinde certi carboidrati. I malati vanno incontro a frequenti raffreddori e otiti, paresi facciali, perdita di udito, problemi cardiaci, respiratori e dell'apparato digerente, patologie alla pelle e agli occhi, problemi alle ossa e alle articolazioni, disturbi al cervello.

Finora è stato modificato in laboratorio il Dna di singole cellule, che sono poi state iniettate nei pazienti. Ma queste tecniche possono essere usate solo per poche malattie, a volte sono di breve durata o non permettono di inserire il gene nel punto voluto. Se questa nuova tecnica funziona, sarà come mandare dentro il corpo un micro-chirurgo che inserisca il gene esattamente dove deve andare.


PER APPROFONDIMENTI:






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martedì 13 novembre 2018

ONDE GRAVITAZIONALI: FORSE SI...ANZI NO?



C’è chi dice che non abbiamo mai visto le onde gravitazionali!

Fisici danesi hanno rianalizzato i dati che due anni fa rivelarono le onde gravitazionali e hanno concluso che quel segnale potrebbe essere stato solo rumore. Ma a Ligo e Virgo non sono d’accordo

Le onde gravitazionali:

L’11 febbraio 2016 è stata una data epocale per la fisica. Il giorno della scoperta del secolo (?), com’è stata definita da più parti. Gli scienziati dell’esperimento Ligo, condotto in simultanea nei due interferometri di Hanford e di Livingstone, hanno confermato che poco meno di cinque mesi prima i loro strumenti (dopo oltre vent’anni di osservazione/ascolto senza risultati – ndr ) avevano avvistato, per la prima volta al mondo, il segnale di un’onda gravitazionale proveniente dalla collisione di due buchi neri. Un risultato sperimentale che confermava le previsioni teoriche della relatività generale di Albert Einstein, formulate oltre un secolo prima, avallato successivamente anche dai dati di Virgo, interferometro dello European Gravitational Observatory (Ego) e dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) che si trova a Cascina, nei dintorni di Pisa. Così importante che ha fruttato ai responsabili della scoperta l’assegnazione del premio Nobel per la fisica nel 2017.

Oggi, però, un report pubblicato dal New Scientist getta un’ombra sulla scoperta: un gruppo di fisici del Niels Bohr Institute, ente di ricerca danese, ha analizzato i dati (pubblici) di Ligo e messo in questione la rivelazione, affermando che “non ci sarebbero abbastanza prove” per mostrare che il segnale del 14 settembre 2015 sarebbe effettivamente la firma di un’onda gravitazionale emessa da due buchi neri in coalescenza.

Secondo lo studio danese – in realtà pubblicato ad agosto 2016, ma balzato agli onori delle cronache solo ora: fino a oggi era rimasta una bega tecnica tra accademici – ci sarebbero delle correlazioni sinistre nei dati rilevati dai due interferometri statunitensi, che invaliderebbero la scoperta.
Naturalmente, gli scienziati di Ligo e Virgo non concordano con i colleghi danesi, sostenendo che la loro analisi sarebbe affetta (in buonafede, si intende) da una cattiva interpretazione e analisi dei dati. E stanno preparando un nuovo articolo per ribadire, una volta per tutte, la genuinità della loro scoperta.

Come si rivelano le onde gravitazionali:

Per capire come sono andate le cose è indispensabile fare un passo indietro e ricordare brevemente cosa sono le onde gravitazionali e come si rilevano. Semplificando un po’ la questione, si può pensare alle onde gravitazionali come a una perturbazione dello spazio-tempo (il tessuto di cui, secondo la teoria della relatività di Einstein, è composto il nostro Universo) che si origina per effetto dell’accelerazione di uno o più corpi dotati di massa (due buchi neri o due stelle in rotazione, per esempio), si propaga alla velocità della luce e modifica localmente la geometria dello spazio e del tempo. Se ci è voluto oltre un secolo per individuarle sperimentalmente è perché l’effetto delle onde gravitazionali è estremamente debole e quindi quasi sempre nascosto da moltissime altre perturbazioni esterne.

Per individuarle, i fisici si servono di strumenti molto complicati e sensibili, i cosiddetti interferometri, apparecchiature in grado di misurare la discrepanza temporale nel cammino percorso da due onde di luce. In particolare, un interferometro è una struttura composta da due bracci di lunghezza uguale, l’uno perpendicolare all’altro, a formare una L. Quando un’onda gravitazionale colpisce lo strumento, ci si aspetta che la perturbazione a essa associata faccia sì che la luce impieghi più tempo a percorrere un braccio rispetto all’altro; nel momento in cui gli strumenti registrano una differenza temporale di questo tipo, viene lanciata l’allerta del possibile passaggio di un’onda gravitazionale. Per dare un’idea di quanto siano deboli tali perturbazioni, si pensi che gli interferometri devono essere in grado di rivelare una differenza temporale pari allo spostamento del diametro di un capello su una distanza tra il Sole e Alpha Centauri. Cioè oltre quattro anni luce.

Alla ricerca di un segnale:

Le difficoltà, comunque, non finiscono qui. Essendo così delicati, gli interferometri sono estremamente sensibili a qualsiasi perturbazione esterma: è quindi necessario ripulire i dati dal cosiddetto rumore di fondo, ossia tutto quello che viene catturato dagli strumenti quando sono in ascolto, e isolare così i segnali potenzialmente utili. Si tratta di un processo estremamente complesso. Il primo passaggio prevede di capire cosa si sta cercando; ovvero, in altre parole, come dovrebbero essere fatti i segnali sepolti sotto il rumore. Per rispondere a questa domanda è necessario risolvere le equazioni della relatività generale, che prevedono per l’appunto come la gravità deforma la geometria dello spazio-tempo. E farlo è tutt’altro che facile. Il primo approccio è il cosiddetto metodo numerico, in cui il computer decompone lo spazio-tempo in varie sezioni e risolve le equazioni per ciascuna di esse; si tratta di un approccio che richiede elevata potenza computazionale e molto tempo a disposizione, e che inoltre non è applicabile a tutte le possibili sorgenti di onde gravitazionali, dal momento che per alcune non è possibile calcolare la soluzione delle equazioni della relatività.
Il secondo metodo, che richiede (relativamente) meno sforzo computazionale è quello analitico. “Sostanzialmente”, ci spiega Viviana Fafone, responsabile nazionale di Virgo e docente all’Università di Torvergata, “si utilizzano dei template di riferimento che modellizzano il segnale di onde gravitazionale emesso da una data sorgente. Abbiamo a disposizione, a seconda del tipo di sorgente, diversi tipi di template: il segnale che arriva all’interferometro viene confrontato con questi modelli e, quando si trova una correlazione, il sistema ci invia un’allerta”.

Il vantaggio di questo tipo di analisi è che, non essendo troppo dispendioso dal punto di vista computazionale, consente un monitoraggio in tempo reale dei dati. “Dopo l’allerta”, continua Fafone, “possiamo quindi passare a un’analisi più avanzata, raffinando la stima dei parametri del template per cercare il miglior accordo tra dati e modello”. È esattamente quello che è successo con il segnale del settembre 2015, quando i dati acquisiti dagli interferometri si sono rivelati in accordo con il template di un’onda gravitazionale emessa da due buchi neri in coalescenza. Tanto in accordo che Fulvio Ricci, data analysis coordinator di Virgo e responsabile nazionale per l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare per Virgo, disse in conferenza stampa che “la probabilità di un falso allarme è 2×10-7”, ovvero che “bisognerebbe aspettare in media 203mila anni per rivelare un segnale simile al nostro ma falso”. Decisamente convincente.

Troppe correlazioni?

Cosa hanno da ridire, allora, i fisici danesi? Secondo la loro analisi, i colleghi di Ligo e Virgo avrebbero fallito nella rivelazione del segnale. L’équipe, coordinata da Andrew Jackson, ha anzitutto notato che i segnali delle onde rivelate simultaneamente dai due interferometri di Ligo sono correlati tra loro, com’è giusto aspettarsi (perché che si tratta dello stesso evento); la scoperta (a loro dire) “inquietante” sta nel fatto che, però, anche i rumori residui di Hanford e Livingstone, ovvero ciò che resta dopo aver sottratto al segnale totale quello delle onde, continuano a essere correlati.

Non è una buona notizia: i due rivelatori sono molto distanti tra loro e hanno un diverso orientamento spaziale, quindi non c’è alcuna ragione per cui i rumori che hanno registrato debbano essere correlati. La circostanza indicherebbe, secondo gli scienziati del Niels Bohr, “un fallimento nella separazione del segnale dal rumore”. E, visto quanto è delicata e importante tale separazione, come abbiamo spiegato poco fa, smonterebbe de facto la scoperta. Viatcheslav Mukhanov, eminente cosmologo ed editor del Journal of Cosmology and Astroparticle Phyics, la rivista che ha pubblicato il paper danese, dice di aver sottoposto l’articolo, prima della pubblicazione, a revisori esperti e severi, che non hanno ravvisato “nessun errore” nei calcoli. Il che porta inevitabilmente a un bivio. Qualcuno, per forza di cose, deve essersi sbagliato. Ma chi?

Una risposta, calcoli alla mano:

I responsabili di Virgo, contattati da Wired, si dicono più che mai certi di non essere in errore. Sostanzialmente, ci spiegano, i fisici danesi avrebbero commesso diversi errori nell’analisi dei dati. Errori che effettivamente possono portare a vedere delle correlazioni che in realtà non ci sono. “Il trattamento e l’analisi dei dati degli interferometri”, ci ha detto Fafone, “sono complessi e delicati, e se non si segue la strada giusta si può arrivare, artificialmente, a vedere delle correlazioni inesistenti”.
Non solo a parole, naturalmente: Ian Harry, fisico del Max Planck Institute for Gravitational Physics a Potsdam-Golm, membro della collaborazione Ligo, ha ripercorso quantitativamente punto per punto l’analisi di Jackson e colleghi (vi risparmiamo formule e grafici, per ovvie ragioni. Qui il lavoro di Harry, estremamente tecnico), mostrando tutti gli errori – in particolare nel calcolo della trasformata di Fourier e nello sbiancamento del rumore, come si dice in gergo – che hanno portato i danesi a conclusioni sbagliate.

“Una delle affermazioni di Jackson e colleghi”, continua Ricci, “è che l’uso dei template per filtrare il segnale sia poco corretto, perché rappresenta in qualche modo una forzatura a vedere nel segnale quello che stiamo cercando. Ma tale affermazione è smentita dai fatti: il primo segnale era così intenso che l’allerta ci è arrivata da un algoritmo del tutto unbiased, che non fa uso di alcun template”. E ancora: “Abbiamo incontrato a Roma, nel corso di un congresso internazionale, i colleghi danesi. Abbiamo mostrato loro tutti i punti deboli della loro analisi e li abbiamo invitati a Virgo, per fargli vedere come raccogliamo e analizziamo i dati: siamo completamente sereni”. I fisici di Ligo, spiega sempre il New Scientist, stanno inoltre per pubblicare un paper didattico in cui ripercorre, punto per punto, tutta l’analisi dei dati, che dovrebbe mettere a tacere le speculazioni. Per di più, ci racconta Fafone, Virgo e Ligo sono al momento chiusi per lavori di miglioramenti tecnici che ne aumenteranno ulteriormente la sensibilità e che assicureranno, in futuro, scoperte e rivelazioni ancora più frequenti e corpose.

I precedenti: Bicep2 e le onde gravitazionali:

C’è da dire, al netto di tutto, che in passato ci sono stati effettivamente dei casi in cui la cattiva interpretazione dei dati – e in particolare del rumore – ha indotto in errore gli scienziati, costringendoli a ritrattare dichiarazioni di presunte scoperte. Il caso più eclatante, e più vicino a quello di oggi, riguarda il progetto Bicep2, un esperimento condotto tra i ghiacci del Polo sud. Nell’aprile 2014, i ricercatori di Bicep2 raccontarono di essere riusciti a osservare le onde gravitazionali primordiali (un’eco del Big Bang) nella radiazione cosmica di fondo. Le osservazioni di Planck, satellite dell’Agenzia spaziale europea, smentirono però le conclusioni di Bicep2: il segnale, per l’appunto, non era stato ripulito a dovere dal rumore di fondo generato dalla polvere della Via Lattea. E quindi niente onde primordiali.

Grafici “puramente illustrativi”:

Qualche errore, comunque, lo hanno commesso anche gli scienziati di Ligo. Stando alla ricostruzione del New Scientist, confermata anche da Neil Cornish, uno dei principali ricercatori di Ligo, la collaborazione avrebbe pubblicato dei grafici i cui dati “non erano ricavati dall’analisi reale” e che erano “più illustrativi che precisi”. “Volevamo solo fornire un aiuto visuale alla comprensione. I grafici sono stati corretti a mano per scopi pedagogici”, ha aggiunto Duncan Brown, un altro ricercatore di Ligo, che ora ha lasciato l’esperimento. Una svista che nulla ha a che fare con i presunti errori nell’analisi del rumore, ma che comunque sarebbe stato meglio evitare.

https://www.wired.it/scienza/spazio/2018/11/09/ligo-no-onde-gravitazionali/

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domenica 11 novembre 2018

RELATIVISMO E...VERITA'


RILANCIO LO SFOGO DEL DOTT. GIUSEPPE DI BELLA, CHE MI TROVA PIENAMENTE D’ACCORDO.

“IL RELATIVISMO HA INQUINATO ANCHE LA VERITA’ SCIENTIFICA”, NON SOLO IN CAMPO MEDICO…AGGIUNGO IO !

BUONA LETTURA

MLR

del Dott. Giuseppe Di Bella


L’oligarchia criminale e paranoica che controlla la nostra società mediante un’ossessiva retorica demagogica di mistificazione, falsificazione e disinformazione, ha degradato la Verità, da Valore assoluto, oggettivo, immutabile, a categoria soggettiva, relativa, mutevole. Anche i paradigmi della  ricerca scientifica e della pratica medica sono ormai inquinati  da questa aberrante concezione tipica dell’eclissi della civiltà e dell’oscuramento dei valori morali che viviamo.

L'agenzia semi-ufficiale russa Sputnik (edizione in italiano) ha pubblicato giorni fa un articolo su uno studio di scienziati russi relativo all'efficacia di melatonina e retinoidi nella terapia dei tumori, ovviamente senza citare il Prof Di Bella, riportando il servizio stampa del centro di ricerca del Laboratorio di Resistenza Cellulare che ha condotto lo studio.
Olga Krestinina, autrice dello studio e direttrice dell'Istituto di Teoria e Biofisica Sperimentale RAS a Pushino ha dichiarato:
“”...Abbiamo studiato come la combinazione di melatonina e le concentrazioni ridotte di acido retinoico influenzino lo sviluppo di cellule tumorali leucemiche acute umane, la cui combinazione ha portato a una diminuzione del 70% del numero di cellule tumorali e al 64% della divisione cellulare… “".
La pubblicazione per esteso in inglese è reperibile sulla banca dati scientifici biomedica al seguente link: https://www.researchgate.net/publication/327803698_Melatonin_Can_Strengthen_the_Effect_of_Retinoic_Acid_in_HL-60_Cells

Può essere utile, sul tema degli studi sull’Acido Retinoico e Melatonina in funzione antitumorale, ricordare che alla sezione “Pubblicazioni Scientifiche” del sito della nostra Fondazione sono, ormai da più di un decennio, reperibili decine di pubblicazione sulle basi scientifiche e riscontri clinici del  Metodo antitumorale formulato del Prof Luigi Di Bella, oltre a relazioni e comunicazioni a congressi nazionali e mondiali che hanno anticipato di decenni le pubblicazioni della Prof.ssa Olga Krestinina .
A partire dal 1969, al Congresso Nazionale di Fisiologia di Alghero, il Prof Luigi Di Bella presentò comunicazioni sulla Melatonina, e la relazione di Alghero fu pubblicata agli atti del congresso.
Nel 1978 comunicò sull’interazione antitumorale di Melatonina e Ac. retinoico con gli altri componenti del Suo Metodo , al “ First Colloquium of the European Pineal Study Group Amsterdam Netherland ; 20-24 nov. 1978 ”-. Lo studio fu pubblicato l’anno seguente dalla rivista Prog. Brain Res. col titolo “Perspectives in pineal functions”.1979;52:475-8. Di Bella L, Rossi MT, Scalera G.
Come si documenta, il Prof Luigi di Bella ha anticipato di quaranta anni acquisizioni scientifiche presentate oggi come innovative e originali scoperte.

Questo dato di fatto è facilmente verificabile e documentato dalle pubblicazioni riportate nel sito Metodo Di Bella, che sono anche recensite e reperibili sulle maggiori banche dati biomediche: www.pubmed.gov e  https://www.researchgate.net/

E’ possibile verificare l’attività scientifica della Fondazione Di Bella accedendo direttamente alla pagina di una delle più prestigiose ed utilizzate banche-dati scientifiche:


Migliaia di pazienti hanno applicato da oltre 30 anni il MDB e i riscontri clinici sono stati pubblicati sulle maggiori banche dati internazionali biomediche in decine di studi che documentano i meccanismi d’azione biochimici e molecolari con cui il MDB ha conseguito un notevole progresso in oncologia.
Facendo una ricerca su  www.pubmed.gov   e digitando “Garattini e ATRA” (acronimo dell’acido tutto trans retinoico ) si evidenziano parecchi studi dell’Istituto Mario Negri, diretto dallo stesso prof. Garattini, sugli effetti antitumorali dell’Ac Retinoico, e pubblicati dal figlio del medesimo Prof. Garattini.
Ma quando hanno concluso la sperimentazione ministeriale del MDB nel 1998, l’ac Retinoico fu dichiarato inefficace, non funzionava, e il Metodo Di Bella fu dichiarato pubblicamente inefficace. L’illustre Prof Garattini non ha mai perso occasione di diffamare pubblicamente il prof. Di Bella e disprezzare la sua attività scientifica. Oggi, tra le tante aberrazioni del nostro tempo, siamo giunti ad un nuovo capitolo della ricerca biomedica, per cui la validità, credibilità, scientificità di un’acquisizione scientifica non è più un dato oggettivo, assoluto, anche se sperimentalmente documentato verificato e verificabile, ma relativo, soggettivo, mutevole, vincolato, validato dall’autore.

Se pubblica il Prof Luigi Di Bella interamente a sue spese, con 40 anni di anticipo rispetto ai luminari della ricerca, alle immacolate, disinteressate vestali della comunità scientifica, è invece un ciarlatano, un imbonitore, un cantastorie, come afferma anche l’”illustre” Prof. Burioni nel capitolo “dedicato” al prof. Di Bella, nel suo recente libro. Se invece i luminari, i lampadari, i santoni di regime, pubblicano con finanziamenti pubblici e/o privati, gli stessi, identici dati, le stesse acquisizioni scientifiche anticipate dal Prof Di Bella, le loro sono invece  prestigiose, innovative, originali scoperte scientifiche e spettacolari progressi clinici, così come annunciati dalle agenzie di stampa e magnificati dai canali mainstream dei circoli di potere”.


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venerdì 9 novembre 2018

FUNGHI E...ANTIBIOTICI



SEGNALATO DAL DR. GIORGIO PATTERA (BIOLOGO)

Nuovo super antibiotico da un fungo: più forte della penicillina contro i batteri resistenti

Un team di ricerca cinese dell’Università di Chongqing ha estratto da un fungo un nuovo antibiotico efficace contro i batteri che stanno mostrando resistenza ai farmaci, come l’escherichia coli e lo stafilococco aureo. Gli scienziati hanno sintetizzato la molecola anche in laboratorio, dunque sarà possibile produrla su vasta scala nel caso dovesse superare tutte le fasi sperimentali.

Estratto da un fungo un nuovo e potente antibiotico, che nei test di laboratorio è risultato efficace contro alcuni dei più temuti “superbatteri”, microorganismi che hanno iniziato a sviluppare una pericolosa resistenza ai farmaci. A ottenere il composto, chiamato albomicina delta 2, è stato un team di ricerca cinese dello Chongqing Key Laboratory of Natural Product Synthesis and Drug Research, facente capo all'Università di Chongqing.

Gli studiosi, coordinati dal professor Yun He, docente presso la Scuola di Scienze Farmaceutiche dell'ateneo cinese, dopo aver estratto la sostanza l'hanno anche sintetizzata in laboratorio. Ciò significa che in futuro, qualora dovesse passare tutte le procedure sperimentali – dai test sugli animali alla sperimentazione clinica sull'uomo -, sarà possibile per le case farmaceutiche produrla su vasta scala. Le albomicine in realtà non sono una vera e propria novità per la medicina; le loro proprietà antimicrobiche sono infatti note da decenni, e già negli anni '40 alcune di esse venivano utilizzate nell'Unione Sovietica per curare le infezioni. La ricerca si è poi concentrata su altre molecole, credendo fossero superiori alle albomicine sotto il profilo battericida, ma gli scienziati cinesi che oggi le hanno ‘riscoperte' hanno dimostrato l'esatto contrario. He e colleghi hanno estratto da un fungo tre distinte albomicine (delta 1, delta 2 e delta 3) e le hanno testate su alcuni dei batteri resistenti agli antibiotici più diffusi, come l'Escherichia coli, lo Streptococcus pneumonia e lo Staphylococcus aureus. Dall'analisi dei risultati è emerso che l'albomicina delta 2 non solo era più efficace delle altre due, ma superava in termini di capacità antimicrobiche anche la penicillina, la vancomicina e la ciprofloxacina. Il farmaco è riuscito a uccidere anche tre ceppi di batteri che hanno dimostrato resistenza alla meticillina, in particolar modo lo stafilococco aureo meticillina-resistente (MRSA). Si tratta di un risultato eccezionale, che potrebbe sfociare nello sviluppo di una preziosa ‘arma' contro l'antibiotico resistenza. Basti pensare che, in base alle stime, le infezioni causate dai superbatteri potrebbero uccidere una persona ogni 3 secondi entro il 2050, più del cancro. Come indicato, prima di arrivare a un antibiotico disponibile sugli scaffali delle farmacie ci vorrà del tempo, ma l'albomicina delta 2 è già considerata una delle molecole più promettenti per la lotta ai superbatteri. Recentemente è giunta un'altra buonissima notizia su questo fronte: un team di ricerca dell'Università della California di Los Angeles ha infatti scoperto ben 8mila mix di 4 o 5 antibiotici efficaci contro i superbatteri, un numero enorme che potrebbe rivoluzionare la lotta a questa minaccia globale. I dettagli sull'albomicina delta 2 sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Nature Communications.


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martedì 6 novembre 2018

INTESTINO E CERVELLO: DOVE E' POSSIBILE L'ETAGLEMENT QUANTISTICO


Intestino e cervello comunicano in modo istantaneo

Scoperto un nuovo circuito neuronale che collega istantaneamente l’intestino al cervello. Lo studio, su Science, apre la strada a nuovi trattamenti per la cura dell'obesità e dei disturbi alimentari. E anche per disturbi come la depressione

Intestino e cervello, una strana coppia. Sembrerebbe, ma così non è: l’intestino è difatti un secondo cervello nel corpo umano. Non solo è dotato di una fitta rete nervosa ma le sue cellule “parlano la stessa lingua” dei neuroni, e la usano, per esempio, per segnalare al cervello, nell’arco di alcuni minuti, la necessità di mangiare o di bere. Ma non è tutto. Tra i due cervelli esisterebbe una vera e propria linea rossa: un canale di comunicazione diretto e istantaneo, per scambiare informazioni nell’arco di millisecondi. A svelarlo è uno studio pubblicato su Science, che racconta una storia più complessa, suggerendo la possibilità di nuovi trattamenti per i disturbi alimentari o, per esempio, la depressione.

I due cervelli

L’intestino è dotato di una fitta rete nervosa e si stima che nelle pareti interne del tratto gastrointestinale ci siano più di cento milioni di cellule nervose, praticamente un altro cervello dentro la pancia. Sappiamo da decenni che la comunicazione tra intestino e cervello avviene tramite mediatori chimici – gli ormoni – che, immessi nella circolazione sanguigna, nell’arco di alcuni minuti raggiungono il cervello. Ne è esempio la sensazione di nausea che si può provare prima di un esame o il torpore mentale dopo un pasto abbondante. Sappiamo anche che un intervento farmacologico sul cervello, come l’assunzione di antidepressivi, può produrre effetti a livello intestinale con nausea e vomito. Allo stesso tempo, diverse malattie intestinali e, in particolare la sindrome del colon irritabile, sono associate a disturbi di ansia e depressione.

La linea rossa tra intestino e cervello

Secondo lo studio condotto da Diego Bohórquez e dal suo team della Duke University School of Medicine a Durham negli Stati Uniti la rete nervosa intestinale avrebbe anche una connessione più diretta e rapida con il cervello. Una sorta di linea rossa che consente all’intestino di comunicare con il cervello nell’arco di pochi millisecondi attraverso sinapsi tra le cellule enteroendocrine e i neuroni del nervo vago. “Questi segnali viaggiano ad una velocità maggiore di quella degli ormoni che dall’intestino raggiungono il cervello attraverso il flusso sanguigno”, dice Bohórquez.

Nel 2015, il gruppo di Bohórquez aveva pubblicato uno studio sulla rivista Journal of Clinical Investigation, che individuava nelle cellule enteroendocrine delle protrusioni simili a quelle che i neuroni usano per comunicare tra loro. Una circostanza, questa, che suggeriva il loro coinvolgimento in qualche tipo di circuito neurale. Le cellule sensoriali intestinali, ipotizzarono i ricercatori, potrebbero inviare i segnali elettrici attraverso il nervo vago, che corre dall’intestino fino alla base del cervello.

Per testare questa ipotesi, Bohórquez e colleghi hanno iniettato nei topi un virus della rabbia fluorescente, sfruttandone la proprietà di risalire attraverso le connessioni nervose. Grazie alla fluorescenza del virus, hanno quindi osservato la connessione diretta tra le cellule enteroendocrine e i neuroni vagali.

Questa connessione è stata confermata dall’osservazione, in una co-coltura in vitro, della formazione di connessioni sinaptiche tra neuroni e cellule intestinali. La velocità di connessione – riporta lo studio su Science – aumentava se veniva aggiunto D-glucosio ed era dell’ordine delle decine di millisecondi, una scala temporale tipica della trasmissione sinaptica piuttosto che della segnalazione ormonale.

Glutammato mediatore del piacere

Nella coltura in vitro, i ricercatori hanno scoperto che le cellule enteroendocrine attivano i neuroni sensoriali vagali attraverso il rilascio di glutammato, lo stesso neurotrasmettitore coinvolto nell’olfatto e nel gusto, usato dalle cellule ciliate dell’orecchio interno e dai fotorecettori retinici. Infatti, bloccando i canali ionici glutammato-dipendenti e, quindi, il rilascio di glutammato dalle cellule sensoriali dell’intestino, le connessioni sinaptiche si interrompevano.

Nel cervello, il glutammato media funzioni diverse, anche quelle legate alla sensazione di piacere. Il piacere suscitato da un pezzo di cioccolata o dal nostro cibo preferito, dunque, potrebbe derivare dalla stimolazione immediata di questo circuito. Il glutammato è il neurotrasmettitore più antico e conservato nell’evoluzione, presente in tutti i sistemi nervosi primitivi degli invertebrati più antichi e perfino nel Trichoplax, specie priva di un sistema nervoso comparsa circa 600 milioni di anni fa. La struttura e la funzione di questo circuito sono probabilmente simili nell’essere umano.

Un nuovo approccio ai disturbi alimentari

“Gli scienziati parlano di appetito in termini di minuti o ore. Qui stiamo parlando di secondi”, spiega Bohórquez. “Questo ha profonde implicazioni per la nostra comprensione del rapporto tra intestino e cervello e dei meccanismi dell’appetito. Molti dei soppressori dell’appetito che sono stati sviluppati hanno come bersaglio ormoni ad azione lenta, non sinapsi ad azione rapida. Ed è probabilmente questo il motivo per il quale molti di loro falliscono”.

“Il prossimo obiettivo – aggiunge il ricercatore- è quello di capire se questa comunicazione intestino-cervello può fornire al cervello informazioni sul tipo di nutrienti e sul valore calorico del cibo che mangiamo”. La scoperta potrebbe portare a ricadute non da poco: nuovi trattamenti per l’obesità, disturbi alimentari e persino nuove terapie contro la depressione.


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