IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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* MISTERI DELLA STORIA *

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LA NUOVA CONOSCENZA

martedì 22 aprile 2014

...NON SOLO PER UN GIORNO...MA PER UNA QUOTIDIANA MEMORIA !


"Caro Marco,
Lo stimolo per proporre questo post mi è venuto dopo aver assistito per ben due volte al film “Hannah Arendt” trasmesso nel Canale CULT della televisione brasiliana in occasione della ricorrenza del GIORNO DELLA MEMORIA".

RIFLESSIONE DEL DOTT. MIGUEL LUNETTA…

 “OLOCAUSTO NAZISTA DI SEI MILIONI DI INNOCENTI”

Il film di Margarethe Von Trotta dedicato alla grande filosofa ebrea Hannah Arendt.

"Il film dedicato alla grande filosofa, storica e scrittrice tedesca emigrata negli States, racconta un episodio cruciale della sua vita, quello in cui Hannah Arendt fu testimone e cronista d’eccezione a Gerusalemme, al processo per crimini contro l’umanità ad Adolf Eichmann, l’ingegnere dell’Olocausto. La Von Trotta ha vissuto a lungo in Italia dove ha raccolto consensi e premi come il Leone d’Oro conquistato a Venezia nel 1981 con “Anni di Piombo” ed è molto attenta alle figure femminili come risulta dalla sua ricca filmografia che comprende pellicole come Rosa L., Vision, Rosenstrasse, Lucida Follia e per questo “Hannah Arendt” si affida ancora una volta alla bravissima Barbara Sukowa nella parte della filosofa concentrata sull'analisi dei crimini nazisti elaborata da Arendt in  “La banalità del male”. (Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil). Arendt si era recata di persona a Gerusalemme, inviata dalla rivista The New Yorker per riferire del processo al criminale nazista Adolf Eichmann.
Credeva di incontrare un mostro e invece si trova davanti una persona sana di mente, un grigio burocrate che aveva collaborato all'olocausto "senza pensarci". Adolf Eichmann, che aveva eseguito  con precisione assoluta l’ordine hitleriano della "soluzione finale del problema ebraico", si era nascosto come altri criminale nazisti in Argentina. Nel 1960 un commando dell’intelligence israeliano, giunto a Buenos Aires in modo rocambolesco lo sequestrò e lo portò in Israele. Al processo, le cui riprese restano memorabili (e in alcune parti compaiono anche nel film della von Trotta), Eichmann ammise, da freddo ingegnere privo d’emozioni, ogni colpa descrivendo qualsiasi minimo dettaglio, da come dovevano funzionare i forni alla quantità di gas Zyklone-B usata ogni volta.
Fu condannato a morte e impiccato. “Hannah Arendt” è il ritratto del genio che sconvolse il mondo, grazie alla sua scoperta della “banalità del male”. Dopo aver assistito al processo al nazista Adolf Eichmann, svoltosi a Gerusalemme, la Arendt osò scrivere dell’Olocausto con parole che non si erano mai sentite prima. Il suo lavoro provocò immediatamente uno scandalo, ma la Arendt non ritrattò, nonostante gli attacchi di amici e nemici. In quanto ebrea tedesca emigrata, lei aveva difficoltà a recidere i suoi legami dolorosi con il passato e il film mette in mostra il suo affascinante mix di arroganza e vulnerabilità, rivelando un’anima formata e sconvolta dall’esilio. Parlando di come furono accolti “La  banalità del male” e la sua autrice  Margarethe von Trotta, nella recente intervista  al quotidiano Der Tagesspiegel, ricorda: «Molta gente a sinistra allora la schivò, la evitò, perché lei pronunciò verità scomode, già nel 1951 nel suo libro sul totalitarismo paragonò i crimini nazisti con quelli del comunismo sovietico, e a noi di sinistra ciò suonava sospetto. Ancora oggi, – continua von Trotta – ci sono persone che rifiutano il pensiero di Hannah Arendt perché analizzò entrambi i totalitarismi».
Nel film non manca un accenno alla relazione che legò la allora giovane studentessa al filosofo Martin Heidegger, lei non riusciva a troncare il rapporto con Heidegger nonostante lui avesse aderito al partito nazionalsocialista nel 1933. Questi flashback sono importanti per capire il passato della Arendt, ma il film è incentrato soprattutto sulla sua vita a New York assieme al marito Heinrich Blücher che lei aveva incontrato quando era esule a Parigi, ai suoi amici tedeschi e americani, soprattutto l’autrice Mary McCarthy, e al suo amico di lunga data, il filosofo ebreo tedesco Hans Jonas. (“Gnosi e spirito tardo antico ….”).
Nel film quando la filosofa si difende davanti ad un vasto pubblico di studenti e insegnanti dall’accusa di aver criticato i capi del movimento ebraico per non aver attuato una decisa resistenza al nazismo, emerge la forza spirituale della Arendt, convinta, come Antigone nella risposta data al tiranno Creonte, (“Outoi sunecqein, alla  sumfilein efun. Son nata per amar, non per odiare”), che la legge dell’anima sia quella dell’amore e non della vendetta e dell’odio. Una donna ed una pensatrice che rifiutò di essere omologata all’interno di una ideologia, di un partito, di una comunità religiosa ed il cui pensiero risulta ancora oggi innovativo e rivoluzionario.
“La mia sensazione è di aver inavvertitamente toccato la parte ebraica di quello che i tedeschi chiamano il loro "passato irrisolto" (die unbewältigte Vergangenheit). Ora mi sembra che questo problema fosse comunque destinato a presentarsi e che il mio resoconto l'ha cristallizzato agli occhi di quelli che non leggono grossi libri probabilmente anche accelerandone la sua tematizzazione in un discorso pubblico”. Hannah Arendt

http://www.ognisette.it/cultura/cultura-2014/cultura-febbraio-2014/nel-giorno-della-memoria-e-arrivato-201channah-arendt201d-l2019atteso-film-di-margarethe-von-trotta



"È lapidaria, Margarethe Von Trotta, quando spiega perché ha scelto di portare sullo schermo un personaggio difficile come HannahArendt, la filosofa ebrea tedesca naturalizzata americana: “Faccio film su persone che mi interessano”. Ed è probabilmente in questa risposta che sta il fascino assoluto di un film che riporta l'attenzione su una persona certamente scomoda, che ha avuto il coraggio di non accettare compromessi, di andare a fondo per cercare di comprendere totalmente quello che stava vedendo, e ascoltando. Il film racconta infatti il periodo fra il1960 e il 1964, quando la cinquan-tenne Hannah Arendt, ormai riconosciuta come uno dei grandi pensatori del mondo occidentale, riesce a farsi mandare dal New Yorker a seguire il processo Eichmann a Gerusalemme. “It is my responsibility to understand” ribadisce più volte nel film, girato in inglese e tedesco, quel tedesco che usa con i vecchi amici fuggiti come lei dall'Europa, che si fa strada prepotente ogni volta che le discussioni diventano importanti, a provare un legame fortissimo con una lingua, con una cultura da cui hanno dovuto fuggire. Il film non è doppiato, ma solo sottotitolato, ed è possibile rendersi conto del grande lavoro fatto sul linguaggio degli esuli tedeschi in America. La Arendt è un riferimento per gli intellettuali newyorkesi, è amata dai suoi studenti, e universalmente stimata. Ma l'esperienza a Gerusalemme si rivela durissima. Parte aspettandosi di assistere al processo di un essere quasi demoniaco e di trova di fronte un burocrate, un uomo grigio e mediocre, un“fantasma col raffreddore”. Un personaggio completamente diverso da quell'incarnazione del male che si aspettava. Vuole capire come è stato possibile, le ragioni, il perché. Perché un uomo simile, responsabile della morte di un numero impensabile di esseri umani continua a sostenere di non aver ucciso nessuno, di aver solo eseguito degli ordini? Una volta tornata negli Stati Uniti lotta, anche con se stessa, per capire non solo come sia possibile tutto ciò, ma anche come raccontarlo. Nonostante i suoi amici cerchino di dissuaderla non cede perché, come spiega Margarethe Von Trotta, “la Arendt crede ancora nell’utopia del pensiero,nella forza della filosofia, che può dare voce ai testimoni perché rimanga una traccia indelebile nella storia del loro vissuto, del dramma personale, della sofferenza di milioni di uomini, donne e bambini che l'alba, citando Primo Levi, “colse come un tradimento”. Un tradimento che coinvolse le comunità ebraiche di tutta Europa e portò alle deportazioni di massa, alle esecuzioni sommarie, alla distruzione nei campi di concentramento, alla Shoah.
Realtà come quella di Rodi, piccola comunità ebraica dell'isola greca (allora parte dello Stato italiano), furono spazzate via dalla furia nazifascista. E proprio sulle vicende di Rodi, nella sua peculiarità così come nel suo essere un esempio del tragico destino che accomunò milioni di persone, si è soffermata la cinepresa del regista Ruggero Gabbai. Attraverso la voce, i ricordi, le emozioni di Sami Modiano, Gabbai, assieme agli storici Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah di Roma, e Liliana Picciotto (Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea), ha ricostruitola vita e la tragica cancellazione della comunità rodiota nel documentario “Il viaggio più lungo. Rodi-Auschwitz”. “Abbiamo voluto far rivivere attraverso la voce dei testimoni, di Sami così come di Alberto Israel e Stella Levi, una storia italiana oramai praticamente dimenticata”. Un documentario che ha fatto conoscere da New York - dove è stato presentato in anteprima lo scorso anno – al Sud Africa, la storia della Rodi ebraica: affiancati dalla troupe e dallo storico Pezzetti, Alberto, Sami e Stella tornano nell'isola della loro infanzia. Le immagini si intrecciano ai ricordi, con la rievocazione di quella che un tempo era una realtà viva e fiorente, scontratasi poi con la violenza nazifascista. Le leggi razziali impedirono a Sami e agli altri ragazzi ebrei di frequentare le scuole, i diritti calpestate fino al definitivo strappo dell'estate del 1944: il 24luglio 1820 persone vengono imbarcate dai nazisti su navi mercantili, condotti ad Atene e dà lì deportati ad Auschwitz. Solo 150 ebrei di Rodi sopravvissero. “La storia è molto forte – spiega Gabbai a Pagine Ebraiche – era da tempo che volevamo raccontarla. Con Marcello e Liliana avevamo portato avanti già diversi progetti, dal documentario Memoria (del1997, che ha ottenuto diversi riconoscimenti e fu visto in prima serata su Rai 2 da 7 milioni di spettatori) a quello sul campo di Fossoli. Abbiamo sempre voluto al centro la testimonianza, e così è accaduto anche per Rodi: siamo andati sull'isola con Sami per ricostruire attraverso le parole e le immagini la storia di un passato dimenticato”. Alle testimonianza di Modiano, si affiancano quelle di Levi e Israel, testimonianze diverse di un comune destino tragico. Sono loro i protagonisti, loro raccontano la realtà di quanto accaduto. “Mi fa paura romanzare le storie della Shoah – afferma il regista, spiegando la scelta di usare sempre il documentario come strumento del racconto –ognuno fa le sue scelte ma nella mia visione, più attiguo alla tradizione ebraica, ho voluto dare spazio alla voce diretta dei sopravvissuti. Con Il viaggio più lungo, come ci hanno detto in molti, abbiamo voluto rendere giustizia alle vittime, colmando una lacuna della cultura italiana”.Un lavoro apprezzato entro i confini nazionali e non solo, con la proiezione il 26 gennaio su Rai 1 della pellicola, selezionata per il 30esimo Festival del cinema di Gerusalemme. “In America c'è molto interesse per le storie degli ebrei europei e a New York abbiamo ricevuto critiche molto positive, presentando uno spaccato dell'ebraismo italiano altrimenti sconosciuto. Ed è accaduto anche in Sud Africa, dove abbiamo trovato grande interesse nel pubblico”. Sulla gestione delle riprese Gabbai sottolinea poi la sua filosofia nel trattare il tema della Shoah. “Possiamo definirla sensibilità di sottrazione. Non voglio che vi sia retorica all'interno di questo tipo di documentari, anzi in generale credo che la retorica sia nemica dell'arte. Ma tornando al nostro progetto, al centro abbiamo posto le testimonianze a cui poi abbiamo affiancatole immagini, seguendo dunque un doppio filone narrativo che si intreccia per fare emergere un unico quadro storico che vuole emozionare senza d'altro canto sacrificare la verità storica. È come scrivere una partitura musicale, deve esserci armonia”. Attraverso la proiezione sulla rete nazionale, sottolinea il regista, Il viaggio più lungo” avrà una diffusione ampia e la tragica storia degli ebrei di Rodi potrà essere conosciuta dal grande pubblico".




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