IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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LA NUOVA CONOSCENZA

venerdì 11 aprile 2014

IL POSTO DELL'UOMO NELLA NATURA: E' TEMPO DI CAMBIARE


Del  Dr. Enzo Pennetta -  biologo


Immagine da “ Evidence as to Man’s Place in Nature, 1863″ di Thomas Huxley.

La questione del posto dell’Uomo tra le specie va riproposta per via di una evidente inadeguatezza dell’attuale classificazione.

 Considerare la specie umana come appartenente ai primati è come continuare a considerare nello stesso dominio archaea e bacteria.

 La constatazione di una unicità dell’Uomo rispetto agli altri viventi è stata ribadita più volte in tempi recenti, come ad esempio nel maggio 2013, dall’antropologo Ian Tattersall, del fatto se ne era parlato su CS in “Rivedere la classificazione di Homo sapiens. Ian Tattaersall: “Siamo diversi da tutti gli altri esseri viventi”.” Posizione riproposta e confermata poi dallo stesso Tattersall sia in una conferenza registrata al Museo antropologico Pigorini di Roma il 20 febbraio scorso, che in articolo apparso poco tempo prima sull’Almanacco delle scienze 2014 di Micromega intitolato “La seconda nascita di Homo sapiens” dove afferma che:

“Non è un segreto che qualcosa ci renda profondamente diversi da tutti gli altri organismi, compresi quelli che ci sono più vicini nel grande albero della vita.
[...]
Esiste pertanto una netta discontinuità, un profondo abisso qualitativo, tra il modo in cui gli altri organismi gestiscono l’informazione e il modo in cui lo facciamo noi.
[...]
Tuttavia (dopo aver confermato la sua adesione alla spiegazione evolutiva darwiniana ndr) l’emergere della consapevolezza dei moderni esseri umani ci pone di fronte ad un profondo mistero, forse il più grande affrontato dalla scienza . E’ chiaro infatti che il nostro modo di far funzionare la mente non rappresenta semplicemente il prodotto di un miglioramento incrementale di altre forme cognitive esistenti.
La differenza è qualitativa e non tanto quantitativa: non abbiamo semplicemente un po’ più della stessa cosa che hanno tutti gli altri esseri viventi.”

Alla luce di queste considerazioni accettate in modo pressoché unanime dalla comunità scientifica (nessuna voce si è levata per contestare le conclusioni di Tattersall sulla differenza qualitativa e non quantitativa tra Uomo e altri animali), si fa sempre più evidente la necessità di rivedere l’attuale classificazione della specie umana.
L’attuale classificazione si basa prevalentemente sulla cladistica, cioè sulla distanza dall’ultimo progenitore comune, ma anche le differenze qualitative non possono non entrare nei criteri della classificazione.
Un recente caso in cui si è verificata una revisione della classificazione è quello che ha riguardato la creazione di due distinti domini laddove precedentemente ne esisteva uno solo, il riferimento è al caso dei Procarioti. La necessità di creare un nuovo dominio fu segnalata nel  1977 da Carl Woese e George Fox dell’università dell’Illinois che riscontrando differenze nel DNA e nell’RNA ribosomiale proposero la differenziazione dei procarioti in eubacteria e archaebacteria. In seguito venne scelta la denominazione di bacteria e archaea. Contrario a questa suddivisione si dichiarò nel 2002  Thomas Cavalier-Smith che propose su PubMed una ricostruzione filogenetica differente che portava a privilegiare nuovamente l’esistenza di un unico ordine corrispondente a quello originario dei procarioti. Un decisivo contributo a riportare in primo piano la necessità di una nuova classificazione è giunto infine nel 2006 dalla pubblicazione su Nature dell’articolo Time for a change di Norman R. Pace nel quale, in seguito alle risultanze della comparazione dell’RNA e altre comparazioni biochimiche, si sosteneva una maggiore vicinanza degli archaea agli eukarya rispetto ai bacteria. Questo spingeva a sostenere con forza una divisione in tre domini, come evidenziato nella figura di seguito riportata pubblicata nell’articolo su Nature:


Come ribadito nella parte conclusiva dell’articolo, secondo la nuova e più aggiornata classificazione, continuare ad utilizzare il termine “procariota” non solo sarebbe stato fare uso di un termine obsoleto, ma sarebbe stato un modo scorretto di rappresentare l’evoluzione e, in ultima analisi, avrebbe corrisposto ad insegnare “un’idea sbagliata”:

Tornando alla classificazione umana è inevitabile riprenderla in considerazione alla luce di nuove conoscenze che sono anche più rilevanti di quelle che hanno portato alla revisione della classificazione dei procarioti. Non è possibile continuare ad ignorare la differenza sostanziale, e non di grado, tra l’essere umano e gli altri animali. Così come gli eucarioti hanno ad esempio la membrana nucleare e gli archei ne sono del tutto sprovvisti (non ne hanno un po’ meno), così l’Uomo ha l’elaborazione simbolica e gli altri animali no, come emerge ancora da un altro passaggio di Tattersall in nell’articolo “Homo symbolicus” (La Repubblica) del 17 maggio 2013:

“Ma la cosa che veramente ci distingue e ci fa sentire così diversi da tutti gli altri esseri viventi è il modo di elaborare le informazioni nel nostro cervello. Quello che solo noi esseri umani facciamo è disassemblare mentalmente il mondo che ci circonda in un vocabolario sterminato di simboli mentali. Questa capacità unica si palesa in ogni aspetto delle nostre vite.”

 E poi ancora:

“Per comprendere le caratteristiche di questo nuovo fenomeno è importante ricordarsi che l’Homo sapiens con capacità cognitive moderne non è semplicemente un’estrapolazione di tendenze precedenti. I ritrovamenti archeologici mostrano piuttosto chiaramente che noi non facciamo le stesse cose che facevano i nostri predecessori, solo un po’ meglio: ricreando mentalmente il mondo noi di fatto facciamo, nella nostra testa, qualcosa di completamente nuovo e diverso”.

Ciò che fa di Homo sapiens qualcosa di completamente differente da qualsiasi altra specie è la capacità di elaborare un vocabolario di simboli. Questa capacità si manifesta come linguaggio parlato e poi anche scritto, arti figurative, capacità matematiche, e possibilità di elaborazione di un pensiero scientifico. Che le cose stiano così era stato già affermato alla fine degli anni ’50 dal linguista e filosofo Noam Chomsky il quale affermava che:

“Il fatto che tutti i bambini normali acquisiscano delle grammatiche sostanzialmente comparabili, di grande complessità e con notevole rapidità, suggerisce che gli esseri umani siano in qualche modo progettati in un modo speciale, con una capacità di natura misteriosa” .

Tale posizione è stata riaffermata nelle conferenze tenute sempre nel gennaio 2014 a Roma da Chomsky il quale è stato presentato dal suo ex allievo Andrea Moro che lo ha introdotto con la frase sopra riportata e che è stata definita una sorta di “spartiacque” nella storia della linguistica e più in generale nella storia dell’uomo.
E che sulla barriera insormontabile che separa l’uomo dagli altri animali siano in linea di massima tutti d’accordo è stato confermato anche in un articolo pubblicato su Pikaia nel novembre 2012 dal titolo Armi dal passato in cui si afferma:

“La maggior parte dei biologi evolutivi accetta questo tipo di visione -una differenza abissale tra un prima e un dopo nell’evoluzione umana ndr-  (qui un’intervista a Ian Tattersall); il problema è che spesso l’accelerazione viene vista come un cambio di velocità così repentino da essere quasi assimilabile a un effetto tunnel evolutivo: prima l’uomo era di qua da una barriera culturale-evolutivo-artistica-sociale, nel giro di poco tempo è saltato dall’altra parte e ha cominciato un cammino di arte, spiritualità, cultura che lo ha portato ai giorni nostri.”

Una barriera così insormontabile da far paragonare all’ultradarwinista Pikaia quel passaggio ad un “effetto tunnel evolutivo”, un’idea del tutto condivisibile. Ecco dunque che l’unicità dell’uomo è una questione che si pone con grande evidenza all’interno dello stesso schieramento evoluzionista neo-darwiniano.
Si potrebbe però ancora obiettare che la vicinanza genetica con gli altri primati costituisca un motivo per riaffermare l’appartenenza allo stesso ordine, ma si tratta di un argomento che può essere usato anche in senso opposto, si potrebbe infatti con lo stesso criterio affermare che siamo al 50% banane e per ben il 95% topi.
Oltre alla differenza sostanziale, come quella della capacità simbolica, quello che conta secondo la cladistica è la lontananza di un comune antenato, ma anche sotto questo punto di vista non possiamo ormai ritenere che la particolarità umana sia dovuta ad un distacco dagli altri animali in tempi  relativamente vicini. La recente scoperta dell’incrocio tra sapiens e neanderthal e quella dei crani di Dmanisi, mostra infatti una raffigurazione non più a “cespuglio” con un distacco della linea che avrebbe portato all’uomo che si aggira presumibilmente vicino ai due milioni di anni fa:


Ecco dunque che sia sotto un punto di vista funzionale che cladistico non si deve più considerare l’uomo nello stesso dominio dei primati, sarebbe come considerare nello stesso dominio archaea, bacteria ed eukarya solo perché a grandi linee sono somiglianti morfologicamente e discendono da un lontano antenato comune. Per usare le parole di Noran R. Pace, continuare a classificare gli umani come primati significa non solo fare uso di un termine obsoleto, ma significa adottare un modo scorretto di rappresentare l’evoluzione e, in ultima analisi, insegnare “un’idea sbagliata”.
“Evidence as to Man’s Place in Nature” questo era il titolo dell’opera con la quale nel 1863 T. H. Huxley poneva le basi dell’inclusione dell’Uomo tra i primati. Ma già in quegli stessi anni c’era chi autorevolmente sosteneva che Homo sapiens avrebbe dovuto avere almeno una sottoclasse a sé stante e conservare con i primati solo l’appartenenza alla classe dei mammiferi, il riferimento è alle dichiarazioni di Alfred Russel Wallace, il coautore della teoria dell’evoluzione insieme a Charles Darwin:

“Considerando queste sue eccezionali facoltà non si può negare che perfino color che reclamano per lui un posto indipendente, quale un ordine, una classe o un sottoregno, abbiano qualche ragione.
L’uomo è veramente un essere a sé stante…”
Da   riportato in “L’uomo che gettò nel panico Darwin”- Federico Focher Bollati Boringhieri, pag. 170.

E tra “coloro che reclamano un posto indipendente” per la specie umana c’era anche Richard Owen, un grande paleontologo che tra l’altro fu colui che coniò il termine “dinosauro”. Owen entrò in contrasto proprio con Huxley sulla questione della classificazione umana e lo scontro fu molto forte, egli sosteneva su basi anatomiche la differenza irriducibile tra Uomo e ‘scimmie’, mentre Wallace avrebbe puntato l’attenzione maggiormente sulle capacità mentali.
Oggi gli argomenti a favore di una revisione della classificazione umana sono forti, molto più di quanto non fossero all’epoca del confronto Wallace-Owen e Huxley, e non volerli prendere in considerazione significherebbe restare ancorati ad una visione, neanche unanime, ereditata dalla scienza ottocentesca.

http://www.enzopennetta.it/2014/04/il-posto-delluomo-nella-natura-e-tempo-di-cambiare/

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