IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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LA NUOVA CONOSCENZA

venerdì 20 settembre 2013

“GEOMETRIZZAZIONE INVERSA: NEL SEGNO DI MAAT..."

LE ANTICHE CONOSCENZE. RITORNIAMO AL CONCETTO DELLA RISCOPERTA. LE "RISCOPERTE" DI DIEGO BARATONO, SONO FRUTTO DELLA SETE DI CONOSCENZA E DELLO STUDIO GRATUITO ED  APPASSIONATO DI UN VERO RICERCATORE ED ESPLORATORE. SOLO CHI ARRIVA A COMPENETRARE PROFONDAMENTE LA SAGGEZZA E LO STILE DI VITA DELLE ANTICHE CULTURE COME QUELLA EGIZIA, ARRIVANDO SIN QUASI ALLA SIMBIOSI, PUO' DAVVERO RITROVARE E CAPIRE LA CONOSCENZA PERDUTA CHE TUTTI INDISTINTAMENTE AMMIRIAMO, NELLE  ANTICHE VESTIGIA MAGICAMENTE IMMUNI ALLA CORROSIONE DEL TEMPO.  

BUONA LETTURA

MLR


“GEOMETRIZZAZIONE INVERSA: NEL SEGNO DI MAAT..."

di Diego Baratono

Maat: che cos’è…

“ … Maat è venuta per essere con te, ella si trova ovunque tu ti trovi… Munisciti di Maat o Creatore di tutto ciò che esiste, Creatore di ciò che è… Tu sorgi con Maat, tu vivi di Maat… Tu gioisci alla vista di tua figlia Maat… Ecco venire gli dei e le dee che sono con te recando Maat: essi sanno che tu vivi d’essa… I due emisferi terrestri giungono a te recando Maat per donarti tutta l’orbita del disco solare… Maat si unisce al tuo disco solare… Thoth ti dona Maat… Tu esisti poiché Maat esiste… Due volte stabile è Maat: ella è l’Unica e sei tu che l’hai creata… Tu solo la possiedi per sempre, eternamente… ”.[1] La commovente sequenza d’invocazioni alla dea Maat qui riportata, è utile per introdurre forse uno tra i concetti più importanti per il mondo dell’Egitto Antico. Per comprendere nell’essenza lo straordinario mondo che gli Egizi Antichi furono in grado di crearsi cinquemila anni fa, è d’obbligo, infatti, prendere in debita considerazione quanto è sotteso, quanto esprime e quanto circonda, alla lettera, quest’antichissima entità divina. La chiara percezione da parte dei primi pensatori dell’Egitto Antico dell’esistenza nel mondo in cui vivevano, di un assetto, di un ordine preciso responsabile del fluire più o meno regolare e ciclico degli eventi naturali cui assistevano ed erano soggetti, ha determinato la definizione di questa divinità. Maat, in effetti, è tutto ciò che informa e governa, anche qui alla lettera, la civiltà nilotica oltre che essere intesa quale forza garante dell’ordine cosmico. Le sono proprie profonde valenze simboliche e trascendenti certamente, ma al contempo s’intuisce possedere anche, se non soprattutto, significati immanenti, pratici. In sostanza Maat è sacra sì, ma è anche, più prosaicamente, ricca di prerogative volte al pratico, all’uso quotidiano. Si vedrà in quali termini. Intorno a questo concetto “universale” orbita tutta la vita del mondo faraonico. Maat è sinonimo di armonia, giustizia, verità, bellezza, correttezza morale, regolarità, è in altri termini tutto ciò che di buono la divinità suprema dona all’uomo egizio nel “Tep Zepi”, nel mitico “Primo Tempo”. Da questo momento in poi, secondo le credenze elaborate dagli intellettuali faraonici, sarà compito dell’unico legittimo sacerdote, ossia del Faraone, mantenere inalterata Maat nella sua integrità primigenia. L’impegnativo compito del Faraone era necessario poiché se non si fosse rispettata l’inderogabile condizione, tutto sarebbe precipitato nell’informe e terribile “Isfet”, l’opposto duale di Maat, ossia il Caos primevo. Mantenere inalterati simili delicati equilibri di forze era, come si può facilmente intuire, particolarmente faticoso per il monarca egizio. Era difficile riuscire a bilanciare costantemente bene e male, verità e menzogna, armonia e sproporzione, compensare Cosmo e Caos. La sensazione era che bastasse poco perché venissero meno i delicati parametri calibrati come si è già detto dalla divinità suprema nel “Tep Zepi”, per il regolare funzionamento della vita, intesa nel modo più estensivo possibile. Questo ingenerava una certa inquietudine tra il popolo nilotico. E’ anche facile capirne il motivo. Le genti che vivevano nella valle del Nilo per la loro sopravvivenza dipendevano quasi totalmente dal fiume stesso, dalla regolarità delle sue piene. Una piena mancata o un’esondazione eccessiva creavano, quindi, non pochi problemi. E’ di nuovo facile capire, che nel tentativo d’evitare simili inconvenienti il Faraone nella sua veste di sacerdote supremo, cercasse a tutti i costi di mantenere Maat inalterata. L’ordine pubblico e di conseguenza la “legge”, ad esempio, era una diretta conseguenza, misurabile, di tutto ciò. Era il risultato della riuscita o meno del regolare ed efficace mantenimento di Maat. Non è casuale, a proposito di “legge”, che sia proprio Maat ad intervenire, insieme al suo sposo Thoth nume tutelare della scrittura,[2] nella pratica della “psicostasia” o “Giudizio di Osiride”, ossia nella pesatura del cuore del defunto. Sottoforma di “piuma” posta come contrappeso su uno dei due piatti della bilancia divina, infatti, la dea consente di “misurare” la rettitudine del trapassato. Il suo cuore, e per estensione il defunto stesso, se più pesante della predetta piuma sarebbe stato annientato “per sempre”, quindi senza alcuna possibilità di “rinascere”, stritolato dalle fauci fameliche e terribili di Ammit, temuta divinità del castigo eterno.     



Un’osservazione particolarmente acuta dell’egittologo M. Pierret, come già rilevato anche dal de Rachewiltz, evidenzia che: “… Chi dice verità, dice conformità dell’idea col suo oggetto, il cui contrario è l’errore; conformità di ciò che si dice con ciò che si pensa, il cui contrario è la menzogna… La conformità si prova con la comparazione, così il vocabolo egiziano ha per determinativo e per ideogramma lo strumento tipo della comparazione e della misura: il cubito o regolo…”.[3] L’idea qui sviluppata introduce il concetto di “misurazione” legato a Maat e per diretta conseguenza i concetti di “geometria” e di “matematica”. Maat è la figlia prediletta di Ra, il Creatore supremo, che non può esistere senza di essa. Il Dio supremo, dunque, è direttamente connesso con le leggi matematiche e geometriche che consentono all’Universo di esistere. Del resto proprio le leggi in discorso, tecnicamente “limitano” in una certa misura l’onnipotenza di Ra. Anzi. Tutti gli dei rispettano rigorosamente queste leggi giacché proprio tutti gli dei “vivono di Maat”. Simile pensiero è profondamente radicato nel fertile (terreno culturale dell’Egitto Antico. Rende anche ben chiara la mentalità estremamente pragmatica delle genti che alimentavano queste riflessioni. Le forze della Natura, identificabili per metonimia con le varie divinità che agiscono nel ricco pantheon egizio, agiscono in conformità con l’armonia del Creato. Le divinità agiscono e interagiscono nella vita dell’uomo. Ecco allora che l’ordine sociale rispecchia, o deve rispecchiare, l’ordine cosmico ed ecco perché il Faraone è il garante di tale condizione. Violare Maat era violare leggi matematiche universali ed eterne. Su di una stele è scritto: “… io ho agito in Maat; io non ho provocato Asfet… (Isfet, N.d.A.)”.[4] Una “materializzazione” di queste idee inerenti a Maat, è identificabile in una forma geometrica precisa: è il rettangolo. In questo articolo prenderò in esame un particolare rettangolo. Si tratta di un rettangolo piuttosto allungato da cui emerge il capo piumato della dea.          

Un rettangolo simile, ma senza la testa piumata emergente, diventerà identificativo del cosiddetto “Lago della Verità” o “Lago di Fuoco”(?).



Questo lago diventa una sorta di simbolico purgatorio per i defunti, che in esso troveranno appunto la purificazione dalle colpe e dai peccati commessi in vita. Il lago in discorso in genere è sorvegliato da quattro babbuini o cinocefali, animali sacri a Thoth. E’ a questi che l’anima del defunto si rivolge per impetrare la necessaria e dovuta catarsi. Sposo e “fecondatore” di Maat, come si è detto più sopra, è Thoth, ossia la suprema entità divina della misurazione e della scrittura. Nel papiro matematico conosciuto come “Papiro Rhind”,[5] dal nome del proprietario, in realtà si tratta di due frammenti papiracei ora al British Museum catalogati con i numeri “BM 10057” e “BM 10058”, si può leggere che la misurazione è il: “…Metodo corretto di entrare nella natura, conoscere tutto ciò che esiste, ogni mistero, ogni segreto…”.[6] Questo indica che per gli Egizi Antichi la matematica, la geometria, e le loro applicazioni, insomma, generalizzando, tutte le discipline inerenti alla misurazione, sono scienze in prevalenza pratiche; certamente. Misurare è indispensabile per cercare di capire e quindi, in qualche modo, per tentare di “dominare”, piegando alle proprie esigenze, il mondo che circonda l’uomo nilotico. E’ grazie a questa sorta di dominazione, a questa capacità di “rilegare” gli eventi,[7] che l’ambiente generatosi sulle sponde del Nilo, immaginato percorso da potenti forze sconosciute, invero rese più governabili proprio grazie alla loro “misurazione”, consente alla civiltà faraonica di prosperare. Di riflesso, in una simile prospettiva, la “misurazione” si può intendere nondimeno anche, se non soprattutto, come scienza al servizio della teologia. Non si deve dimenticare, in effetti, che le categorie greche nell’Egitto Antico non esistevano ancora. Tutto si compenetrava: la scienza era religione, la religione era magia, magia era previsione, previsione era astronomia, e così di seguito. In sostanza la conoscenza della verità è possibile solo se esistono le corrette conoscenze matematiche e geometriche, le stesse che governano l’ordinamento cosmico. E’ stupefacente rilevare che dopo quasi tremila e seicento anni dalla compilazione del papiro matematico originale, “un certo” Galileo Galilei, ovvero il padre della Scienza moderna, affermi nel suo “Saggiatore”: “… Sig. Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto…”

Maat, ovvero la “Geometria” in persona…

Per sommi capi questo è quanto si conosce di Maat. Si è già detto che nella rappresentazione geroglifica del nome Maat compare il segno caratteristico del “cubito”, ossia l’avambraccio umano piegato ad angolo retto.[8] Il cubito, o regolo, è cosa nota, era lo strumento utilizzato dagli Egizi Antichi nelle loro misurazioni. La funzione misuratoria implicita nel concetto di Maat è quindi ben evidenziata e certificata anche mediante la scrittura e Thoth assume un senso ben preciso nello scenario così tratteggiato. Il valore geometrico di Maat con le sue formidabili funzioni applicative pratiche quindi, era nella disponibilità delle genti che all’epoca abitavano la valle del Nilo. A differenza di altre divinità, nondimeno, Maat non possiede templi, non ha luoghi specifici, dove poter essere adorata. E’ sintomatico, questo, dell’estrema e pervasiva diffusione sia della dea sia di tutto ciò che rappresentava. Non solo. Si deve ricordare che tutti gli dei vivono di Maat, ovvero delle regole che la dea incarna. Adorando una divinità qualsiasi, invero per una semplice regola commutativa, in automatico si adorava anche Maat. Non si deve poi dimenticare che Maat, in ogni caso, aveva il suo culto quotidiano officiato dal Faraone nella sua funzione primaria di sacerdote assoluto. Tutti i giorni, infatti, il sovrano – sacerdote offre con il culto alla divinità suprema la statua della dea ornata dalla tipica piuma sul capo. Il Faraone nella preghiera quotidiana, dice: “… Io vengo a te, io sono Thoth e reco Maat a mani giunte…Tu sorgi con Maat, tu vivi di Maat, tu unisci le tue membra a Maat… Thoth ti dona Maat, con le sue mani poste sulle sue bellezze innanzi al tuo volto… Tu esisti poiché Maat esiste e, reciprocamente, ella penetra nella tua testa e si manifesta innanzi a te per l’eternità…”.[9] Si deve notare poi, che Maat intesa come semplice termine, come vocabolo compare in diverse lingue, dal copto al babilonese passando per il greco divenendo qui radice per vocaboli come mathema (mathema: scienza, disciplina) e le sue derivazioni mathematicos (mathematikòs: matematica), mathesis (mathesis: imparare, disciplina), metro (metro: misuro), metrema (metrema: la misura), metrios (metrios: misurato, di giusta misura) e così via. Eco di un’affinità con la voce Maat, si riverbera anche nel termine latino “materia”, inseribile nello stesso milieu del termine egizio. “Materia”, infatti, è ciò che è fisicamente tangibile e quindi misurabile…

Maat inversamente geometrizzata: una sorpresa… “misurabile”…

 Ulteriore conferma del potente valore geometrico sotteso, determinato e saldamente fissato dai “savants” faraonici forse da sempre al concetto di Maat si ritrova in questi pochi versi: “… I due emisferi terrestri giungono a te recando Maat per donarti tutta l’orbita del disco solare… Maat si unisce al tuo disco solare…”.[10] Non ci sono dubbi che qui si parli di figure geometriche ben precise. Non ci sono nemmeno dubbi sul fatto che si parli proprio del cerchio in relazione a Maat. Ora viene da chiedersi: perché nelle diverse raffigurazioni Maat non compare mai sottoforma di cerchio bensì spesso e volentieri di rettangolo o di piuma? La strana domanda può trovare risposta certa in un semplice ragionamento. Maat è stata creata dalla divinità suprema Ra che la considera la “figlia prediletta”. Ra è simbolicamente un cerchio. I testi espressamente dicono che Ra non può esistere senza Maat. “Geometrizzando” questi concetti, ossia trasformandoli in semplici figure geometriche, si può dire che Ra, ossia il cerchio, senza Maat, ossia il rettangolo, è inesistente, quindi inutile. In altri termini il cerchio da solo non basta per creare qualcosa. Occorre di più. Già, ma cosa? Il rettangolo? Soprattutto, di quale rettangolo si tratta e perché proprio quello e non altri? Gli Egizi Antichi oltre ad essere genti intensamente attaccate alla vita erano anche molto vivaci intellettualmente. Diversi studiosi, di questo “dettaglio” se ne sono accorti. Günter Dreyer ad esempio, afferma che per risolvere problemi di ordine pratico quali ad esempio l’organizzazione dei magazzini, l’elencazione dei beni offerti a qualche personaggio altolocato, i prodotti consegnati da chi li produceva a chi li richiedeva, si ricorreva a simboli che per associazione d’idee consentivano loro d’identificare appunto i prodotti ricevuti o consegnati, il loro luogo d’origine, il produttore e così via. Con il passare del tempo e l’aumentare delle necessità logistiche, anche il sistema passò a richiedere un sempre maggiore numero di termini diversi per le diverse necessità. Per soddisfare il crescente fabbisogno di questo genere d’esigenze computazionali, molto presto gli Egizi Antichi iniziarono ad utilizzare il concetto del “rebus”. Il principio consentiva di impiegare stessi segni per definire parole con stesso suono fonetico. Le combinazioni erano pressoché infinite. A questo proposito devo aggiungere un’osservazione personale che ritengo importante. Si tratta di questo: per capire fino in fondo la storia dell’Egitto Antico si deve più considerare quanto gli stessi Egizi hanno soltanto “suggerito”, piuttosto che tutta quella parte nota visibile ed esplicitamente mostrataci. Si badi che come al solito non parlo affatto di esoterismi o di strani “misterismi”, come ormai chi mi segue ben sa. Ad ogni modo, quanto interessa qui, è che il concetto di “rebus” sarà esteso, come è facile intuire dal momento che come sistema “funzionava”, anche ad altri ambiti. Non ultimo, è ovvio che il sistema si dilata coinvolgendo anche l’orizzonte della religione. I popoli della valle del Nilo, in ogni caso, ci hanno lasciato nel campo molto spesso fumoso della religione, le indicazioni corrette per avere una piccola risposta a un grande mistero. Allora, andiamo a scoprirla questa risposta. Le sorprese certo non mancheranno. Iniziamo analizzando attentamente la rappresentazione rettangolare, straordinaria nella sua semplicità estrema, che più sopra ho presentato. Partiamo ad esempio con l’osservare che il rettangolo in esame oltre ad essere piuttosto allungato presenta sulle spesse e irregolari linee di contorno che lo definiscono, strane macchiette bianche, quasi fossero spazi di colore scivolato via. Si vedrà che si tratta quasi di segnature, dei punti di “repere”, ossia di riferimento, per tracciare correttamente il rettangolo stesso. Probabilmente lo scriba, per fissare questi punti, ha utilizzato un colorante diverso rispetto a quello impiegato per tracciare le larghe ed all’apparenza irregolari linee perimetrali. L’inchiostro nero, evidentemente, non è riuscito a coprire le tracce di costruzione del disegno. E’ una cosa voluta? Ripeto, mi piace credere di sì. Il motivo? Presto detto, anzi, scritto… Lungo il lato maggiore di base si può notare, circa a metà, una sorta di puntino in bella vista. A tutta prima potrebbe sembrare un’involontaria macchia o gocciolatura d’inchiostro lasciata dall’incauto scriba. Non è così. Non è così perché, come si avrà modo di apprezzare, questo punto segna l’origine da cui incominciare per effettuare la “geometrizzazione inversa” del disegno. Ecco perché credo che i vari segni presenti lungo il tracciato del quadrilatero in discorso non siano affatto casuali. Ora però lasciamo parlare la sequenza d’immagini. Le parole qui non servono molto. Si devono soltanto seguire i tracciamenti delle linee guida… o provare personalmente a tracciarle. Nulla di più facile e divertente, seguitemi…




La prima linea da tracciare come si è detto ha la sua origine vincolata nel “punto” lasciato dallo scriba. Con quale verso però si deve tracciare questa linea? Proviamo a considerare come indicazione direzionale l’elemento di spicco del disegno, ossia la testa di Maat emergente dal rettangolo. Il capo in questione non è certo stato sistemato in quel punto casualmente, di questo vi è la certezza matematica, anzi, “geometrica” per dir così, già a priori. La dimostrazione a conferma di ciò diventa ancor più evidente eseguendo il tracciamento. La linea rossa tangente la crocchia dei capelli della dea interseca ovviamente il lato maggiore superiore del rettangolo. Non solo. La retta disegnata, infatti, curiosamente incrocia anche un punto ben contrassegnato della piuma. “Tecnicamente” questa linea ha quindi tre punti di riferimento che la “guidano”. Tracciamo ora una linea ortogonale al lato maggiore superiore partendo dall’intersezione ottenuta, che nell’immagine è la linea blu. Questa linea dà origine ad un altro rettangolo. Proporzionalmente più piccolo. Ora, banalmente ripetiamo l’operazione di tracciamento, utilizzando come punti guida l’intersezione superiore prima trovata, l’elemento discente dell’acconciatura dei capelli di Maat e la base del calamo della piuma. Il tracciamento trova sul lato maggiore di base del rettangolo un altro punto preciso.



In sostanza con questi punti individuati si possono tracciare due linee di costruzione. Nel disegno sono una rossa e l’altra nera. La linea blu segnala la stessa suddivisione simmetrica alla precedente, del rettangolo di Maat. E poi?




Tracciamo fisicamente entrambe le suddivisioni così ottenute. Il rettangolo di Maat assume ben altra fisionomia. Non è più “solo” uno strano rettangolo allungato diventa, bensì, una singolare composizione geometrica. Si tratta di due rettangoli in sezione aurea rispetto al modulo quadrato centrale che incorniciano. Cos’è questa strana configurazione di rettangoli e quadrato?



Una parte della risposta è ben nota. Si tratta di quanto il tedesco Karl Lepsius, padre dell’egittologia, trovò tracciato su pareti da affrescare solo in parte già intonacate, come linee guida per i pittori. Si conosce ancora molto poco, tuttavia, sulla modalità per ottenere questa spettacolare combinazione “a reticolo” tra rettangoli in sezione aurea e quadrati modulari. Spero che la ricostruzione di cui tratto in quest’articolo, consenta di definire finalmente la questione. Ad ogni modo, questo sistema reticolare a modulo quadrato ha preso e mantenuto il nome proprio dallo scopritore, appunto l’eminente egittologo alemanno dell’ottocento, diventando il cosiddetto “Canone Lepsius”. Ne è rigoroso esempio a conferma, l’immagine qui riportata.


La configurazione geometrica che compone il rettangolo di Maat inoltre, è senza dubbio la conferma primaria della correttezza della paleo geometria che ho individuato e ricostruito, anche in questo caso mediante una geometrizzazione inversa dell’altipiano di el – Giza, già diversi anni fa. Da me denominato “RA”, ossia “Reticolo Aureo”, questo straordinario sistema geometrico “dimenticato”, è fondato su un doppio cerchio e da una coppia di Esagrammi anch’essi isocentrici sebbene sfalsati di trenta gradi. La combinazione genera una griglia modulare composta proprio da quadrati incorniciati su due lati da rettangoli in “sezione aurea” rispetto ai quadrati stessi. Esattamente come nel “Canone Lepsius”. Esattamente come nel caso del rettangolo di Maat in esame.[11]     


Si tratta del sistema geometrico che Maat genera in Ra, secondo quanto è suggerito dal testo che si è riportato più sopra. Nella realtà, si combinano insieme un doppio cerchio isocentrico, simbolo geroglifico di Ra appunto, e un doppio sistema di Esagrammi incrociati tra loro con uno sfalsamento di trenta gradi. Vi è qui una totale, indiscutibile consonanza, una conformità assoluta tra quanto ho sin qui scoperto, rettangolo di Maat compreso, e quanto i testi noti riportano e “dicono”. C’è però ben di più. Anzi. C’è di meno: il cerchio di cui si è parlato, infatti, dov’è finito? Troviamolo, è di fondamentale importanza. Ripartiamo pertanto da quanto si ha a disposizione, ossia dal nostro rettangolo di Maat, il che non è poco. Innanzitutto è necessario trovare il centro del rettangolo stesso. L’impresa è difficile se si ragiona con il filtro, per dir così, “euclideo”. E’ meno complicato del previsto, invece, se utilizziamo come riferimenti le tracce lasciateci volutamente (?) dallo scriba che ha tracciato questo rettangolo. Si ribadisce che le regole geometriche fissate da Euclide non esistono ancora quando questo rettangolo è stato concepito. L’idea fa scorrere i brividi lungo la schiena…
Per questioni di spazio e di tempo e per non tediare oltre chi legge, salterò i passaggi che portano alla stupefacente figura conclusiva derivata dalla geometrizzazione inversa del rettangolo di Maat, ovvero, ma è la stessa cosa, dall’applicazione della paleo geometria “RA” alla predetta figura geometrica sacra. Cosa si può inferire però, analizzando l’immagine e la sua geometrizzazione inversa? In prima battuta si percepisce senza dubbio la straordinarietà dell’insieme ottenuto. E’ poco? E’ molto? Lascio ad altri il giudizio. In secondo luogo poi, fatte le dovute misurazioni si può rilevare che la somma della misura del lato di un quadrato più la misura del lato minore di un rettangolo corrisponde esattamente all’altezza, ossia al lato più corto del rettangolo composito di Maat analizzato secondo il criterio applicativo di “RA”. La bizzarra ancorché sacra figura geometrica analizzata non ha pertanto assolutamente un dimensionamento “casuale”, esattamente come per gli altri rettangoli rappresentati nelle opere degli Egizi Antichi. Si può inoltre affermare con certezza “misurata”, che il rettangolo rappresentazione di Maat è scomponibile in un modulo quadrato affiancato da due rettangoli in “sezione aurea” rispetto a esso. In conclusione, con la geometrizzazione inversa della figura simbolo di Maat qui presa in esame, si è potuto stabilire che gli Egizi Antichi per tracciare le loro creazioni, dai templi alla statuaria, dagli affreschi ai disegni su papiro, seguivano un criterio geometrico piuttosto preciso e strettamente vincolante che corrisponde in parte al già noto “Canone Lepsius” o “Teoria dei Quadrati”, completato però da un modulo rettangolare che noi oggi definiamo in “sezione aurea”. Il sistema geometrico composito in discorso, è derivabile unicamente dalla splendida geometria “RA”, un sistema geometrico che nasce da Maat in Ra: “… Maat si unisce al tuo disco solare…”. Si tratta di un sistema geometrico che trova fondamento in Ra ovvero nel doppio cerchio isocentrico, il creatore di tutte le cose. Ra, il creatore a cui si rivolge il Faraone invocando che: “…Maat si posi sul tuo capo erigendo sede sulla tua fronte… penetra nella tua testa e si manifesta innanzi a te…”. RA, il sistema geometrico che come credo si è ampiamente dimostrato, è dunque esistente. E’ una procedura geometrica esecutiva, pratica, certamente applicata in modo estensivo dagli Egizi Antichi nella realizzazione dei loro capolavori. Sono, queste, realizzazioni senza tempo, opere straordinarie che rispettano quei ferrei canoni, seguono quei dettami vincolanti, armonici ed eterni, forse divini, certamente stabiliti per l’uomo da una dea, da Maat…

                      
     


[1] L’invocazione a Maat qui riportata è tratta dal testo: “Egitto magico religioso” di Boris de Rachewiltz, La Spezia, 1989, pp. 47 – 48. 
[2] Thoth, signore della Luna viene rappresentato quale ibis o uomo dalla testa di ibis o come babbuino. Era considerato oltre che dio della magia (scienza applicata?) e patrono degli scribi, anche dio della misurazione del tempo e guardiano del calendario, signore della parola e del pensiero. Nel regno dei morti teneva il conto, registrandoli, dei peccati dei trapassati.
[3] In Boris de Rachewiltz, op. cit., p. 46.
[4] A. Varille, Dissertation sur une stele pharaonique, Cairo, 1946.
[5] I due frammenti risalgono al “Secondo Periodo Intermedio”, intorno al 1650 – 1550 a.C. Lo scriba che lo compilò di nome Ahmose, dichiara espressamente che il testo risale ad un periodo molto più antico, inquadrabile verso la fine del Medio Regno, intorno al 1994 – 1650 a.C.
[6] Alice Cartocci, La matematica degli Egizi, 2007, Firenze, p.9.
[7] S’intende qui, ad esempio: riuscire ad incanalare le acque del Nilo prevedendone le piene, conoscere il momento migliore per la semina e la raccolta, conoscere il modo migliore per mantenere prospere le varie greggi e così via.
[8] Nell’Egitto Antico, curiosamente, esistevano diverse misure per il cubito. Vi era il cubito “Meh”, che misurava circa 52.5 centimetri. come il cubito reale “Meh nesu”, che però potrebbe avere avuto quale misura effettiva, secondo i più che convincenti studi dell’architetto Marco Virginio Fiorini, 52.36 centimetri (Marco Virginio Fiorini, Nel cantiere della Grande Piramide. Gli architetti egizi svelati, 2012, Torino, p.52). Esisteva poi un piccolo cubito “Meh netches”, che s’aggirava intorno ai nostri 45 centimetri come registra il regolo rinvenuto nella tomba dell’architetto Kha, ora al Museo Egizio di Torino.  
[9] Boris de Rachelwitz, op. cit., p. 47 – 48.
[10] Boris de Rachelwitz, op. cit., p. 47.
[11] Per avere maggiori informazioni circa la paleo geometria “RA” che ho ricostruito, si rimanda al mio testo “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi. L’Esagramma, ovvero le straordinarie geometrie dell’Acqua”, Genova, 2004.

CHI E' DIEGO BARATONO:

Diego Baratono originario di Agliè nel Canavese, nasce il 5 Gennaio del 1961 a Torino. Da trent’anni è ricercatore indipendente e libero pensatore. Le sue esplorazioni archeologiche sono incentrate sullo studio delle paleo-geometrie e degli antichi sistemi geometrici applicati alla topografia e alle architetture dei luoghi sacri. Partecipa come relatore, ormai da diversi anni, ad importanti manifestazioni culturali nazionali ed internazionali ed a numerose conferenze. Collabora con importanti riviste del settore a larga diffusione, pubblicando numerosi articoli. Ha partecipato a diverse ed importanti trasmissioni televisive quali TgLeonardo, Stargate, Voyager, Rebus. Nel 1998, parte delle sue ricerche sono inserite nel libro "Il segreto di Cheope", edito da Newton & Compton. Nel 2004 pubblica per la casa editrice ECIG di Genova, il fondamentale testo "Le Abbazie ed il Segreto delle Piramidi. L’Esagramma, ovvero le straordinarie Geometrie dell’Acqua". È dell’anno 2011 la pubblicazione in collaborazione con Claudio Piani, del testo "I segreti delle antiche carte geografiche. Simbologie mariane e cartografie per il Nuovo Mondo", di quest'anno l'ultima opera sempre con Claudio Piani: A.M.E.R.I.C.A. 1507, la Genesi del Nuovo Mondo edito da Liberfaber. Da alcuni anni collabora con l’Istituto Geografico Militare di Firenze, il “Comitato Amerigo Vespucci a Casa Sua” il Politecnico di Torino, l’Università d’Alessandria ed il C.N.R. di Milano.
SARA' PRESENTE COME RELATORE AL PROSSIMO SIMPOSIO INTERNAZIONALE DI SAN MARINO IL 12-13 OTTOBRE 2013: "14° Simposio Mondiale sulle Origini Perdute della Civiltà e gli Anacronismi Storico-Archeologicisul tema “OUT OF PLACE ARTIFACTS (OOPArts): RISCRIVERE LA STORIA UMANA” 
http://blog.libero.it/DiegoBaratono/commenti.php?msgid=12366331&id=166882


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