IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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LA NUOVA CONOSCENZA

sabato 30 giugno 2018

VACCINI E ADIUVANTI



Alluminio nei vaccini: nuovo studio scientifico proverebbe che non è dannoso.

Prima era il mercurio, oggi è l’alluminio. Più di tutte le altre sostanze, infatti, l’idrossido di alluminio – un adiuvante utilizzato per amplificare la risposta immunitaria stimolata da un vaccino – è diventato oggetto principale delle critiche NoVax in merito alla sicurezza sanitaria delle pratiche vaccinali. Che dal punto di vista scientifico non ci siano evidenze sulla pericolosità dell’alluminio presente nelle soluzioni iniettate non è certo una novità. Un recente studio clinico confermerebbe l’inconsistenza delle tesi allarmistiche sull’alluminio ed è stato appositamente concepito proprio con l’intento di analizzare le obiezioni specifiche che la comunità antivaccinista solleva più spesso. Il paper, uscito a inizio primavera, è stato pubblicato sulla rivista Academic Pediatrics, un giornale di impact factor intermedio e i cui articoli sono sottoposti a procedura di peer review. Va detto: non si tratta di uno studio particolarmente esteso (ha coinvolto poco meno di 100 bambini di un unico centro di ricerca) né di straordinaria autorevolezza, ma è interessante poiché ha indagato specificamente le tesi più presenti nella discussione sui social e sui giornali.

Un po’ di numeri sull’alluminio:

La prima domanda a cui si è tentato di dare risposta è: quanto alluminio viene iniettato con le vaccinazioni e, soprattutto, che fine fa? Ciascuna dose di vaccino contiene da 0,125 a 1,5 milligrammi di alluminio (a seconda della formulazione specifica), dunque in un anno un bambino ne riceve al più una decina di milligrammi. Il numero di per sé è poco significativo, ma ha senso confrontarlo con le altre possibili fonti di assunzione di alluminio, il cosiddetto alluminio ambientale. Prendendo un arco temporale di riferimento di un anno, come ricorda Skeptical Raptor, un bambino allattato al seno ingerisce 14 milligrammi di alluminio, che diventano 76 con il latte artificiale e 234 con quello di soia. Poi c’è la respirazione: dato che ogni metro cubo d’aria contiene circa mezzo microgrammo di alluminio, grossomodo un bambino ne inspira ogni anno da 1 a 10 milligrammi, a seconda della qualità dell’aria. Da adulti, poi, sia tramite l’alimentazione sia per via della maggiore capacità polmonare, le quantità di alluminio assunte sono significativamente maggiori. Anche nella migliore delle ipotesi, dunque, la quantità di alluminio che comunque entra nel corpo del bambino è leggermente maggiore di quella iniettata tramite i vaccini. Più spesso, la differenza arriva anche a uno o due ordini di grandezza. A questo va aggiunto che normalmente l’alluminio non si accumula nel nostro organismo, ma viene prontamente espulso grazie all’attività renale. Ciò che rimane può essere comunque misurato grazie a raffinate tecniche di spettroscopia di massa, capaci di determinarne la concentrazione ad esempio nel sangue e nei capelli. Il gruppo di ricerca dell’ospedale pediatrico di Boston, in particolare, ha confrontato le concentrazioni di alluminio presenti a livello ematico e nei capelli tra bambini vaccinati e non. Che cosa si è trovato? Non c’è alcuna correlazione tra il numero di vaccinazioni a cui si è stati sottoposti e la concentrazione di alluminio residuo presente nel nostro corpo. La quantità di alluminio presenta una forte variabilità da soggetto a soggetto in base a una moltitudine di fattori, fra cui anche l’età, ma non c’è alcun legame statisticamente rilevante con la storia vaccinale. Vaccinarsi, dunque, non fa aumentare la quantità di alluminio presente nel nostro corpo, al netto dell’attività renale.

Alluminio e disturbi cognitivi:

La tipica tesi sulla pericolosità dell’alluminio presente nei vaccini si compone di due parti: più vaccini significano più alluminio nel corpo (ipotesi già smentita) e poi l’alluminio in eccesso determina lo sviluppo di disturbi cognitivi. Anche per quest’ultimo punto i ricercatori hanno misurato le quantità di alluminio presenti nel sangue e nei capelli dei bambini sani, confrontandole con quelle di bambini affetti da patologie di vario genere che riguardano l’apprendimento e il linguaggio. Analizzando i dati, si è visto che non solo in generale manca un legame tra livelli di alluminio e lo sviluppo dei disturbi, ma che anzi per alcune patologie specifiche è possibile esista una correlazione inversa, ossia che più alluminio determini una minor probabilità di sviluppare il disturbo.Si tratta di un’ipotesi ancora da approfondire, ma potremmo arrivare alla situazione paradossale in cui assumere alluminio diventa un buon modo per limitare l’incidenza proprio di quei disturbi cognitivi che oggi qualcuno (senza fondamento scientifico) ancora imputa all’alluminio. Con più probabilità, come ricordano gli stessi autori dello studio, ricerche più approfondite dimostreranno che la concentrazione di alluminio è scollegata allo sviluppo di disfunzioni motorie, dello sviluppo o cerebrali.


PER APPROFONDIMENTI:






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DI MARCO LA ROSA
SONO EDIZIONI OmPhi Labs






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