IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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LA NUOVA CONOSCENZA

giovedì 24 gennaio 2013

DALL' HOMO SAPIENS ALL'ESSERE UMANO...IN DUE INTERVISTE



di Marco La Rosa

"Umani per caso", scriveva Piergiorgio Odifreddi, nell'articolo-intervista, che fece al Genetista Luca Cavalli -Sforza, ordinario all'Universita di Stanford, il 21 Dicembre del  2007.
Il Prof. Cavalli Sforza, ha lavorato per oltre cinquant'anni in un area di ricerca che si potrebbe definire: "antropologia genetica", e che cerca di ricostruire la storia dell'uomo e delle sue migrazioni, a partire da un'analisi della variabilità genetica delle popolazioni.

PRIMA INTERVISTA:

"Tutti discendiamo da una stessa madre africana"

"Lei Prof. Sforza dice spesso che siamo tutti africani.

"L'inizio della nostra specie è in Africa orientale. Per molto tempo ci siamo riprodotti lentamente, per la scarsezza del cibo: eravamo cacciatori e raccoglitori. Non sappiamo con esattezza quanti fossimo, forse fra i 100 mila e un milione. Ma intorno a 10 mila anni fa eravamo circa 5 milioni. A quel punto, in tutti i posti in cui c'erano forti concentrazioni di persone sono cominciate l'agricoltura e l'allevamento: la produzione di cibo".

E discendiamo da un'unica madre...

"Tutti noi abbiamo nelle cellule dei mitocondri (organi addetti alla respirazione cellulare, costituiti da sacchette contenenti enzimi respiratori, ndr), che si trasmettono soltanto per via materna. Andando avanti, i mitocondri delle donne senza figlie si estinguono. Risalendo invece all'indietro, si arriva sempre a trovare quello che si chiama l'ultimo antenato comune: una donna da cui discendono tutti i mitocondri odierni, che è l'Eva africana. All'epoca c'erano molte altre donne, ma i loro mitocondri si sono estinti nel corso del tempo".

C'è anche un Adamo?

"Sì. E' determinato in maniera analoga, guardando al cromosoma Y, che è trasmesso dal padre ai figli maschi".

Ed è contemporaneo a Eva?

"No. Eva potrebbe avere tra i 200 mila e i 130 mila anni, Adamo sui 100 mila. Il motivo è che gli uomini hanno più figli, perché sono più facilmente poligami delle donne. Si sposano più tardi e hanno meno generazioni. Ma muoiono in maggior percentuale delle donne: alla nascita i maschi sono il 5 per cento in più, a vent'anni sono pari alle femmine, e fra i centenari solo il 20 per cento è maschio".

La genetica delle popolazioni coincide anche con la storia delle lingue?

"Non ci si può aspettare una coincidenza perfetta, perché le lingue possono essere soppresse: sono bastati 150 guerrieri spagnoli a conquistare l'America e a imporre la loro lingua a un continente. Ma quando abbiamo raccolto i dati per la 'Storia e geografia dei geni umani', ci siamo accorti che l'albero genetico assomigliava a quello linguistico: i gruppi geneticamente simili appartenevano alle stesse famiglie linguistiche. E abbiamo pensato a una spiegazione semplice, contenuta in una parola chiave: noi non sappiamo come si trasmettono le lingue, ma parliamo di 'lingua madre'. Dunque, pensiamo che le lingue si trasmettono anch'esse da genitori a figli, come le altre eredità genetiche".

Lei è medico. Perché è passato alla genetica?

"Mi ha convinto il mio professore, Adriano Buzzati-Traverso, del quale ho sposato la nipote. Buzzati era tornato dagli Stati Uniti con dei libri meravigliosi di statistica: in Italia non ne esistevano di ben fatti, e mi ero reso conto di averne bisogno".

Considerava lo studio della matematica così importante?

"Sì. Ma i matematici non sanno spiegare come la si usa, e per le applicazioni bisogna rivolgersi agli ingegneri. Comunque la matematica mi è servita. Ho cominciato la mia ricerca con la genetica dei batteri. E quando sir Ronald Fisher, uno dei padri della statistica moderna, mi sentì parlare al congresso di Stoccolma del 1948, mi offrì un posto a Cambridge: voleva lavorare sulla ricombinazione dei batteri, e gli serviva un genetista batterico. Nel 1950 Fisher aveva iniziato a usare le differenze di gruppi sanguigni per studiare l'ereditarietà: è partito col Rh, e ne ha tratto una bellissima teoria del gene. Però non è che su un gene si possa dire molto: si può trovare la storia di quel gene. Ma a Fisher interessava il fatto che alcune forme di questo gene ci sono nei primati vicini a noi, e altre no".

E' questo che permette di andare a vedere i punti di separazione con le scimmie?

"Certo, la storia genetica delle scimmie si conosce ormai molto bene. Ci sono due modi di procedere.
Uno è studiare le proteine, che sono prodotti dei geni, e questo l'abbiamo fatto fino al 1980: dapprima con i gruppi sanguigni, poi con altre proteine, accumulando moltissimi dati. Dal 1982 abbiamo ricominciato da capo, andando a guardare le differenze del Dna. E non solo abbiamo confermato tutto ciò che avevamo fatto con le proteine, ma siamo andati molto più avanti".

In altre parole, c'è molta casualità e nessuna pianificazione delle specie, con buona pace dei creazionisti.

"Infatti. La selezione serve solo a spiegare gli adattamenti selettivi, che dipendono dall'ambiente e non dalla storia. Ad esempio, il colore della pelle, che varia con la latitudine: all'equatore sono neri, e poi si schiariscono allontanandosene. Oppure le misure del corpo, che dipendono dal clima: al freddo la gente è bassa e tonda, perché cosí il rapporto tra volume e superficie è più vantaggioso, e si perde meno calore; al caldo, invece, sono lunghi e sottili. Al freddo gli arti sono piccoli, per non perdere troppo calore, mentre al caldo sono lunghi, e le braccia degli scimpanzè arrivano fino a terra".

E come si studiano gli effetti della storia?

"La natura fa le cose in maniera approssimativa, essendo costretta a usare ciò che ha a portata di mano: così genera molte mutazioni casuali, una piccola parte delle quali produce vantaggi evolutivi. La maggior parte delle mutazioni invece non serve a niente, rimane 'sterile', ma sono proprio le mutazioni selettivamente neutre a permetterci di studiare la storia delle popolazioni, attraverso i metodi statistici propri dei fenomeni casuali. Il che è appunto quello che ho cominciato a fare nel 1950 a Parma".

In che modo?

"Avevo uno studente prete, Antonio Moroni, che conosceva tutti i parroci, e ha spiegato loro perché volevo prendere il sangue ai parrocchiani. Mi ha anche fatto avere il permesso di consultare i libri parrocchiali, che risalivano indietro di 500 anni. Ho potuto ricostruire le genealogie della popolazione e studiare l'effetto del caso, che in villaggi piccoli è molto forte. Ho analizzato le differenze tra i gruppi sanguigni in paesi di ogni dimensione e posizione: piccoli, medi e grandi, in montagna, collina e pianura".

E cosa ha trovato?

"Che i dati reali concordavano con le aspettative teoriche, ottenute con una simulazione che partiva da villaggi tutti uguali, e li lasciava diversificare casualmente per 400 o 500 anni: col tempo i paesini molto piccoli raggiungevano i corretti equilibri di variazione. Quel primo studio mi ha dato un motivo per credere che potevo incominciare a risalire indietro nell'evoluzione di 5 mila o 50 mila anni, basandomi sul fatto che si possono applicare le leggi del caso. Se invece tutto fosse dipeso dalla selezione, non si sarebbe saputo cosa attendersi".

E quali sono stati i risultati?

"Una decina d'anni dopo che avevo lasciato Cambridge, l'Università di Pavia comprò il primo calcolatore. E con un mio studente ricostruimmo un primo albero a partire da dati esistenti, relativi a 15 popolazioni mondiali: tre per ciascun continente, e tutte lontane una dall'altra. Nell'albero l'Africa stava da un lato, e l'Europa nel mezzo. Le popolazioni dello stesso continente stavano insieme, e i continenti erano separati in base alla migrazione, nello stesso modo in cui sono disposti sulla carta geografica. Quello è stato il nostro primo lavoro, pubblicato nel 1963".

E alla fine cosa si è ottenuto?

"Si è precisata in maniera genetica la storia che gli antropologi avevano abbozzato, basandosi sui fossili. L'uomo moderno compare in Africa, e arriva in Medioriente 100 mila anni fa. Poi scompare di lì 80 mila anni fa, quando arriva il Neanderthal, che stava in Europa ed è emigrato a causa del freddo. Quarantamila anni fa il Neanderthal scompare dovunque, e si estingue circa 25 mila anni fa: probabilmente per una questione di concorrenza con l'uomo moderno, cioè noi".

Sono state fatte analisi dirette sul Neanderthal?

"Sì, sul Dna mitocondriale, che è l'unico pezzo di cromosoma che si riesce a vedere in resti così vecchi: si sono studiati tre esemplari di regioni diverse, e sono risultati tutti e tre diversi dall'uomo moderno. Ma fino a 100 mila anni fa il Neanderthal e il Sapiens usavano gli stessi strumenti. Invece 50 mila anni fa, quando cominciarono a emigrare dall'Africa e invadere il resto del mondo, i Sapiens avevano ormai strumenti migliori. E uno di questi strumenti era il linguaggio".

La scoperta di un'origine comune e africana dell'umanità non dovrebbe rendere ridicolo il razzismo?

"Assolutamente. Io detesto tutti i fondamentalismi, quello cattolico in particolare, ma il mio impegno sociale è proprio sulle questioni del razzismo. Anche perché le differenze principali tra le popolazioni sono sempre dentro di esse, con buona pace di chi parla di 'razze pure'".

Oggi nel 2013, oltre cinque anni dopo queste affermazioni del Prof. Cavalli Sforza, la comunità scientifica degli antropologi, si divide sempre in favorevoli e contrari. Non si trova un accordo.
Restano infatti, ombre relative al fatto che l'uomo moderno, non trova a tutt'oggi chiari, univoci ed inequivocabili riscontri di graduali passaggi di "transizione" attraverso un progenitore meno evoluto. D'altro canto, " il moderno Neodarwinismo anch'esso non parla di anelli mancanti ma di forme transizionali non ancora scoperte o di passaggi filogenetici ignoti, di punto di divergenza mancante di prova fossile, non essendo più il rinvenimento paleontologico delle forme transizionali, una prova necessaria del passaggio da un taxon (dal greco taxis, ordinamento o unità tassonomica) ad un altro, passaggio che può comunque essere documentato grazie al contributo dell'Anatomia comparata e della classificazione filogenetica".

Ma, c'è sempre un "ma", che mi fa dubitare, come scriveva William Hopkins, nel suo saggio critico verso la teoria darwiniana, appena pubblicata nel 1860 : " della continua variazione di tutte le forme organiche, dalle più elementari alle più elevate, incluso l' Uomo come ultimo anello [last link] nella catena dei viventi, ci deve essere una transizione dall'istinto del bruto alla nobile mente dell'Uomo: e in questo caso dove sono gli anelli mancanti [missing links] e a quale punto del suo progressivo miglioramento l'uomo acquista la parte spirituale del suo essere e diventa dotato del tremendo attributo dell'immortalità?".

Quindi, se il progresso tecnologico ha fatto si che la "paleoantropologia" moderna, non necessitasse più delle prove concrete dei siti archeologici, per ricostruire i passaggi ai vari "taxon", collegati ai moderni diagrammi a cespuglio, resta il dubbio di come e perché l'Homo Sapiens di centomila anni fa, improvvisamente acquisisce il formidabile bagaglio della "coscienza". (Ammesso e non concesso il fatto che già non la possedesse ! Ndr)



SECONDA INTERVISTA:


"Il salto che fece dell'Homo sapiens un essere umano"

Intervista di Maurizio Melis con Ian Tattersall:
                                   
"Il "cespuglio" del genere Homo sapiens ricostruito da Ian Tattersall.

Molti i rami estinti. E' evidente la tendenza di specie con dimensioni del cervello inferiori a lasciare il passo ad altre più cerebralmente dotate.

Gli interrogativi alla base della scienza evoluzionistica si sono sollevati sempre più in alto sino ad abbracciare temi come l'emersione della coscienza. La lente scruta ora tra le nebbie di un'epoca che vide i primi uomini abbandonare la mera produzione di beni materiali, armi o rifugi più o meno raffinati, e produrre i primi beni immateriali: idee, lingue, simboli, concezioni, miti e tutto l'armamentario per poter trasmettere conoscenze ai propri discendenti e innescare il processo culturale; il tempo in cui il brodo cognitivo coagula trovando forme di organizzazione nuove, dando vita a culture e civiltà.

Ma ancora la nebbia non si è del tutto diradata nel punto in cui l'Homo sapiens fece il passo che lo rese definitivamente umano. Forse schegge di memoria di quell'antico evento sopravvivono nei miti palingenetici di culture sparse per tutto il mondo. Ma finalmente, anche l'indagine scientifica ha aggiunto abbastanza dettagli al quadro per rendere chiaramente identificabili alcuni elementi di base.

Antichi strumenti litici. E' ai manufatti che bisogna guardare per capire di quale livello cognitivo fossero dotati i loro aterfici. Quì, per esempio, non c'è traccia di significati simbolici.

Ian Tattersall, Direttore del Dipartimento di Antropologia dell'American Museum of Natural History - New York, autore di fortunati libri quali "Il cammino dell'uomo" - Ed. Garzanti Libri 2003, è uno dei più rappresentativi studiosi dell'alba dell'umanità. Egli sostiene sia tempo, ormai, di abbandonare l'idea che il processo di "umanizzazione" sia stato lento e progressivo. Mentre si è invece imposto come una discontinuità, e ha rappresentato una rottura rispetto al passato.

E' un punto, questo, irrisolto dai tempi di Darwin e Wallace. Una domanda in cui taluni individuano implicazioni anche aldilà dei confini della scienza, e che adesso, a distanza di oltre un secolo, assume invece un nuovo significato scientifico: quali sono gli elementi che hanno catalizzato le facoltà biologiche umane - acquisite nel corso di una storia evolutiva ormai chiara nei suoi tratti fondamentali - e innescato quel prodigioso fenomeno, quella misteriosa proprietà emergente che è la mente umana? Nell'intervista (Novembre 2007) Ian Tattersall traccia le linee fondamentali delle sue convinzioni in proposito.


"Prof. Tattersal, lei afferma che ci sono prove evidenti, tra i fossili di ominidi fin qui ritrovati, che le dimensioni del cervello sono aumentate regolarmente nel corso degli ultimi 6 milioni di anni, ma che non c'è alcuna prova che, parallelamente, con l'aumentare della massa cerebrale, siano emerse gradualmente anche le capacità cognitive simboliche. Perciò, se non gradualmente, queste capacità devono essersi sviluppate repentinamente, o comunque in un lasso di tempo molto più breve di quello che si immaginava. Ma iniziamo da ciò che sappiamo sul cervello.

Ciò che ricaviamo dalle prove fossili di crani è che mediamente, durante gli ultimi due milioni di anni, la dimensione del cervello degli ominidi è cresciuta piuttosto velocemente. Ciò che questo significa, però, non è chiaro, perché non c'è una sola specie le cui dimensioni del cervello si sono incrementate costantemente, ma abbiamo moltissime specie diverse coinvolte in questo andamento generale. E anzi, sembra probabile che per tutto quel lasso di tempo le specie dotate di un cervello grande siano state in competizione con quelle con un cervello più piccolo. È proprio questo il meccanismo che ha portato a cervelli sempre più grandi nel corso del tempo.

Però, se vogliamo capire qualcosa delle loro capacità cognitive, dobbiamo guardare ad altri reperti

Le dimensioni dei crani e dei cervelli, non ci dicono nulla su che tipo di capacità cognitive avessero. L'unica possibilità che abbiamo per comprendere quale realmente fosse la natura dell'intelligenza dei primi ominidi, è guardare a ciò che hanno realizzato con le loro mani. In questo caso troviamo che, per esempio, mentre la fabbricazione di strumenti anche piuttosto raffinati si spinge molto indietro nel tempo, le prime indicazioni che abbiamo di un pensiero simbolico - che è l'unica capacità che ci distingue nettamente dal resto del mondo vivente - non vanno oltre i 100.000 anni di storia.

Cioè quando sono comparse, quasi dal nulla, le prime pitture rupestri e i primi oggetti che riportavano simboli, come pietre coperte di incisioni e così via Ecco: cosa ci dice tutto questo sul processo evolutivo che ha portato all'emersione dell'intelligenza simbolica? Possiamo dire che è nata improvvisamente, con un balzo?

Sì, la mia opinione è che la transizione tra cultura non simbolica e simbolica fu molto rapida. Una transizione che si basò sull'acquisizione di una qualche nuova capacità neurologica: una mutazione genetica, forse a livello della chimica del cervello, che si combinava con una lunga storia evolutiva favorevole. Ma il potenziale di questa nuova capacità neurologica aveva bisogno di essere attivato da uno stimolo culturale. E la mia idea è che questo stimolo fu l'invenzione del linguaggio. Quindi avevamo dei cervelli pronti per il linguaggio, probabilmente, ma non da molto tempo prima che il linguaggio fosse inventato.

Le pitture rupestri indicano senz'altro capacità di rappresentazione simbolica

Vorrei essere sicuro di aver capito: c'era una capacità potenziale dovuta a una qualche mutazione che l'aveva resa possibile, poi il l'invenzione del linguaggio ha catalizzato questa potenzialità. E' così?

Abbiamo acquisito il potenziale per il linguaggio e il pensiero simbolico indipendentemente dal fatto di usarli. Il potenziale era lì, come risultato di una fortunata coincidenza: l'intersezione tra un lungo passato evoluzionistico e un elemento nuovo, emergente. A quel punto l'espletazione di questo nuovo potenziale fu un fatto molto rapido, probabilmente innescato dall'invenzione del linguaggio in qualche gruppo non linguistico.

Cosa possiamo dire sul futuro dell'evoluzione umana a partire da questa lettura del passato?

La possibilità di una futura evoluzione della nostra specie, o meglio, di una futura evoluzione "biologica" della nostra specie, è molto limitata, e rimarrà tale fin quando la nostra popolazione rimarrà così numerosa. Se per qualche ragione la nostra popolazione fosse ridotta a un piccolo numero, il potenziale per l'acquisizione di nuovi caratteri biologici sarà recuperata. Ma nella situazione attuale non mi aspetto alcun cambiamento biologico significativo nella popolazione umana. Ma non dimentichiamo che noi siamo anche caratterizzati da una velocissima evoluzione culturale. E non c'è ragione di attendersi che questo tasso di evoluzione culturale, che ha accelerato enormemente dai tempi dell'emersione dell'Homo sapiens, rallenti improvvisamente nel futuro prossimo."

Chi può dirlo? Siamo forse arrivati proprio nel "misterioso" 2012 ad un punto cruciale  che presuppone un cosiddetto "balzo evolutivo" ?
É forse questo il segreto delle fantomatiche "Profezie" che tanto ci preoccupavano ? (!)
Aspettiamo comunque, magari gli effetti si faranno sentire fra un po' !



Bibliografia e citazioni:

Wikipedia
"Umani per caso di P. Odifreddi - 2007"

1 commento:

John Watson ha detto...

Molto bello. Ma in tutte queste chiacchiere dove sta il problema fondamentale che a te piace chiamare "anello mancante"? E dove stanno tutte le pubblicazioni che secondo te sarebbero state insabbiate al riguardo?