IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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LA NUOVA CONOSCENZA

lunedì 28 ottobre 2013

TRIBUTO AD ERNESTO DE MARTINO NOSTRO ISPIRATORE

               Multidisciplinarietà e interdisciplinarietà
          Evoluzione del pensiero di Ernesto de Martino


La multidisciplinarietà è una delle sfide con cui la ricerca accademica dovrà prima o poi confrontarsi. A causa dellelevato grado di specializzazione del sapere odierno, la possibilità che un solo campo del sapere si consideri preminente è ormai sempre meno credibile. Linterdisciplinarietà si pone così come possibilità per far comunicare, ed a un tempo progredire, i numerosi punti di vista che si sono aperti sul mondo e lo studio delluomo.

di: Davide Balzano


 "Ernesto de Martino fu uno dei pionieri italiani di tale approccio. Lo studioso partenopeo, vissuto tra il 1908 ed il 1965, si impose sulla scena nazionale e marginalmente in quella internazionale negli anni immediatamente precedenti alla guerra, proseguendo poi gli studi fino al termine della sua vita; la sua opera intellettuale sta vivendo oggi una fase di rinnovato interesse e di continua rivalutazione. Laureatosi in lettere nel 1932 con un tesi in storia delle religioni, de Martino non faticò ad essere introdotto nella cerchia di Benedetto Croce, autore le cui tesi erano talmente diffuse (soprattutto in ambiente napoletano) da rendere impervia la strada per chiunque intendesse portare avanti idee eccessivamente discostanti dalle sue.
Fu proprio con questi, daltronde, che de Martino consumò la sua prima grande polemica, quando, in seguito alla pubblicazione del Mondo Magico (1948), opera che ipoteticamente avrebbe dovuto costituire il primo capitolo di unincompiuta storia del magismo, B. Croce bacchettò il suo discepolo, colpevole di essersi eccessivamente allontanato dallo storicismo dimpronta idealistica al tempo dominante in ambito universitario. Avendo trovato ben poco sostegno nel mondo accademico e soffrendo per le dure critiche dellancora stimato maestro, de Martino abbandonò lambiziosa impresa, preferendo dunque sfruttare le proprie energie per proporre uninterpretazione di quei fenomeni che erano sfuggiti alle maglie dellidealismo crociano, fatto che gli consentì di incontrare resistenze ben minori e al contempo di proporre punti di vista decisamente originali.

Fu tuttavia anche un ulteriore evento a patrocinare questa nuova fase della sua vita: limpegno politico militante assunto agli inizi degli anni 50 e perseguito per circa un decennio, prima con il Partito Socialista, quindi con il Partito Comunista Italiano, lo portò a viaggiare nel territorio scoprendo realtà a lui sconosciute. Si trovò così immerso in una società fragile e dai contorni sfumati in cui quella certezza tipicamente occidentale di vivere in un mondo già deciso subiva brusche sospensioni, di fronte alle quali credenze e ritualità finivano per assumere il ruolo di momenti regolatori dellesistenza, unici lampi di sfogo in una vita fatta di fatica e continue difficoltà: era questo il Mezzogiorno, il Sud più profondo e meno toccato dallIlluminismo, in cui la Chiesa era scesa a patti con il folclore, si era insinuata, più che imposta.

Fu proprio per questo che tale periodo venne in seguito ribattezzato il periodo meridionalista di Ernesto de Martino, ed è per via della molteplicità di innovazioni e proposte in esso contenute che mantiene tuttoggi un forte richiamo nei più disparati studi umanistici. Proprio nel corso di uno di questi viaggi, durante lesplorazione delle terre pugliesi nel tentativo di risolvere lenigma della taranta (La terra del rimorso, 1961), de Martino propose una metodologia assolutamente nuova per il panorama italiano, affiancando esperti di disparati settori, ed anzi promuovendo linterazione tra le scienze, sia umane sia naturalistiche, al fine di avere successo nelle indagini in campo etnologico.

Se già nel Mondo magico difatti erano apparsi i primi, timidi tentativi di incrociare filosofia, antropologia e psicologia, soprattutto nelle allora poco apprezzate derive parapsicologiche, in questo caso lapproccio multidisciplinare divenne quasi una premessa alla lettura dellopera, ed anzi agli occhi dellautore una proposta metodologica imprescindibile da qualsiasi futura ricerca di questo genere. Intrecciando abilmente medicina, storia della religione, musicologia, sociologia, etnologia, neuropsichiatria ed un lungo elenco di altre branche più o meno ampie dello scibile umano, de Martino presentò unimmagine del Sud ai tempi decisamente poco conosciuta, mostrandone punti deboli e qualità sotto una nuova luce, stimolando nuove riflessioni e dando il via a quello che è oggi denominata etnografia urbana, il tentativo di svolgere unindagine sulluomo anche allinterno di contesti cittadini, che essi siano particolarmente sviluppati o meno.

Nellintrodurre il suo studio sui tarantati e nel descrivere le fasi preparatorie in cui coinvolse gli esperti della sua equipe, de Martino mosse una critica che difficilmente passa inosservata a chi abbia analizzato lopera del pensatore napoletano:

In quelle riunioni si riflettevano, messe a fuoco dal concreto problema storico religioso da affrontare, le difficoltà derivanti dalla lunga desuetudine al dialogo fra umanisti e naturalisti, difficoltà che [] erano rese acute dalla più recente storia culturale del nostro paese, dove il Positivismo fu angusto più che altrove []. Riaffioravano, in quelle riunioni, esprimendosi per bocca dei diversi partecipanti, le varie chiusure corporative e gli opposti dogmatismi che erano i risultati di dialoghi da lungo tempo intermessi, o mai inaugurati (La terra del rimorso, Il Saggiatore, Milano, 2009, p. 58).

Nel corso dei suoi ultimi anni di vita, dopo aver parzialmente abbandonato anche questo sentiero, lautore proseguì lapprofondimento di quelle tematiche che spontaneamente si volgevano ad uno studio multidisciplinare, con levidente tentativo di fare in modo che esso divenisse in maniera più significativa interdisciplinare, cioè non il semplice accostamento di diversi saperi, bensì laccompagnarsi di questi nella ricerca di una medesima risposta, come a completare un mosaico usando pezzi di diversa natura materiale. Fu sullonda di questo spirito che iniziò le sue ricerche sulle apocalissi culturali, sui rituali antichi, sullinterpretazione delle immagini schizofreniche e di quelle sciamaniche, accumulando unimmensa mole di appunti rimasta tale e pubblicata in seguito allopera di raccolta svolta dal professor A. Brelich, venendo alla luce nel 1977 col titolo La fine del Mondo. Contributo allanalisi della apocalissi culturali.

Se la morte non fosse sopraggiunta, resta difficile tuttavia pensare che de Martino sarebbe riuscito a trovare molti altri autori disposti ad abbracciare il suo stile metodologico; certo, è sempre più diffusa, anche laddove a volte non sembri neanche troppo lecita, la tendenza a sfruttare saperi di varia provenienza nellanalizzare tematiche particolari, e ciò soprattutto in seguito a recenti acquisizioni in diversi campi, che siano derivanti dalle neuroscienze o dalla riscoperta di documentazioni sinora sottovalutate; appare tuttavia questa una propensione ancora poco presente in Italia, nazione forse ancora attanagliata dalleredità positivista, o forse imprigionata dalle medesime corporazioni di cui già accennava il de Martino, le quali tuttavia, nel difendere il loro oggetto di studio, ne sacrificano le possibilità di espansione, col rischio di renderlo sterile e di creare un linguaggio utile solo a loro stesse e dunque visto come inutile da chi non ne faccia parte.

È questo un pericolo che corrono soprattutto le scienze umanistiche, e sono proprio queste dunque che devono cercare con maggior ardore la collaborazione, stringendo legami, portando avanti letture più complesse, ma conseguentemente più complete e originali, avvalendosi dei nuovi strumenti dellera informatica, ed avvicinandosi, nei limiti del possibile, a quelle discipline scientifiche che potrebbero permettergli di creare nuovi modi di analizzare il mondo, come lecologia o le neuroscienze, per poi allargare lorizzonte a campi oggi ancora meno accessibili. Ed ancora una volta, probabilmente, Ernesto de Martino potrà dire la sua nel caso questa necessità venisse realmente colta fuori e (o) dentro il mondo accademico."



http://reti.ilcambiamento.it/doie/2012/02/10/multidisciplinarieta-e-interdisciplinarieta--evoluzione-del-pensiero-di-ernesto-de-martino/

1 commento:

Alessandra Gatti ha detto...

Sono d'accordo con lo spirito dell'articolo, anche se penso che lo sforzo di apertura, del mondo scientifico e di quello umanistico, dovrebbe essere reciproco. Quello umanistico, per sua natura, è già multidisciplinare e spazia dalle lingue e culture antiche e moderne, alla storia e filosofia, all'arte, alla musica e spettacolo, alla religione e quant'altro. Tutto sommato, mi sembra che le scienze siano molto più specialistiche e settoriali.