IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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LA NUOVA CONOSCENZA

domenica 15 luglio 2018

UN CACATUA DALL’AUSTRALIA ALLA CORTE DI PALERMO DI FEDERICO II DI SVEVIA

                           “De Arte Venandi cum Avibus” – Biblioteca Apostolica Vaticana


Incredibile scoperta! Un Cacatua dall’Australia alla Corte di Palermo di Federico II di Svevia.

di Giancarlo Pavat

Da:  ilpuntosulmistero


Palazzo dei Normanni a Palermo, la più antica reggia europea, sede del potere dei sovrani Normanni e di Federico II di Svevia – foto G. Pavat

È delle scorse settimane la notizia (certa, non è una fake news come avremo modo di verificare più avanti), proveniente dall’Australia, dell’incredibile identificazione di alcuni simpatici animaletti (tipici di quel continente) miniati su un opera del XIII secolo, che getta nuova luce sui rapporti commerciali e sulle nozioni geografiche di chi ci ha preceduto secoli e secoli fa. Da tempo è ormai acclarato che le conoscenze scientifiche, geografiche e nautiche dell’Antichità e del Medio Evo erano certamente superiori a quello che normalmente ci vogliono far credere frusti manuali scolastici, la cultura accademica e il pensiero omologato e massificato dei media controllati da lobby di potere economico-finanziario. Ad esempio, che gli Antichi credessero che la Terra fosse piatta (quando già Pitagora nel VI secolo a.C. la definiva una sfera) lo pensano ormai solo coloro che continuano a fare di tutto per farcelo credere. È un idea, anzi una sorta di ideologia, dura a morire. Nata con l’Illuminismo (basti pensare alla locuzione “il buio Medio Evo”), continuata nell’Ottocento positivista soprattutto nel mondo anglosassone che, mediante l’Impero Britannico, dominava gran parte dell’orbe terracqueo. L’elenco di falsi miti e di spudorate menzogne, è decisamente lungo ma, fortunatamente, le continue scoperte avvenute in questi ultimi decenni stanno allargando le crepe formatesi in questo muro eretto dai “baroni e sacerdoti della Conoscenza” e, anche tra un pubblico più vasto, si sta, appunto, facendo strada la consapevolezza che le cose non stanno proprio come ce le hanno raccontate da tempo immemore. Il progresso dell’Umanità non è (e non lo è mai stato) rettilineo, costante e irreversibile. Periodi di grande progresso culturale, civile e scientifico si sono alternati ad altri di regressione e decadenza. La storia dell’Uomo è costellata da invenzioni e scoperte nei diversi campi dello scibile, successivamente “dimenticate” e in molti casi (ri)scoperte soltanto secoli se non millenni dopo. I motivi e le cause di tutto ciò sono di svariata natura. Da quella religiosa a quella economica; da quella politica a quella dovuta alla pura ignoranza e alla scarsa perspicacia. Comunque, si sa, sull’ignoranza si domina meglio! Nata casualmente o deliberatamente, la favoletta che le antiche civiltà e i popoli primitivi (o ritenuti tali) non sapessero navigare su lunghe distanze e lontani dalle rassicuranti linee di costa continua ad aggirarsi come uno spettro senza pace, per gli istituti scolastici, aule accademiche, documentari televisivi e magazine di divulgazione scientifica a grande tiratura. Eppure basterebbe andarsi a rileggere molti testi classici per rendersi conto che le cose non stanno così e che molte delle prove in tal senso le abbiamo sempre avute sotto gli occhi. Bastava saper leggere. Ad esempio se chiediamo ai “Signori del pensiero mainstream” chi ha circumnavigato per primo il continente africano, questi risponderanno che il primato va al navigatore portoghese Vasco da Gama che, con il viaggio del 1497-1498, salpando da Lisbona raggiunse Calicut in India doppiando l’attuale Capo di Buona Speranza. Ed invece, qualunque studente di Ginnasio o Liceo che abbia studiato Erodoto di Alicarnasso (lo storiografo greco morto nel 430 a.C. e considerato il ”Padre della Storia”) potrebbe rispondere che l’aveva già tranquillamente fatto una flotta Fenicia su incarico del Faraone egizio Nekao II nel 600 a.C..

Cattedrale di Palermo che ospita i sepolcri di Ruggero II d’Altavilla, della figlia Costanza e del nipote Federico II – foto G Pavat

E che dire degli Antichi Romani? Elio Cadelo nel suo interessantissimo libro dall’esplicito titolo “Quando i Romani andavano in America” (Palombi editore 2009) ha ampiamente dimostrato come non fossero secondi a nessuno in fatto di tecnologie e cognizioni nautiche. Per non parlare di diversi rinvenimenti ”archeologici” (alcuni onestamente controversi). Ad esempio, come ho scritto nel mio libro “Nel Segno di Valcento” (Edizioni Belvedere 2010), “…. il ritrovamento nel 1886, sull’isola di Galveston, di fronte alle coste del Texas (Usa) dei resti di una imbarcazione che venne identificata come romana del IV secolo. Inoltre, sempre nella stessa area, sarebbero state rinvenute alcune monete anch’esse romane. Scoperte che non è possibile verificare in quanto oggi di questi reperti si sono perse le tracce”. Ma, visto che non sono un ingegnere navale, bensì ho fatto studi umanistici, ecco il celeberrimo passo tradotto dal Latino della tragedia “Medea” di Seneca (grande scrittore, filosofo stoico e politico romano dell’Età degli Imperatori Giulio-Claudii);  “.. e tempo verrà che l’Oceano aprirà fin l’ultime barriere e scoperto oltre il mare s’offrirà un mondo nuovo, né più sarà Thule l’ultima terra” E ancora Plutarco (scrittore, storiografo, filosofo greco vissuto sotto l’Impero Romano dal 46 al 127 d.C.) nel suo scritto “Il volto della Luna” (“De Facie in Orbe Lunae”) spiega che a “a cinque giornate di navigazione dalla Britannia verso Occidente ci sono alcune isole e dietro di loro un continente”. Per non parlare di Diodoro Siculo (storico greco-siciliano vissuto tra il 90 e il 27 a.C.) che sembra conoscere molto bene ciò che si trova aldilà dell’Oceano; “Poichè abbiamo discorso delle isole che stanno al di qua delle Colonne d’Eracle, passeremo ora in rassegna quelle che sono nell’Oceano… Infatti, di fronte alla Libia (Africa) sta un’isola di notevole grandezza, e posta com’è in mezzo all’Oceano è lontana dalla Libia molti giorni di navigazione, ed è situata a occidente. La sua è una terra che dà frutti, in buona parte montuosa, ma in non piccola parte pianeggiante e di bellezza straordinaria. Poiché vi scorrono fiumi navigabili, da essi è irrigata, e presenta molti parchi piantati con alberi di ogni varietà, ricchi di giardini attraversati da corsi d’acqua dolce. La zona montuosa presenta foreste fitte e grandi alberi da frutto di vario genere, e valli che invitano al soggiorno sui monti, e molte sorgenti. In generale, quest’isola è ben fornita di acque dolci correnti”. Ma lasciamo da parte le citazioni dei testi classici e concediamoci una rapida carrellata su manufatti artistici romani in cui compaiono frutti che, stando ai dogmi del “Pensiero mainstream”, gli antichi Quiriti non avrebbero dovuto conoscere né, tantomeno, poter assaggiare.

Copertina del libro di Elio Cadelo con l’immagine della statuetta romana del fanciullo che regge un ananas

Sulla copertina del libro di Elio Cadelo campeggia l’immagine di una statuetta romana del III secolo d.C., esposta al “Musèe d’Art et d’Histoire” di Ginevra in Svizzera. Il manufatto raffigura un fanciullo che stringe in mano quello che gli archeologi ortodossi hanno da sempre identificato come un grappolo d’uva. Ma se lo osserviamo bene non potrà non palesarsi la sua vera natura. Si tratta indubbiamente di un notissimo frutto “americano”, un ananas che il ragazzo regge per il caratteristico ciuffo. Anche nella cosiddetta “Casa dell’Efebo“ a Pompei, in un affresco compare quello che ha tutta l’aria di essere un ananas offerto dal “Genio” familiare offre all’altare dei Lari della domus.

Ma se vi è rimasto qualche dubbio, allora recatevi presso il bellissimo Museo Archeologico Nazionale di Palazzo Massimo, poco distante dall’uscita della Stazione Termini a Roma. Salite al II° piano ed entrate nella Galleria dedicata ai mosaici ed agli affreschi. Aguzzate la vista, troverete un mosaico pavimentale datato a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. proveniente dalla località Grotte Celoni a Roma. Vi è raffigurata una sorta di “Natura morta” ante litteram costituita da un cesto stracolmo di frutta. Vi si riconoscono un grappolo d’uva nera, delle melagrane, fichi, mele cotogne e….un’ananas…



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