IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

sabato 21 settembre 2019

MA QUALE E' LA VERA ETA' DELL'UNIVERSO?



Universo: scoperta la vera età del cosmo?

Quanti anni ha l’Universo? Gli scienziati hanno tentato più volte di tirare le somme basandosi sullo studio della cosiddetta costante di Hubble. Tale valore è stato preso in considerazione per determinare la lontananza delle galassie con buona approssimazione. Tale concetto è stato ultimamente ripreso, in considerazione di un valore sovrastimato che ha concorso ad attribuire più anni del dovuto. A quanto pare l’Universo è giovane. Questo è quanto emerge da due recenti studi pubblicati all’interno dell’autorevole rivista Science dal gruppo dell’Università australiana del Queensland cui partecipano attivamente Tamara Davis – coordinatrice del gruppo – e  Inh Jee dell’Istituto tedesco Max Planck per l’Astrofisica.
Universo: non è nella “terza età”, in realtà è molto più giovane di quanto dia a credere
Gli autori della ricerca spiegano che “Il valore della costante di Hubble è risultato essere un tantino più alto rispetto a quello standard”. Tale fattore ha influenzato i calcoli numerici applicati con la tecnica della lente gravitazionale previsto dalla Teoria della Relatività generale di Einstein. Secondo l’enunciato, una galassia massiccia distorce la luce proveniente da un altro oggetto posto alle sue spalle e la amplifica, permettendo di osservarlo meglio. Salvatore Capozziello, insegnante di cosmologia e Relatività Generale all’Università Federico II di Napoli ci spiega: “La costante di Hubble ci dà informazioni sulle dimensioni e l’età dell’universo. Se il suo valore misurato aumenta, vuol dire che l’universo è più giovane di quanto crediamo”.Oltre il sistema di misura di Hubble, dovuto all’astronomo americano Edwin Hubble che studiando le galassie formulò la teoria secondo cui i corpi celesti si allontanavano dal nostro, esiste anche una misura diretta che non prevede l’uso di satelliti. Si tratta di calcolare quanto velocemente si allontanano da noi oggetti astrofisici di cui possiamo misurare la distanza, come le supernove. Le due misure sono appunto discordanti. Tale discordanza suggerisce una prospettica diversa sull’universo. Si parla di visione incompleta. I cosmologi cercano di minimizzare l’errore spingendo su due ipotesi a monte di quelle che sono le dichiarazioni di Capozziello. “Questo risultato potrebbe essere la spia di una nuova fisica, il segno che c’è qualcosa che ancora ci sfugge. Da un lato l’esistenza di nuove particelle, come fotoni dotati di massa; dall’altro la discrepanza tra le misure potrebbe essere spiegata con estensioni su larga scala della Relatività generale. Uno scenario che ritengo più probabile”.  Forse, misure più attendibili potrebbero giungere per mezzo dei nuovi segnali di onde gravitazionali create dalla collisione tra coppie di “sirene cosmiche” altrimenti note come stelle di neutroni. Corpi in cui la materia raggiunge una densità estrema.

Lo studio continua…

Da:

PER APPROFONDIMENTI:



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LA VERA "GENESI" DELL'UOMO E' COME CI HANNO SEMPRE RACCONTATO? OPPURE E' UNA STORIA COMPLETAMENTE DIVERSA?

"L'UOMO KOSMICO", TEORIA DI UN'EVOLUZIONE NON RICONOSCIUTA"
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mercoledì 18 settembre 2019

GRAVITA' E CELLULE TUMORALI: NUOVE CURE NELLO SPAZIO?




Tumori uccisi dall'assenza di gravità. Dallo spazio una nuova frontiera per le cure tumorali.

Test verranno condotti dalla prima missione australiana sulla stazione spaziale. "Non contiamo certo di trovare una cura definitiva ma si potrà lavorare in parallelo con le terapie esistenti e migliorarne l'efficacia".


L'assenza della forza di gravità uccide le cellule tumorali. Bastano 24 ore di microgravità per farne morire tra l'80 e il 90%. E' quanto ha scoperto un team di ricercatori australiani che ora utilizzerà le missioni spaziali come laboratorio per capire i meccanismi che inducono la morte di queste cellule, per studiare nuove cure o migliorare l'efficacia di quelle già esistenti. Joshua Chou dell'Università di Tecnologia di Sydney e il suo assistente Anthony Kirollos sistemeranno, infatti, diversi tipi di cellule tumorali, fra le più difficili da sopprimere, in un congegno di piccole dimensioni che sarà mandato in orbita alla Stazione Spaziale Internazionale, nella prima missione australiana di ricerca spaziale. Il progetto ha preso corpo quando Chou e i suoi collaboratori hanno osservato che il simulatore di microgravità del loro laboratorio, che riproduce l'ambiente spaziale riducendo la gravità, aveva un potente effetto su queste cellule. "Abbiamo condotto dei test su quattro differenti tipi di cancro, alle ovaie, al seno, al naso e ai polmoni, e abbiamo trovato che in 24 ore di microgravità, l'80-90% delle cellule moriva senza alcun trattamento farmaceutico", ha spiegato Chou alla radio nazionale Abc.

L'ipotesi è che la gravità ridotta uccida le cellule del tumore perché impedisce loro di comunicare. "Nello spazio le cellule del corpo cominciano a subire la condizione detta uploading meccanico", spiega lo studioso. "L'assenza di gravità ha effetto su come le cellule si muovono e agiscono e compromette la loro capacità di sopravvivenza". "Non contiamo certo di trovare una cura definitiva - ha concluso - ma si potrà lavorare in parallelo con le terapie esistenti e migliorarne l'efficacia".

Da:

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venerdì 13 settembre 2019

LA SINDONE E IL MISTERO DELLE MONETE BIZANTINE



Sindone, altro studio smentisce il carbonio 14. Trovate tracce di monete bizantine.

Tracce di possibili monete bizantine sono state rilevate sulla Sindone. Il lavoro dei ricercatori dell'Università di Padova e statunitensi, pubblicato sul Journal of Cultural Heritage, e presentato alla Conferenza sulla Sindone in Canada, ipotizza la possibilità che, anche prima dell'anno 1000, varie monete auree bizantine col volto di Cristo siano state strofinate con la Sindone. 


L'ipotesi potrebbe essere quella di produrre reliquie per contatto. Lo studio di Giulio Fanti e Claudio Furlan ha individuato dell'Elettro, una rara e antica lega di oro e argento con tracce di rame. Secondo Fanti ciò contraddirebbe il risultato della radiodatazione al Carbonio-14, eseguita nel 1988, che ha datato la Sindone intorno al XIV secolo.

                                                             Il Prof. Giulio Fanti

  ...la ricerca continua...


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martedì 10 settembre 2019

UNIVERSO: ORGANISMO VIVENTE ?



“L’Universo è un organismo vivente e noi siamo le sue cellule”: lo sostiene il fisico teorico Lee Smolin.

L'Universo, stando alle parole del fisico teorico Lee Smolin, sarebbe un organismo vivente e noi le sue cellule. Ecco cosa sarebbe in realtà il Big Bang.

“Guardate le stelle e non i vostri piedi. Provate a dare un senso a ciò che vedete, e chiedervi perché l’universo esiste. Siate curiosi”

Diceva Stephen Hawking, uno dei più celebri luminari del nostro secolo, riferendosi al più grande mistero di sempre: l’universo. Dalla forma di vita più minimale, dal microbo più millimetrico al mammifero più organicamente arzigogolato, l’essere umano è convinto di conoscere ogni organismo in ogni particolare biologico che lo contraddistingue. Tuttavia, potrebbe esistere un organismo su scala più grande, a “livello cosmico”, nel quale i pianeti rappresentano le cellule e i buchi neri da DNA dello spazio, la materia conosciuta un neo in un tessuto epidermico molto più grande che sarebbe la materia oscura. Si tratterebbe dell’Universo stesso. Ma, per comprendere meglio questa teoria estremamente affascinante in quanto molto spesso tralasciata o poco approfondita, bisogna porsi delle domande:  Cosa rende vivo un organismo? Cosa ci rende diversi da un sasso o da un robot? È il battito del cuore? Sono i pensieri che abitano la nostra mente? O per il fatto che nasciamo, cresciamo e moriamo?

Un gruppo di scienziati ha ipotizzato che l’intero cosmo possa essere un unico organismo vivente, del quale noi incarniamo una parte infinitesimale e nel quale possiamo vivere autonomamente e muoverci allo stesso modo. A ben vedere, tutte le forme di vita possono essere ricondotte ai pochi organismi unicellulari che si “aggiravano”  nell’Archeano. Oggi, dopo circa 4 miliardi di anni, hanno visto la luce elefanti, balene e altre 8 milioni di specie eucariotiche. Inutile specificare che tutti gli esseri viventi sul nostro pianeta sono interconnessi, tanto da far ipotizzare di essere tutti membri di un singolo organismo vivente. Rappresentiamo forse le centinaia di differenti tipi di cellule del nostro corpo che costantemente muoiono e si rinnovano? Il primo riferimento, in Occidente, a questa teoria, ci viene fornito dal filosofo greco Anassagora, che era fermamente persuaso dell’esistenza di un Nous ( mente ) che organizzasse il cosmo per farlo riemergere al caos originario. Ma la vera e propria concezione dell’universo in quanto organismo vivente è stata formulata da Platone, dagli stoici, da Plotino e dal neoplatonismo: stando alla visione “organicista” le galassie, i buchi neri, quasar, stelle, nebulose fanno tutti parte della struttura di un unico organismo che è l’universo. E, se prendiamo per buona l’ipotesi che caratteristica essenziale di un essere vivente è nascere, crescere e morire, allora l’universo dovrebbe davvero essere un organismo in tutti i sensi: il Big Bang sarebbe la venuta al mondo del cosmo da un universo antenato, l’espansione sarebbe la sua crescita e, quando in futuro l’entropia avrà raggiunto il suo equilibrio, l’Universo dovrebbe morire.

Un’altra caratteristica degli esseri viventi è il fatto di provenire da un altro organismo. Il fisico teorico Lee Smolin, uno dei fondatori del Perimeter Institute for Theoretical Phsysics, Stando alla sua teoria, il nostro Universo avrebbe già dato vita ad una intera famiglia di universi-figli nascosti al di là dell’orizzonte oscuro dei buchi neri-. “Le leggi di natura sono perfettamente sintonizzate, in modo che l’Universo possa ospitare la vita. Immaginiamo cosa succederebbe se cambiassimo anche solo leggermente queste leggi: l’Universo non sarebbe più così ospitale. Resta un mistero il motivo per cui l’Universo è così accogliente nei confronti della biologia”.

I cosmologi hanno da tempo dibattiti sulla così detta “Perfetta Sintonizzazione”. Se una qualunque forza della natura fosse più forte o più debole di una percentuale inferiore all’1%, le stelle e le galassie non si sarebbero mai “edificate”. Addirittura gli atomi non esisterebbero.

“La selezione naturale spiega come le strutture intricate della vita si sviluppano progressivamente. Mi chiedo se anche il nostro universo così complesso sia il risultato di una versione cosmica dell’evoluzione biologica. L’Universo potrebbe avere una storia? Potrebbe avere degli antenati? Mentre si è evoluto nel corso della storia, potrebbero esserci state variazioni casuali delle leggi, e poi una selezione delle stesse, privilegiando quelle che introducevano le strutture più complesse?” La risposta a quest’ultimo quesito, stando alla sua opinione, è la  “selezione naturale cosmologica”, in quanto la migliore che abbia mai trovato fino adesso. Naturalmente, perchè la Teoria della Selezione Naturale Cosmologica di Smolin possa avere un risvolto pratico, ci deve essere un meccanismo per cui un intero cosmo possa riprodursi e subire una mutazione come nella trasmissione del DNA. “La risposta si trova nel centro impenetrabile dei buchi neri. Le leggi della fisica conosciuta, lì dentro, cessano di esistere, declassate da altre leggi relativa alla gravità quantistica finora ignote. Quando una stella esplode, lasciando il posto ad un buco nero, avviene la nascita di un nuovo universo. La stella che ha creato il buco nero collassa, e poco prima di diventare infinitamente densa, rimbalza e ricomincia ad espandersi. A quel punto, si creano nuove regioni di spazio tempo, sempre all’interno dell’orizzonte del buco nero, le quali potrebbero crescere e diventare grandi come ha fatto il nostro Universo dopo il Big Bang. Nel cosmo funziona come in biologia: esiste una popolazione di universi che generano una progenie attraverso i buchi neri”.

Tuttavia, mentre Smolin approfondiva quali leggi della fisica permettono ad un piccolo universo di essere più prolifico, ha notato una strana somiglianza tra l’albero genealogico cosmico e quello biologico. “Perchè si formi un buco nero, occorre una stella molto grande. Inoltre, occorrono enormi nuvole di gas e polveri fredde, in modo che queste sostanze si trasformino in monossido di carbonio, quindi occorrono sia il carbonio che l’ossigeno, i due atomi essenziali per la formazione della vita”. Stando alla Teoria della Selezione Naturale Cosmica, l’Universo in cui ci troviamo è un organismo vivente, e che quello della vita non è un fenomeno solo locale, ma anche scalare, cioè in grado di venire alla luce non solo in diversi luoghi dell’Universo, ma anche su divergenti scale di grandezza, tanto grandi da risultare a noi sconosciute.

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venerdì 6 settembre 2019

NUOVE SCOPERTE SUL FOTONE?


Anche i fotoni potrebbero avere massa a riposo?

I fotoni sono i quanti di radiazione elettromagnetica. Una convinzione comune è che non abbiano massa a riposo ma ciò non basta ad escludere che possano, prima o poi, decadere in altri tipi di particelle. Infatti, se i fotoni avessero una massa a riposo, allora potrebbero decadere, in media, dopo un miliardo di miliardi di anni. Questo spiegherebbe perché anche nella CMB (la radiazione cosmica di fondo), che risale a circa 13,8 miliardi di anni fa, si trovano solo debolissimi indizi a sostegno di un possibile decadimento. Massa e decadimento sono, in certo modo, concetti complementari. Detto in modo banale, se una particella non ha massa non c’è nulla di più leggero in cui possa decadere. Per quanto riguarda il fotone, la teoria in realtà non esclude la possibilità che abbia una massa a riposo, anche se una serie di prove sperimentali esclude che abbia una massa superiore a 10 alla -18 elettronvolt, o a 10 alla -54 chilogrammi. Uno studio effettuato da Julian Heeck del Max-Planck-Institut per la fisica nucleare a Heidelberg, che in un articolo pubblicato questa estate sulla rivista  Physical Review Letters spiega in che modo i fotoni abbiano massa e, di conseguenza, prima o poi decadano in particelle più leggere – come i neutrini e gli antineutrini. C’è però un problema: se questo è vero, è anche possibile che i fotoni decadano in particelle in grado di andare più veloci della luce.

L’ipotesi che i fotoni abbiano una massa e una vita limitata non è stata mai approfondita almeno per un motivo: gli astronomi osservano quanti di radiazione elettromagnetica provenienti da oggetti cosmici distanti miliardi di anni di anni luce senza mai aver rilevato nulla che possa far supporre ad un simile evento. Per cercare indizi di questo possibile decadimento, Julian Heek ha esaminato i dati relativi alla radiazione cosmica di fondo a microonde, un residuo del Big Bang che risale a quando l’Universo era molto giovane e aveva appena 380.000 anni. Gli indizi di possibili decadimenti sono davvero pochi. D’altronde è risaputo: i fotoni sono stati al centro di gradi rivoluzioni in fisica ma le loro caratteristiche sono ancora un puzzle in parte irrisolto. Basandosi sul Modello Standard delle particelle elementari, Julian Heeck ha calcolato i limiti teorici di durata del fotone: il limite inferiore della sua vita deve essere di almeno tre anni. Un valore estremamente ridotto; c’è da dire che, se i fotoni avessero una massa, dovremmo essere circondati da fenomeni che suggeriscono il loro decadimento. Ma non è così. Come mai? Perché quei tre anni sono calcolati nel sistema di riferimento del fotone, che viaggia a velocità relativistiche, ovvero a quelle della luce, appunto. I fotoni dovrebbero decadere in particelle più leggere e più veloci: “c’è una sola particella sappiamo dal Modello Standard della fisica delle particelle che potrebbero essere ancora più leggeri; il più leggero dei tre tipi di neutrini”, ha detto Julian Heeck. L’idea che alcuni neutrini possano viaggiare più veloce della luce sembra violare una requisito base della Relatività. Ma se si accetta che il fotone ha quasi massa nulla, questa ipotesi è compatibile con la Relatività che afferma che nessuna particella avente massa può viaggiare più veloce di una particella a massa nulla. Per la teoria della Relatività questo significa che l’orologio di quel fotone scorre molto più lentamente degli orologi di altri sistemi di riferimento: a quei tre anni del sistema di riferimento del fotone corrispondo infatti circa un miliardo di miliardi di anni (10 alla 18 anni) nel nostro sistema di riferimento. Considerato che l’universo ha 13,8 miliardi di anni, non stupisce che gli indizi del possibile decadimento dei fotoni siano così rari. Sarebbe una bella fortuna trovare un decadimento attribuibile ad un fotone; ciò potrebbe accadere solo perché, nel numero incredibilmente alto di fotoni che viaggiano nell’universo, a uno di quelli relegati agli estremi della coda statistica dei tempi medi di decadimento può capitare di avere una vita tanto più breve della media. La questione della possibile massa e del decadimento del fotone resta ancora aperta.



Commento del Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

L'ipotesi di esistenza in natura di particelle con sole cariche elettriche senza massa potrebbe essere verificata nel fotone, considerandolo come una struttura complessa come l'atomo. Sappiamo che la propagazione della luce è possibile grazie alla propagazione di un'onda elettromagnetica, Quindi è possibile che particelle cariche solo elettricamente senza massa possano generare il campo elettromagnetico oscillante. E' noto che il valore della massa di un corpo dipende dalla velocità del corpo e che la massa è una forma di energia. Il valore della carica elettrica non dipende dalla velocità ed il valore della carica elettrica non è una forma di energia. Nel caso del fotone è noto che oltre all'energia possiede anche una quantità di moto. Questa circostanza potrebbe indurre ad assegnare alla carica elettrica in movimento una quantità di moto definita come qv. Dato che esistono fenomeni di conversione reciproca tra materia ed onda elettromagnetica si potrebbe ipotizzare una conversione reversibile tra particelle con carica elettrica e massa in particelle con sola carica elettrica senza massa e quindi viceversa. L'esistenza di queste particelle con sola carica elettrica senza massa sono attualmente difficili da rilevare con strumenti anche se c'è l'indizio della loro esistenza grazie alla rilevazione del campo elettromagnetico. Per il momento non vado oltre questo semplice accenno su una delle principali problematiche fondamentali della fisica.


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lunedì 2 settembre 2019

GLI STRANI CASI DELLE SPADE ROMANE, VICHINGHE E TEMPLARI "AMERICANE"

     Statua di Leif Eriksson a Qassarsuk in Groenlandia. – fonte Wikipedia

di Giancarlo Pavat

Dal Nord America sono spesso arrivate (e continuano ad arrivare) notizie di clamorose scoperte che costituirebbero la prova dell’arrivo sulle coste del continente americano di diverse civiltà, popolazioni e culture, secoli (se non millenni) prima di Cristoforo Colombo. Egizi, Fenici, Cartaginesi, Ebrei, neri dell’Africa Equatoriale, Greci, Etruschi, Romani, monaci irlandesi, persino i Cavalieri Templari, tutti avrebbero attraversato l’Oceano Atlantico. D’altronde risponde a verità l’asserzione secondo cui le conoscenze nautiche dell’Antichità e del Medio Evo fossero superiori a quello che normalmente si crede. Ma se in linea teorica, arrivare in America, magari spinti da venti sfavorevoli oppure da qualche fortunale, sarebbe stato possibile, nessuna delle cosiddette “prove” ha mai retto ad una approfondita analisi critica. Anche recentemente si è parlato di un gladio romano rinvenuto ad Oak Island. L’isoletta canadese ove si trova il famigerato “Treasure’s Pit”, il profondissimo Pozzo in cui sarebbe nascosto il tesoro dei pirati, dei Templari, dei Massoni o di chissà chi altro. Cercato invano da oltre due secoli da legioni di avventurieri, archeologi della domenica, miliardari, che spesso ci hanno lasciato le penne...

                                              “venient annis specula seris
                                                quibus Oceanus vincula rerum
                                               laxet et ingens pateat tellus
                                              Tethysque novos detegat orbes
                                              nec sit terris ultima Thule”

                                             (Seneca, “Medea, vv. 375-379” – I sec d.C,)

CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO QUI:

http://www.ilpuntosulmistero.it/gli-strani-casi-delle-spade-romane-vichinghe-e-templari-americane-di-giancarlo-pavat/

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giovedì 29 agosto 2019

GLI ENIGMI DELLA FOTOSINTESI



Con o senza ossigeno? Da rivedere l'evoluzione della fotosintesi

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa  (ENEA)

Le strutture cellulari fondamentali per la comparsa della fotosintesi clorofilliana erano già presenti in batteri evolutivamente molto antichi, in un'epoca in cui, secondo la visione tradizionale, esisteva solo la fotosintesi che non produce ossigeno. È un  batterio raro, che vive nei campi allagati dall’acqua o in posti inospitali come le sorgenti termali. Ma Heliobacterium modesticaldum ci rivela particolari importanti su uno dei passaggi cruciali per la formazione di un’atmosfera respirabile: l’avvento della fotosintesi che produce ossigeno, che sarebbe più antica di quanto ritenuto finora. Lo afferma sulla rivista “Trends in Plant Science”un gruppo di ricercatori dell’Imperial College di Londra, guidato da Tanai Cardona.
H. modesticaldum svolge infatti una fotosintesi anossigenica, che cioè non porta alla produzione di ossigeno. Un’ipotesi consolidata in biologia è che questo tipo di fotosintesi sia comparsa sulla Terra 3,5 miliardi di anni fa. Sarebbe cioè più primitiva di quella ossigenica, comune a tutte le piante e ai cianobatteri, evolutasi dalla prima un miliardo di anni più tardi. L’idea di Cardona e colleghi è che si possa capire come sia avvenuto il passaggio da un tipo di fotosintesi all'altro studiando analogie e differenze nelle strutture cellulari di H. modesticaldum e cianobatteri, che hanno tra loro una parentela così lontana che il più recente antenato comune ai due è vissuto sulla Terra alcuni miliardi anni fa. Analizzando la struttura cellulare di H. modesticaldum, Cardona e colleghi hanno evidenziato alcune inattese somiglianze con i cianobatteri. Hanno scoperto in particolare che condividono un sito cellulare che piante e cianobatteri usano esclusivamente per scindere le molecole di acqua, una fase cruciale della fotosintesi ossigenica. Ciò significa che le unità di base della fotosintesi ossigenica si erano già evolute prima che i rami filogenetici di H. modesticaldum e cianobatteri si separassero: sono quindi molto più antiche, e quindi anche la fotosintesi ossigenica stessa. Gli autori si spingono anche oltre, fino a ipotizzare che quest'ultima sia potuta emergere per prima. "Queste strutture per la fotosintesi ossigenica non dovrebbero esistere in un batterio come H. modesticaldum: nella visione tradizionale la fotosintesi anossigenica si è evoluta per prima ed è rimasta l’unica fotosintesi per circa un miliardo di anni prima che emergesse quella ossigenica”, ha commentato Cardona. "Questo risultato aiuta a spiegare con incredibile dettaglio perché questi sistemi responsabili della fotosintesi e della produzione di ossigeno hanno la forma che osserviamo attualmente, ma perché tutto questo abbia senso, occorre un cambio di prospettiva sull’evoluzione della fotosintesi”.

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