IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
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* MISTERI DELLA STORIA *

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LA NUOVA CONOSCENZA

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GdM

martedì 14 novembre 2017

LA RICERCA DI ALTRI PIANETI ABITABILI...UNA PRIORITA' SECONDO HAWKING


Terra 2617: sarà una palla di fuoco, parola di Stephen Hawking

Il nostro Pianeta ha gli anni contati, non sono esattamente pochi - sono sicuramente superiori alla durata delle vite di chiunque sta leggendo questo post - ma non sono nemmeno quantificabili nell'ordine delle migliaia. Lo ha nuovamente affermato il noto fisico e cosmologo Stephen Hawking nel corso di un breve video intervento al Tencent WE Summit 2017 di Pechino. Hawking non è nuovo a tali previsioni catastrofiche, ma in questa occasione riduce ulteriormente le stime sulla durata del Pianeta Terra. Non più 1000 anni, come affermato alla fine dello scorso anno, ma "solo" 600 anni prima il Pianeta si trasformi in una palla di fuoco.All'epilogo si arriverà, secondo Hawking, a causa del sovraffollamento e delle conseguenti richieste energetiche sempre più onerose a carico del Pianeta. Se il trend non cambierà, l'unica alternativa per l'uomo sarà quello di trovare un nuovo Mondo. Anche in questo caso, non si tratta di una posizione inedita, ma di un motivo dominante del pensiero di Hawking, il quale sostiene da tempo la necessità di continuare a portare avanti l'esplorazione spaziale per trovare altri mondi da ''colonizzare". E anche sul ''come'' raggiungere lo scopo l'astrofisico ha qualcosa da dire.

Breakthrough Starshot: il progetto per raggiungere Alpha Centauri in 20 anni con nano navicelle mosse da raggi luminosi:

La soluzione per accelerare l'esplorazione dello Spazio non passa per il già di per sé futuristico progetto di Elon Musk, che punta al Pianeta Rosso con un tecnologia evoluta, ma tutto sommato ''convenzionale" - è pur sempre un razzo che manda in orbita una navicella. La speranza di Hawking è che l'uomo possa scoprire aspetti inesplorati dello Spazio utilizzando minuscole navicelle spaziali robotiche mosse da fasci di luce. Consentirebbero di percorrere distanze spaziali considerevoli, in intervalli temporali preclusi alle attuali tecnologie, come ricorda Hawking:  Un tale sistema potrebbe raggiungere Marte in meno di un'ora o Plutone in giorni, oltrepassare il Voyager in meno di una settimana ed arrivare ad Alpha Centauri in poco più di 20 anni. L'ambizioso obiettivo di Hawking viene attualmente perseguito dal progetto Breakthrough Starshot, attivato nel 2016 e finanziato dal miliardario russo Yuri Milner e dallo stesso numero uno di Facebook, Mark Zuckerberg. Alpha Centauri dista oltre 4,37 anni luce dalla Terra e l'obiettivo è percorrerla in soli 20 anni. Per i mezzi da ''esodo di massa'' del genere umano si dovrà ovviamente guardare altrove, ma in 600 anni, si spera, la tecnologia riuscirà a tagliare traguardi che oggi appaiono irraggiungibili. Può risultare consolante sapere che né noi, né i nostri figli o nipoti, saremo chiamati a fare i conti con lo scenario prospettato da Hawking, le cui previsioni, comunque, possono essere lette come un monito per provare a rapportarsi in maniera più responsabile con le risorse che il nostro Pianeta offre (già oggi).

Da:
https://www.hdblog.it/2017/11/08/stephen-hawking-terra-palla-fuoco-spazio/

PER APPROFONDIMENTI:






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sabato 11 novembre 2017

IL CERVELLO UMANO E LA GRAVITA': NON SIAMO FATTI PER VIAGGIARE NELLO SPAZIO


I viaggi nello spazio alterano la struttura del cervello

A rivelarlo è lo studio  “Effects of Spaceflight on Astronaut Brain Structure as Indicated on MRI”, pubblicato sul New England Journal of Medicine

I viaggi spaziali di lunga durata hanno un impatto sulla struttura del cervello. È quanto emerge dallo studio “Effects of Spaceflight on Astronaut Brain Structure as Indicated on MRI”, pubblicato sul New England Journal of Medicine, condotto da Donna Roberts, neuroradiologa alla Medical University of South Carolina, con altri ricercatori e che rappresenta l’analisi più completa dell’impatto che la lunga esposizione alla microgravità ha sul cervello. Negli astronauti che trascorrono mesi e mesi sulla Stazione spaziale internazionale i medici riscontrano, al loro ritorno sulla Terra, diversi problemi legati al volo nello spazio. Si va dal classico “mal di spazio”, o Sindrome da adattamento allo spazio (quindi nausea, vertigini, mal di testa che si verificano già poche ore dopo essere entrati in microgravità), a veri e propri danni a organi e apparati, dal cuore alle ossa, passando per il cervello e gli occhi. Gli studi su questi argomenti sono numerosi ma nello studio appena pubblicato, Roberts e colleghi, riprendendo e ampliando ricerche effettuate in passato, sono arrivati a nuovi risultati. Al ritorno dallo spazio, – si legge su Media Inaf, il notiziario online dell’Istituto nazionale di astrofisica – tra i deficit più riscontrati dai medici che hanno in cura gli astronauti ci sono quelli causati dalle variazioni di pressione nel cervello e nel liquido spinale, causate dall’assenza di peso. Per descrivere questo sintomo, la Nasa ha coniato l’espressione visual impairment intracranial pressure syndrome (o Viip) e si verificherebbe quando i liquidi corporei vengono ridistribuiti verso la testa durante una lunga permanenza in microgravità; tuttavia, la causa esatta è sconosciuta. La priorità per la Nasa (anche in vista di futuri viaggi su Marte e di eventuali permanenze oltre l’orbita bassa della Terra) è quella di trovare una cura o in ogni caso di prevenire questo fenomeno che arreca gravi danni alla vista degli astronauti. Avendo lavorato per la Nasa negli anni ’90, la dottoressa Roberts era già consapevole delle sfide che gli astronauti si trovavano ad affrontare durante i voli spaziali di lunga durata e allo stesso tempo era preoccupata per la mancanza di dati che descrivono l’adattamento del cervello umano alla microgravità. Grazie a lei, la Nasa utilizza la risonanza magnetica per immagini (Rmi) per indagare l’anatomia del cervello umano prima e dopo i voli sulla Iss. Dalle risonanze magnetiche, effettuate prima e dopo un lungo riposo a letto, la dottoressa ha potuto studiare la neuroplasticità del cervello e i correlati esiti funzionali sui soggetti. Esaminando le scansioni cerebrali, la Roberts ha notato qualcosa di insolito: un “affollamento” al vertex (cioè il punto più elevato dell’eminenza parietale o la parte superiore del cervello) con un restringimento dei giri e dei solchi del cervello (cioè le depressioni cerebrali che gli conferiscono l’aspetto “a pieghe”). Questo dato è peggiore per i partecipanti allo studio che sono stati più a lungo a riposo sul letto. Dai test effettuati dal team di ricercatori sulla Terra ai volontari è emerso anche un secondo fenomeno: lo spostamento verso l’alto del cervello nella scatola cranica, cioè il restringimento dello spazio tra la parte superiore del cervello e l’interno del cranio. Accade anche agli astronauti? La Roberts ha acquisito scansioni cerebrali e dati correlati dal programma Lifetime Surveillance of Astronaut Health della Nasa per due gruppi di astronauti: 18 astronauti che erano stati nello spazio per brevi periodi di tempo a bordo dello Space Shuttle statunitense e 16 astronauti che erano stati nello spazio per periodi di tempo più lunghi, in genere tre mesi, a bordo della Stazione spaziale internazionale. Roberts e ricercatori di studio hanno osservato i ventricoli cerebrali e gli spazi subaracnoidei in cui scorre il fluido cerebrospinale e analizzato le risonanze magnetiche pre e post volo di 12 astronauti di lunga durata e di 6 astronauti di breve durata cercando qualsiasi spostamento nella struttura cerebrale. I risultati dello studio hanno confermato un restringimento del solco centrale del cervello, una scanalatura nella corteccia vicino alla parte superiore del cervello che separa i lobi parietale e frontale, nel 94 per cento degli astronauti che hanno partecipato a missioni di lunga durata e nel 18,8 per cento degli astronauti di missioni brevi. Le risonanze hanno mostrato anche la riduzione degli spazi in cui scorre il liquido cerebrospinale nella parte superiore del cervello tra gli astronauti di missioni lunghe, ma lo stesso non si è verificato nel cervello degli astronauti che sono stati meno tempo nello spazio. Andare su Marte (dovrebbe accadere dal 2033), dunque, avrà serie conseguenze sul cervello degli astronauti. Probabilmente nei prossimi anni la ricerca farà passi avanti e verrà trovata una soluzione a questo fenomeno. Per adesso gli studi confermano che questi significativi cambiamenti nella struttura cerebrale si verificano dopo voli di lunga durata. Per arrivare su Marte occorrono dai tre ai sei mesi e per ridurre i tempi di viaggio Terra e Marte devono essere allineati perfettamente, il che avviene approssimativamente ogni due anni. Durante questo periodo, i membri dell’equipaggio rimarrebbero su Marte, dove la gravità è circa un terzo di quella della Terra. Considerando i viaggi da e per Marte, e il tempo di permanenza sul pianeta, gli astronauti marziani verrebbero esposti a una gravità ridotta per almeno tre anni, secondo Roberts. Siamo sicuri che l’uomo possa sopravvivere così a lungo in queste condizioni proibitive? “Sappiamo che questi voli di lunga durata hanno un grosso impatto sugli astronauti; tuttavia non sappiamo se gli effetti negativi sul corpo continuano a progredire o se si stabilizzano dopo un po’ di tempo nello spazio. Queste sono le domande che ci interessano, soprattutto: cosa accade al cervello umano e alla funzione cerebrale?”, si chiede Roberts. Per capire meglio la durata e il significato dei cambiamenti rilevati nella struttura del cervello, serviranno ulteriori studi.

Da:

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mercoledì 8 novembre 2017

ALIENI: NOSTRI CUGINI?


Gli alieni secondo Darwin, potrebbero assomigliarci!

Secondo un gruppo di studiosi dell'Università di Oxford gli alieni potrebbero avere delle analogie con l'uomo dal punto di vista biologico, perché potrebbero aver seguito un percorso evolutivo simile al nostro.

Ammesso che esistano forme di vita su altri pianeti, come sono fatte? La domanda è lecita, ed è aperta da tempo la discussione sul fatto se sia lecito o meno immaginare che esseri extraterrestri possano essere simili agli umani, almeno biologicamente parlando. Una possibile risposta arriva dagli scienziati dell'Università di Oxford, che hanno pubblicato un articolo sul Journal International of Astrobiology in cui sostengono che in effetti potrebbero essere simili a noi dal punto di vista biologico, tenendo conto della teoria sull'evoluzione della specie e della selezione naturale proposta da Charles Darwin. Gli esperti sostengono infatti che - analogamente a quanto accaduto sulla Terra - la vita su altri pianeti, lune o asteroidi, qualora esista, sarebbe probabilmente soggetta alla selezione naturale. E se questo punto di partenza è valido, allora è probabile che gli alieni abbiano delle analogie con noi. È alla luce di questa considerazione che Samuel Levin dell'Università di Oxford afferma che "non possiamo ancora dire se gli alieni camminino su due gambe o abbiano grandi occhi verdi, tuttavia pensiamo che come noi umani siano composti da una gerarchia di entità, che cooperano a creare un unico organismo e che si occupano di svolgere diversi compiti [...] fra cui nutrirsi, sopravvivere, crescere, riprodursi". La base è appunto quel processo attraverso il quale la variazione ereditaria tra gli individui porta a differenze di successo e, in ultima analisi, alla sopravvivenza dei più forti. L'approccio di Levin e colleghi è differente rispetto a quello degli astrobiologi, che mediante un approccio "meccanicistico" studiano l'evoluzione della vita sulla Terra e cercano di applicare lo stesso meccanismo agli ambienti di pianeti lontani. Un metodo che, secondo Levin, ha i suoi punti di forza, ma anche le sue debolezze perché per noi il campione di pianeta che ospita la vita è solo uno, ed è difficile sapere cosa ci sia di unico sulla Terra rispetto a quello che si trova nello Spazio. Per esempio, gli occhi e le strutture simili all'occhio sulla Terra si sono evolute indipendentemente per circa 40 volte, ma non è chiaro se la vista sia un senso esclusivamente terrestre. A Oxford hanno quindi usato un approccio teorico, che "non è legato alle caratteristiche della Terra [...] ma considera se gli alieni abbiano un DNA o un 'XNA', se respirino ossigeno o azoto, eccetera". Il risultato è che la previsione teorica non può dare risposte specifiche sull'aspetto esteriore degli alieni, ma può aiutare a capire se la selezione naturale abbia portato o meno a determinati tipi di organismi. Sulla Terra i geni "hanno collaborato" a realizzare genomi, i genomi sono stati tasselli importanti per le cellule e le cellule primitive si sono unite per creare cellule eucariote più complesse. Le cellule si sono quindi unite per formare organismi multicellulari, e gli organismi multicellulari spesso cooperano nelle colonie o nelle società. Gli alieni che sono stati sottoposti a selezione naturale potrebbero avere seguito un percorso evolutivo simile. Un ragionamento che, come ammette lo stesso Levin, ancora "non può rispondere alla domanda se siamo soli, ma nel caso in cui non lo fossimo può dirci qualcosa sui nostri vicini".

Da: https://www.tomshw.it/alieni-secondo-darwin-potrebbero-assomigliarci-89403

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lunedì 6 novembre 2017

LA MOLECOLA DELLA FELICITA': ORA POSSIAMO VEDERLA



La felicità è anche nella testa: filmata per la prima volta l'attivazione nel cervello della serotonina, la molecola del "sorriso". E, per l'esperimento pubblicato nei giorni scorsi sulla prestigiosa rivista Cell reports, è stata decisiva la conferma di un team di ricercatrici dell'Università di Cagliari.
Lo studio è frutto della collaborazione tra il gruppo di ricerca guidato dal dottor Alessandro Gozzi del Center for Neuroscience and Cognitive System dell'Istituto Italiano di Tecnologia (CNCS - IIT di Rovereto) e quello del professore Massimo Pasqualetti del Dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa. Più nel dettaglio, la conferma della validità del modello ipotizzato dai ricercatori - passaggio fondamentale nel mondo della ricerca scientifica - è arrivata dalla misurazione dei livelli di serotonina in diverse aree cerebrali eseguita dalla professoressa Maria Antonietta De Luca e dalla sue collaboratrici Giulia Margiani e Maddalena Mereu dell'Università di Cagliari. Lo studio contribuisce a spiegare il meccanismo della neurotrasmissione serotoninergica dimostrando che i neuroni che rilasciano la "molecola della felicità" si attivano in tutte le aree cerebrali, ma in momenti diversi.  La scoperta è stata possibile grazie alla combinazione di tecniche di chemo-genetica e risonanza magnetica funzionale che hanno permesso di attivare selettivamente i neuroni che producono serotonina e di filmarne l'attività in tempo reale.



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venerdì 3 novembre 2017

GRANDE PIRAMIDE: NUOVI MISTERI E NUOVE RIVELAZIONI


 La piramide di Cheope non smette di stupire: al suo interno è stata individuata una nuova misteriosa cavità, lunga almeno 30 metri, posta al di sopra della Grande Galleria. Lo annunciano su Nature i ricercatori del progetto internazionale ScanPyramids, che da due anni stanno scrutando nel cuore della più grande e antica delle tre piramidi della piana di Giza, vicino il Cairo, usando tecniche di rilevamento non invasive basate sulla fisica delle particelle.





 Lo studio ha impiegato una tecnica in particolare, chiamata muografia, che permette di leggere il cammino di particelle subatomiche (muoni) prodotte dall'interazione dei raggi cosmici provenienti dallo spazio con l'atmosfera terrestre. I muoni seguono traiettorie differenti quando si muovono nell'aria rispetto a quando attraversano le pietre, e dunque sono in grado di svelare la presenza di cavità. Nella grande piramide di Cheope questo è accaduto già due volte. La rilevazione di una prima anomalia aveva portato ad annunciare nell'ottobre 2016 la scoperta di un corridoio localizzato vicino alla parete nord. Ora una seconda anomalia, individuata nel marzo 2016 e studiata per un anno con diversi tipi di muografia, ha permesso di individuare questa nuova cavità: simile per dimensioni alla Grande Galleria, potrebbe essere composta da una o più strutture e potrebbe avere una disposizione orizzontale o leggermente inclinata. La sua funzione resta ancora un mistero.



Le indagini continuano…

Da:




 
 






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mercoledì 1 novembre 2017

I MISTERI DEL MONTE RORAIMA


 
Il monte Roraima: l’isola tra le nuvole e le misteriose creature che vi abitano
In America Latina, al confine tra Venezuela, Brasile e Guyana si trova il Parco Nazionale Canaima. All’interno di questo parco si trovano le Tepuis. Le Tepuis sono tra le montagne più antiche del mondo e quella di Roraime è la più alta e sorprendente dell’intera conformazione.

Ma perché si pensa che queste alture possano ancora essere abitata da creature ormai estinte?
Proprio dove si incontrano questi tre stati si trovano alcune conformazioni rocciose risalenti al periodo Precambriano. Si pensa che addirittura queste montagne fossero già là quando ancora America e Africa erano unite. Le Tepuis sono delle alte montagne, ma senza una cima, si tratta infatti di altopiani, dei monoliti rocciosi pianeggianti ricoperti da una fitta foresta tropicale.

Clima e flora e fauna
 
Dall’alto queste splendide montagne sembrano delle isole che galleggiano in mezzo al cielo. Costantemente avvolte dalla nebbia, arrivare sulle loro sommità fa pensare ad una passeggiata fra le nuvole. Il clima è tropicale e le piogge sono costanti. L’isolamento di queste alture e la loro inaccessibilità ha fatto si che si costituissero una flora e una fauna endemiche. Molte delle specie animali e vegetali che troviamo sopra questi monti non si possono incontrare da nessun’altra parte del mondo. Splendide orchidee, bromeliacee e numerose specie di piante carnivore. Per quanto riguarda la flora tantissimi uccelli fra cui il pappagallino dei Tepuis, specie presente solo su queste alture. Alcune razze di mammiferi, insetti, rettili e anfibi. Tra questi ultimi la particolarissima rana nera che invece di saltare rotola per sfuggire ai suoi predatori.

La leggenda dei dinosauri

 
La bellezza misteriosa di questi altopiani colpisce tutti i suoi esploratori. Agli inizi del ‘900 anche lo scrittore Conan Doyle rimase ipnotizzato dall’unicità di questi luoghi. Dal suo viaggio infatti nacque il libro “Il mondo perduto”. Nel libro si racconta la storia di un gruppo di esploratori che scalarono il monte Roraima e arrivati sulla sua vetta vi trovarono dinosauri ed altre specie di animali che si credevano estinte. Molte persone credono che questi animali siano ancora vivi su questa montagna.

Conformazione e leggende sui Tepuis
Ogni altopiano ha la sua peculiarità. Gli indios Pemòn, la popolazione indigena che abita le terre ai piedi del monte Roraima, ha dato a questa catena montuosa il nome di Tepuis che nella loro lingua significa “casa degli Dei”. La loro incredibile altezza, la loro cima piatta poggiata sulle nubi li rendono luoghi fantastici, ideali come dimora divina. La loro conformazione è data dalla loro età. Si tratta di rocce prevalentemente calcaree che hanno cambiato il loro aspetto nel tempo grazie all’azione degli agenti atmosferici. Per questo ora le cime sono delle pianure, non propriamente piatte e disseminate di grotte, caverne e sculture scolpite dal vento. Sulle vette il paesaggio ricorda le immagini scattate sulla luna. L’irregolarità del terreno, le numerose statue naturali ed il tipico colore nero della roccia rievocano alla mente degli esploratori paesaggi al di là dell’immaginazione.

Il monte Roraime e altri luoghi incantati dei Tepuis
 
Il monte Roraime, il più alto, è chiamato dagli indigeni Pemon “la madre di tutte le acque”. Dai suoi 2700 metri di altezza infatti cadono numerose cascate da cui hanno origine i corsi d’acqua dell’intera zona.
Ma da questo punto di vista il Tepui più importante è quello di Auyantepui da cui sgorga una delle cascate più alte del mondo, la “Angel Fall”. Il Tepui Roraime è più conosciuto invece per la sua splendida “valle di cristalli”. Una zona interamente ricoperta di quarzo.
Escursioni sui monti Tepui


I Tepuis sono oggi zona di trekking, meta scelta da numerosi esploratori. È possibile programmare la propria escursione in uno dei villaggi Pemon che si trovano nei pressi degli altopiani. Sono gli stessi indigeni a fare da guida agli escursionisti aumentando cosi la suggestione di questi luoghi. Oltre allo spettacolo della foresta pluviale, alle inconsuete forme delle rocce modellate dal vento e alla presenza di specie animali e vegetali uniche i racconti degli indios riescono ad accrescere l’idea di luogo irreale. La sua conformazione insolita poi, trasforma questa esperienza in un’occasione unica. Un viaggio tra terra e cielo, tra reale e fantastico.

da: http://www.notizie.it/monte-roraima-isola-nuvole-misteriose-creature-abitano/




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