IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

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GdM

venerdì 14 dicembre 2018

IL RADAR "QUANTICO"



Un ente di ricerca militare cinese sostiene di aver creato un prototipo basato su principi della fisica quantistica in grado di rivelare la posizione degli aerei invisibili.

È UNO strumento bellico formidabile, e dal nome evocativo: l'aereo invisibile, o velivolo stealth, un jet progettato e costruito in modo da non essere localizzato dai radar a terra o a bordo di altri aeroplani. Impossibile da individuare, destinato a cogliere immancabilmente di sorpresa il proprio obiettivo. Ma fatta la legge, trovato l'inganno: un’azienda cinese ha appena annunciato di aver messo a punto un radar di nuova generazione, basato su principi della fisica quantistica, e capace di individuare con precisione la posizione degli aerei invisibili nel cielo. Rendendoli quindi estremamente vulnerabili. A guardar bene, però, un po' di sano scetticismo è d'obbligo: non è infatti la prima volta che dalla Cina arriva un annuncio di questo tipo, e alle dichiarazioni precedenti non era mai seguito, a quanto si sa, alcun dispositivo reale.


INVISIBILI, MA PER CHI?

Gli aerei invisibili – stealth, in inglese – sono velivoli tecnologicamente molto complessi, dotati di accorgimenti tecnici che li rendono impercettibili, o quasi, a radar e altri dispositivi di localizzazione. Per ottenere l'invisibilità radar, la superficie di questi aerei viene di solito rivestita con particolari vernici capaci di assorbire le onde elettromagnetiche, e la loro geometria è progettata in modo da evitare il più possibile la presenza di angoli riflettenti. In questo modo, le onde radio emesse dai radar vengono redirette intorno al veicolo, invece di rimbalzare verso i rivelatori nemici e svelare posizione del veicolo. Il sistema, in realtà, ha già diversi decenni di vita, e negli anni le capacità di identificare la presenza degli aerei stealth sono migliorate notevolmente. Ma a tutt’oggi rimangono dispositivi formidabili in uno scenario bellico, estremamente difficili da scovare e abbattere in tempo per impedire che portino a termine la missione.

Il super radar sviluppato da China Electronics Technology Group Corporation, un gigante dell’industria bellica cinese, promette ben più di quanto sia possibile con le tecnologie attuali. Se i radar anti-stealth lavorano con lunghezze d'onda più corte di quelli tradizionali, e hanno risultati migliori ma comunque altalenanti, quello cinese dovrebbe rivoluzionare completamente il mondo delle tecnologie di rilevamento a distanza. Non si basa infatti sui fenomeni fisici classici, come la dispersione o la diffrazione delle onde elettromagnetiche, ma sui principi, ben più complessi, della fisica quantistica. Più in particolare, sfrutta un principio noto come entanglement quantistico: un complicatissimo fenomeno fisico che ha come conseguenza la correlazione tra due particelle, e il fatto che osservando lo stato di una, è possibile conoscere con certezza anche quello dell’altra, ovunque essa si trovi.

 Il nuovo radar, in teoria, funziona così: vengono prodotti due fotoni 'entangled', uno viene sparato in cielo a caccia di un aereo stealth, e l'altro rimane all’interno dell'apparecchio. Quando il fotone nel suo viaggio all'esterno del radar colpisce un velivolo invisibile, rimbalza quindi verso terra e viene recuperato dal radar quantistico, che comparandone lo stato con quello del suo gemello 'entangled' può scoprire se ci sono state interferenze esterne che indichino la presenza di un aereo stealth o di altre tecnologie di camuffamento.

IN REALTA’ QUI C’E’ UN ERRORE:

QUANDO IL FOTONE ESTERNO CHE CHIAMEREMO “IL GEMELLO LIBERO” COLPISCE UN BERSAGLIO, AUTOMATICAMENTE CAMBIERA’ LO STATO DEL FOTONE “ENTAGLED” ALL’INTERNO DELL’APPARECCHIO RADAR, QUINDI NON SARA’ NECESSARIO RECUPERARE IL FOTONE ESTERNO CHE RIMBALZERA’ DOVE VUOLE! IL PROBLEMA SARA’ CAPIRE COSA SARA’ STATO RIVELATO SE UN VELIVOLO STEALTH …O ALTRO. (NDR – MLR)

I DUBBI SUL RADAR CINESE

In teoria, mettere le mani su una simile tecnologia rappresenterebbe un bel vantaggio militare per qualunque nazione. In pratica, che sia realizzabile è ancora tutto da dimostrare. Dalle fonti disponibili, la China Electronics Technology Group Corporation avrebbe presentato il suo prototipo funzionante la scorsa settimana, durante lo Zhuhai air show, la più impostante fiera dell’aeronautica cinese. Molti esperti però fanno notare che senza sapere cosa ci sia realmente all’interno del dispositivo messo in mostra, è impossibile stabilire se si tratti di una scoperta tecnologica rivoluzionaria, o di una banale truffa. O magari – fa notare qualcuno – di un nuovo sistema radar anti-stealth, sì, ma basato sulle tecnologie tradizionali, già usate anche da altre nazioni. A favore della buona fede della scoperta si può citare senz’altro il fatto che i cinesi sono da anni ormai all’avanguardia per quanto riguarda lo studio, e la messa in pratica, dell’entanglement quantistico. A suo sfavore, invece, gioca il fatto che la China Electronics Technology Group Corporation non è nuova a simili annunci:  è almeno dal 2016, infatti, che si susseguono le notizie sul fantomatico radar quantistico cinese. E fino ad oggi, di prove ce ne sono sempre state ben poche.

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DI MARCO LA ROSA
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martedì 11 dicembre 2018

SULLA LUNA CON UN COMPUTER...SENZA MEMORIA


Don Eyles, l'hippie del software che salvò gli astronauti dell'Apollo: «Sulla Luna col computer senza memoria»


Don Eyles, 74 anni, informatico del Mit di Boston, appena laureato venne ingaggiato per inventare il software del primo computer usato per pilotare le navicelle della Nasa delle missioni Apollo che conquistarono la Luna. Ospite di Maker Faire e della sezione italiana della British Interplanetary Society, ha ricordato quegli anni pionieristici dell’informatica in cui giocò un ruolo decisivo la visionaria immaginazione della controcultura del '68.


Quel maledetto protocomputer continuava ad accendere lucette come un albero di Natale, ma i volti terrei degli astronauti sulla navicella Apollo e dei tecnici nella sala di controllo a Houston rimandavano piuttosto a veglie funebri. «Abort, abort» lampeggiava la spia principale: nella migliore delle ipotesi sarebbe fallita la missione che nel febbraio 1971 avrebbe dovuto portare l'uomo sulla Luna per la terza volta, nella peggiore i rocket-men Shepard, Roose e Mitchell sarebbero diventati polvere cosmica. Che disastro: l'Apollo 14 doveva rilanciare il programma lunare dopo il cosmico flop dell'Apollo 13.
Don Eyles, 27 anni, laureato al Mit di Boston ma a prima vista (quasi) un hippie, prese la matita e il solito metro cubo di carta perforata: due ore dopo passò alla sala di controllo la sequenza di 80 tasti che in meno di 70 secondi Shepard avrebbe dovuto digitare (con i guantoni da astronauta) sulla tastierina dell'Apollo Guidance Computer per permettere al suo nuovo software di battere il suo vecchio software e di pilotare navicella e modulo per l'allunaggio. Sì, abbiamo capito bene, noi che ci sentiamo virtuosi del pianoforte mentre digitiamo la combinazione ctrl+alt+canc: 80 tasti in sequenza in pochi secondi per vivere o morire. E funzionò alla perfezione consegnando un nuovo trionfo agli Stati Uniti sull'Urss nella corsa allo Spazio.
È che quel computer, con i primi circuiti integrati al posto di transistor o valvole, aveva solo 64 kb di memoria e quindi i programmatori come Eyles dovevano inventare eterne sequenze di comandi poi imparate come un mantra dagli astronauti.
Quanto sono impalpabili 64 Kb? Un Kb di memoria vale un milionesimo di un Gigabyte. E di Gigabyte, lo sappiamo, largheggiano già le schede dei nostri cellulari, per non dire dei laptop: 64 Kb come appunto il Commodore 64, antesignano delle consolle elettroniche per videogiochi in vendita solo dal 1982. A ricordare le ricadute delle missioni spaziali nella nostra vita di tutti i giorni, sempre più legata ai grandi progressi della tecnologia compiuti per quelle prime imprese e per quelle successive. Progressi che a 50 anni ancora si rivelano utili: alcune delle sequenze di comandi ideate da Eyles sono ancora usate sull'Iss da Luca Parmitano o Samantha Cristoforetti. 
 «Tutto ciò che facevamo in quei giorni, dal 1966 in poi, era nuovo - dice Eyles, occhi dolci che non si perdono un dettaglio - migliaia e migliaia di persone che ideavano nuove cose per realizzare qualcosa che nessuno aveva mai fatto in un ambiente ancora più misterioso dell'America per Colombo. Serviva preparazione tecnica, ma anche fantasia, gioco di squadra, intuizione, errori da cui imparare, orgoglio e coraggio».
Fantasia ?
«È la più importante quando si affronta l'ignoto, così come la condivisione delle conoscenze fra persone dagli studi diversi, questione non sempre scontata tra scienziati. Eravamo alla Nasa, simbolo supremo dell'establishment degli Stati Uniti, ma dovevamo vivere come in una comune se volevamo raggiungere il traguardo».
Non a caso dell'epopea di Eyles scrisse con enfasi, prima ancora di Science o Nat Geo, Rolling Stone in un memorabile pezzo del 1971: Il fricchettone che salvò l'Apollo 14. Il gruppo di Eyles venne ingaggiato per la Nasa nel 1966, con la corsa alla Luna affiancata dalla guerra in Vietnam e dalla diffusione della controcultura del 68. I programmatori di quei computer, senza i quali la conquista della Luna sarebbe restata un'utopia, galleggiavano insomma per conto della Nasa fra i livelli della coscienza, il terzo, in particolare, che esaltava libertà personale, ugualitarismo e droghe ricreazionali per espandere i limiti della comprensione, come raccontato nel best seller The greening of America nel 1970.

«ERO UN FRICCHETTONE CHE DOVEVA SPIEGARE AD ARMSTRONG COME SOPRAVVIVERE NELLO SPAZIO CON LE MIE PROCEDURE»
E la responsabilità per la vita degli astronauti e per i sogni di gloria degli Stati Uniti non era un tremendo fardello mentre ideava i programmi? Jobs, Gates o Torvalds questo peso non l'avevano di sicuro.
«No, a essere sinceri non ci si pensava, era più forte l'entusiasmo di avventurarsi in quel mondo ignoto».
Lei, lunghi capelli e baffi biondi, jeans scampanati, occhialetti alla Lennon, ha dovuto insegnare a usare quel pc ad Armstrong e compagni, quasi tutti piloti top gun dell'aviazione Usa, qualcuno reduce della guerra in Corea: gente tosta, armadi con i capelli a spazzola, Rayban specchiati, che affidavano lo loro vita a quella infinita sequenza di tasti.


«Già, erano incontri magnifici: la prima volta ci si guardava negli occhi, ci si stringeva la mano (ovvero la mia veniva stritolata) e poi cominciava lo scambio di informazioni. Esaltante: si capiva che, pur venendo da mondi diversi, bisognava mettersi uno a fianco dell'altro perché questo richiedeva la missione».
Proprio mentre lei si arrabatta per programmare quel protocomputer smemorato, Kubrik le fa vedere Hall 9000 in 2001 Odissea nello spazio (1968).
«Che macchina meravigliosa, affascinante, però mi sembra di ricordare che alla fine ebbe un fastidioso malfunzionamento».
Quanto era forte su di voi la pressione della Nasa per recuperare l'umiliante smacco subìto dall'Unione Sovietica con Sputnik e Gagarin?
«Fortissima, estenuante com'è logico che fosse perché eravamo in piena Guerra fredda. Spesso mi rifugiavo nella copia del Lem per isolarmi».

«QUEL SUCCESSO UNIVA LA CONTROCULTURA VISIONARIA DEL ’68 E IL RIGORE SCIENTIFICO ANCHE MARTE ERA ALLA NOSTRA PORTATA»
La tecnologia e l'informatica spaziale dei russi, tutt'ora così commoventemente essenziale, la incuriosisce?
«Accipicchia, la ammiro proprio. Se una cosa funziona bene perché accantonarla così in fretta come facciamo noi nell'ansia di migliorarla anche solo di un capello? Che spreco di tempo e di risorse. E' una grande lezione quella che viene dai russi: ci ricorda anche il grande errore dei primi anni 70, quando avevamo tutto ma proprio tutto, glielo garantisco, per arrivare su Marte. Invece, per miopia politica, perdemmo l'attimo e ora chissà quando ci riusciremo».
I suoi interessi spaziano dall'informatica alla scultura alla poesia. E alla scrittura: il suo ultimo libro Sunburst and Luminary, an Apollo memoir fa luccicare gli occhi.
«Grazie, ma guardi che scrivere un software è come comporre una poesia o una canzone (amo David Bowie): poi magari i lettori non saranno proprio gli stessi. Ma da sempre, fin dalla nascita della mitizzata cultura digitale, ho spinto perché i suoi obbiettivi fossero alti, artistici, intendo, e non solo funzionali».




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venerdì 7 dicembre 2018

SINDONE: ALTRO TASSELLO CHE NE PROVA L'AUTENTICITA' ?

A DUE PASSI DA ROMA C’È UNA POSSIBILE TESTIMONIANZA SULL’AUTENTICITÀ DELLA SINDONE?


da:

del Prof. ROBERTO VOLTERRI

Uno stupendo, preziosissimo, manufatto voluto a metà del VI secolo dall’Imperatore Giustiniano (527 – 565 d.C.), ovvero la Crux Mensuralis potrebbe fornire qualche elemento a favore dell’autenticità del telo sindonico. Anche se esso non c’è più…

Ma qualcosa è rimasto e fra poco vedremo come rintracciarlo.

Uno scritto anonimo del XIII secolo descrive infatti una splendida croce in argento e oro, tempestata di pietre preziose, avente dimensioni alquanto inconsuete, poiché il braccio orizzontale – il patibulum – sarebbe stato molto più corto del consueto.

Largo – diciamo così – quanto le spalle di un uomo…

Il tratto verticale della Crux Mensuralis – quello che rappresenta lo stipes – sarebbe invece stato alto 1,80 metri.

Il nostro cronista anonimo riporta in realtà quanto scritto già sette secoli prima da Procopio di Cesarea, uno storico contemporaneo di Giustiniano, morto nel 563 d.C. e che di Giustinano sapeva molto poiché era vissuto nella sua reggia.

“… la croce preziosa che attualmente è conservata nello scevofilacio – del tempio di Santa Sofia. N.d.A. – riporta la statura del N.S. Gesù Cristo, il quale fu misurato diligentemente da uomini fedeli e degni di fede, e perciò la ornarono di pietre preziose e d’argento e la rivestirono d’oro, e fino ad oggi dona salute e scaccia i mali e i demoni…”.

La preziosa Crux Mensuralis è andata perduta nel 1204, durante la presa di Costantinopoli da parte delle truppe musulmane, ma – come accennavo prima – qualcosa di attendibile è  rimasto, qualcosa che adesso esamineremo in dettaglio.

Innanzitutto esiste un Codice conservato nella Biblioteca  Laurenziana di Firenze in cui è riportata la ‘mensura Christi’. 


La pagina del manoscritto conservato presso la Biblioteca Laurenziana di Firenze in cui è riportato il calcolo della ‘mensura Christi’ che sarebbe stato desunto dalla preziosa Crux Mensuralis voluta da Giustiniano e poi scomparsa nel corso dei secoli…

Il miniaturista che stilò tale documento pergamenaceo afferma chiaramente nella didascalia posta sotto l’immagine di avere dinanzi a sé la misura esatta della preziosa croce voluta da Giustiniano. Però, a lavoro ultimato – come fece rilevare in un suo studio anche Monsignor Giulio Ricci, uno dei più validi sindonologi – si accorse che la lunghezza effettiva della ‘mensura Christi’ da lui realizzata sulla pergamena – ovvero quindici centimetri – moltiplicata per quattordici – ovvero ‘… bis septies…’ come egli stesso scrive – non corrispondeva alla misura che gli era stata ‘commissionata’( avrebbe ottenuta un’altezza di 2,10 metri!), misura derivante da osservazioni effettuate sul manufatto voluto dall’Imperatore, manufatto a sua volta realizzato in base ad un ‘modello’ originatosi in Terra Santa.

Insomma l’ignoto miniaturista… si era un po’ distratto!

Poco male: bastava sostituire la parola septies (sette) con sexies (sei) e tutto sarebbe stato sistemato, poiché la misura dell’altezza dell’Uomo della Sindone sarebbe stata più ‘ragionevole’: 1,80 metri.
Il miniaturista abrase sulla pergamena la lettera ‘p’ di septies (operazione questa che ancora ben si vede nella fotografia di un dettaglio della pagina ‘incriminata…) e la sostituì con la lettera ‘x’.

Ma, evidentemente, era ancora ‘distratto’ da chissà quali altre preoccupazioni, poichè questa volta si dimenticò di cancellare la lettera ‘t’ (rimase perciò ‘sexties’, come ben si vede).


Ingrandimento della parola ‘bis sexties’, malamente corretta dall’ignoto miniaturista che compilò il manoscritto di Firenze in cui è riportata la ’mensura Christi’.

Si legge, infatti,  sexties anziché sexies.Tutto ciò, anche a parere di Monsignor Ricci, depone a favore della serietà, dell’attendibilità di quanto era stato realizzato dal miniaturista, preoccupato del fatto che il disegno da lui realizzato della ‘mensura Christi’ non fosse ‘in scala’ – diremmo oggi – con l’originale.

Se escludiamo a priori la possibilità che il solito Leonardo – o altro valido ingegno – abbia realizzata una sorta di ‘fotografia’ molto ante litteram di un corpo avente le ipotizzabili caratteristiche somatiche dell’Uomo vissuto in Terra Santa (comprese le tracce lasciate dalle fustigazioni e dalla crocifissione), allora dovremmo necessariamente presumere che la ‘Crux Mensuralis’ e la raffigurazione della ‘mensura Christi’ conservata nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, derivino direttamente da osservazioni fatte sulla Sindone, che a quel tempo doveva essere ancora a Gerusalemme.

E questo dato parrebbe incontrovertibile, poiché nell’anno del Signore 670 il monaco Arculfo, nella ‘Redazione di Adamnano’, relaziona su una sua lunga permanenza a Gerusalemme e scrive di un sudarium e di un linteum maius mostrante ipsius Domini imago figurata.
Secondo Monsignor Ricci, chi ricavò la misura dell’altezza del Cristo procedette più o meno così…
“… Misurata la figura facciale (m.2) e quella dorsale (m. 2,05) e sommate insieme = m. 4,05, dovettero dividere per 2 (4,05:2= 2,02 circa) e calcolare l’allungamento della pianta dei piedi; la loro valutazione in merito dovette essere di circa 22 cm. che detrassero dal totale di 2,02 pronunciandosi per una altezza effettiva di m. 1,80 (15 x 12 = 1,80)…”
Le cose potrebbero essere andate in questo modo e fu così che l’Imperatore Giustiniano dette ordine di realizzare la preziosissima Crux  Aurea da lui stesso posta nello scevofilacio – la sagrestia – del tempio di Santa Sofia a Costantinopoli.

Nei secoli successivi si tornò sull’argomento, in particolare nel testo ‘De Linteis Sepulchralibus Christi Servatoris’, dello Chifflet , pubblicato nel 1624.

In esso, l’autore effettua una comparazione tra la Sindone e il cosiddetto Sudario di Besancon, andato in fumo durante la Rivoluzione francese e del quale rimangono solo alcune riproduzioni pittoriche.
“… Ho trovato che la statura del corpo di Cristo, dal vertice fino al piede, nel Sudario di Besancon e di 6 piedi geometrici meno 3 dita (m. 1,821558)…”, egli afferma con sicurezza proseguendo…
“…Osservato questo ho applicato le stesse misure alla lunghezza della immagine di Torino, che avevo a casa, e con grande mia consolazione, l’ho trovata della identica misura…”.


In tempi ancor di più a noi vicini, potremmo ricordare gli studi biotipologici del Viola, del Pende e dell’Hyneck il quale, ad esempio, conclude…

“…Tutti i medici concordano nel giudizio seguente: vi sono (nella Sindone) le impronte di un uomo deceduto nel pieno sviluppo delle sue forze, di bella, alta statura, di ossatura e muscolatura perfettamente plasmata…”.

Dunque di alta statura…

Torniamo però all’oggetto della nostra ricerca: qualcosa che ricordi la scomparsa Crux Mensuralis. Qualche reperto che verosimilmente possa ricondurci a  quella che poteva forse essere la statura fisica del Cristo.

Ebbene, a Grottaferrata, a pochi chilometri da Roma, nell’Abbazia di San Nilo, qualcosa c’è…

Ricompare una Crux Mensuralis ma… in porfido rosso

A circa trenta chilometri da Roma, in poco più di venti minuti di auto, è possibile raggiungere Grottaferrata importante dal punto di vista storico-artistico per la presenza dell'Abbazia di San Nilo.


La bellissima Abbazia di San Nilo, a Grottaferrata (Roma). Qui, in una stanzetta situata all’interno dell’edificio religioso, sulla destra, è visibile sia la copia della Crux Mensuralis in porfido rosso, sia un curioso lavabo che esorta a… lavarsi i peccati, non solo il viso!

Nell’anno 1004 un gruppo di monaci di rito bizantino giunge infatti sui colli Tuscolani. Li guida un anziano uomo di fede, desideroso di trovare un luogo per edificare un monastero ‘ove adunare i suoi figli dispersi'.

Quell’uomo divenne poi San Nilo, nato a Rossano, in Calabria, da famiglia greca.

La Calabria allora è bizantina e il futuro santo ha già fondato vari monasteri in Calabria e in Campania.

Sui colli di Tuscolo i monaci vengono subito attratti dai suggestivi  ruderi di una villa romana e soprattutto da un basso edificio in 'opus quadratum', già cella sepolcrale in epoca repubblicana, e poi,  dal V secolo, adattato ad oratorio cristiano che fa bella mostra di sé in mezzo alle antiche vestigia.  L’edificio ha una doppia grata di ferro alle finestre, per cui la località circostante viene detta Cryptaferrata e da qui l’attuale nome di Grottaferrata.

La tradizione afferma che nella Cripta la Vergine apparisse al futuro santo e a San Bartolomeo, suo discepolo, chiedendo che vi venisse edificato un santuario a lei dedicato, da cui avrebbe sparso le sue grazie su tutta la contrada.
Ottenuto in dono quel territorio da Gregorio, conte di Tuscolo, i monaci iniziano la costruzione della chiesa e del monastero. San Nilo muore poco dopo, il 26 settembre 1004. San Bartolomeo con gli altri monaci lavorano indefessamente per alcuni decenni anni intorno all'opera, utilizzando anche materiale di riporto proveniente dalle rovine della villa romana adiacente, tra cui colonne e lastre di marmo, cornicioni scolpiti, blocchi di peperino. Nel 1024 il santuario è completato, "…bello, ornato di marmi e di pitture, ricco di sacri arredi, ammirato da tutti…" e il 17 dicembre di quell'anno il pontefice Giovanni XIX viene a consacrarlo solennemente, dedicandolo alla Madre di Dio.

Qui, nell’abbazia, in una stanza adiacente alla piccola cappella in cui si celebrano spesso suggestivi matrimoni in rito bizantino, è possibile vedere una strana croce, alta esattamente metri 1,80, con il ‘patibulum’ stranamente molto corto.
Diciamo della larghezza delle spalle di un uomo adulto di alta statura…

Sarebbe la copia… ‘povera’ della preziosa Crux Mensuralis voluta dall’Imperatore Giustiniano e andata perduta nel 1204!

Ciò potrebbe essere una conferma che la Sindone era già nota in epoca non sospetta e che il Cristo fosse veramente di statura (fisica, s’intende!) ben superiore a quella dei suoi contemporanei.
La coincidenza delle misure della Crux Mensuralis con le misure corporee desumibili dalla Sacra Sindone, in verità non è molto, ma è un discreto inizio per ulteriori ricerche…



In alto, la copia molto meno preziosa – in porfido rosso – della Crux Mensuralis fatta realizzare dall’Imperatore Giustiniano. Si trova, un po’ appartata ma facilmente individuabile, nell’Abbazia di San Nilo, a Grottaferrata (Roma). Lo ‘stipes’ riporterebbe con esattezza la misura dell’altezza del Cristo, mentre il tratto orizzontale, il  ‘patibulum’ sarebbe pari alla larghezza delle spalle dell’Uomo morto sulla croce.

A destra, le precise misure della croce, frutto di uno studio sulle immagini ‘acheropite’effettuato nel 2010 dai laboratori ’ENEA di Frascati

Per dare una fugace occhiata alla Crux Mensuralis in porfido rosso conservata a Grottaferrata (Roma), entrate nell’Abbazia Greca di San Nilo e subito dirigetevi (con il dovuto rispetto per l’ambiente in cui state!) sulla destra: qui troverete una porta, di solito aperta, e non appena entrati guardate sulla parete di destra, Lì c’è il curioso monolite che potrebbe fornire ulteriori spunti per lo studio della Sindone…

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martedì 4 dicembre 2018

PROTOSTORIA AMERICANA...



Scoperta l’arma più antica mai trovata negli Stati Uniti: ha 15.500 anni

Questa scoperta mette in dubbio ciò che sappiamo sui primi coloni nel Nuovo Mondo

Fino ad oggi, i resti di armi più antiche conosciute negli Stati Uniti appartenevano alla cosiddetta cultura di Clovis, che si stabilì negli attuali territori del Nuovo Messico e dell’Arizona circa 13.000 anni fa. I membri della cultura di Clovis fabbricarono armi di pietra che usavano per cacciare animali di grossa taglia, compresi i mastodonti. Tuttavia, dopo gli scavi in ​​Texas, un gruppo di archeologi ha scoperto due punte di lancia risalenti a circa 15.000 anni fa, che la rendono l’arma più antica trovata finora in quella regione. Questo strumento è fatto di roccia ed è la prima volta che il resto di un’arma così sofisticata si trovi in questo sito e risalente a prima della cultura di Clovis.

La scoperta:

Uno studio pubblicato su Science Advances descrive questa scoperta fatta nel campo di Debra L. Friedkin del complesso archeologico di Buttermilk Creek (Bell County, Texas). Michael Waters, autore principale dello studio, spiega che queste punte potrebbero aver ispirato la cultura di Clovis a sviluppare le proprie armi. Queste sono state portate nel continente in una migrazione completamente separata di cui non eravamo a conoscenza fino ad ora. “La nostra scoperta dimostra che questi suggerimenti sono precedenti a Clovis. Dato il tempo del sito, le persone che portavano queste lance arrivarono dalla costa del Pacifico. Più tardi, un altro gruppo di persone ha sviluppato la propria punta di lancia in base a questi o ha inventato la propria tecnologia, che è finita in quella Clovis che conosciamo oggi“, ha detto Waters.


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venerdì 30 novembre 2018

MEDICINA SPAZIALE: IL CERVELLO UMANO E LA GRAVITA'



La permanenza nello spazio porta ad una riduzione del volume del cervello umano.

Secondo un recente studio condotto dall'Università di Antwerp, passare troppo tempo nello spazio provocherebbe una riduzione del volume del cervello umano.
Da tempo siamo a conoscenza del fatto che la permanenza dell’uomo nello spazio modifica la morfologia del corpo umano, portando ad esempio all’atrofia muscolare e alla riduzione della densità ossea. Un recente studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine e condotto da un team di neuroscienziati dell’Università di Antwerp, ha dimostrato che passare dei lunghi periodi di tempo nello spazio avrebbe anche effetti negativi sul cervello. Il cervello subirebbe infatti una riduzione di volume che perdura anche a distanza di mesi dal termine della missione.

Lo studio:

Quanto dimostrato è il risultato dello studio del cervello di dieci cosmonauti, con età media di 44 anni, che avevano trascorso una media di 189 giorni a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Il cervello è stato misurato, tramite risonanza magnetica, sia prima che al termine della missione, a distanza di 9 giorni dal ritorno. Dalla risonanza si sono osservati cambiamenti significativi sia nella materia bianca che in quella grigia del cervello. La materia grigia si è ridotta a seguito dei viaggi, ma gli esami hanno dimostrato che si era ritirata solo temporaneamente. Invece la materia bianca ha mostrato diminuzioni più significative e anche permanenti, o comunque molto più durature. Le immagini evidenziano anche uno spostamento verso l’alto del cervello e un restringimento dello spazio presente tra la parte superiore del cervello e il cranio. Tali cambiamenti sarebbero causa di un aumento della pressione intracranica e di problemi di vista sperimentati da alcuni astronauti. Il professor zu Eulenburg ha dichiarato: “Presi nel loro complesso, i nostri risultati indicano dei cambiamenti prolungati nello schema di circolazione del fluido cerebrospinale per un periodo di almeno sette mesi dopo il ritorno sulla Terra. Tuttavia non è ancora chiaro se queste estese alterazioni evidenziate nella materia grigia e bianca possano avere delle conseguenze anche sull’aspetto cognitivo”. Per ulteriori conferme serviranno ulteriori studi sulle missioni di lunga durata.


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