IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
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mercoledì 17 marzo 2021

CONFERME DI PANSPERMIA?

 


Un secondo studio individua anche composti organici in un granello di polvere recuperato dalla prima sonda giapponese Hayabusa


Acqua e composti organici sulla superficie di un campione di asteroide. Cioè su un singolo granello appartenente a Itokawa e raccolto dalla Japan Aerospace Exploration Agency, in particolare dalla prima missione del programma Hayabusa di ormai undici anni fa. È la seconda volta che accade.

Un gruppo di ricercatori da diversi istituti (Nasa, università del Kent, Open University e altri) ha individuato tracce di acqua e altri composti organici, documentando la ricerca su Scientific Report. Una scoperta che torna dunque a documentare le infinitesimali molecole d’acqua che sarebbero legate all’asteroide stesso e che potrebbe in qualche modo riscrivere la nostra consapevolezza della storia della vita sulla Terra, che finora si è concentrata sugli asteroidi carboniosi, quelli cioè più diffusi (detti anche di tipo C).

In realtà, una ricerca di un paio di anni fa pubblicata su Nature Astronomy aveva già spiegato che sulla superficie degli asteroidi l’azione di vento solare e dei micrometeoriti, a temperature molto basse, può portare alla formazione di molecole d’acqua. Lo si era stabilito nel contesto di uno studio finanziato dalla Nasa su un frammento del meteorite Murchison, caduto oltre cinquant’anni fa in Australia, simulando le condizioni metereologiche di una cintura di asteroidi in una macchina costruita per l’occasione. Le elaborazioni sul campione di Itokawa, insieme ad altre del 2019, ce ne danno ora la conferma senza complesse simulazioni in laboratorio.

“La missione Hayabusa consisteva in una navicella robotica sviluppata dalla Jaxa e progettata per ripotare a Terra campioni di un asteroide noto come Itokawa, per consentire le analisi di laboratorio” ha spiegato Queenie Chan del dipartimento di Scienze della Terra del Royal Holloway dell’università di Londra, coinvolto nello studio. “Dopo essere stato analizzato in dettaglio da un team internazionale di ricercatori, la nostra analisi di un singolo granello, ribattezzato Amazon, ha dimostrato di aver conservato la materia organica primitiva (non riscaldata) e trattata (riscaldata) entro dieci micron (un millesimo di centimetro) di distanza”. In generale, la conferma suggerirebbe che l’asteroide si sia evoluto per miliardi di anni incorporando materiali organici nello stesso modo della Terra.

Itokawa, che è un piccolo asteroide Apollo del diametro medio di circa 0,33 km e lungo circa mezzo chilometro e ha la forma di un’arachide, ha resistito al caldo estremo (fino a 5/800 gradi), alla disidratazione, a shock continui e alla frantumazione, ma è riuscito a riformarsi e reidratarsi usando il materiale che ha raccolto dopo il raffreddamento. Lo studio mostra anche che gli asteroidi di tipo S, quelli pietrosi composti principalmente di silicati possono contenere i componenti basilari della vita. La sonda lo raggiunse nel 2005 dopo un viaggio lungo 290 milioni di km durato oltre due anni.

“Comprendere la vera natura dell'acqua extraterrestre e della materia organica che erano presenti alla nascita del nostro sistema solare, e la loro successiva evoluzione, richiede lo studio di astromateriali incontaminati – si legge nel paper - in questo studio abbiamo studiato sia l'acqua che il contenuto organico di una particella di polvere recuperata dalla superficie dell'asteroide 25143 Itokawa vicino alla Terra dalla missione Hayabusa, che è stata la prima missione che ha portato materiali asteroidali incontaminati alla raccolta astromateriale della Terra”.

Già un paio di anni fa un team dell’Arizona State University, il cui lavoro è ovviamente citato dalla nuova indagine, aveva analizzato altri campioni provenienti da Itokawa, individuando acqua e immaginando che una serie di impatti primordiali di asteroidi avvenuti sulla Terra potrebbero aver rilasciato sul nostro pianeta più della metà dell’acqua presente negli oceani. In particolare, in due delle cinque molecole analizzate il team aveva identificato il pirossene, un minerale che contiene acqua anche nella sua struttura cristallina terrestre, utilizzando il Nanoscale Secondary Ion Mass Spectrometer (NanoSims) di Asu, uno strumento particolarmente sofisticato in grado di studiare grani così piccoli.

La nuova indagine, insomma, conferma che anche asteroidi asciutti e sottoposti a un’evoluzione così complessa e traumatica (l’asteroide di oggi dovrebbe essere quel che resta di un corpo molto più ampio, largo almeno 19 chilometri) possono ospitare molta più acqua di quanta gli scienziati abbiano ipotizzato in passato. Se pochi mesi fa abbiamo ricevuto i campioni di un altro asteroide, Ryugu, grazie alla missione Hayabusa 2, nei prossimi anni torneranno sulla Terra anche i frammenti di Bennu grazie alla sonda Osiris-Rex che a maggio inizierà il suo viaggio di rientro.

Da:

https://www.esquire.com/it/lifestyle/tecnologia/a35736352/acqua-asteroide/

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giovedì 31 dicembre 2020

METEORITI E...MOLECOLE ORGANICHE...

 

Scoperta sui meteoriti molecola chiave per generare la vita

Nei meteoriti è presente una molecola organica chiave per generare la vita. È il risultato della ricerca di un gruppo di scienziati giapponesi e americani guidati da Yasuhiro Oba dell'Università di Hokkaido i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Communications:

https://www.nature.com/articles/s41467-020-20038-x


Il team ha scoperto la presenza di una molecola organica prebiotica chiamata esametilentetrammina (HMT) in tre diversi meteoriti ricchi di carbonio. La scoperta convalida modelli e teorie che propongono l'HMT come molecola chiave nella formazione di composti organici negli ambienti interstellari. Confermando per la prima volta la presenza di HMT nei meteoriti, questo lavoro supporta l'ipotesi che il composto fosse presente negli asteroidi, i corpi genitori di molti meteoriti. All'inizio della storia del sistema solare, molti asteroidi potrebbero essere stati riscaldati da collisioni o dal decadimento di elementi radioattivi.

Se alcuni asteroidi fossero abbastanza caldi e avessero avuto acqua liquida, l'HMT potrebbe essere scomposto per fornire elementi costitutivi che a loro volta hanno reagito per creare altre importanti molecole biologiche che sono state trovate nei meteoriti, compresi gli amminoacidi. Alcuni tipi di amminoacidi sono usati dalla vita per produrre proteine, che vengono utilizzate per costruire strutture come capelli e unghie, o per accelerare e regolare le reazioni chimiche.

Sebbene la diversità dei composti organici nei meteoriti sia ben documentata, rimangono molte domande sui processi mediante i quali si sono formati questi composti. I meteoriti più importanti in quest'area di ricerca sono le condriti carboniose, meteoriti pietrosi che contengono alte percentuali di acqua e composti organici. Modelli sperimentali hanno dimostrato che una combinazione di acqua, ammoniaca e metanolo, se sottoposta a condizioni fotochimiche e termiche comuni negli ambienti extraterrestri, dà origine a una serie di composti organici, il più comune dei quali è l'HMT. Il ghiaccio interstellare è ricco di metanolo.

Ipoteticamente, l'HMT dovrebbe essere comune nei materiali extraterrestri contenenti acqua, ma, fino a questo studio, non era stato rilevato. L'HMT è suscettibile alla degradazione se esposto a processi comunemente utilizzati nell'analisi dei composti organici nei meteoriti. Gli scienziati hanno sviluppato un metodo che estraeva specificamente l'HMT dai meteoriti con una degradazione minima. Questo metodo ha permesso loro di isolare quantità significative di derivati ​​HMT e HMT dai meteoriti Murchison, Murray e Tagish Lake. Gli scienziati hanno anche esaminato il ruolo che i derivati ​​HMT possono aver svolto nella formazione di amminoacidi nei meteoriti.

Sebbene non siano stati in grado di trarre conclusioni definitive in questo studio, la scoperta di HMT e dei suoi derivati ​​in questi meteoriti porterà a futuri esperimenti per comprendere l'origine e i processi di formazione chimica degli amminoacidi e di altri composti prebiotici in ambienti extraterrestri.

Da:

https://www.agi.it/scienza/news/2020-12-07/scoperta-sui-meteoriti-molecola-chiave-per-generare-la-vita-10580179/

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domenica 27 dicembre 2020

SEGNALI RADIO ANOMALI E...PROXIMA CENTAURI

 

                                                          Stella Proxima Centauri

Scienziati in cerca di alieni studiano segnale radio anomalo dalla stella Proxima Centauri

Come riporta il Guardian, la misteriosa emissione è stata rivelata grazie alle osservazioni condotte con il telescopio Parkes, in Australia, nei mesi di aprile e maggio 2019. Da allora gli esperti stanno analizzando la provenienza e le caratteristiche del segnale

I ricercatori del progetto Breakthrough Listen, impegnati in un'ampia ricerca di forme di vita extraterrestri, hanno rivelato uno strettissimo fascio di onde radio che sembra provenire dalla direzione di Proxima Centauri, la stella più vicina al Sole, una nana rossa a 4,2 anni luce dalla Terra. Come riporta il Guardian, la misteriosa emissione è stata rivelata grazie alle osservazioni condotte con il telescopio Parkes, in Australia, nei mesi di aprile e maggio 2019. Da allora gli esperti stanno studiando la provenienza e le caratteristiche del segnale, che ha fin da subito catturato l'attenzione dei "cacciatori di alieni" perché occupa una banda molto ristretta dello spettro radio, intorno 982 megaheartz, uno spazio apparentemente privo di segnali trasmessi da satelliti e veicoli spaziali creati dall'uomo.

"Il team di Breakthrough Listen ha rilevato diversi segnali insoliti e sta indagando attentamente. Questi segnali sono probabilmente interferenze che non possiamo ancora spiegare completamente. Sono attualmente in corso ulteriori analisi", commenta Pete Worden, direttore esecutivo di Breakthrough Initiatives, sottolineando che per saperne di più bisognerà attendere che il team di ricerca concluda i propri studi.

Anche l’astrofisico Amedeo Balbi dell’Università di Tor Vergata ha commentato su Twitter la notizia, trapelata in un articolo sul Guardian.

"In sintesi: c’è un segnale che ha passato una serie di test preliminari e che viene quindi considerato degno di ulteriori indagini. Il segnale, osservato nel 2019, sembra essere concentrato in una singola frequenza (982 MHz), caratteristica più tipica dei fenomeni artificiali che di quelli naturali. La cosa più probabile è che sia stato prodotto da attività umana non ancora identificata. Conosco i colleghi coinvolti nello studio e sono sicuro che stanno facendo le verifiche necessarie per capire l’origine del segnale, nel modo più rigoroso possibile", spiega l’astrofisico in diversi Tweet. "La mia previsione è che la pubblicazione degli articoli con i risultati dello studio (nei primi mesi del 2021) lascerà la questione aperta, e ci vorranno altre osservazioni e analisi per capire come stanno le cose. Ad ogni modo, è una faccenda da seguire con attenzione. Quanto scommetterei sul fatto che proprio il sistema planetario più vicino al nostro ospiti una civiltà tecnologica? Al momento, nemmeno un euro. Ma sarei felice di sbagliarmi!", conclude  Balbi.

Sebbene non sia abbastanza luminosa per essere vista ad occhio nudo, Proxima Centauri negli ultimi anni è stata oggetto di un intenso studio da parte degli astronomi. Stando alle ultime scoperte, la stella ha almeno due pianeti che le orbitano attorno. Uno è un gigante gassoso e l'altro, chiamato Proxima b, è un pianeta roccioso circa il 17% più massiccio della Terra, che si trova nella cosiddetta “zona abitabile”.

Tuttavia, come precisa la fonte, "questo non significa che l'acqua sia presente su Proxima b. Nonostante la sua posizione apparentemente accogliente, il pianeta potrebbe essere ostile alla vita".

Da:

https://tg24.sky.it/scienze/2020/12/21/segnale-radio-proxima-centauri

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giovedì 10 dicembre 2020

LA RADIAZIONE COSMICA DI FONDO E... I MESSAGGI NASCOSTI

 

                                              Credito: ParallelVision, Pixabay, 5651984

Un astrofisico dell’Osservatorio Sonneberg in Germania che lavora anche nell’ambito dell’iniziativa Breakthrough Listen, ha tentato di trovare le tracce, nella radiazione cosmica di fondo, di un eventuale creatore dell’universo ma, nello studio presentato per ora solo su arXiv, dichiara di non aver trovato alcuna traccia che possa essere riconducibile ad una entità intelligente. Tutto è nato nel 2005, come spiega Science alert, quando due fisici proposero che, se l’universo fosse stato davvero creato da un’entità intelligente, forse si potrebbero intercettare le sue tracce nella radiazione di fondo dell’universo, tracce diffusesi nel cosmo insieme alla luce quando fu “liberata” per la prima volta.

Che cos’è la radiazione cosmica di fondo

La radiazione cosmica a microonde è considerata come una “reliquia” dell’universo primordiale: è sostanzialmente una radiazione elettromagnetica omogenea, che si dirama praticamente in ogni direzione del nostro universo, e il cui picco di emissione è intercettabile nel campo delle microonde. È considerata la traccia della prima luce rilevabile nell’universo, traccia rilevabile ancora oggi. Fu scoperta ha casualmente nel 1964 e la sua scoperta è considerata come una delle prove più schiaccianti della teoria del big bang.

Studio del 2006: potrebbe esserci un messaggio binario

Secondo i due fisici Anthony Zee dell’Università della California e Stephen Hsu dell’Università dell’Oregon, autori del lavoro del 2006, nelle variazioni di temperatura della radiazione di fondo potrebbe essere presente una sorta di messaggio binario codificato.

L’esistenza di un messaggio del genere sarebbe la prova dell’esistenza di un essere superiore al cosmo stesso, probabilmente creatore dell’intero universo. Vorrebbe, inoltre dire, che l’universo stesso sarebbe stato creato intenzionalmente.

Tale messaggio codificato delle variazioni di temperatura di questa debole radiazione onnipresente sarebbe identico per tutti gli osservatori dell’intero universo e per tutto il tempo di esistenza dello stesso, secondo i due ricercatori.

Nuovo studio: due obiezioni iniziali

Ora l’astrofisico Michael Hippke ha tentato proprio di trovare questo codice nascosto ma ha rilevato subito dei problemi. Innanzitutto la radiazione di fondo si sta raffreddando: iniziò a propagarsi con una temperatura di 3000° kelvin, oggi ha una temperatura di 2,7° kelvin. Ciò significa che tra qualche miliardo di anni (molti miliardi, circa 10 duodecilioni di anni, ossia 1040 anni, secondo Hippke) questa stessa radiazione praticamente non sarà più rilevabile. Inoltre è improbabile che questa radiazione di fondo appaia sempre allo stesso modo a osservatori diversi in luoghi diversi dell’universo. Ad esempio noi, dalla Terra, non possiamo analizzare del tutto questa intera reazione perché la via Lattea crea notevoli disturbi.

Fluttuazioni di temperatura trasformate in bit

Anche soprassedendo a questi fattori chiave, il ricercatore ha comunque analizzato le fluttuazioni di temperatura della radiazione cosmica di fondo trasformandole in flussi di bit. In pratica ha assegnato un “1” ai residui di temperatura positivi e uno “0” a quelli negativi. Ne è risultata una sequenza di “0” e di “1”, una di quelle sequenze che nell’informatica possono indicare, ad esempio, un testo o un’immagine oppure semplicemente nulla. Alla fine non trovava alcun messaggio significativo (anche intercambiando gli “0” con gli “1”) concludendo che non esiste un messaggio codificato sotto forma di bit nella radiazione cosmica di fondo.

 

Risultati non indicano che non esiste un creatore

Ciò non vuol dire che non esista un creatore, cosa difficilmente dimostrabile, e neanche che non esista un messaggio in questa radiazione in quanto potremmo ancora non riuscire a capirlo. E questi risultati non intaccano neanche la teoria secondo la quale viviamo in una simulazione, come spiega Hippke nelle conclusioni dello studio.

In ogni caso la radiazione cosmica di fondo resta una delle tracce più incredibili che abbiamo trovato dell’universo primordiale e probabilmente molte altre cose avrà da raccontarci in futuro.

DA:

https://notiziescientifiche.it/scienziato-cerca-prove-di-un-creatore-nella-radiazione-cosmica-di-fondo-ecco-cosa-ha-trovato/

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giovedì 26 novembre 2020

LO SPAZIO PROFONDO E' PIU' DENSO DEL PREVISTO

 


Quanto è denso il vuoto dello Spazio?

Prosegue la manutenzione dell'unica antenna che può comunicare con la sonda Voyager 2, che intanto conferma che lo Spazio là fuori è più denso del previsto.  

Quando la sonda Voyager 2 è partita dalla Terra col suo messaggio per gli alieni era il 20 agosto del 1977: la TV era ancora in bianco e nero, il Presidente degli Stati Uniti era il magnate delle arachidi Jimmy Carter e buona parte della redazione di Focus andava ancora all'asilo. In tutti questi anni la sonda ha proseguito il suo viaggio e oggi si trova nello Spazio profondo, fuori dalla bolla del Sistema Solare, a 125 UA (unità astronomiche) dal nostro pianeta, cioè 125 volte la distanza tra la Terra e il Sole - che è di circa 150 milioni di chilometri.

LA LUNGA MARCIA

 Dopo aver superato Giove, Saturno e Urano, la Voyager 2 ha sorvolato Nettuno nell'agosto del 1989 (per la cronaca: il Presidente USA era il magnate del petrolio George W. Bush e noi della redazione andavamo al liceo). Una rapida puntata verso Tritone, una delle lune di Nettuno, e poi la sonda ha continuato il suo viaggio fino a uscire ufficialmente dal Sistema Solare. Oggi la sonda è così lontana dalla Terra che ogni segnale inviato o ricevuto ha un ritardo di oltre 17 ore. Che cosa usano i ricercatori per inviare segnali e istruzioni a un oggetto distante quasi 20 miliardi di km?

GRANDISSIME ANTENNE

Solo tre antenne sulla Terra sarebbero abbastanza grandi e potenti da poter consegnare e ricevere segnali dalla Voyager 2: sono dislocate in California, in Spagna e in Australia, e insieme formano il Deep Space Network (NASA). Ma per la posizione relativa della Terra e della sonda ormai solo una di queste antenne, quella di Canberra, in Australia, riesce a comunicare con la Voyager 2. Quella del Canberra Deep Space Communications Complex è un'antenna da oltre 70 metri di diametro: è però parte di un impianto vecchio di 50 anni attualmente in manutenzione. Il fermo, iniziato a marzo, dovrebbe terminare nel febbraio del 2021: in tutto questo tempo potremo ricevere segnali e dati scientifici, ma non inviare comandi o altre istruzioni (anche se un test dei nuovi trasmettitori è andato a buon fine).

DENSITÀ SPAZIALE

È di poche settimane fa l'ultima importante conferma che la sonda ha inviato a Terra: l'aumento della densità della materia interstellare al di fuori del Sistema Solare, già rilevato nel 2018 dalla sonda gemella Voyager 1. Questa della densità dello Spazio interstellare è stata una sorpresa: lo spazio, che contiene piccole quantità di protoni ed elettroni spinti dai venti stellari, dovrebbe essere sempre più "vuoto" a mano a mano che ci si allontana da una stella. Ma nel 2018 Voyager 1, dopo avere misurato 0,039 particelle per centimetro cubo quando si trovava ancora alla periferia del Sistema Solare, uscita definitivamente fuori dal dominio del Sole riportava una densità di circa 0,13 particelle per centimetro cubo. La variazione, confermata a fine ottobre dalle misure della Voyager 2, non ha al momento una spiegazione.

A MENO DI NON IPOTIZZARE QUALCOSA DI INVISIBILE…NON RILEVABILE, APPENA FUORI DAL SISTEMA SOLARE…(NDR MLR)…(?)

Da:

https://www.focus.it/scienza/spazio/voyager-spazio-profondo-materia-interstellare

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sabato 7 novembre 2020

VOYAGER 2 AND DEEP SPACE...

 


La Nasa ristabilisce il contatto con Voyager 2, è a 20 miliardi di chilometri dalla Terra

Gli ingegneri dell'agenzia spaziale statunitense avevano perso il collegamento a marzo con la navicella a causa di riparazioni e aggiornamenti dell'antenna.

Dialogo ristabilito. La sonda Voyager 2 della Nasa risponde dallo spazio interstellare, oltre il nostro sistema solare: i responsabili della missione le hanno inviato un segnale e la sonda ha confermato di aver ricevuto la "chiamata" ed ha eseguito i comandi senza problemi.

                           

Lanciata nel 1977, la sonda due anni fa ha lasciato il Sistema Solare e ora è a più 18,8 miliardi di chilometri dalla Terra. E' stata contattata per testare i nuovi componenti recentemente installati sulla Deep Space Station 43, l'unica antenna al mondo in grado di inviarle comandi. L'antenna si trova a Canberra, in Australia, e fa parte del Deep Space Network (Dsn) della Nasa, una rete di antenne radio utilizzate per comunicare con veicoli spaziali che operano oltre la Luna.

Da marzo scorso l'antenna non era operativa per un aggiornamento tecnico che ha riguardato una serie di apparecchiature, compresi due nuovi trasmettitori radio. Uno di questi, che viene utilizzato per comunicare con Voyager 2, non era stato sostituito da oltre 47 anni. Il Deep Space Network è costituito da tre antenne radio che si trovano a Canberra; Goldstone in California, e Madrid in Spagna. La posizione delle tre antenne garantisce che quasi tutti i veicoli spaziali con una linea di vista verso la Terra possano comunicare con almeno una delle strutture in qualsiasi momento. Voyager 2 è la rara eccezione. Per fare un sorvolo ravvicinato della luna di Nettuno Tritone nel 1989, la sonda ha sorvolato il polo nord del pianeta. Quella traiettoria l'ha deviata verso sud rispetto al piano dei pianeti, e da allora si è diretta in quella direzione. Ora è così a sud che non ha una linea di vista con le antenne radio nell'emisfero settentrionale. L'antenna di Canberra è l'unica parabola nell'emisfero australe che ha un trasmettitore abbastanza potente e che trasmette la giusta frequenza per inviare comandi alla sonda lontana. L'aggiornamento tecnico, secondo la Nasa, andrà a beneficio anche di altre missioni, incluso il rover Mars Perseverance, che dovrebbe atterrare sul pianeta rosso il 18 febbraio 2021 e la missione Artemis della Nasa che intende riportare l'uomo sulla Luna.


"L'aspetto unico di questo progetto - commenta Brad Arnold, responsabile del progetto Deep Space Network (DSN) presso il Jet Propulsion Lab della Nasa - è che stiamo lavorando a tutti i livelli dell'antenna, dal piedistallo fino ai sistemi che si estendono sopra il bordo. La comunicazione di prova con la sonda suggerisce che le trasmissioni sono in linea con il nostro lavoro". I trasmettitori non sono stati sostituiti negli ultimi 47 anni, e dovrebbero tornare online a febbraio 2021. Gli ingegneri hanno aggiornato il riscaldamento e il raffreddamento della sonda, le apparecchiature di alimentazione e i componenti elettronici necessari al funzionamento dei trasmettitori.

"L'antenna DSS43 è un sistema altamente specializzato - aggiunge Philip Baldwin, responsabile delle operazioni per il programma SCaN (Space Communications and Navigation) della NASA - ci sono solo altre due antenne simili nel mondo. Abbiamo deciso di effettuare questi aggiornamenti per garantire che l'antenna possa continuare a essere utilizzata per le missioni attuali e future". Anche quella verso Marte.

Da:

https://www.repubblica.it/scienze/2020/11/05/news/la_nasa_ristabilisce_il_contatto_con_voyager_e_a_20_miliardi_di_chilometri_dalla_terra-273219390/

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sabato 19 settembre 2020

LO STUDIO DEL SOLE...PER SCOPRIRE NUOVE... "TERRE"

 


Tre anni di Sole per scoprire una “Terra 2.0”

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

Un'immagine di LCST, il piccolo telescopio solare al quale è stato collegato HARPS-N per raccogliere i dati della nostra stella

Al fine di caratterizzare al meglio il rumore introdotto dall’attività stellare nelle misure di variazione della velocità radiale per la rilevazione di esopianeti, cinque anni fa lo spettrometro HARPS-N montato al Telescopio nazionale Galileo è stato equipaggiato con un piccolo telescopio solare dedicato. I dati acquisiti dal telescopio solare nel corso dei primi tre anni di osservazioni – raccolti ogni cinque minuti in tutte le giornate di cielo sereno – sono stati oggi resi pubblici e disponibili per chiunque.

Fra le tante tecniche messe a punto dagli astronomi per scoprire gli esopianeti – vale a dire, mondi al di fuori del Sistema solare – un posto d’onore spetta senza dubbio alla cosiddetta “misurazione della velocità radiale”: è stato infatti questo il metodo che, un quarto di secolo fa, per primo ha consentito di rilevare con successo un pianeta attorno a una stella simile al Sole – scoperta che è valsa, nel 2019, il Premio Nobel per la Fisica a Michel Mayor e Didier Queloz. Tecnica ancora oggi ampiamente utilizzata, la misurazione della velocità radiale delle stelle è prossima ai limiti delle sue possibilità quando si ricercano piccoli pianeti come altre “Terre”. Le perturbazioni indotte dalle stelle stesse possono infatti vanificare gli enormi progressi nella realizzazione di nuovi strumenti in grado di rilevare i loro debolissimi segnali.

Per capire quanto queste perturbazioni possano rendere difficoltose le misure, basti pensare alla stella a noi più vicina: il Sole. La superficie visibile del Sole ribolle di milioni di sacche di gas che si innalzano e sprofondano, con una conformazione che cambia ogni pochi minuti. Ribollio che viene talvolta bloccato dai campi magnetici che circondano le macchie solari, le quali a loro volta fermano la luce, e cambiano velocità man mano che il Sole ruota sul suo asse, con un periodo di circa un mese. Tutti questi fenomeni variano poi ulteriormente nel tempo insieme al livello generale di attività della nostra stella, che si intensifica e si attenua con il ciclo di 11 anni delle macchie solari.

Ora, la tecnica della velocità radiale si basa, ricordiamo, sulla misurazione di perturbazioni provocate dall’attrazione gravitazionale dei pianeti sul segnale proveniente dalle stelle. Ebbene, tutti i processi qui sopra descritti alterano la velocità apparente del Sole con un’intensità centinaia di volte superiore al segnale prodotto dalla presenza di un pianeta come la Terra. Si tratta di processi che, per essere compresi al punto da poter poi applicare ad altre stelle tecniche in grado di mitigarne gli effetti sulle misure, e dunque per consentire di raggiungere l’obiettivo a lungo termine della ricerca di vita su mondi alieni, richiedono dati di qualità eccezionale.

 Per ottenere questi dati, cinque anni fa un gruppo internazionale di scienziati dello Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics (Usa) e dell'Università di Ginevra (Svizzera) ha costruito un telescopio solare a basso costo, LCST (acronimo di low-cost solar telescope), e lo ha collegato allo spettrografo HARPS-N, lo strumento all’epoca più preciso per scoprire esopianeti. Il gruppo ha iniziato le osservazioni il 18 luglio del 2015, e da allora – avvalendosi della struttura del Telescopio Nazionale Galileo (TNG) dell’INAF, a La Palma (Isole Canarie, Spagna) – ha registrato, in tutte le giornate con il cielo sereno, dati solari ogni cinque minuti.

«La scelta di costruire uno strumento semplice e robusto per osservare il Sole è stata ampiamente ricompensata dal catalogo di dati ricco e unico che LCST, accoppiato a HARPS-N, ci ha permesso di ottenere», dice David Phillips, ricercatore allo Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics. Questi dati hanno già portato alla pubblicazione di studi sui processi fisici che guidano le variazioni intrinseche della velocità radiale stellare. Tuttavia, per raggiungere e superare la precisione necessaria all’individuazione di altre Terre servirà una collaborazione aperta, internazionale e interdisciplinare. Ed è con questo spirito che il gruppo annuncia oggi la condivisione pubblica dei dati raccolti nei primi tre anni.

«Si tratta di un insieme di dati senza precedenti in termini di precisione e dimensione del campione», spiega Xavier Dumusque, ricercatore all'Università di Ginevra (Svizzera), «e sono convinto che aiuteranno la comunità nel difficile percorso verso il rilevamento della Terra 2.0». «L’accoppiata HARPS-N e LCST rende il Telescopio Nazionale Galileo una struttura che opera non solo ogni notte, ma anche tutti i giorni dell’anno», conclude con soddisfazione il direttore del TNG, Ennio Poretti dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, «producendo un flusso di dati davvero continuo verso la comunità scientifica mondiale».

Da:

https://www.lescienze.it/news/2020/09/07/news/tre_anni_di_sole_per_scoprire_una_terra_2_0_-4791651/?fbclid=IwAR1s2qBI1ygVrx4eb0hWjd11lVhAD6pNJZoaIfc7l9MmVHlMITa5ucLqzCY

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LA VERA "GENESI" DELL'UOMO E' COME CI HANNO SEMPRE RACCONTATO? OPPURE E' UNA STORIA COMPLETAMENTE DIVERSA?

"L'UOMO KOSMICO", TEORIA DI UN'EVOLUZIONE NON RICONOSCIUTA"
" IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: LA VERA GENESI DELL'HOMO SAPIENS"
DI MARCO LA ROSA
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