IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

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GdM

domenica 9 ottobre 2016

IL PRINCIPIO DELL'IMMORTALITA': ALTRI STUDI E ...



SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Se la durata della vita ha un limite invalicabile…

Esiste probabilmente un limite massimo alla longevità degli esseri umani: è quanto emerge da una nuova analisi dei dati demografici mondiali. Anche se la speranza di vita alla nascita aumenta, pur con un tasso decisamente inferiore al passato, le statistiche dell'età alla morte dei principali paesi indicano che l'età massima non aumenta più da molti anni. Jeanne Calment, morta nel 1997 a 122 anni, ha stabilito un primato di longevità che difficilmente potrà essere infranto. L'età massima documentata per un essere umano è di 122 anni, ed è improbabile che questo primato possa essere infranto, perché la durata della vita potrebbe avere un limite naturale invalicabile. È questa la conclusione di un'analisi demografica globale pubblicata sulla rivista “Nature” da Xiao Dong, Brandon Milholland e Jan Vijg dell'Albert Einstein College of Medicine di New York. Tra gli aspetti più rilevanti emersi dalle statistiche sanitarie dell'ultimo secolo è l'aumento costante della speranza di vita, un parametro che indica il numero medio di anni che un individuo di una certa popolazione può aspettarsi di vivere in media a partire da una certa età, e l'età massima registrata per ogni nazione. Questo miglioramento è stato il frutto delle migliorate condizioni di vita e alla diffusione del benessere, dei progressi nella medicina e delle cure sanitarie, nonché alla diminuzione della mortalità evitabile, per esempio di neonati e bambini entro i cinque anni. Tuttavia, benché speranza di vita e longevità - definita come il limite massimo di durata della vita - siano parametri collegati, il legame è spesso poco intuitivo: l'aumento della speranza di vita alla nascita, dovuto per esempio a una diminuzione della mortalità neonatale, non produce di per sé un aumento della longevità della popolazione.

Jeanne Calment durante il festeggiamento del suo 120mo compleanno (BORIS HORVAT/AFP/Getty Images)

Ma quanto a lungo può vivere un essere umano? Non è facile rispondere: sulla base dei soli dati statistici, non è possibile fare una previsione matematica. Alcuni autori tuttavia si sono spinti a prevedere che i progressi tecnologici futuri, molti dei quali non ancora noti, continueranno a far diminuire la mortalità, contribuendo a far aumentare sia la speranza di vita sia la longevità. L'altro dato che emerge con forza dalle statistiche è che negli ultimi anni il tasso di aumento della speranza di vita e della longevità è diminuito, e soprattutto, non ci sono segni di miglioramento dopo i 100 anni. Vijg e colleghi hanno analizzato lo Human Mortality Database, che raccoglie i dati demografici mondiali su iniziativa dell'Università della California a Berkeley, negli Stati Uniti, in collaborazione con il Max-Planck-Institut di Rostock, in Germania. Dalle statistiche emerge che nella maggior parte dei paesi con dati affidabili i miglioramenti più evidenti nella sopravvivenza dei gruppi di età più elevata hanno raggiunto un picco negli anni ottanta, e da allora non ci sono state variazioni. Gli autori si sono poi concentrati sulle età massime di sopravvivenza in Francia, Giappone e Regno Unito e Stati Uniti, riportate sull'International Database on Longevity, un altro progetto demografico del Max-Planck-Institut. L'analisi ha rivelato che l'età alla morte ha raggiunto un plateau prima della scomparsa di Jeanne Calment, la persona più longeva mai esistita, avvenuta nel 1997. Gli autori suggeriscono che questo potrebbe rappresentare un limite naturale alla longevità umana: secondo il loro modello, infatti, la probabilità che, in un dato anno, una persona possa superare i 125 anni è inferiore a una su 10.000. In parole povere, il valore medio dell'età alla morte aumenta perché molte più persone arrivano alla vecchiaia, ma il suo valore massimo non cambia. In conclusione, è probabile che la vita degli esseri umani abbia un valore di soglia che non potrà essere superato. “Come gli autori sottolineano giustamente, l'idea di un limite naturale alla vita non implica che quel limite sia una conseguenza diretta di qualche programma genetico che causa sia l'invecchiamento sia la morte”, ha scritto Jay Olshansky nell'articolo di commento pubblicato su “Nature”. “Ciò significa che non esiste un limite fissato oltre il quale gli esseri umani non possono vivere, anche se esistono limiti alla durata della vita imposti da altri fattori”. Detto in altri termini, i programmi genetici riguardano crescita, sviluppo, maturazione e riproduzione, e sono il frutto di 3,7 miliardi di anni di evoluzione della vita: l'invecchiamento è solo un effetto collaterale.

Da:

http://www.lescienze.it/news/2016/10/06/news/invecchiamento_limite_vita_umana-3262791/

PER APPROFONDIMENTO LEGGI:





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mercoledì 5 ottobre 2016

ARIA AL "PLUTONIO"



SEGNALATO DAL DR. GIORGIO PATTERA (BIOLOGO)

da:

Le prove atomiche di fissione (190 Mt) hanno immesso nell'atmosfera mondiale, ridotte a invisibile pulviscolo di nanoparticelle tutt'ora sospeso per aria, circa 84 tonnellate di uranio e 49 tonnellate di plutonio non consumato delle cariche per un totale di 138 tonnellate disperse in aggiunta alle circa 10,8 tonnellate di prodotti di fissione, essi quasi in toto sedimentati. [Stando al rateo Cs137/Sr90 di 1,65 delle ricadute mondiali, 95 Mt sono stati compiuti con cariche con U235 e 95 Mt con cariche al Pu239. Per via del rendimento di fissione medio del 6% degli ordigni al U235 e del 10% degli ordigni al Pu239, 83,91 t di U235 non consumato e 49,02 t di Pu239 non consumato sono state pertanto immesse nell'atmosfera dalle prove atomiche di fissione.] Questi ordigni di fissione, che non appena compiuta la loro mansione esplosiva di distruzione locale tramutano ipso facto la parte non consumata della carica in innumerevoli galleggianti ed ubiquitarie sotto-munizioni radiotossiche respirabili, hanno insieme disseminato un equivalente durevole di 10 mila miliardi di Sievert per inalazione (ovviamente oscurati negli inventari ufficiali della UNSCEAR) distribuiti con un tasso medio di 650,45 nSv al m3 d'aria in uno strato atmosferico di 30 km di alto con volume di 1,54E19 m3. [((4/3)*3,14159*((6371000+30000)3-(63710003))) = 1,54E19 m3. 1,00E13 Sv/1,54E19 m3 = 6,50E-7 Sv/m3.]

50 anni di respiro:

In 50 anni ognuno di noi respira intorno ai 405,4 mila m3 d'aria [487 tonnellate] e, secondo i parametri di radiotossicità della ICRP, assorbe una dose di 263,7 mSv per via di questa contaminazione aerea durevole ereditata dalle prove atomiche atmosferiche di fissione di 650,45 nSv al m3. [50 anni * 365,25 g * 22,2 m3/g * 6,50E-7 Sv/m3 = 263,7 mSv.] Secondo la ICRP (Commissione radiologica internazionale) l'assorbimento di 263,7 mSv innalza il rischio individuale di tumore mortale al 1,45% e induce 1 caso fatale ogni 69 persone che hanno sofferto questa medesima dose ionizzante. [0,264 Sv * 5,5% fattore di rischio per Sv = 1,45%.] Per una popolazione storica di 12 miliardi che ha senza scampo assorbito questa dose è purtroppo lecito aspettare 174 milioni di vittime. [0,264 Sv * 5,5% fattore di rischio per Sv * 1,20E10 popolazione = 174 milioni di vittime.] Secondo invece la MSK (Mancuso, Stewart & Kneale) l'assorbimento di questi stessi 263,7 mSv innalza il rischio individuale di tumore mortale al 15,82% e induce 1 caso fatale ogni 6 persone che hanno incorporato questa medesima dose interna. [0,264 Sv * 60% fattore di rischio per Sv = 15,82%.] Per una popolazione storica di 12 miliardi che ha assorbito questa dose il numero di vittime preventivate è di 1,9 miliardo. [0,264 Sv * 60% fattore di rischio per Sv * 1,20E10 popolazione = 1,9 miliardo di vittime.] [(95000 Kt * 56,38 gr/Kt) = 5,356E6 gr di U235 fissionati/6% rendimento di fissione = 8,926E7 gr di U235 “imbarcati” e 8,391E7 gr non consumati.] [(95000 Kt * 57,34 gr/Kt) = 5,447E7 gr di Pu239 fissionati/10% rendimento di fissione = 5,447E7 gr di Pu239 “imbarcati” e 4,902E7 gr non consumati.]



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sabato 1 ottobre 2016

NEUROGENESI, MEMORIA ED INVECCHIAMENTO: IL RUOLO FONDAMENTALE DELL'IPPOCAMPO



SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Nuovi neuroni, memoria e invecchiamento: la connessione è nell'ippocampo

La nascita di nuovi neuroni nella regione cerebrale dell'ippocampo è cruciale per la qualità e la precisione della memoria, ma altrettanto importante è la loro integrazione nei circuiti cerebrali. Uno studio ha ora scoperto il meccanismo che li favorisce nella competizione con i neuroni più vecchi, aprendo la strada, in prospettiva, a nuovi interventi per i problemi di memoria legati all'età. L'ippocampo, la struttura cerebrale situata nel lobo temporale - così chiamata perché la sua forma ricorda un cavalluccio marino - si distingue dalle altre regioni del cervello per una particolarità: è lì che si generano nuovi neuroni per tutta la vita dell'individuo. Per sopravvivere e funzionare correttamente, i neuroni di nuova formazione devono però competere con quelli vecchi. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Neuron” da un gruppo di ricercatori dell'Harvard Stem Cell Institute (HSCI), del Broad Institute of Harvard e del Massachusetts General Hospital ha ora chiarito i meccanismi che consentono ai nuovi neuroni di avere un certo vantaggio sui concorrenti.
“Nell'ippocampo si formano nuovi ricordi sul 'che cosa, quando e dove', quelli che ci permettono di orientarci e muoverci nella realtà", ha spiegato Amar Sahay, coautore dello studio. "E la neurogenesi, cioè la formazione di nuovi neuroni a partire dalle cellule staminali, è decisiva per mantenere questi ricordi separati”.

Foto: nuovi neuroni (in rosa) e vecchi neuroni (in verde) nell'ipocampo (Cortesia Kathleen McAvoy).

Via via che il cervello matura, infatti, le connessioni tra i neuroni più vecchi diventano più forti, più numerose e più ramificate, rendendo difficoltosa l'integrazione di nuovi neuroni. Le staminali neurali, inoltre, con il passare del tempo diventano meno produttive, determinando un declino della neurogenesi. È per questo che il cervello che invecchia diventa sempre meno efficiente nel mantenere separati i ricordi e sempre meno affidabile nel recuperarli. La molecola chiave per la competizione tra vecchi e nuovi neuroni è un fattore di trascrizione, denominato Klf9, come hanno scoperto gli autori grazie a una sperimentazione sui topi. Quando hanno stimolato la sovraespressione  di Klf9 nei neuroni maturi, infatti, questi hanno eliminato più del 20 per cento delle proprie spine dendritiche, incrementando di due volte il numero di nuovi neuroni in grado di integrarsi nei circuiti dell'ippocampo e infine attivando le cellule staminali neurali. Facendo invece tornare l'espressione di Klf9 su valori normali, le vecchie spine dendritiche si sono riformate, ristabilendo la competizione. L'integrazione di nuovi neuroni ha una stretta connessione con la capacità di memoria. Per codificare ciascun ricordo, infatti, l'ippocampo attiva due diverse popolazioni di neuroni in un processo chiamato separazione di schema (pattern separation). I ricercatori ritengono che quando tra queste due popolazioni c'è una parziale sovrapposizione, per il soggetto è più difficile distinguere tra ricordi simili che si sono formati in contesti differenti. Coerentemente con questo modello, i topi dello studio con una neurogenesi incrementata avevano anche una minore sovrapposizione tra diverse popolazioni di neuroni e mostravano di avere una memoria più precisa, anche nell'età adulta e nella vecchiaia. Gli autori ritengono che questi risultati potrebbero essere particolarmente utili, in prospettiva, per i soggetti che soffrono di disturbo post traumatico da stress o di problemi di memoria legati all'invecchiamento.

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lunedì 26 settembre 2016

OOPART: L’ENIGMA DEL MANUFATTO IN ALLUMINIO PROVENIENTE DAL PLEISTOCENE


Nel 1974, ad un paio di chilometri dalla città di Aiud, Romania, nel corso di uno scavo sulle rive del fiume Mures, un gruppo di operai edili incappò in alcuni fossili di mastodonti. Accanto ai fossili, i lavoratori trovarono anche uno strano oggetto, un misterioso manufatto in metallo. Ecco la controversa storia del cosiddetto manufatto di Aiud.
 A circa 10 m di profondità, i lavoratori trovarono alcuni fossili di mastodonti, vissuti durante il pleistocene, più un misterioso oggetto metallico ricoperto da uno strato di ossido di alluminio. In un primo momento, il reperto sembrava essere un semplice roccia, ma dopo aver rimosso la spessa crosta di sabbia dalla superficie, gli operai intuirono che non poteva trattarsi di un oggetto naturale, piuttosto quanto qualcosa si prodotto artificialmente, dato che aveva delle caratteristiche molto precise.


L’oggetto, dal peso di circa 5 kg, presentava una lunghezza di 20,2 cm, una larghezza di 12,7 cm e uno spessore di 7 cm, con una depressione circolare al centro dal diametro di circa 4 cm. Un altro piccolo foro del diametro di circa 1,7 cm, si presentava su uno dei lati dell’oggetto perpendicolarmente alla depressione centrale. Infine, due lembi sporgenti sembravano aver ospitato una specie di cardine. Gli operai portarono il manufatto al Museo di Storia della Transilvania, dove fu posto in un deposito rimanendo dimenticato per quasi 20 anni, senza che nessuno avesse mai pensato di compiere delle analisi. Finché, nel 1995, non fu “riscoperto” e sottoposto ad approfondite analisi. I primi esami chimici per determinarne la composizione furono eseguiti in due laboratori distinti: quello dell’Istituto Archeologico di Cluj-Napoca, e uno a Losanna, in Svizzera. Entrambe le strutture giunsero a conclusioni analoghe: l’oggetto risultava composto principalmente di alluminio (89%), più altri 11 metalli minori. I ricercatori rimasero un po’ sconcertati dai risultati delle analisi, dato che l’alluminio allo stato puro non si trova in natura (viene estratto dalla bauxite), e la tecnologia necessaria per creare qualcosa di così puro è diventata disponibile solo a partire dalla metà del 19° secolo. Per la produzione dell’alluminio è necessario un complicato processo industriale di elettrolisi e temperature superioei ai 900° C. La datazione del sottile strato esterno di ossidazione che copriva il blocco di alluminio restituiva una data di 400 anni. Tuttavia, lo strato geologico in cui fu trovato l’oggetto corrispondeva all’era del Pleistocene, circa 20 mila anni fa. Un nuova analisi metallurgica fu compiuta successivamente dal dottor Florin Gheorghita, presso l’Istituto per lo Studio del Metalli e di Minerali Non Metalliferi, con sede a Magurele, Romania. L’esame rivelò che l’oggetto è composto da una lega di metallo estremamente complessa. Si riscontrarono 12 elementi diversi, di cui Gheorghita è riuscito a stabilire anche le percentuali:

alluminio (88,1%), rame (6,2%), silicio (2,84 %), zinco (1,81%), piombo (0,41%), stagno (0,33%), zirconio (0,2%), cadmio (0,11%), nichel (0,0024%), cobalto (0,0023%), di bismuto (0,0003%), argento (0,0002%) e gallio (in tracce).

Dunque, di cosa si tratta?

Come riporta la versione inglese di Epoch Time, nonostante si sia ottenuta la precisa composizione chimica dell’oggetto, la comunità scientifica non si è espressa sulla natura, quindi il reperto di Aiud rimane un enigma. Tuttavia, alcuni ricercatori sono convinti che si tratti di un oggetto artificiale, parte di uno strumento più grande prodotto da una civiltà antica perduta che era riuscita a produrre alluminio di notevole purezza centinaia, o addirittura migliaia, di anni prima rispetto all’epoca moderna, mentre i Teorici degli Antichi Astronauti si arrischiano a suggerire che si tratti addirittura di un componente di un antico velivolo spaziale.


La forma, infatti, ricorderebbe quella di un supporto di un modulo di esplorazione spaziale, simile alla parte finale della sonda Viking o del modulo lunare delle missioni Apollo. Secondo questa ipotesi, l’oggetto sarebbe parte di una sonda aliena staccatosi a seguito di un atterraggio piuttosto violento. In entrambi i casi, sia l’analisi dello strato esterno di ossidazione che lo strato geologico in cui è stato trovato non riescono a spiegare adeguatamente come un oggetto tecnologicamente così avanzato sia potuto esistere in un’epoca così remota.

DA:


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mercoledì 21 settembre 2016

Le proteine disordinate: cade (ufficialmente ?) un dogma della biologia… …in realtà già caduto da un pezzo …



SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Questa “evidente” anomalia ha retto per un secolo e più, ed è la forma che conferisce alle proteine le loro funzioni. Ora, rileva Nature, è stato definitivamente infranto.

Le proteine sono catene (macromolecole, le chiamano i chimici) costituite da lunghe sequenze di 21 diversi tipi di amminoacidi (i singoli anelli). Le proteine sono le “molecole della vita”, le operaie della biologia: assolvono a tutti gli infiniti compiti necessari a far quella fabbrica biologica che è la cellula. Gli enzimi, per esempio, sono proteine capaci di accelerare di milioni di volte la velocità di una reazione chimica. Le immunoglobuline, invece, sono proteine capaci di riconoscere e legarsi a un “corpo estraneo”. Le proteine di trasporto, per esempio, fanno da taxi a molte altre molecole. E quelle strutturali, costituiscono l’impalcatura di molte componenti biologiche. Ebbene, il dogma – uno dei due grandi dogmi, ormai un po’ ammaccati, della biologia – è che la funzione di ogni proteina è strettamente associata alla sua struttura. Ovvero alla forma che assume in quello spazio tridimensionale particolare che è l’ambiente cellulare. Questo dogma è vecchio di almeno un secolo. Da quando, cioè, pur non conoscendone ancora l’intima natura chimica, Hermann Emil Fischer ipotizzò il meccanismo «toppa-chiave».

“Hermann Emil Fischer (Euskirchen, 9 ottobre 1852 – Berlino, 15 luglio 1919) è stato un chimico tedesco, fra i principali fautori al progresso della Biochimica e della Chimica organica classica. Tra i suoi più importanti contributi alla chimica ci sono la determinazione della struttura del glucosio, la “sintesi dell’indolo” (Indolsynthese) di Fischer (1883) e la formulazione del “principio della serratura” Key-lock principle -1894, l'idea di base è che ci sono diverse sostanze che devono essere assemblate in un determinato modo, come la chiave con la serratura; un esempio è dato dall'insieme enzima-substrato”.

La funzione di una proteina che accelera, per esempio, una reazione dell’acqua è associata alla capacità di formare uno stampo negativo tridimensionale (la toppa) della forma tridimensionale che ha l’acqua (la chiave). Questa struttura è rigida e precisa. Senza questa struttura tridimensionale la proteina non ha alcuna funzione. Per un secolo e più questo dogma ha funzionato. I biochimici hanno ricostruito, con brillanti e solidissimi lavori di cristallografia, le strutture tridimensionali funzionali di tutte le proteine note. Fino ad assumere che non poteva esserci proteina senza una funzione e che non ci poteva essere funzione senza struttura tridimensionale rigida. Ma è come aver cercato – è il caso di dirlo – la chiave smarrita sotto il lampione, solo perché lì c’è la luce. La cristallografia consente di rilevare proteine funzionali solo se hanno una rigida forma. Così si sono studiate solo proteine con una struttura rigida. Pensando che fossero le uniche possibili. Ora questo dogma, rileva Nature nel suo ultimo numero, è stato definitivamente infranto. Nel corso degli ultimi anni sono emerse evidenze che ci sono molte “proteine disordinate”, che hanno capacità funzionali pari a quelle delle “strutturate”, sebbene non assumano nell’ambiente cellulare una forma rigida. Queste proteine – ha dimostrato un giovane postdoc, Kenji Sugase, collaboratore di Peter Wright, tra i pionieri dello studio delle proteine disordinate allo Scripps Research Institute di La Jolla, in California, sembrano agire come una “toppa intelligente”. Ovvero scoprono la chiave cui sono interessate e vi si conformano, assumendo la struttura della toppa più adatta. I biochimici hanno classificato, a tutt’oggi, 600 proteine disordinate dotate di funzioni. Appena l’1% delle proteine note. Ma si dicono convinti che esse costituiscano almeno un quarto dell’universo proteico. E che le troveremo non appena ci allontaneremo dal lampione e inizieremo a cercarle, con sistematicità, dove il mondo magari è al buio ma brulica di attività.

Se hanno ragione, ancora una volta la biologia studiata a livello molecolare ci insegna che l’universo della vita non si lascia irreggimentare in schemi fissi, ma ha le sue principale caratteristiche nella diversità. La vita non si lascia chiudere in locali angusti, ma ama esplorare tutto lo spazio delle possibilità.

da:

COMMENTO ALLA NOTIZIA:

Come molto spesso accade, il sensazionalismo cerca di impressionare sempre coloro che non sono costantemente informati o non precisamente padroni della materia sulla quale si discute. Questo è uno dei casi. Vi potrei annoiare con numerosi ed esaustivi esempi per “informarvi” che questa è una “non notizia” oppure una cosa ormai risaputa ed un pochino … “scomoda”…

…ma preferisco dirvi che se vorrete, potrete leggere un esaustivo capitolo, proprio su questo argomento, nel mio ultimo libro (scritto a quattro mani  insieme con il Dr. Giorgio Pattera) dal titolo: IL PRINCIPIO DELL’IMMORTALITA’, neo-eso-biologia, il capitolo è il n. 26 e titola: “Tutto questo è strettamente correlato al vincolo planetario?” da pag. 90 a pag. 97.

…per chi vuole: Buona Lettura.

Marco La Rosa







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venerdì 16 settembre 2016

CELLULE STAMINALI E MEDICINA RIGENERATIVA: UN SOGNO REALIZZABILE ?


SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

A Milano la prima riparazione dei bronchi con cellule staminali.

L’Italia si è aggiudicata un altro primato: in un quarantenne colpito da un tumore polmonare è stata ottenuta la completa guarigione di una fistola bronchiale. Lo studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, è stato condotto dall’Ieo (Istituto Europeo di Oncologia) con l’ateneo Statale e la Cell Factory della Fondazione Policlinico di Milano. Si tratta del “primo caso mai realizzato di riparazione del tessuto bronchiale con staminali – spiegano i medici – che decreta in modo definitivo il passaggio dal laboratorio alla clinica di queste cellule studiate ovunque nel mondo per il loro potere di rigenerarsi nei tessuti in cui sono trasferite”.

Di seguito la spiegazione tecnica di quanto realizzato ma prima una doverosa premessa:

In questo particolare tipo di trapianto sono state usate cellule staminali MESENCHIMALI:

“Una cellula staminale mesenchimale (CSM; in inglese: MSC, Mesenchymal stem cell) è un tipo di cellula staminale adulta, immatura e indifferenziata. Le cellule staminali mesenchimali hanno origine dal mesoderma, il foglietto embrionale della blastocisti tra ectoderma e endoderma. Questo foglietto genera linee tessutali per lo più connettivali: a differenza delle cellule staminali embrionali, fetali o della placenta, questo tipo cellulare, essendo in una fase adulta, non è totipotente (ossia generatore di tutte le linee cellulari del corpo) ma pluri/multipotente, ossia può solo generare tipi di cellule connettivali e non altri tessuti di diversa derivazione embrionale (come neuroni od epiteli)”.

 “Abbiamo prelevato cellule staminali adulte mesenchimali dal midollo osseo del paziente – illustra Petrella – un giovane di 42 anni sottoposto all’asportazione del polmone destro per mesotelioma pleurico”, tumore noto alle cronache per i suoi legami con l’esposizione alle fibre d’amianto. “Le abbiamo espanse e poi inoculate tramite una metodica mininvasiva, la broncoscopia flessibile, nell’area del bronco dove si era creata una fistola post-chirurgica, una sorta di ferita aperta tra il bronco e il cavo pleurico, dovuta alla mancata cicatrizzazione fisiologica che normalmente avviene dopo la chirurgia. La metodica si è rivelata efficace nello stimolare la cicatrizzazione del bronco, evitando così altri interventi invalidanti. Oggi, a 8 mesi dal trapianto di staminali, il paziente sta bene e non ha avuto recidive”.

“Per quanto a oggi conosciamo sulle cellule staminali mesenchimali – continua Petrella – sappiamo che sono in grado di migrare ed attecchire nelle aree di infiammazione e di danno ai tessuti. Una volta impiantate nel sito bersaglio da curare, nel nostro caso la fistola bronchiale, le staminali mesenchimali hanno la capacità di instaurare un contatto con il microambiente cellulare circostante, fenomeno definito in termini tecnici “cross-talk”, che consente un processo di riparazione e/o rigenerazione, con graduale ripristino delle funzioni danneggiate”.


Fino ad oggi la chirurgia del settore  è intervenuta su pazienti già debilitati  a seguito della chirurgia con tecniche invalidanti che non sempre regalano una certa qualità della vita. Avere dimostrato che le cellule staminali adulte possono determinare una riparazione naturale, oltre che un contributo notevole nelle tecniche di trapianto del tronco e della trachea è una vittoria senza precedenti, considerando che il trapianto con cellule staminali non crea rigetto. Ma questo è solo un punto di partenza considerando che il nuovo obiettivo dei ricercatori è quello di affermare tale innovazione scientifica nell’ambito della pratica clinica.

Non sarà un iter breve perché serviranno ulteriori approfondimenti e protocolli sperimentali prima che la pratica prenda piede, diventando un modello da seguire e con l’intenzione di espandere la tecnica appena utilizzata anche su altri distretti anatomici.

Da:

http://www.meteoweb.eu/2015/01/cellule-staminali-medicina-rigenerativa-sogno-si-realizza/378848/

PER APPROFONDIMENTO LEGGI:






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martedì 13 settembre 2016

I MISTERI DI PARMA: STORIE INSOLITE E SCONOSCIUTE DELLE TERRE PARMENSI


I MISTERI DI PARMA – VOLUME SECONDO

STORIE INSOLITE E SCONOSCIUTE DELLE TERRE PARMENSI…





Dalla presentazione di Marco La Rosa del 5 Settembre 2016 alle Librerie Feltrinelli di Parma…


“…DUNQUE STORIE CHE CONTENGONO OLTRE “IL MISTERO”, PERSONAGGI CONOSCIUTI , POCO CONOSCIUTI ED ADDIRITTURA SCONOSCIUTI AI PIU’. CONTIENE LA PREISTORIA, LA STORIA, L’ARCHEOLOGIA E L’ARTE NELLE SUE PIU’ VARIE FORME. E’ DUNQUE UN CONDENSATO DI QUESTA TERRA CHE CALPESTIAMO TUTTI I GIORNI, QUASI SEMPRE IGNARI DI CIO’ CHE E’ STATO PRIMA DI NOI. E’ IL SUCCO DI UN’INDENTITA’ CULTURALE, PASSATEMI LA CITAZIONE: “CHE SI STA PERDENDO COME LACRIME NELLA PIOGGIA”, E QUESTO…LO POSSIAMO CONSTATARE PIAN PIANO QUOTIDIANAMENTE. QUESTE STORIE, ANCHE INTROSPETTIVE NELLE QUALI PERSONALMENTE MI SONO SPECCHIATO, LO DEVO AMMETTERE, MI HANNO COINVOLTO EMOTIVAMENTE, E MOLTE VOLTE, HANNO RIEVOCATO  “SENSAZIONI OLTRE CHE RICORDI”, AD ESEMPIO DI RAGAZZO QUANDO IN ESTATE FACEVO LUNGHE CAMMINATE SUL NOSTRO APPENNINO…HO RIPERCORSO QUEI LUOGHI COME SE CI FOSSI DENTRO…MA QUESTA VOLTA …HO VISTO E SENTITO CIO’ CHE IN PRECEDENZA NON AVEVO NOTATO… E NON SOLO…QUESTO LIBRO (QUESTI DUE LIBRI) SONO DUNQUE COME L’AMPOLLA CHE RACCOGLIE LE NOSTRE LACRIME, LA NOSTRA IDENTITA’. PERCHE’ PER SCRIVERE UN LIBRO, CHE SIA UN SAGGIO O UN ROMANZO, BISOGNA NECESSARIAMENTE SCRIVERE DI SE STESSI E A SE STESSI, COME IN UN DIARIO. BISOGNA NECESSARIAMENTE RINUNCIARE A QUELLA PRIVACY CHE CI RENDE “ASETTICI” ED “IMPERMEABILI” AGLI ALTRI, SE NON LI FACCIAMO ENTRARE DENTRO …NON CI LEGGERANNO MAI E MAI ACQUISIRANNO CIO’ VOGLIAMO TRASMETTERE…”



Il Saggio di Stefano Panizza è “sorretto” da una narrazione scorrevole e piacevolmente romanzata, non mancano DUNQUE tratti introspettivi che rivelano sicuramente una buona dote letteraria. Questo fa si che il lettore si appassioni… insomma voglia assolutamente vedere come vanno a finire le numerose vicende narrate che però, in molti frangenti, sono lasciate… incomplete? Forse il termine non è appropriato, infatti l’autore ha volutamente conservato “qualcosa” per un’altra volta … un altro libro… ma invita (anche) espressamente il lettore ad andarsi a cercare, zaino in spalla, ciò che manca o ciò che desidera…