IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

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LA NUOVA CONOSCENZA

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GdM

martedì 9 luglio 2019

CATALHOYUK: MISTERO E...ATTUALITA'



Una città di 9000 anni fa che aveva i problemi urbani moderni: ambiente, sovraffollamento, violenza.

Nell’antica Çatalhöyük I bioarcheologi hanno scoperto le origini della nostra vita odierna

Lo studio “Bioarchaeology of Neolithic Çatalhöyük reveals fundamental transitions in health, mobility, and lifestyle in early farmers”, pubblicato su  Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da un team internazionale di ricercatori guidato dall’antropologo Clark Spencer Larsen dell’Ohio State University, ha rivelato nuove scoperte fatte nelle antiche rovine di Çatalhöyük, nella moderna Turchia.



 I bioarcheologi dicono che « risultati dipingono un quadro di come gli esseri umani siano passati da uno stile di vita nomade, da quello della caccia e della raccolta, a una vita più sedentaria costruita intorno all’agricoltura». Infatti, il team di scienziati che da 25 anni studia l resti umani rinvenuti nelle rovine di Çatalhöyük, ha scoperto che i suoi abitanti – tra 3.500 e 8.000 persone al massimo ma che all’epoca costituivano un grande centro abitato – «hanno sperimentato sovraffollamento, malattie infettive, violenza e problemi ambientali». Le rovine di Çatalhöyük sorgono in quella che oggi è la Turchia centro-meridionale e la città fu abitata dal 7100 al 5950 aC. Scoperto per la prima volta nel 1958, il sito misura 13 ettari, con quasi 21 metri di depositi che ricoprivano i resti di 1150 anni di occupazione umana continua. Larsen spiega che «Çatalhöyük è stata una delle prime comunità proto urbane del mondo e i residenti hanno sperimentato quel che accade quando metti molte persone in una piccola area per un periodo prolungato. Ha posto le basi per dove siamo finiti oggi e per le sfide che affrontiamo nella vita urbana». Larsen, che ha iniziato il lavoro sul campo a Çatalhöyük nel 2004 e lo ha terminato nel 2017, è stato uno dei leader del team che ha studiato i resti umani come parte del più ampio progetto di ricerca su Çatalhöyük, diretto da Ian Hodder della Stanford University. Il coautore dello studio pubblicato su PNAS , Christopher Knüsel dell’Université de Bordeaux , è stato co-leader del team di bioarcheologia con Larsen che sottolinea:  «Lo studio su PNAS rappresenta il culmine del lavoro di bioarchaeologia nel sito». Çatalhöyük  venne fondata intorno al 7100 aC e, in quello che i ricercatori chiamano il periodo antico, era probabilmente un piccolo villaggio costituito da poche case di mattoni di fango. Raggiunse il suo apice nel periodo medio tra il 6700 e il 6500 aC, prima che la popolazione diminuisse rapidamente nel tardo periodo. Çatalhöyük fu abbandonato intorno al 5950 aC. L’agricoltura è sempre stata una parte importante della vita nella comunità e i ricercatori sono riusciti a determinare che i suoi abitanti avevano una dieta costituta soprattutto di grano, orzo e segale, insieme a una serie di piante non coltivate grazie all’analisi di una firma chimica nelle ossa umane, chiamata rapporto isotopico stabile del carbonio. All’Ohio State University  spiegano che gli antichi abitanti di  Çatalhöyük  mangiavano anche carne: «I rapporti isotopici di azoto stabili sono stati utilizzati per documentare le proteine ​​nelle loro diete, che provenivano da pecore, capre e animali non addomesticati. I bovini addomesticati furono introdotti nel tardo periodo, ma le pecore sono sempre state l’animale domestico più importante nella loro dieta». Larsen aggiunge: «Stavano coltivando e allevando animali non appena fondarono la comunità, ma hanno intensificando i loro sforzi man mano che la popolazione si espandeva. La dieta ricca di cereali ha fatto sì che alcuni residenti sviluppassero presto la carie, una delle cosiddette “malattie della civiltà”. I risultati hanno mostrato che circa il 10-13% dei denti degli adulti trovati nel sito mostrava tracce di carie dentali. I cambiamenti verificatesi nel tempo nelle sezioni trasversali delle ossa delle gambe dimostrano che i membri della comunità nel tardo periodo di Çatalhöyük camminavano molto più dei primi residenti. Questo suggerisce che col passare del tempo i residenti dovevano spostarsi ancora di più dalla comunità per coltivare e pascolare. Riteniamo che il degrado ambientale e il cambiamento climatico abbiano costretto i membri della comunità a spostarsi più lontano dall’insediamento verso le fattorie per trovare rifornimenti come la legna da ardere. Questo ha contribuito alla definitiva scomparsa di Çatalhöyük». Altre ricerche suggeriscono che in Medio Oriente il clima sia diventato più secco proprio durante la  storia di Çatalhöyük, il che ha reso l’attività agricola più difficile.
I risultati del nuovo studio suggeriscono che i residenti avessero un alto livello di infezioni, molto probabilmente a causa di affollamento e scarsa igiene: «Fino a un terzo dei resti del periodo iniziale mostrano segni di infezioni alle ossa – dicono gli scienziati – Durante il suo picco della popolazione, le case venivano costruite come appartamenti senza spazio tra loro: i residenti entravano o uscivano da scale che portavano sui tetti delle case. Gli scavi hanno dimostrato che le pareti e i pavimenti interni sono stati intonacati di nuovo molte volte con l’argilla. E mentre i residenti mantenevano i loro pavimenti per lo più privi di rifiuti, l’analisi dei muri e dei pavimenti delle case mostrava tracce di materia fecale animale e umana». Larsen spiega ancora: «Vivevano in condizioni molto affollate, con casse di immondizia e penne per animali proprio accanto ad alcune delle loro case, quindi c’era tutta una serie di problemi di igiene che potrebbero aver contribuito alla diffusione di malattie infettive». Secondo i ricercatori, le condizioni di sovraffollamento a Çatalhöyük potrebbero anche aver contribuito ad alti livelli di violenza tra i suoi abitanti: «In un campione di 93 teschi di Çatalhöyük, più di un quarto – 25 individui – hanno mostrato segni di fratture cicatrizzate. E 12 di loro sono stati vittime più di una volta, con 2-5 ferite durante la loro vita. La forma delle lesioni suggerisce che i colpi alla testa erano stati provocati da oggetti duri e tondeggianti e sul sito si trovavano anche sfere di argilla della giusta dimensione e forma. Più della metà delle vittime erano donne (13 donne, 10 uomini). E la maggior parte delle ferite erano in cima o dietro le loro teste, suggerendo che quando vennero colpite le vittime non stavano affrontando i loro aggressori». Larsen conferma: «Abbiamo riscontrato un aumento delle lesioni craniche durante il periodo di mezzo, quando la popolazione era più grande e più densa. Si potrebbe sostenere che il sovraffollamento abbia portato a livelli di stress elevati e conflitti all’interno della comunità». A Çatalhöyük la maggior parte delle persone veniva sepolta in fosse che sono state scavate nei pavimenti delle case, e i ricercatori credono che venissero sepolte sotto le case in cui vivevano. Questo ha portato a un risultato inaspettato: «La maggior parte dei membri di una famiglia non erano correlati biologicamente». I ricercatori lo hanno scoperto questo si sono accorti che «I denti delle persone sepolte sotto la stessa casa non erano così simili come ci si aspetterebbe se fossero stati parenti». Larsen ricorda che «La morfologia dei denti è altamente controllabile geneticamente. Le persone che sono imparentate mostrano variazioni simili nelle corone dei loro denti e non abbiamo trovato questo nelle persone seppellite nelle stesse case. Sono necessarie ulteriori ricerche per determinare le relazioni delle persone che vivevano  insieme a Çatalhöyük. E’ ancora un po’ un mistero». Larsen sottolinea che l’importanza di Çatalhöyük sta nel fatto che sia stato uno dei primi “mega-siti” neolitici al mondo costruiti intorno all’agricoltura e conclude: «Possiamo conoscere le origini immediate delle nostre vite odierne, come ci siamo organizzati in comunità. Molte delle sfide che abbiamo di fronte oggi sono le stesse che avevano a Çatalhöyük, solo immensamente più grandi».

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venerdì 5 luglio 2019

PLUTONE E...LA VITA EXTRATERRESTRE



La NASA e la ricerca di vita extraterrestre su Plutone

La ricerca della vita extraterrestre nel nostro Sistema Solare si è concentrata principalmente su Marte, o sulla Luna, ma, molto meno su altri corpi celesti come Plutone. Il tono rossastro osservato dagli specialisti della NASA dalle fotografie scattate su Plutone, suggerisce che questo planetoide possedesse geyser attivi, i cui getti d’acqua furono espulsi nello spazio. La composizione del ghiaccio superficiale ha anche dimostrato la probabile esistenza di organismi extraterrestri … 

Lo scienziato planetario del Centro di ricerca Ames, Dale Cruikshank, ha assicurato che la scoperta è una sorpresa per la comunità scientifica e che potrebbero esserci zone con probabile vita, in altri pianeti simili del Sistema solare. La NASA ha scoperto segni di ammoniaca nell’acqua ghiacciata, in particolare in quella che circonda una fessura chiamata "Virgil Fossae". All’interno della stessa, potrebbe esistere un oceano completo. Come riportato da ABC Science, gli specialisti della NASA ipotizzano eruzioni a basse temperature appunto di ammoniaca che rilasciano acqua nell’atmosfera, che poi congela e ricade sulla superficie.

Cruiskshank pensa che il colore rosso sia dovuto alla presenza di materia organica, infatti i composti ghiacciati di Plutone sarebbero in grado di ospitare codici di DNA e RNA, i mattoni della vita. Cristina Dalle Ore, membro di Ames e principale autore dello studio, ha anche ricordato che negli ultimi anni l’ammoniaca è diventata il «santo graal» degli eso-biologi.

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martedì 2 luglio 2019

IL COSMO AI RAGGI "X"



                           Una nuova, spettacolare immagine del Cosmo: l'Universo ai raggi X

Da:

Lo studio delle stelle di neutroni ha prodotto una spettacolare immagine dell'Universo.

Quasi come una foto notturna a lunga esposizione... È "il cielo a raggi X", un'immagine composta sulla base dei dati raccolti in 22 mesi di lavoro dallo strumento NICER, dalla Stazione spaziale internazionale . 


A bordo della Stazione spaziale internazionale, un esperimento in corso ha lo scopo di raccogliere informazioni sulla natura delle stelle di neutroni, dette anche “stelle degeneri” che, dovrebbero essere (?) residui estremamente densi di supernove. Le stelle di neutroni "pesano" da 1,4 a 3 masse solari, ma il loro diametro è nell'ordine della decina di chilometri (il diametro equatoriale del Sole è di 1.300.000 km, metro più, metro meno): si tratterebbe dunque di oggetti di incredibile densità (un cucchiaino di quella materia peserebbe, secondo le stime, centinaia di milioni di tonnellate).


                     il modulo ottico NICER, all'esterno della Stazione spaziale internazionale

Lo strumento utilizzato per lo studio è il NICER (Neutron Star Interior Composition Explorer), che raccoglie le emissioni a raggi X da quelle stelle (e altri oggetti nel Cosmo). Il NICER lavora solo durante la notte della SSI, quando la Terra la scherma dal Sole: una condizione che dura appena 46 minuti, ma che si ripete otto volte nell'arco di una nostra "giornata". La Nasa ha rilasciato un'immagine composta dai risultati dei primi 22 mesi di osservazioni: una mappa del cielo ai raggi X. L’immagine è uno spettacolare intreccio di archi luminosi perché NICER, a bordo della SSI, si muove e passa da un obiettivo all'altro: le fonti luminose (i punti) sono l'origine dei raggi X emessi da stelle di neutroni e altre fonti di raggi cosmici ad alta energia che arrivano occasionalmente dallo Spazio. Per Keith Gendreau, del Goddard Space Flight Center della NASA, responsabile di NICER, «questo lavoro sta componendo una nuova immagine del cielo e permetterà probabilmente di scoprire altre fonti di raggi X finora sconosciute».

QUESTA IMMAGINE E’ MOLTO INTERESSANTE ANCHE DAL PUNTO DI VISTA DELL’UNIVERSO “ELETTRICO”…

TEORIA CHE MERITA SICURAMENTE DI ESSERE STUDIATA E DIVULGATA…
A TAL PROPOSITO VI INVITO A LEGGERE:



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venerdì 28 giugno 2019

LE ANTICHE ORIGINI DELLA CANNABIS



Cannabis, svelato il mistero: i primi a fumarla 2.500 anni fa furono i cinesi.

Un gruppo di ricercatori tedeschi e cinesi ha scoperto in antiche tombe i resti di piante selezionate per avere potenti capacità psicoattive. "L'uso come stupefacente, dalle aree montuose dell'Asia centrale orientale si è poi diffuso nelle altre regioni del mondo"

In Cina duemila e cinquecento anni fa si fumava la cannabis. Questa pianta, spesso al centro di polemiche politiche, basta vedere cosa sta accadendo in Italia per la versione 'light', da anni tiene impegnati storici e archeologi, che cercano di capire quando e come è stata usata, in agricoltura, non solo per ricavarne cibo, tessuti e corde ma, in particolare, per sapere quando è iniziato il suo uso come sostanza psicoattiva. Ora, finalmente, un gruppo di ricercatori tedeschi e cinesi, guidati da Nicole Boivin, del Max Planck Institute per la scienza della storia umana di Jena, è riuscito a fare chiarezza stabilendo una data. Già in passato, in antiche tombe cinesi risalenti a circa seimila anni fa, sono state trovate tracce di canapa: secondo gli archeologi, i decori su alcuni vasi di terracotta furono effettuati premendo delle corde di canapa sull'argilla fresca. Altre importanti informazioni sull'importanza della canapa in Cina, sono poi arrivate da sepolture più recenti scoperte negli anni '70 e risalenti al mille a. C.: gli abitanti dell'antica Cina avevano imparato a tessere e filare la canapa, affrancandosi dalla dipendenza di pelli animali, ricavando vestiti e calzature, questo anche grazie all'aver imparato a riconoscere che le piante maschili producevano una fibra migliore, mentre le femmine producevano semi alimentari. Si è infatti scoperto che le prime comunità neolitiche di coltivatori che stanziavano sul Fiume Giallo e sul Wei, erano soliti seminare cannabis, insieme a miglio, grano, fagioli e riso. A testimonianza di ciò, c'è anche uno dei primi trattati su l’agricoltura cinese, risalente a circa 2500 anni fa, che nomina la canapa come la più grande e antica coltura tradizionale dell’antica Cina. Nei dintorni dei fiumi sopraccitati vennero ritrovati anche rimasugli di fibra e di semenze di cannabis. Insomma, nel paese le tecniche di semina, coltivazione e trasformazione della canapa erano all’avanguardia: basti pensare che da questa pianta si ricavarono i primi fogli di carta (che avrà un ruolo fondamentale per il progresso umano fino ad oggi). Ma sull'uso psicoattivo della sostanza, ancora non era stata fatta luce. La svolta è ora arrivata dalle analisi svolte sulle ceramiche rinvenute in otto tombe del cimitero zoroastriano di Jirzankal, nell'area orientale del Paese, come spiegano i ricercatori sulla rivista Science Advances. Le analisi delle pietre dei diversi bracieri di legno ritrovate nelle antiche sepolture, hanno mostrato che le piante di cannabis usate avevano alti di livelli di tetracannabinolo (thc, il suo composto psicoattivo più potente). Ciò indicherebbe, secondo gli studiosi, che le genti di quel tempo erano a conoscenza delle proprietà psicoattive della pianta e che sapevano lavorare le diverse varietà di piante, selezionando quelle con più thc. Per capire se i bracieri avessero una specifica funzione rituale, gli studiosi hanno estratto del materiale organico dai frammenti di legno e pietre bruciate, analizzandoli con la spettrografia di massa. Con grande sorpresa i risultati hanno mostrato la miscela esatta della cannabis, con un'alta quantità di tetracannabinolo. Probabilmente, ipotizzano i ricercatori veniva fumata durante le cerimonie di sepoltura, forse per comunicare con le divinità o il defunto. "Questi risultati corroborano l'ipotesi che le piante di cannabis siano state prima usate per le loro sostanze psicoattive nelle regioni montuose dell'Asia centrale orientale, e da lì si siano poi diffuse nelle altre regioni del mondo", commenta Boivin. La regione in cui sono stati trovati, quella del Pamir, oggi così remota, a quel tempo si trovava lungo la prima Via della seta. Secondo l'archebotanico Robert Spengler, le rotte di scambio della Via della Seta hanno funzionato come i raggi di una ruota di bicicletta, dove al centro del mondo c'era l'Asia centrale.

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lunedì 24 giugno 2019

L'INTELLIGENZA REPLICATIVA DEI VIRUS



La replicazione alternativa dei virus che sparpagliano il genoma

Segnalato dal Dott. Giuseppe Cotellessa (ENEA)

Un principio classico della virologia è che i virus infettano cellule singole e si replicano al loro interno. Ma studi recenti hanno dimostrato che alcuni di essi spargono i loro geni tra molte cellule, da cui creano poi nuovi virus completi condividendo i prodotti dei geni.

Per un virus, che è un genoma compatto ben confezionato in un rivestimento di proteine, sopravvivere significa invadere una cellula, impadronirsi del suo macchinario per produrre le proteine per riprodursi e poi diffondersi ad altre cellule. Potrebbe sembrare ovvio che per riuscirci l'intero piccolo genoma di un virus debba trovarsi all'interno di una cellula infettata. Uno studio pubblicato di recente su “eLife”, tuttavia, ribalta l'idea. Alcuni virus non si limitano a dividersi in segmenti multipli che infettano separatamente le cellule ospiti, ma, come hanno scoperto i ricercatori francesi, possono prosperare spargendo i loro genomi come tessere di un puzzle in molte cellule ospiti. Qualcosa - probabilmente la diffusione di molecole tra le cellule infette - ne permette la replicazione, l'autoassemblaggio in particelle virali complete e la propagazione dell'infezione. "È possibile avere tutti i prodotti genetici necessari per produrre nuovi virus all'interno di una cellula che in realtà non contiene tutti i segmenti genici", ha spiegato Christopher Brooke, virologo all'Università dell'Illinois a Urbana-Champaign. "La concezione classica della virologia presuppone che il ciclo di replicazione virale avvenga all'interno delle singole cellule", ha detto Anne Sicard, autrice del nuovo studio e fitopatologa all'Institut National de la Recherche Agronomique (INRA) di Montpellier. Ma nel caso del virus "multipartito" che lei e i suoi colleghi hanno esaminato, "sembra che non sia così. I segmenti infettano le cellule in modo indipendente e si accumulano in modo indipendente nelle cellule ospiti della pianta". Ha aggiunto: "Di fatto dimostra che il virus non funziona a livello di singola cellula, ma a livello multicellulare". I virus multipartiti sono noti da oltre mezzo secolo, cioè da quando i ricercatori si sono resi conto che un virus può essere composto da due o più pezzi indipendenti, tutti vitali ai fini dell'infezione. Un pezzo, per esempio, può servire a produrre enzimi virali essenziali, mentre un altro è necessario per realizzare il capside in cui le particelle virali (o virioni) sono imballate e trasportate verso altre cellule. Ma essere multipartiti comporta notevoli rischi. Non è difficile che parti del genoma vadano perse o dimenticate, interrompendo il resto del ciclo dell'infezione. Poiché i segmenti si trovano spesso in proporzioni diverse - alcuni possono essere comuni, e altri rari - quelli rari possono essere persi con particolare facilità. Da quando li hanno scoperti, gli scienziati si sono quindi posti molte domande sui virus multipartiti "Perché mai un virus dovrebbe fare così? Perché spezzettare il genoma? Quali sono i vantaggi di avere segmenti confezionati separatamente?", si chiede Mark P. Zwart, studioso dell'evoluzione dei virus al Netherlands Institute of Ecology. Per cercare di rispondere a queste domande, i teorici hanno sviluppato modelli per definire le circostanze in cui questo stile di vita multipartita potrebbe essersi evoluto da un antenato virale più tipico, presupponendo che a infettare una cellula debba essere l'insieme completo dei segmenti virali. Ma i risultati sono stati sconcertanti. Uno studio del 2012 ha concluso che, quali che possano essere i benefici della multipartizione, gli svantaggi sono così grandi che non dovrebbero poter esistere virus con più di quattro segmenti. Eppure si sapeva che alcuni virus multipartiti - come il Faba bean necrotic stunt virus (FBNSV) - avevano fino a otto segmenti, ciascuno trasportato in una particella diversa. In linea teorica, non avrebbero potuto evolversi. Che cosa ne può spiegare l'esistenza? "Abbiamo pensato che il modo in cui concettualizziamo questi virus dovesse essere sbagliato", ha detto Stéphane Blanc, virologo vegetale dell'INRA e autore senior del nuovo studio. Hanno così deciso di verificare il presupposto chiave che tutti i segmenti debbano essere presenti all'interno di una cellula perché l'infezione abbia successo. "Non lo si è fatto prima perché sembrava così evidente che di fatto nessuno lo ha testato", ha detto.
Quello che hanno trovato esaminando le infezioni da FBNSV li ha lasciati stupefatti. Etichettando due segmenti virali alla volta con sonde fluorescenti di diverso colore, il team ha potuto constatare che la maggior parte delle singole cellule vegetali ospiti esaminate non conteneva l'intera gamma di segmenti virali. Inoltre, i ricercatori hanno dimostrato che una proteina necessaria per la replicazione virale era presente anche in cellule che in cui mancava il segmento di genoma che la codificava. Ne hanno dedotto che i prodotti genici delle particelle del virus - molecole di RNA messaggero o proteine - devono essere condivise tra le cellule, in modo che ogni particella possa replicarsi e confezionarsi in un capside per poi diffondersi. In che modo esattamente questi componenti indispensabili siano condivisi tra le cellule vegetali non è del tutto chiaro, ma Blanc e il suo team lo stanno studiando. La risposta potrebbe coinvolgere i plasmodesmi, reti di canali microscopici che si estendono attraverso le pareti cellulari delle piante e permettono a cellule adiacenti di condividere altre proteine. Questa nuova comprensione spiega come un virus multipartito può sostenere infezioni all'interno di una pianta, ma apre nuovi misteri su come si diffonde. FBNSV, per esempio, per trasmettersi dipende dagli afidi che mangiano le piante di fagioli faba. Ma questi piccoli insetti devono acquisire tutti insieme gli otto segmenti di FBNSV e introdurli nella stessa pianta per trasmettere con successo l'infezione. Si può supporre che buona parte degli eventi infettivi non riesca perché gli afidi raccolgono solo un sottoinsieme delle otto particelle. La scoperta "diminuisce il problema a livello dell'ospite perché le particelle non devono raggiungere tutte le cellule insieme, ma abbiamo ancora un problema di trasmissione tra ospite e ospite", ha detto Blanc. Anche il motivo per cui un virus dovrebbe avvantaggiarsi di uno stile di vita multipartito è oggetto di dibattito. Un'ipotesi, dice Blanc, è che la suddivisione del genoma permette a ciascun segmento di variare la frequenza di regolazione dell'espressione genica in un rapido ed efficace, perché il livello di attività di un certo gene può dipendere dal numero delle sue copie in una cellula. Ogni volta che il virus infetta un nuovo ospite, la frequenza dei segmenti cambia, e questo potrebbe consentire al virus di testare quale livello di espressione genica funziona meglio in un nuovo ambiente cellulare. Eric Freundt, virologo all'Università di Tampa, ipotizza che se le difese innate di una pianta ospite distruggono solo le cellule che esprimono particolari proteine virali, allora la distribuzione dei geni per le proteine in particelle diverse potrebbe garantire che in alcune cellule il virus non venga individuato. Un'altra possibilità, suggerisce Freundt, è che la distribuzione in punta di piedi permetta di evitare una "risposta proteica dispiegata" che può uccidere le cellule, travolte da un virus che cerca di produrre tutte le sue proteine nello stesso momento. Distribuendo il suo genoma fra molte cellule vegetali, il virus può evitare di sopraffare il meccanismo di ogni singola cellula.
 La trasmissione dei virus multipartiti da una pianta all'altra avviene grazie agli afidi. /
The transmission of multipartite viruses from one plant to another occurs thanks to aphids. (Science Photo Library / AGF)

Tuttavia, Franc e Bleundt sono pronti a riconoscere che queste sono solo ipotesi. "La ragione della loro evoluzione è ancora un mistero", dice Blanc. Zwart sottolinea che la maggior parte delle idee sui vantaggi della multipartizione riguardano in realtà la segmentazione del genoma, non la suddivisione del virus in diverse unità infettive. La separazione in segmenti del genoma permette a virus diversi di ricombinare facilmente varie forme vantaggiose dei loro geni. Arvind Varsani, un virologo all'Arizona State University, è d'accordo. "Da una prospettiva di modularità, si possono vedere i vantaggi dei virus multicomponente in cui ogni modulo può essere indipendente", dice. In una pianta infettata da più virus, "è possibile ottenere elementi utili molto più rapidamente e adattarsi all'ambiente mescolandoli e abbinandoli". La prova della forza di questa strategia si trova nel virus dell'influenza, un maestro del riassortimento. Anche il genoma dell'influenza ha otto segmenti, anche se sono tutti confezionati insieme in un capside virale. Ciò consente di raccogliere i benefici della segmentazione senza pagare tutti i costi della multipartizione.
Ma l'influenza potrebbe essere simile a FBNSV più di quanto sembri a prima vista. Brooke ha scoperto che, a seconda del ceppo, solo una piccola frazione (dall'uno al 10 per cento) delle particelle del virus influenzale contiene copie funzionali di tutti e otto i segmenti del genoma. "La stragrande maggioranza delle particelle influenzali sono incomplete, o quelle che noi chiamiamo semi-infettive, particelle che da sole non sono in grado di avviare la replicazione produttiva", ha spiegato. "Questa è stata una sorpresa perché suggerisce che questo virus, che è di enorme successo e molto trasmissibile, deve la sua esistenza in buona parte a queste particelle che non possono replicarsi da sole". E prevede: "Chiedersi in che modo i virus operano come popolazioni invece che come singole particelle di virioni alla fine si rivelerà importante per molti sistemi virali differenti". Parte di questa importanza è concettuale: pensare che il DNA all'interno di un singolo capside virale definisca il suo genoma potrebbe essere riduttivo. Sarebbe forse meglio immaginare un genoma virale come una suite di geni rappresentati in un'intera popolazione virale. I teorici ne stanno già approfondendo le implicazioni. Zwart si aspetta che presto salteranno fuori nuovi modelli teorici per esplorare queste intuizioni, relativi per esempio ai possibili modi di inquadrare l'evoluzione di questi virus in termini di molteplici livelli di selezione naturale. All'interno di una singola pianta ospite, le forze di selezione naturale locali permettono al virus di bilanciare con successo i tassi di produzione dei suoi segmenti. Ma quando il virus passa a una nuova pianta, deve essere in grado di adattarsi anche a al nuovo ambiente che lo ospita, e dunque deve mantenere una certa versatilità. Un livello di selezione più elevato può quindi a volte temperare il livello locale e riequilibrare il rapporto tra i segmenti in modo più uniforme.

"C'è un'enorme ricchezza in tutte queste dinamiche", dice Zwart. "E' davvero affascinante".

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martedì 18 giugno 2019

CONFERENZA: L'ORIGINE DELLA VITA SULLA TERRA, NEL COSMO ALLA RICERCA DEL DNA

PRESENTA:

RELATORI:
MARCO LA ROSA & GIORGIO PATTERA



SETI 3.0 : LA RICERCA DEL DNA COME COSTANTE COSMOLOGICA

di Marco La Rosa & Giorgio Pattera

“La vita è un fenomeno naturale, normale, addirittura inevitabile. Quindi, presto o tardi, inizierà su ogni pianeta abitabile…”

(Isaac Asimov, 1979)


Abstract:

Non si tratta solamente di “creazionismo non religioso”, cioè l’intervento alieno sull’evoluzione biologica umana, ma oggi è ormai possibile dimostrare, con l’ausilio dell’interdisciplinarità, che tale concetto ha comunque valenza teorica plausibile, fino a prova contraria e come tale dev’essere considerato ed adeguatamente proposto anche nelle sedi accademiche. Gli studi pluriennali sull’origine della vita hanno portato i biologi ad un alto grado di conoscenza del DNA e di tutti i suoi meccanismi correlati. L'acido desossiribonucleico (DNA) è un acido nucleico che contiene le informazioni genetiche necessarie alla biosintesi di RNA e proteine, molecole indispensabili per lo sviluppo ed il corretto funzionamento della maggior parte degli organismi viventi. Oggi possiamo ricercare nel Cosmo questa specifica “frequenza”, che è diventata a tutti gli effetti la “costante cosmologica” fautrice dell’aumento dell’entropia negativa (o neghentropia), di fatto sparigliando le carte delle obsolete previsioni riguardo la futura ed ineludibile morte termica dell’Universo. Le cosiddette isole “neghentropiche” (panspermia guidata o diretta) stanno nascendo a ritmo vertiginoso, perché la vita, anche intelligente, è inevitabile.

Bibliografia essenziale:
IL PRINCIPIO DELL’IMMORTALITA’: NEO – ESO – BIOLOGIA di Marco La Rosa e Giorgio Pattera – CreateSpace Editions USA 2016


PANSPERMIA RIVALUTATA


Giorgio Pattera

Risale ad oltre un secolo fa, grazie allo scienziato svedese Svante Arrhenius (Chimico e Fisico, premio Nobel per la Chimica nel 1903), l’ipotesi che la Vita sulla Terra sia stata portata da microorganismi provenienti dalle profondità del Cosmo (“L’EVOLUTION des MONDES”, 1910); ipotesi meglio conosciuta col termine di “Panspermia” [dal Greco πανσπερμία: πᾶς/πᾶν (pas/pan) = "tutto" e σπέρμα (sperma) = "seme"].
Ipotesi osteggiata, per non dire derisa, dai benpensanti “ortodossi” della Scienza “ufficiale” dell’epoca, in base all’assioma (per quei tempi) che nessuna entità biologica potesse sopravvivere all’esposizione alle micidiali radiazioni cosmiche, in grado di distruggere ogni forma di organismo vivente in brevissimo tempo.
Ma siamo proprio sicuri che sia così? Sembra di no! Vediamo…
Durante un’attività extraveicolare (EVA), all’esterno del segmento russo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), sono stati trovati batteri viventi di origine sconosciuta, probabilmente provenienti dallo spazio, i quali sono stati immediatamente raccolti e analizzati presso i laboratori della NASA. L’affermazione non arriva da una persona qualunque, ma dal cosmonauta russo Anton Shkaplerov, già due volte passeggero della Stazione Spaziale. Shkaplerov, in un’intervista all’agenzia di stampa russa «Russian News Service» della TASS, ha raccontato che il campionamento è avvenuto in un’area esterna della base dove si accumulano i residui di carburante dovuti alle manovre dei motori. Questa stessa regione del modulo, al tempo del lancio nello spazio nel 1998, non presentava nessuna forma di vita microbica; da questo le conclusioni del cosmonauta: siamo davvero di fronte alla prima forma di «vita aliena»?
Stando a quanto riportato dall'agenzia di stampa russa TASS, i cosmonauti avrebbero condotto indagini approfondite mediante tamponi di cotone sull'esterno del segmento russo della ISS, che sono poi stati spediti sulla Terra e analizzati.
Risultato: le colture dei tamponi hanno evidenziato «batteri che erano assenti durante il lancio del modulo ISS»; in altri termini, «microrganismi provenienti dallo Spazio, che si sono depositati lungo la superficie esterna della ISS, quando la stazione era già in orbita», come ha spiegato Shkaplerov. Sono pericolosi? "Stando agli studi condotti finora, molto probabilmente non rappresentano un pericolo per il genere umano".

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