IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

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GdM

giovedì 15 marzo 2018

FORSE RISOLTO IL MISTERO DI AMELIA EARHART



Amelia Earhart, ritrovati i resti della prima aviatrice che ha sorvolato in solitaria l’Atlantico (?)

Una misteriosa scomparsa:


Tutti dovrebbero conoscere la storia di Amelia Earhart, una grandissima donna. Lei è stata la prima donna aviatrice a compiere in solitaria la traversata dell’Oceano Atlantico. Un’impresa che le è valsa moltissimo in termini di popolarità e ammirazione, anche se la sua storia viene ancora troppo poco raccontata. Misteriosa anche la sua scomparsa, avvenuta durante un volo. Ma pare che oggi i suoi resti siano stati finalmente rinvenuti.

(Per molto tempo si è anche parlato della scomparsa della Earhart in relazione ai misteri del famoso “Triangolo delle Bermuda” – ndr)



Nel 1937 Amelia Earhart scomparve misteriosamente insieme al navigatore Fred Noonan, mentre si trovava sopra l’Oceano Pacifico meridionale. Molte le ipotesi sulla sua tragica fine: si sospettava che l’aereo fosse caduto in acqua. Mentre oggi si pensa che l’aviatrice e il suo navigatore siano morti da naufraghi sull’isola di Nikumaroro.


I resti in realtà vennero ritrovati nel 1940 su una remota isola dell’Oceano Pacifico Meridionale. Oltre alle ossa vennero trovate una scarpa di donna, una scatola di un sestante simile a quella del copilota e una bottiglia di una bevanda che l’aviatrice portava sempre con se. All’epoca, però, si disse che i resti appartenevano a un uomo. Nuovi studi condotti da Richard Jantz, del Centro di Antropologia Forense all’Università del Tennessee, e pubblicati sulla rivista Forensic Anthropology, svelano che quei resti possono davvero essere dell’aviatrice che nel 1931 ha battuto il record mondiale di altitudine con 5.613 metri e che è stata la prima donna e il secondo pilota dopo Lindbergh a sorvolare da sola l’Oceano Atlantico, oltre ad essere la prima donna aviatrice ad attraversare in volo Stati Uniti e Pacifico.


Richard Jantz, utilizzando il programma informatico Fordisc, ha stabilito sesso, età e statura partendo dalle misurazioni dei suoi resti ossei. La somiglianza con Amelia Earhart è maggiore rispetto al 99% di individui in un vasto campione preso come riferimento.Il ricercatore ha detto: “Finché non vengono trovati dati e prove che lo possano smentire, la spiegazione più convincente è che quei resti appartengono a lei“.

https://www.bigodino.it/lifestyle/amelia-earhart-ritrovati-i-resti-della-prima-aviatrice-che-ha-sorvolato-in-solitaria-latlantico.html

AGGIORNAMENTO:

Qualche giorno fa anche in Italia è giunta la notizia dell’identificazione dei resti della famosa aviatrice Amelia Earhart, scomparsa nel 1937 mentre pilotava il suo aereo nel Pacifico. La notizia, riportata da innumerevoli testate, si riferisce ai risultati di uno studio condotto da Richard Jantz del Centro di Antropologia Forense all’Università del Tennessee circa dei resti rinvenuti nel 1940 sull’isola del Pacifico Nikumaroro. Secondo il team di Snopes siamo ancora di fronte ad un caso non concluso e che forse non si concluderà mai. Secondo ciò che sappiamo nelle prime ore del mattino del 2 luglio 1937, Amelia Earhart partì dall’aerodromo di Papua Nuova Guinea su una rotta per un’isola piccolissima, Howland Island, nel Pacifico. La Earhart non arrivò mai. Si ipotizza che fosse rimasta senza carburante e che non fosse arrivata in tempo alla zona dell’Oceano in cui la guardia costiera Itasca la attendeva per sorvegliare sul rifornimento che avrebbe dovuto fare in Oceano. Il gruppo del The International Group for Historic Aircraft Recovery (TIGHAR) è da solo responsabile della maggior parte delle notizie su Amelia Earhart negli ultimi dieci anni. L’ipotesi del TIGHAR si basa sul presupposto che le ossa recuperate su un’isola a circa 350 miglia nautiche a sud di Howland, chiamata, Nikumaroro Island (ma conosciuta all’epoca come Gardner Island), appartengano alla Earhart. Le ossa erano state trovate nel 1939. Un abitante dell’isola di Nikumaroro si imbattè in un teschio e una bottiglia. Nel settembre 1940, la notizia del ritrovamento era arrivata a Gerald “Irish” Gallagher, il primo ufficiale in carica del Phoenix Islands Settlement Scheme, il quale mandò un telegramma ai suoi superiori riguardo alla scoperta, suggerendo che potevano essere le ossa di Amelia Earhart e che avrebbero dovuto tenere la situazione a bada. Successivamente Hoodless, il preside della Central Medical School di Suva, nelle Figi, eseguì una seconda ispezione. Molte delle informazioni che attualmente abbiamo su queste ossa provengono proprio dai rapporti di questo medico che arrivò alla conclusione che si trattasse delle ossa di un uomo, ipoteticamente polinesiano o europeo. (?) Le ultime notizie sui ritrovamenti dei resti della Earhart provengono dalle dichiarazioni di Jantz, che ha ribadito ciò che già nel 1998 aveva affermato. Il suo articolo del 2018 è principalmente una risposta a una critica del 2015 sulle loro ricerche, nella quale si sosteneva che il gruppo non avesse ragioni sufficienti per mettere in discussione l’analisi delle ossa del 1941. Secondo Jantz, utilizzando i metodi moderni per analizzare le ossa ritrovate a Nikumaroro, il risultato dice che al 99% si tratta della Earhart. Oggi ci si basa ancora su studi fatti sempre e solo su documenti e descrizioni, in quanto le ossa non possono essere più esaminate in quanto sono andate perse dopo l’analisi di Hoodless.




PER APPROFONDIMENTI:






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mercoledì 14 marzo 2018

IL BUSINESS "OCCULTO" DELLA SOLUZIONE FISIOLOGICA


Del  Dr. Giuseppe Di Bella

segnalo un pezzo del Financial Times indicativo  del potere di condizionamento  delle multinazionali del farmaco sulle istituzioni sanitarie. Recentemente si è verificata negli ospedali Usa la scarsità del più semplice ed economico dei farmaci, la  soluzione fisiologica ("saline"), carenza artificiosamente pianificata  e indotta dalle tre sole case farmaceutiche fornitrici del prodotto, per costringere le istituzioni sanitarie ad acquistare formulazioni più costose, e al prezzo da loro imposto :

Saline investigation highlights the cost of American healthcare

La conclusione dell'articolo è abbastanza ovvia:

“That means patients and hospitals are vulnerable, not only to the pricing power and sales tactics of for-profit companies, but also to future shortages caused by natural disasters, biological warfare and cyber attack, he says. One option would be to regulate products such as saline as though they were utilities rather than drugs, which would give authorities more of a say on where they are made and how much they cost. Alternatively, the big manufacturers could be broken up to increase competition. But Mr Wendelbo says those ideas are unlikely to gather much traction in the the US.”

“Ciò significa che i pazienti e gli ospedali sono vulnerabili, non solo per il potere di determinazione dei prezzi e le tattiche di vendita delle società a scopo di lucro, ma anche perché si prospettano  future carenze causate da disastri naturali, guerra biologica e attacchi informatici. Un'opzione sarebbe quella di regolamentare prodotti come la soluzione fisiologica, come di assoluta utilità piuttosto che farmaci, il che darebbe alle autorità più voce in capitolo per difinire produzione e costi .In alternativa, i grandi produttori potrebbero essere messi in concorrenza. Ma il signor Wendelbo dice che è improbabile che queste idee possano essere accettate  negli Stati Uniti.”

Forse anche noi dovremmo abituarci a considerarla l'industria farmaceutica, alla stregua degli altri comparti scientificamente e tecnologicamente avanzati dell'economia che, se da un lato sono in grado di esprimere contenuti fortemente innovativi solo grazie all'intervento decisivo del settore pubblico, dall'altro si uniformano a criteri di gestione aziendale orientati all'esclusiva ricerca del profitto in ossequio alla sovranità dei mercati (che nelle attuali condizioni vuol dire principalmente mercati finanziari). Per concludere, se è vero che non è riscontrabile  nei dirigenti di big pharma alcun intento particolarmente malvagio, non è certamente da loro che ci si può aspettare un cambio di paradigma a favore del bene comune. Spetta agli Stati operare in modo che gli interessi dei mercati non prevalgano sulle legittime esigenze dei malati.


PER APPROFONDIMENTI:






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lunedì 12 marzo 2018

LA LUNA E... L'ACQUA



Per quanto sia così vicina e sia già stata esplorata dagli esseri umani, la Luna è un satellite che nasconde ancora i suoi misteri. Ci riferiamo all'acqua che c'è nel sottosuolo, in particolare alla sua distribuzione e alla sua presenza: dai recenti dati ricavati dalle missioni sembrerebbe che questa sia largamente distribuita su tutta la superficie lunare, dunque non confinata in zone specifiche. L'osservazione conferma che quest'acqua è stata rilevata sia durante il giorno che durante la notte, ma la sua accessibilità non è ancora da dare per scontata.

L'importanza della presenza di acqua sulla Luna

Perché cercare acqua sulla luna? Al di là del mero studio della storia sulla formazione del satellite lunare esiste un'altra motivazione ben più pratica, ovvero la possibilità di usare l'acqua come risorsa per i futuri insediamenti umani o per i futuri coloni. Come saprete la formula chimica dell'acqua è H2O, ovvero ogni singola molecola è composta da due atomi di idrogeno ed uno di ossigeno, che sono sfruttabili come carburante per i razzi o semplicemente per respirare. Il fatto che quest'acqua sia presente in modo più o meno uniforme su tutto il pianeta indipendentemente dall'ora del giorno o dalla latitudine è un fattore indubbiamente confortante per lo sviluppo delle future missioni. La notizia non arriva a conferma di qualcosa che gli scienziati già conoscevano, ma smentisce completamente quello che si sapeva sulla sostanza a noi tanto cara. Fino ad oggi i dati indicavano una presenza di acqua maggiore in corrispondenza dei poli lunari ed un'oscillazione della sua presenza (quantità che aumenta e diminuisce) in corrispondenza con il giorno lunare (quasi 30 giorni terrestri).



Il problema delle vecchie misurazioni

Dunque quali sono i veri dati? Dobbiamo credere alle vecchie osservazioni o ai nuovi risultati? La scienza non sembra avere incertezze sulla questione: le vecchie misurazioni sono state eseguite analizzando quanta luce solare venisse riflessa dalla superficie lunare e analizzando una certa componente spettrale nel regno dell'infrarosso che indica la presenza di acqua. In termini semplici, i ricercatori hanno misurato la luce riflessa dalla Luna verso la terra, concentrandosi su quella che sarebbe emessa dalle molecole di acqua, osservando le onde elettromagnetiche ad una determinata frequenza. La questione potrebbe sembrare semplice, ma non lo è affatto. Il problema è che la superficie lunare può diventare abbastanza calda da emettere "luce propria" nella frequenza dell'infrarosso, andando quindi a "sporcare" le misure che dovrebbero farci capire quanta acqua è presente sulla superficie.

I dubbi non sono completamente svaniti

L'obiettivo degli scienziati a questo punto è chiaro: disambiguare la misurazione cercando di capire quale parte degli infrarossi vengono dalla luce solare riflessa dall'acqua e quale proviene dalla superficie stessa riscaldata che a sua volte riemette radiazioni. Per farlo è stato sfruttato il Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) della NASA, una sonda spaziale che orbita attorno alla Luna. La nuova scoperta suggerisce che l'acqua è sì presente su tutta la superficie e quindi ben distribuita, ma per la maggior parte sotto forma di molecola OH formata da un atomo di ossigeno ed un atomo di idrogeno: questa molecola non è stabile nella sua forma  isolata e preferisce attaccarsi ad altre molecole, il che significa che la molecola OH deve essere estratta dai minerali per essere sfruttata.



Nonostante la scoperta resta ancora da capire qual è la fonte dell'acqua del pianeta. Probabilmente è il vento solare (particelle cariche provenienti dal sole) che permette la formazione di OH o H2O quando colpisce la superficie lunare, oppure queste molecole provengono dalle profondità della Luna, in un processo innescato fin dalla sua formazione. La risposta a questa domanda potrebbe essere di grande aiuto per capire se sarà effettivamente possibile sfruttare l'acqua come risorsa nelle prossime missioni sulla luna.

https://tech.everyeye.it/articoli/speciale-l-acqua-sulla-luna-sembra-essere-distribuita-immobile-tutto-satellite-37706.html


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sabato 10 marzo 2018

LA TERRA E I NUOVI... PIU' POTENTI ANTIBIOTICI


Scoperta una nuova famiglia di antibiotici grazie a uno studio di campioni di suolo

Scienziati statunitensi hanno scoperto una nuova famiglia di antibiotici , grazie allo studio di campioni di suolo. I composti naturali potrebbero essere utilizzati per combattere le infezioni difficili da trattare, ormai un fenomeno molto preoccupante in tutto il mondo. Questa è la speranza di un team della Rockefeller University di New York (Usa), che ha pubblicato i risultati dei propri studi su 'Nature Microbiology'. Il suolo pullula di milioni di microrganismi diversi che producono molti composti, alcuni potenzialmente terapeutici, inclusi antibiotici. I nuovi test mostrano che alcune sostanze, chiamate malacidine, annientano diverse infezioni batteriche che sono diventate resistenti alla maggior parte degli antibiotici esistenti, incluso il superbatterio Mrsa. La squadra di Sean Brady è riuscito a portarle alla luce grazie a una tecnica di sequenziamento dei geni, utilizzata per analizzare più di 1.000 campioni di suolo prelevati da tutti gli Stati Uniti. Quando hanno scoperto le malacidine in molti dei campioni, gli esperti le hanno testate su ratti ai quali avevano somministrato Mrsa: la sostanza ha eliminato infezioni diverse nelle ferite della pelle. I ricercatori stanno ora lavorando per migliorare l'efficacia del composto, sperando che possa diventare un farmaco vero e proprio. Brady ha dichiarato: "E' impossibile dire quando, o anche se, una scoperta di nuovi antibiotici in fase iniziale procederà verso le clinica. E' una strada lunga e ardua".

http://www.telecaprinews.it/leggi115.asp?cod=72878

ANCORA A PROPOSITO DELL'ANTIBIOTICO-RESISTENZA:

Fra il 2011 e il 2012 due terzi delle formulazioni antibiotiche a dose fissa vendute in India non erano in realtà state approvate dall’ente regolatorio nazionale perché potenzialmente responsabili di aggravare il fenomeno della farmaco-resistenza.

Nei giorni scorsi un articolo a firma di un team di ricercatori della Queen Mary University of London and Newcastle University e pubblicato sul British Journal of Clinical Pharmacology, ha denunciato un fatto gravissimo che sta accadendo in India: fra il 2011 e il 2012 due terzi delle formulazioni alla base degli antibiotici venduti in India non erano in realtà state approvate dall’ente regolatorio nazionale perché potenzialmente responsabili di aggravare il fenomeno della farmaco-resistenza, che come sappiamo sta mettendo in ginocchio parte della ricerca scientifica. In generale, l’articolo parla di milioni di antibiotici venduti fra il 2007 e il 2012, e non serve dire che quasi tutte queste formulazioni sono illegali anche in paesi usati come confronto quali Regno Unito e Stati Uniti. I ricercatori hanno incrociato i dati sulle autorizzazioni dei farmaci da parte dell’ente regolatorio con quelli relativi alle vendite di antibiotici ottenute da PharmaTrac®, un database commerciale delle vendite farmaceutiche indiane comprendente i dati di vendita mensili di circa 5.000 aziende farmaceutiche, 18.000 distributori e grossisti, 32.000 sotto-produttori, 500.000 rivenditori e ospedali e dispensatori di medicinali in 23 regioni dell’India. Sono state esaminate formulazioni a dose fissa (farmaci contenenti due o più formulazioni in un unica pillola) e formulazioni a dose singola. Primo risultato: nel periodo 2007-2012 in India si sono registrate ben 118 diverse formulazioni antibiotiche a dose fissa presenti sul mercato. Per fare un paragone, in Gran Bretagna e Stati Uniti se ne commercializzano solo 5 tipi. Secondo risultato, di queste 118 formulazioni il 64% (cioè 2 su 3) non era stato approvato dalla Central Drugs Standard Control Organisation indiana. Per contro – va detto – quasi tutte le formulazioni a dose singola vendute sono state approvate regolarmente.Terzo fatto: ad averci messo lo zampino anche le multinazionali farmaceutiche, che sarebbero responsabili di aver prodotto 53 delle 118 FDC formulazioni, e per un terzo di queste non ci sarebbe approvazione. Solo 4 – infine – sono le formulazioni liberamente commercializzate nel Regno Unito e Stati Uniti perché approvate da EMA e FDA. Queste 118 formulazioni a dose fissa hanno dato luogo infatti a ben 3307 prodotti di marca fabbricati da 476 produttori, di cui 464 indiani e 12 multinazionali. Le FDC con il maggior numero di prodotti erano: ofloxacina + ornidazolo (382 prodotti di marca realizzati da 279 produttori), amoxicillina + acido clavulanico (293 prodotti, 189 produttori) e ciprofloxacina + tinidazolo (208 prodotti, 147 produttori). L’india ha oggi uno dei maggiori tassi di consumo di antibiotici a livello mondiale. Le vendite sono aumentate complessivamente del 26% da 2056 milioni di unità nel periodo 2007-08 a 2583 milioni di unità fra il 2011 e il 12, in particolare grazie ai farmaci a cose fissa, appunto, le cui vendite sono aumentate del 38%. Quello dell’antibiotico resistenza è tuttavia un problema globale che difficilmente rimane entro i rigidi confini nazionali, e gli esperti sono concordi nell’affermare che per affrontare il problema è necessario che nessuno remi contro. Certo, in casi come questo il problema non finisce qui. “È necessario – spiegano gli autori – un migliore accesso all’assistenza sanitaria per ridurre le vendite senza prescrizione, e capire perché i medici complicano i problemi prescrivendo antibiotici non approvati.”

Da:



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giovedì 8 marzo 2018

CONTAMINAZIONE RADIOATTIVA NEI CIELI DELL'ALASKA?



Uranio non naturale nei cieli di Alaska, micro particelle di uranio 238 e soprattutto di uranio 235. Quest’ultimo non esiste in natura, è solo il prodotto della manipolazione umana. Micro particelle che non preoccupano per la loro radioattività, infinitesimale. Non c’è nessun fall-out radioattivo nei cieli di Alaska, nessuna nube o vento radioattivi capaci di arrecare danno alla salute degli umani. Nessun allarme atomico dunque. Ma quelle micro particelle trovate nei cieli d’Alaska nei mesi scorsi, da dove vengono, come sono arrivate là, come si sono prodotte?

Aerei di agenzie statunitensi e internazionali di controllo sorvolano e monitorizzano regolarmente l’atmosfera, il “pattugliamento” nell’area che va dalle Hawaii all’Alaska appunto ha riservato di recente una grossa e finora non spiegata sorpresa: appunto le micro particelle di uranio arricchito nell’atmosfera sopra l’Alaska. A sette chilometri di quota sono state trovate là in una sorta di sospensione. Da dove vengono? L’ipotesi più plausibile, suffragata dalla geografia del globo e dei venti, è che vengano dall’Asia. Come si sono prodotte, di cosa sono traccia quelle micro particelle di uranio arricchito? L’ipotesi diventa qui quella di un incidente nucleare. Un incidente nucleare in Asia…di ipotesi in ipotesi si arriva a pensare che, se incidente nucleare in Asia c’è stato, il luogo sia la Corea del Nord. Ma sono nessi, assonanze. Niente più. Un incidente nucleare può sfuggire ai meccanismi di controllo e monitoraggio oggi attivi sul pianeta? Decisamente improbabile se non impossibile. La Corea del Nord è chiusa alla stampa, alla tv e ai social network ma radiazioni e sismografi non obbedisco al partito e si segnalano anche oltre confine. E poi, in via di ipotesi, incidente nucleare potrebbe accadere anche in Cina o Pakistan o India dove il possesso di arma nucleare è ufficiale. Ma anche altrove, dove sono immagazzinate armi nucleari di paesi ufficialmente non nucleari. Senza contare il nucleare civile, anche in questo ambito un incidente è possibile. Ma quel che dovrebbe essere impossibile o quasi è appunto l’incidente nucleare senza che il resto del mondo ne venga per forza di cose e di scienza al corrente. Allora se un incidente nucleare nascosto è impossibile o quasi, da dove vengono quelle micro particelle d’uranio nei cieli di Alaska? Oppure, peggio,  cosa è stato coperto e da chi e perché e come ha fatto?

Da:


mercoledì 7 marzo 2018

NUOVE PERICOLOSE FRONTIERE?


Putin ordina ricerche sulla possibilità di entrare nel Dna delle persone

 Il presidente russo Vladimir Putin ha incaricato i suoi scienziati di organizzare in Russia studi su larga scala del genoma. Il Cremlino vuole insomma accaparrarsi il libro della vita. Secondo il capo di stato, è tempo che la Russia sviluppi un programma di ricerca su larga scala per il genoma. In precedenza, Putin aveva parlato della possibilità di “entrare nel codice genetico” di un’altra persona come della tecnologia “più terribile, peggio di una bomba nucleare”.
Putin chiede di “sviluppare un programma appropriato in breve tempo, di fornire meccanismi per sostenere team forti, creare infrastrutture avanzate e personale addetto alla formazione”, ha detto durante un incontro del Consiglio per la scienza e l’istruzione dedicato alla competitività globale della scienza russa. Ha inoltre affermato di aver già discusso di questo problema con i rappresentanti del ramo siberiano dell’Accademia delle scienze. “Sia nella genetica che in altre aree è necessario utilizzare il cosiddetto approccio convergente”, ha osservato Putin.

http://www.askanews.it/esteri/2018/02/08/putin-ordina-ricerche-sulla-possibilità-di-entrare-nel-dna-delle-persone-top10_20180208_144441/



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martedì 6 marzo 2018

ALTERAZIONI GENICHE E TUMORI


Tumori: scoperta un’alterazione genica all’origine di molte patologie

Lo studio apparso su Nature apre la strada a nuove cure personalizzate dei tumori. In atto il primo trial clinico.

Una delle frontiere della medicina di oggi è puntare a terapie sempre più personalizzate rispetto al tipo di malattia, e in questo caso di tumore, che abbiamo di fronte. Anche all’interno dello stesso tipo di cancro infatti (per esempio fra tutti i pazienti con un glioblastoma al cervello) vi possono essere delle differenze a livello genetico, che fanno sì che non tutti i malati possano trarre lo stesso beneficio dalla medesima cura. Ragione per cui è importantissimo capire, grazie al sequenziamento del genoma del cancro in fase di diagnosi, di che tipo di tumore stiamo parlando.

I giorni scorsi la rivista Nature ha pubblicato i risultati di uno studio condotto dal team di due ricercatori italiani alla Columbia University di New York – Antonio Iavarone e Anna Lasorella – che ha identificato il meccanismo d’azione di una specifica fusione genica (la fusione dei geni FGFR3-TACC3) in diversi tipi di cancro, responsabile di un aumento del numero e dell’attività dei mitocondri, gli organelli presenti all’interno della cellula che funzionano come centraline di produzione di energia cellulare, che forniscono così maggiore energia per il moltiplicarsi e diffondersi incontrollato delle cellule tumorali. L’idea è quindi quella di inibire l’attività dei mitocondri generata da questa fusione genica, in modo che essi non alimentino le cellule tumorali di energia che le fa poi proliferare. Il ruolo di questa fusione genica nello sviluppo del tumore è noto dal 2012, sempre grazie agli studi del team di Iavarone-Lasorella, pubblicati poi su Science, che avevano individuato la fusione di FGFR3 e TACC3 come causa del 3% dei casi di glioblastoma, un tumore particolarmente aggressivo del cervello. Ma la frontiera non riguarda oggi solo il glioblastoma. Dopo la scoperta iniziale del team Iavarone-Lasorella, altri studi hanno riportato che la stessa fusione genica è presente con percentuali simili a quella del glioblastoma anche in altri tumori umani come il carcinoma del polmone, dell’esofago, della vescica, della mammella, della cervice uterina, ed il carcinoma della testa e del collo, tumori che colpiscono globalmente varie migliaia di persone ogni anno. “Questi risultati ci fanno pensare che probabilmente FGFR3-TACC3 è la fusione genica più frequente mai descritta finora per il cancro” spiega a Oggi Scienza Antonio Iavarone. “Un altro aspetto importantissimo è poi il fatto che stiamo passando alla fase ‘pratica’, ovvero ai trial clinici per testare l’efficacia di farmaci bersaglio su pazienti con questi tipo di mutazione genetica. Al momento è in corso una sperimentazione all’Ospedale Pitie’ Salpetriere a Parigi, dove opera Marc Sanson, uno dei coautori dello studio, e speriamo presto di iniziare un trial su pazienti affetti da glioblastoma anche all’Istituto Neurologico “Carlo Besta” di Milano con cui abbiamo già preso accordi.” A facilitare le cose è il fatto che possediamo già dei farmaci in grado di inibire l’attività mitocondriale e quella enzimatica di FGFR3-TACC3, che potrebbero dunque risultare utili nel trattamento dei tumori che contengono questa variazione genetica. In studi precedenti il gruppo aveva dimostrato sui topi affetti da glioblastoma che questo tipo di farmaci detti “farmaci bersaglio” o “targeted drugs”, portava a un aumento della loro sopravvivenza. Tuttavia procedere con la ricerca farmacologica non basta, se ancora a livello di diagnosi manca la possibilità su larga scala di usufruire della possibilità di conoscere, attraverso il sequenziamento del genoma, la tipologia di tumore di cui soffre il paziente, e al momento in Italia questo genere di procedura non è la prassi. “In Italia questo è un ostacolo non irrilevante – commenta Iavarone – perché senza sapere chi fra i pazienti che abbiamo di fronte può davvero trarre beneficio da un’eventuale terapia farmacologica mirata, abbiamo le mani legate. Oltre al fatto che senza raccogliere questi dati non sappiamo davvero la prevalenza di questa variazione fra la popolazione italiana. Speriamo dunque che questa nuova collaborazione che stiamo discutendo con il Besta porti con sé un’evoluzione su più fronti in vista di una medicina personalizzata sempre più alla portata di tutti”.


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