IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

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GdM

lunedì 19 maggio 2014

IL MISTERO DELLE CARTE NAUTICHE MEDIOEVALI


Le carte nautiche medioevali copiate da originali sconosciuti?

di: Sabrina Pieragostini


Precise, fin troppo, per le conoscenze dell’epoca. E per giunta comparse praticamente all’improvviso, senza traccia di modelli precedenti. Le cosiddette carte portolaniche- ovvero le carte nautiche in uso dal Medioevo- hanno sempre stupito gli esperti. Ora, un giovane neolaureato ne mette in dubbio l’origine.

UNA CARTA PORTOLANICA DEL 1466

Queste mappe, spesso associate ai portolani ( i manuali della navigazione, nei quali venivano descritte nei dettagli le coste di una determinata regione), sono sempre state considerate opera di cartografi medioevali, sulla base di fonti a loro contemporanee. La più antica è la Carta Pisana, comparsa alla fine del XIII secolo. Fu questa pergamena a dare il via ad una serie di carte nautiche estremamente accurate, pur se limitatamente al Mediterraneo e al Mar Nero.
Questi disegni, impressi su pelli di animali opportunamente lavorate, mostrano con grande esattezza il contorno delle coste, i porti e le insenature mentre indicano con pochi dettagli le caratteristiche interne del territorio. Sono poi caratterizzate da una rete linee rette intersecanti secondo vari angoli, che collegano sponde opposte per ciascuna delle 32 direzioni della bussola, al fine di indicare le rotte.
Dopo quel primo, mirabile esempio – opera di ignoto- spuntato dal nulla nella Repubblica Marinara di Pisa, altre mappe del genere entrarono in uso presso le corti di Spagna e Portogallo, dove vennero gelosamente custodite come segreti di Stato, tanto erano fondamentali per la navigazione. Gli studiosi hanno ipotizzato che esse siano il risultato delle conoscenze pratiche dei marinai del tempo, migliorate dalle più antiche nozioni tecniche di Bizantini ed Arabi. E la loro precisione sarebbe il frutto di fortunate coincidenze.
Non la pensa così, però, Roel Nicolai. La tesi di laurea con la quale è diventato dottore in geodesia ( la disciplina che studia la misurazione e la rappresentazione della Terra) presso l’Università di Utrecht, in Olanda, contesta infatti questa interpretazione. Nella sua “Revisione critica dell’ipotesi di un’origine medioevale delle carte portolaniche”, il ricercatore insiste su un punto centrale: la tecnica usata per realizzare quelle mappe nautiche non era a disposizione degli Europei del tempo. Quindi, i cartografi del XIII e del XIV secolo devono aver copiato le carte da fonti molto più antiche, forse senza neanche capire bene cosa stavano disegnando.

IN ROSSO, LA REALE LINEA COSTIERA; IN BLU, IL DISEGNO DEL CARTOGRAFO

Non solo. Nicolai sostiene che tale accuratezza è stata possibile utilizzando quella che appare una precoce versione della Proiezione di Mercatore, ovvero la conversione matematica della geometria della curvatura della Terra su un piano, ideata dal cartografo fiammingo ben 3 secoli più tardi, nel 1569. Ma nulla al momento fa pensare che una simile conoscenza esistesse già nel Medioevo.
“Tutte le carte portolaniche che ho studiato sembrano realizzate grazie alla Proiezione di Mercatore. Sono sicuramente state disegnate su pergamena medioevale, ma chi le compilò probabilmente non si rese conto di quanto accurate esse fossero. In esse, la forma del Mediterraneo è perfettamente riconoscibile, mentre persino nel tardo Medioevo il suo aspetto era assai diverso da quello evidenziato sulle mappe”, scrive Nicolai. Nei mappamondi dell’epoca, infatti, il bacino appare molto più allungato e la linea costiera molto più approssimativa, se non del tutto fantasiosa.
Secondo il ricercatore olandese, quelle carte così precise sono come un mosaico, ottenuto con la sovrapposizione di vari originali. “Ci sono evidenti differenze di scala e di orientamento nei diversi punti delle mappe. Non solo ciò dimostra chiaramente che furono prodotte con la collazione di carte diverse, ma anche che i cartografi medioevali non erano esperti delle tecniche usate dalle loro fonti.”

LA CARTA PISANA, FINE XIII SECOLO

Nicolai ha poi smentito la possibilità che alla base di quei disegni tanto esatti potessero esserci i resoconti, dettagliati, dei navigatori del tempo sulla posizione dei porti principali e sulle rotte migliori. Applicando questo stesso metodo, ha verificato che la mappa risulta palesemente assai meno precisa rispetto alle carte portolaniche, persino utilizzando metodi di calcolo sviluppati  alla fine del XVII secolo. Solo i progressi della cartografia avvenuti nel 1800 hanno permesso di raggiungere la stessa accuratezza.
Ma il ricercatore assesta anche un altro colpo all’ipotesi comunemente accettata, ovvero che gli originali fossero stati realizzati da altri popoli del Mediterraneo, come ad esempio i Bizantini. “È altamente improbabile che le abbiano compilate loro. Per quello che sappiamo, Costantinopoli non ha aggiunto molto alle nozioni scientifiche ereditate dall’età classica. I Bizantini sono stati solo i depositari delle antiche conoscenze dei Greci e degli Arabi. E poi, perchè mai avrebbero dovuto mappare le coste di Francia e Inghilterra? Erano al di fuori della loro sfera di interesse.”
Forse allora le fonti erano gli Arabi, navigatori ed astronomi competenti, sicuramente molto di più dei contemporanei europei? Anche in questo caso, lo studioso non ne è convinto: le carte portolaniche appaiono di gran lunga superiori anche alle competenze che gli Arabi avevano raggiunto a quei tempi in ambito nautico.
“Non ci sono prove che avessero la capacità di ridurre le osservazioni relative alla curvatura terrestre sulla superficie piatta di una mappa”, spiega. Ugualmente, per quello che sappiamo finora,  andrebbero escluse anche le carte di età alessandrina e quelle romane. Ma allora chi ha creato i modelli originali e quando?

IL MAPPAMONDO DI AL- IDRISI (XII SEC.)

“La storia va riscritta“, è la conclusione di Roel Nicolai . “È necessario farlo, anche se mi sbaglio, perchè comunque significa che nel Medioevo esistevano forme di sapere molto più avanzate di quanto noi non immaginiamo”.  Ma a suo avviso, tali conoscenze risalgono più probabilmente ad epoche precedenti. “Dobbiamo rivalutare lo stato della scienza nell’antichità. Ciò non comporta alcuna congettura sulle cosiddette civiltà perdute, ma dovremo ripensare al nostro passato, passo dopo passo”.


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domenica 18 maggio 2014

"INCONTRI RAVVICINATI ED ALTRI TIPI DI CONTATTO"



VOGLIO RINGRAZIARE IL G.U.C. GRUPPO UFO CREMONA PER L'OSPITALITA', L'AMICO ELVIO FIORENTINI CHE MI HA CONCESSO PARTE DEL SUO TEMPO DI RELATORE, PER POTER PRESENTARE IL MIO LIBRO APPENA USCITO: "L'UOMO KOSMICO". I RELATORI CHE SI SONO SUCCEDUTI: SABRINA PIERAGOSTINI, GIORGIO PATTERA, RINO DI STEFANO, EMILIA VENTURA BALBI, PIERFORTUNATO ZANFRETTA, ALBERTO NEGRI, IL MAGISTRALE GIANPAOLO SACCOMANO CHE HA MODERATO IL CONVEGNO IN MODO IMPECCABILE ED IL PRESIDENTE DEL G.U.C MARIO CAROTTI PER TUTTA L'ORGANIZZAZIONE.

MLR


...

Convegno GUC Cremona: una giornata memorabile quella di ieri! Ottimo esordio del ns. primo convegno ufologico! Ringrazio Piero Zanfretta che ha trasmesso grandi emozioni a chi lo ascoltava e poi tutti i relatori: Elvio Fiorentini, Sabrina Pieragostini, Giorgio Pattera, Emilia Balbi, Rino Di Stefano e Alberto Negri. Un grazie particolare a Alex Bocelli e agli amici Lorenzo e Roberto e a Andrea De Ponti, ma anche a Marco La Rosa e a Placido e a tutti coloro che hanno avuto la pazienza e l'interesse per seguire la mia conduzione... 
Gianpaolo Saccomano
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venerdì 16 maggio 2014

L'ENIGMATICA PIETRA DI INGA'


UN MISTERO DAL PASSATO: LA PIETRA DI INGÁ RACCONTA LA DISTRUZIONE DI ATLANTIDE ?

La "Pedra do Ingá" è un monumento archeologico nello stato nordorientale di Paraíba, in Brasile, posto nel mezzo del fiume Ingá. Si tratta di una composizione di pietre di basalto che formano una superficie di circa 250 m² completamente ricoperta di simboli non ancora decifrati. La maggior parte dei glifi sembrano rappresentare animali, frutta, esseri umani, costellazioni e galassie, mentre altri simboli sono del tutto irriconoscibili. Chi ha inciso la Pietra di Ingá? Perchè? Ma, soprattutto, cosa rappresentano quei simboli?
È un lungo masso orizzontale ricoperto di misteriosi simboli e notevoli formazioni geometriche.
Gli indigeni Tupi che vivevano in questa zona la chiamavano "Itacoatiara", che nella loro lingua significava semplicemente "la pietra". È lunga 26 metri e alta 4 e si trova nel bel mezzo del fiume Ingá, nei pressi dell'omonima cittadina a circa 96 km da João Pessoa, nello stato di Paraíba, a nordest del Brasile.
Il monolite di Ingá è completamente inciso con simboli e figure in bassorilievo che sembrano rappresentare animali, frutta, esseri umani e costellazioni come Orione e galassie come la Via Lattea. Altri simboli, invece, sono del tutto irriconoscibili.
Chi ha scolpito questo antico monolite? Cosa voleva descrivere o significare? E' possibile che i glifi incisi sulla roccia rappresentano un'antica lingua terrestre sconosciuta? Nonostante l'interessamento degli archeologi, ad oggi la Pietra di Ingá rimane ancora un enigma. Sono state avanzate molte teorie sull'origine e il significato dei misteriosi simboli, ma finora nessuno studioso è stato in grado di risolvere il mistero di Ingá.
Alcuni studiosi credono che si tratta di antichi simboli sacri scolpiti da antiche culture sudamericane; altri hanno ipotizzato che rappresenti la scrittura utilizzata da una antica civiltà sconosciuta che ha abitato la regione; altri, infine, spingendosi in ipotesi più eretiche, propongono addirittura che si tratti di un messaggio in codice lasciato da una civiltà extraterrestre.
In totale, la roccia conta circa 450 glifi. La questione è capire se quanto inciso sul monolite sia un'antica lingua. La maggior parte delle figure, infatti, sembra a prima vista astratta, ma i ricercatori ritengono che la Pietra di Ingá nasconda un antico messaggio cifrato. Il problema principale è che mancano paralleli su cui operare un confronto ed eventualmente tentare una traduzione. Il ricercatore italo-brasiliano Gabriele D'Annunzio Baraldi, grande studioso di lingue antiche che ha trascorso buona parte della sua vita allo studio della Pietra di Ingá, sostiene che i glifi sono simili in forma e dimensione a quelli delle culture mesopotamiche primordiali.

Per di più, a suo parere, la lingua Tupi - Guarani, parlata da molti gruppi etnici sudamericani, sembra avere una lontana origine comune con la lingua ittita, antico popolo indoeuropeo fiorito in Anatolia 3800 anni fa.
Come è possibile che due culture tanto lontane possano aver condiviso la comune origine del linguaggio e della scrittura? Baraldi trova in questa comunanza una prova dell'esistenza di una grande civiltà globale esistita più di 10 mila anni fà, nota più comunemente con il nome di Atlantide.
D'Annunzio Baraldi, ricercatore indipendente ed esploratore, è infatti considerato uno degli ultimi grandi atlantologi. Nella sua visione, alcuni gruppi umani originari del mitico continente sarebbero sopravvissuti alla catastrofico cataclisma avvenuto nel 9500 a.C., dirigendosi verso est, in Europa, e verso sud-ovest, in Brasile. Baraldi sostiene che i glifi della Pietra di Ingá raccontino proprio della grande catastrofe globale che causò la distruzione della civiltà atlantidea.
Se la tesi di Baraldi è corretta, significa che la Pietra di Ingá rappresenta un messaggio che gli antichi superstiti di Atlantide vollero lasciare ai posteri, come memoria del passato e come monito per il futuro. E ciò significa che non possono essere stati i nativi americani ad incidere i glifi sul monolite.

La scrittura dell'Isola di Pasqua:
A sostegno dell'ipotesi atlantidea ci sarebbe la somiglianza dei glifi della Pietra di Ingá con la scrittura utilizzata dagli antichi abitanti della remota Isola di Pasqua, il Rongorongo. L'Isola di Pasqua (in lingua nativa Rapa Nui, letteralmente "grande isola/roccia") si trova nell'Oceano Pacifico meridionale.
Si tratta di una scrittura con andamento bustrofedico (scrittura che procede in un senso fino al margine scrittorio e prosegue poi a ritroso nel senso opposto – ndr) e che, al momento, è stata solo parzialmente decifrata. L'isola di Pasqua è l'unica nell'area del Sud Pacifico ad aver sviluppato una scrittura propria. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare non si tratta di una scrittura che utilizza geroglifici. La scrittura rongorongo non fu mai decifrata completamente e per molti decenni rimase incompresa.
Fu quindi solo grazie agli studi condotti dal tedesco Thomas Barthel e alla scoperta di una tavoletta che riportava un calendario lunare (oggi conservata nell'archivio dei SS Cuori a Grottaferrata nei pressi di Roma), la cosiddetta tavoletta Mamari, che si poté parzialmente decifrare alcuni simboli. Al momento in tutto il mondo esistono soltanto 26 tavolette, in buone condizioni ed autentiche al di là di ogni dubbio, scritte in rongorongo.
Alcuni intravedono una forte somiglianza tra l'alfabeto rongorongo e i simboli della Pietra di Ingá. È possibile che questa somiglianza avvalori l'ipotesi che gli abitanti primordiali del Brasile, della Mesopotamia e dell'Isola di Rapa Nui discendessero tutti da un'unica cultura globale spazzata via da un cataclisma?
La Pietra di Ingá rimane uno dei reperti archeologici più importanti degli ultimi tempi e il suo studio, e la sua eventuale traduzione, potrebbero svelare un passato molto diverso del nostro pianeta, raccontandoci di un tempo in cui i nostri antenati vivevano in un grande villaggio globale chiamato Atlantide.

Grazie a:

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mercoledì 14 maggio 2014

SIBERIA MISTERIOSA


I megaliti della Siberia: manufatti o strutture naturali?

FENIX NEWS
Academia.edu


Una serie di incredibili fotografie è stata rilasciata dal dottor Valery Uvarov, capo del Dipartimento di Paleoscienza, Paleotecnologia e ricercatore UFO dell’Accademia Nazionale di Sicurezza di Russia, seguendo una spedizione sulle montagne di Gornaya Shoria nel sud della Siberia. Le fotografie sembrano raffigurare una serie di enormi megaliti e Uvarov è convinto che si tratti di strutture artificiali. Altri, tuttavia, hanno ipotizzato che sono semplicemente un raro esempio del potere e della meraviglia della natura. È stata intrapresa una spedizione guidata da Georgy Sidorov, con un team di 19 ricercatori sulle tracce di informazioni riguardanti l’esistenza di un grande numero di strani megaliti sul Gornaya Shoria, una montagna di 1100 metri sul livello del mare e situata in una remota parte della Russia, che era stata precedentemente bloccata dai posti di controllo durante l’epoca dell’Unione Sovietica. Oltre a raggiungere il sito descritto, il team di ricerca si è imbattuto in massicci blocchi di pietra, che sembrano granito, con superfici piatte, angoli retti e bordi affilati. Gli enormi blocchi, alcuni della misura di 20 metri di lunghezza e 6 di altezza e larghezza, sembrano accatastati l’uno sulla cima dell’altro. Il team ha anche osservato qualche altro inusuale fenomeno. Innanzitutto, che molte delle pietre mostravano segni di bruciatura e che la roccia appariva sciolta in alcuni punti. Secondariamente, i ricercatori hanno scoperto che tutti gli aghi delle bussole giravano rispetto ai megaliti, nella direzione opposta a quella verso cui la bussola veniva puntata. Il monolite a Baalbek è considerato una delle più grandi pietre singole usate in un antico sito megalitico, ma i blocchi o pietre di Shoria sono molto, molto più grandi, portando a chiedersi se siano realmente delle strutture artificiali. Se sono state scolpite da antichi popoli, i blocchi sarebbero i più grandi megaliti mai lavorati da mani umane. Sensazionali dichiarazioni stanno già filtrando su internet, per esempio che il sito è la prova di un’antica civiltà perduta, una razza di giganti o di visite UFO. Mentre le fotografie sono di fatto convincenti ed è difficile giungere a una spiegazione naturale, la natura è anche nota per aver prodotto alcune sorprendenti formazioni rocciose in tutto il mondo che sfidano la spiegazione, come la Strada dei Giganti nel nord dell’Irlanda e la Waffle Rock nell’ovest della Virginia. Quindi, sembra ragionevole aspettarsi in anticipo che venga intrapresa una ricerca geologica nell’area, per determinare la vera natura di queste notevoli strutture.

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CHI ERANO LE MUMMIE SIBERIANE CON LA MASCHERA DI RAME ?

da: http://ilfattostorico.com/2014/05/06/le-misteriose-mummie-siberiane-con-le-maschere-di-rame/

In un remoto sito vicino al circolo polare artico, gli archeologi russi hanno ripreso gli scavi nel tentativo di comprendere un insolito ritrovamento di mummie medievali, vestite con maschere di rame.
Risalenti a circa 1.000 anni fa, le mummie erano state trovate durante una serie di scavi cominciati nel 1997 in una necropoli siberiana vicina al villaggio di Zeleniy Yar, alla base di una penisola che le persone del posto chiamano "la fine della Terra".

Cinque mummie sono state dissotterrate ancora coperte con lamine di rame e pellicce di renna, castoro, ghiottone e orso. Tre mummie di bambini con delle maschere di rame, invece, sono state ritrovate avvolte dentro a quattro o cinque anelli di rame larghi 2 cm. La mummia meglio conservata è quella di un uomo dai capelli rossi seppellito in un sarcofago di legno. Era coperto da torace a piedi con lamine di rame ed era steso con un'ascia di ferro, pellicce e una fibbia di bronzo raffigurante un orso."In nessun'altra parte del mondo ci sono così tanti resti mummificati scoperti fuori dal permafrost o dalle paludi", dice Natalia Fyodorova, dell'Accademia Russa delle Scienze.


Il suolo nel sito è sabbioso e non è sempre congelato. Gli scienziati hanno determinato che questo misterioso popolo sia stato mummificato casualmente grazie a un calo di temperatura nel XIV secolo. Il rame potrebbe aver prevenuto l'ossidazione dei resti.
Curiosamente, le gambe dei morti puntano tutte verso il vicino fiume di Gorny Poluy. Secondo Fedorova, tale posizione potrebbe avere un significato religioso. Comunque, gli archeologi hanno ammesso che in queste sepolture ci sono dei riti funerari mai visti prima.
Lo scavo era stato interrotto nel 2002 perché le persone del posto avevano paura che gli archeologi stessero disturbando le anime dei loro antenati. Ma ora il lavoro è ripreso.
"È un sito archeologico unico. Siamo pionieri in ogni cosa dal prendere l'oggetto dal suolo sabbioso, che non era stato fatto in precedenza", dice Fyodorova.
Tra i manufatti scoperti vicino alle mummie con indosso il rame ci sono un pugnale da combattimento di ferro, braccialetti, medaglioni d'argento e statuette di bronzo.

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domenica 11 maggio 2014

L'UOMO KOSMICO: UN LIBRO PER OSSERVARE L'UNIVERSO CHE CI CONTIENE DA UNA NUOVA PROSPETTIVA

... Vi invito a leggere un libro che propone una visione nuova ed alternativa, una visione che è sempre stata ostacolata da chi vuole un mondo asservito al profitto.
Vi propongo una visione nuova per l' Uomo nuovo.

Marco La Rosa




venerdì 9 maggio 2014

LA CULTURA "VALDIVIA" : PONTE FRA SUD AMERICA E GIAPPONE ?


L'ENIGMA DELLE FIGURINE ANDROGINE DI VALDIVIA

La cultura Valdivia è una delle più antiche stabilitesi in Sudamerica. È emersa dalla precedente cultura di Las Vegas tra il 4000 a.C. e il 1800 a.C., prosperando sulla penisola di Sant'Elena, vicino all'odierna città di Valdivia, Ecuador. Tra i manufatti lasciati alle proprie spalle, la cultura Valdivia annovera delle enigmatiche statuine androgine, che presentano cioè tratti sia maschili che femminili.
Circa 6 mila anni fa, un antico popolo che viveva lungo la costa dell'Ecuador cominciò a produrre le prime figurine in ceramica comparse in America.


Piccole e solide figurine intagliate nella pietra, alte tra i tre e i cinque centimetri, sono state trovate in alcuni siti archeologici come Real Alto e Loma Alta.
Ricavate dal carbonato di calcio (ma anche dal calcare, marmo e gesso), queste piccole statuine risultano eseguite con una grande cura dei dettagli, con le caratteristiche facciali chiaramente delineate.
Ciò che ha lasciato perplessi i ricercatori è il fatto che le statuine spesso presentano caratteristiche sia maschili che femminili, come il seno di una donna e i genitali di un uomo. Avendo poche informazioni sulla cultura di Valdivia, questo aspetto della realizzazione artistica risulta particolarmente enigmatico.
Si pensa che nella tradizione mitologica fosse presente una qualche figura di divinità androgina, oppure che le figurine richiamino ad una sorta di perfezione primordiale dove non vi fosse la separazione tra maschile e femminile, ma l'unità dei generi, in maniera simile al mito dell'androgino narrato da Platone migliaia di anni più tardi.

Circa 500 anni più tardi, le statuite che cominciano ad apparire a Real Alto, pur presentando caratteristiche simili a quelle dei loro predecessori, vengono realizzate con la creta, materiale che permette una migliore resa dei dettagli. Le braccia delle statuine sono solo accennate e le gambe sono separate da un taglio triangolare.
La maggioranza delle figurine, in questo periodo, sembra essere di sesso femminile, con seni prominenti e corpi voluttuosi. Tuttavia, anche in questo periodo sono presenti statuine androgine. Come riportato sul sito del Metropolitan Museum of Art di New York, la maggior parte delle statuine è stata rinvenuta nei pressi dei focolari e nelle aree di preparazione degli alimenti (attività tradizionalmente associata alle donne).
Sulla base del contesto, le figurine potrebbero essere interpretate come buon auspicio per la fertilità. La posizione eretta delle figurine e le mani giunte evocano alcune posizioni di danza dei nativi americano, portando alcuni studiosi a ritenere che una parte delle statuine di Valdivia rappresenti figure danzanti. Tuttavia, il loro scopo preciso rimane sconosciuto.La cultura Valdivia è stata scoperta nel 1956 dall'archeologo ecuadoriano Emilio Estrada. Basandosi sul confronto dei resti e degli stili ceramici antichi, Estrada ha suggerito un rapporto molto stretto tra la cultura di Valdivia e l'antica cultura “Jomon”  sull'isola di Kyushu, Giappone. La teoria si basa sul fatto che l'antico popolo giapponese fosse in grado di compiere traversate oceaniche già nel 4° millennio a.C.
Nel 2013, un gruppo internazionale di genetisti ha pubblicato uno studio nel quale si rivela una somiglianza genetica tra i due gruppi umani, sostenendo così la teoria del contatto Giappone-Valdivia.
Come per altre culture antiche, anche quella di Valdivia interpella la curiosità dei ricercatori sul passato remoto dell'umanità. Culture tanto antiche, eppure tanto progredire da avere la capacità di traversare l'oceano. La vera storia dei nostri antenati è ancora avvolta nel mistero, e sembra ben rappresentata dagli enigmatici volti delle figurine di Valdivia.

http://www.ilnavigatorecurioso.it/2014/04/28/lenigma-delle-figurine-androgine-di-valdivia/

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mercoledì 7 maggio 2014

LA "VERA" RICERCA SCIENTIFICA ED I TUMORI...


LA VERITA' SCOMODA CHE TOCCA I GRANDI INTERESSI ECONOMICO-FINANZIARI E' CONTINUAMENTE OSTEGGIATA ED INSABBIATA.
MA LA COSCIENZA ALTRUISTA NON E' SCONFITTA E "RISORGE" CONTINUAMENTE.
NON SCORAGGIAMOCI E PERSEVERIAMO NELLA DIVULGAZIONE CHE RENDE LIBERI.

BUONA LETTURA

MLR


LA RICERCA SCIENTIFICA
DA: http://www.metododibella.org/it/fdb/home.do

Nel 2014 sono stati pubblicati da Neuroendocrinology Letters, rivista scientifica recensita dalla massima banca dati scientifica mondiale www.pubmed.gov, due studi clinici sull’impiego del Metodo Di Bella (MDB) nei tumori della prostata e della mammella. Con questi, i casi di varie neoplasie complessivamente e favorevolmente trattate col Metodo di Bella salgono a 774. Il progresso rilevante e il dato innovativo, senza precedenti nella ricerca oncologica e nella terapia del cancro, è costituito dal fatto di aver ottenuto, su tumori solidi, la completa e stabile remissione senza ricovero ospedaliero, senza intervento chirurgico, né radioterapia, né chemioterapia, ma unicamente mediante il Metodo Di Bella:

 “Evaluation of the safety and efficacy of the first-line treatment with somatostatin Evaluation of the safety and efficacy of the first-line treatment with somatostatin combined with melatonin, retinoids, vitamin D3, and low doses of cyclophosphamide in 20 cases of breast cancer: a preliminary report. “

Di Bella G, Mascia F, Ricchi A, Colori B.
Neuro Endocrinol Lett. 2013;34(7):660-8.  

“The Di Bella Method (DBM) in the treatment of prostate cancer: a preliminary retrospective study of
16 patients and a review of the literature.”
Di Bella G, Mascia F, Colori B.
Neuro Endocrinol Lett. 2013;34(6):523-8. Review. 

Mentre l’informazione in Italia (anche se portata a conoscenza con documentazione dettagliata esauriente e completa) si è affrettata a censurare accuratamente ed ermeticamente quest’unico reale e documentato progresso nella terapia dei tumori solidi, ( ottenuto senza chiedere e ottenere nulla per la ricerca scientifica, senza questue, sceneggiate televisive “giornate della vita” o vendite di arance verdure e ortaggi vari), le istituzioni sanitarie, e la cosiddetta autodefinita “ comunità scientifica nazionale“ non si sono interessate alle pubblicazioni per prendere atto di un risultato di per sé rilevante, né per esaminarne il razionale, i meccanismi biochimici e molecolari, le ampie conferme bibliografiche, che hanno consentito questo risultato. C’è stata, al contrario, una mobilitazione generale, hanno scagliato anatemi e lanciato scomuniche contro il MDB, si sono scomodate società scientifiche, istituzioni sanitarie e comitati etici, per cercare ogni cavillo, ogni appiglio, ogni pretesto, ogni espediente, ogni scusa, per delegittimare, non il risultato, non le guarigioni, non l’essenza del problema, non le verità documentate e verificabili, (per cui non hanno assolutamente manifestato il benché minimo interesse, e che non potrebbero contestare), non la sostanza. Dalle irraggiungibili altezze siderali della loro onniscienza hanno sprezzantemente criticato la forma , la procedura, la metodologia delle pubblicazioni, il livello di valutazione della rivista che ha pubblicato gli studi (c.d.”Impact factor”). 

Ma cos’è l’Impact Factor?

 E’ una sorta di punteggio che viene assegnato ad ogni singola rivista, sulla base di una apposita selezione. La selezione delle riviste è svolta a totale discrezione di Thomson Reuters seguendo un approccio quali-quantitativo; le caratteristiche principali che consentono ad una rivista scientifica di essere presa in considerazione per la misura dell'IF sono:

1) la puntualità nella pubblicazione dei fascicoli; • l'applicazione di un processo di valutazione editoriale degli articoli basato sulla peer review;
2) la presenza di un abstract e di informazioni bibliografiche in inglese;
3) l'internazionalità degli autori;
4) l'interesse per il contenuto scientifico in relazione anche alla attuale copertura della specifica categoria tematica o alla trattazione di argomenti emergenti; 5) la presenza di dati citazionali sulla rivista (o sugli autori che vi scrivono) nel database di citazioni delle riviste già censite da Thomson Reuters.

 E chi è Thomson Reuters?

Thomson Reuters, società nata il 17 aprile 2008, dalla fusione del colosso dell'informazione finanziaria canadese Thomson e la Reuters. L'accordo, raggiunto per 12,7 miliardi di euro, ha dato vita ad una delle più potenti e importanti società nel campo dell’informazione economico-finanziaria: il nuovo gruppo controllerà infatti il 34% del mercato, con il 33% detenuto da Bloomberg. Probabilmente a questi eccelsi luminari è sfuggito l’ormai noto e da più parti denunciato meccanismo con cui vengono manipolati dalle multinazionali sia l’impact factor, che l’intera cosiddetta “Comunità scientifica”. E’ sufficiente leggere le dichiarazioni del Premio Nobel per la medicina Randy Scheckman che si ribella alle riviste scientifiche ai primissimi posti dall’Impact Factor, (come Science, Nature e Cell) e ammette che la ricerca in campo scientifico non è affatto libera ma in mano ad una “cerchia ristretta” (c.d. comunità scientifica). Dunque la ricerca scientifica, per il premio Nobel, “…sarebbe tutt’altro che indipendente” questa è l’accusa di Randy Sheckman che incalza sostenendo che “…ormai le riviste scientifiche non pubblicano contenuti in base alle ricerche ma in base all’interesse legato alle vendite…”.  (Per questo riviste indipendenti come Neuroendocrinology Letters , che hanno il coraggio di  pubblicare le scomodissime verità scientifiche del Metodo Di Bella pagano la loro grande onestà morale con una grave penalizzazione dell’Impact factor).
“… In questo modo si crea un circolo vizioso perché anche i ricercatori sono spinti a modificare i  risultati ottenuti e il loro lavoro per vedere pubblicate le loro ricerche…” Per questo Scheckman è convinto che questa sorta di “supervisore” (l’Impact factor) debba essere eliminato soprattutto per il bene della ricerca scientifica.
La Prof.ssa Marcia Angell, per 20 anni direttrice scientifica editoriale di una delle massime testate medico - scientifiche mondiali , New England Journal, nel suo volume " The truth about Drug Companies" (La verità sulle case farmaceutiche), conferma e condivide in pieno la denuncia di Sheckman e fa riferimento ad ulteriori gravi denunce di altri autori (tra i quali Melody Petersen), lodandone l'impegno civile e l’approfondita indagine. Segnaliamo tre libri-inchiesta: “Melody Petersen: Dacci oggi le nostre medicine quotidiane: venditori senza scrupoli, medici corrotti e malati immaginari" – “Ray Moynihan e Alan Cassels: Farmaci che ammalano: ...le case farmaceutiche che ci trasformano in pazienti" - “Sauveur Boukris: Quelle medicine che ci fanno ammalare". Ben Goldacre, medico ricercatore inglese nel suo libro: ”La cattiva scienza” ( Bad science) denuncia il sistema della “comunità scientifica” dalle dinamiche perverse e poco trasparenti in cui sono coinvolti “”… soggetti dalla dubbia integrità morale …”” assecondano e diffondono il giudizio positivo su un determinato farmaco, basandosi su dati falsati dalle aziende farmaceutiche. Molto spesso, infatti, l'efficacia dei medicinali viene verificata in test clinici malamente progettati, condotti su un numero ridotto di pazienti poco rappresentativi e analizzati con tecniche che ne enfatizzano solo gli effetti positivi. Quando emergono dati negativi, la legge consente all'azienda di tenerli nascosti”.  Ormai le denunce documentate sono sempre più autorevoli, e numerose, es: -Uno studio sul British medical journal rivela che l’87% dei ricercatori che diede parere favorevole al farmaco per il diabete Avandia, prodotto dalla GlaxoSmithKline, sospettato di rovocare infarti, avevano ricevuto denaro dai produttori del farmaco. Nel caso dell’Avandia la corruzione emerse anche fra i membri della commissione della Food and Drug Administration chiamata a valutare. Se consideriamo la manipolazione e l’asservimento della ricerca al profitto denunciate da autorevoli personalità, comprendiamo pienamente la desolante impotenza e la grave tossicità nei tumori solidi delle attuali terapie del cancro. I dati scientifici oncologici, quelli veri, non quelli degli imbonitori ell’informazione di regime, smentiscono i trionfali successi dei ”farmaci antineoplastici di provata efficacia” magnificati dalle istituzioni sanitarie, documentandone un’inaccettabile percentuale di mortalità denunciata da un’agenzia della Reuters Healt [Wesport,CT]: “Unexspected high mortality rated associated with chemoterapy regimen...” (“Non ci si aspettava un tasso di mortalità così elevato associato ai protocolli hemioterapici...”). Il dato è confermato dalla pubblicazione di Gerrard [Br.J. Cancer 1998 Jun 77(12) 281-5] con l’undici per cento di decessi, non causati dal tumore ma unicamente da chemioterapia. Viene documentata una ortalità del 17% nella pubblicazione di Ghesquières H, Ferlay C e AA sulla rivista Ann Oncol. 2010 Apr;21(4):842-50.
Epub 2009 Nov 13.dal titolo : Long-term follow-up of an age-adapted C5R protocol followed by radiotherapy in 99 newly diagnosed primary CNS lymphomas: a prospective multicentric phase II study of the Groupe d'Etude des Lymphomes de l'Adulte . La sopravvivenza dei malati di tumore, quella vera, delle verifiche scientifiche, non giornalistico-televisive, è essenzialmente dovuta alla chirurgia, molto meno alla radioterapia, e per il 2,5% con chemio, e si riduce, nei pazienti operati , ad un 29% di sopravvivenza a 5 anni (Richards,BMJ2000;320:895–898). Del 29% pertanto solo il 2,5% era dovuto alla chemio, come pubblicato da Morgan G. e AA “The contribution of cytotoxic chemotherapy to 5- year survival in adult malignancies”, sulla prestigiosa rivista oncologica Clin. Oncol [2004 Dec.16(8):549-60]. Questa fondamentale pubblicazione si basa su 14 anni di osservazione, 225.000 pazienti, 22 varietà tumorali, per accertare il reale contributo della chemio al raggiungimento dei 5 anni di sopravvivenza. L’avvilente risultato è questo: su cento ammalati la chemioterapia consente solo al 2,5% di raggiungere i 5 anni, dopo i quali, Lopez nello studio clinico “Long–term results…Experience at the 20 th…” GacMed Mex [1998 mar. Apr,134(2):145-5] ha accertato che metà dei pazienti sopravvissuti a cinque anni, nel lungo termine muore per tumore.  Il dato di fatto che, senza alcuna delle note, gravi e non raramente mortali, complicazioni tossiche della chemio, il MDB abbia documentato nella massima banca dati mondiale www.pubmed.gov risposte obiettive rilevanti e complete, anche in stadi avanzati di carcinomi della mammella in cui l’oncologia ammette notoriamente e chiaramente di essere impotente a ottenere simili risultati, per la “comunità scientifica”, è irrilevante. Motivo ? La rivista che ha pubblicato i risultati del MDB ha un basso impact factor, il Dr. Di Bella fa parte del comitato editoriale e il lavoro non segue (secondo loro), la corretta prassi metodologica. Pertanto un risultato scientifico e clinico di questa portata non conta assolutamente niente. La logica del ragionamento è ovviamente perfetta e ineccepibile , degna delle più eccelse e codificate procedure metodologiche, di impeccabili raccolte dati, di un’ortodossia sancita in quintali di inutili pubblicazioni metodologicamente perfette che hanno portato al nulla, al fallimento noto, conclamato e tragico precedentemente riportato, della cura del cancro che porta a uccidere con chemio dall’undici al diciassette per cento di pazienti in alcune neoplasie, e a 5 anni, a ottenere col la chemio ( in assenza di chirurgia ) il 97,5 % di ammalati neoplastici morti. A fronte di questi noti e certificati risultati delle attuali terapie oncologiche istituzionali “ di provata efficacia “ è etico, razionalmente scientifico, morale, disprezzare e interdire terapie come il MDB che non provocano mortalità e neppure la rilevante tossicità della chemio, conseguono percentuali nettamente più elevate di miglioramenti in tutti gli stadi , fino alla documentata e stabile remissione (sconosciuta all’oncologia) in carcinomi prostatici e della mammella, senza intervento chemio e radio, con abbattimento evidente ed elevatissimo delle spese sanitarie e conseguente crollo del fatturato delle multinazionali? Sollevare col MDB da drammatiche sofferenze, prolungare esistenze più dignitose e accettabili, salvare vite, documentare il tutto sulla banca dati scientifica mondiale ufficiale www.pubmed.gov, non serve assolutamente a nulla, non viene degnato della minima attenzione, non merita alcuna considerazione ma solo la sprezzante scomunica di questa cosiddetta “comunità scientifica ” . 

http://www.metododibella.org/it/fdb/home.do


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