IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

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GdM

lunedì 15 dicembre 2008

LA SFINGE: " ETERNO ENIGMA"


Da: Adriano Forgione 14-12-2008

La geologia conferma che la Sfinge era un leone

La notizia non è nuova ma è rimbalzata su internet in modo fragoroso negli ultimi giorni. Il geologo britannico Colin Reader ha affermato, dopo anni di studi, che la testa della Sfinge è stata anticamente rimodellata, presentando tutt'altro aspetto in precedenza, vale a dire volto leonino. Si tratta di una teoria che era stata già avanzata dall'egittologo eretico John Anthony West oltre dieci anni fa ma che mai sinora aveva goduto del supporto scientifico. Colin Reader ha analizzato l'erosione del recinto e le tracce sul corpo della Sfinge, oltre ad avvalersi di uno storico dell'architettura, il Dr. Jonathan Foyle, il quale ha affermato che le proporzioni tra la testa della statua e il suo corpo sono eccessivamente fuori canone, troppo fuori per essere un atto deliberato da parte dei costruttori egizi, sempre così precisi fin dalle primissime dinastie.

Dunque la testa sarebbe stata rimodellata e il suo aspetto originario, essendo il corpo quello di un leone, doveve essere quello di quest'animale. Secondo gli esperti, che hanno partecipato alla produzione del documentario The Secrets of Egypt, il fatto che la statua fosse stata realizzata con intero aspetto leonino non deve sorprendere essendo per gli egizi predinastici un forte simbolo di potere. La conclusione di Reader è che la Sfinge è, dunque, molto più antica di quanto si pensi, anche se mantiene una linea più cauta rispetto a quella del suo collega americano Robert Schoch. Ricordiamo che Robert Bauval ha evidenziato come la Sfinge punti ad est, nel punto in cui il sole nel 10.500 a.C. sorgeva all'equinozio di primavera proprio in corrispondenza della costellazione del Leone.

martedì 2 dicembre 2008

PIANETI DI UN ALTRO MONDO




L'ARTICOLO CHE SEGUE E' STATO SCRITTO DALLA PROFESSORESSA PATRIZIA CARAVEO DELL'ISTITUTO DI ASTROFISICA SPAZIALE E FISICA COSMICA (IASF) DI MILANO.

FULGIDO ESEMPIO DI COME LA VERA SCIENZA NON SIA PIU' IMBAVAGLIATA DA PRECONCETTI ORMAI ANACRONISTICI.


PER LA PRIMA VOLTA SI E’ RIUSCITI A VEDERLI AL DI FUORI DEL NOSTRO SISTEMA SOLARE.
E CI SONO TRACCE DI VITA.
di Patrizia Caraveo


Fino a una dozzina di anni fa conoscevamo un solo sistema planetario: il nostro. Nel 1995, Machel Mayor e Didier Queloz, due astronomi svizzeri, hanno aperto nuovi orizzonti con la scoperta che 55 Pegasi, una stella brillante della costellazione del Cavallo Alato, aveva un pianeta. Per rendere giustizia alla sensazionalità della scoperta bisogna aggiungere che il pianeta risultava avere una massa simile a quella di Giove ma percorreva la sua orbita in meno di 5 giorni. Un gigante gassoso più vicino al suo sole di quanto sia il nostro minuscolo Mercurio.Il pianeta non era stato visto, ma la sua presenza era stata indovinata studiando le piccole oscillazioni che il moto del pianeta induce sulla stella. Senza voler entrare nei dettagli tecnici, ricordiamo che in ogni sistema multiplo tutti i corpi celesti ruotano intorno ad un baricentro comune.
Poiché in ogni sistema planetario la stella rappresenta più del 99% della massa totale, il baricentro è all’interno della stella. Tuttavia la sua posizione precisa varia continuamente, in corrispondenza ai movimenti dei pianeti. Il moto del baricentro di un sistema planetario è una specie di registro degli spostamenti dei pianeti, decifrando il quale si possono ottenere preziose informazioni sulla massa e sull’orbita dei pianeti. Imparata e raffinata la tecnica, le scoperte di nuovi sistemi planetari sono diventate sempre più numerose. Non passa settimana senza un nuovo annuncio e oggi il totale dei pianeti tocca quota 329 in poco meno di 300 sistemi planetari, implicando la scoperta di diversi sistemi multipli. Sistemi che ci hanno riservato una sorpresa notevole poiché appaiono diversissimi dal nostro sistema solare. Noi, abitanti del terzo pianeta, che impiega un anno ad orbitare intorno alla sua stella di mezza età di uno dei tipi stellari più normali della galassia, credevamo di ver capito tutto. Per esempio, eravamo abituati a pensare che i pianeti si dovessero disporre con un certo ordine intorno alla stella: prima quelli rocciosi (composti di materiale più denso) a popolare le regioni più interne e più calde del sistema, poi quelli gassosi (composti di materiale più leggero) nelle regioni più esterne e fredde. Invece ecco decine e decine di Giovi caldi a dirci che noi umani, da sempre malati di antropocentrismo, avevamo fatto assurgere al ruolo di modello il nostro sistema planetario.
Adesso sappiamo che circa il 15% delle stelle del nostro vicinato galattico hanno uno o più pianeti. Giordano Bruno aveva ragione, dopo tutto, quando parlava dell’infinità dei mondi.
Restava il rammarico di non riuscire a vederli, questi pianeti. Le difficoltà pratiche erano veramente enormi: i pianeti, che non emettono luce propria ma possono solo riflettere una parte di quella che ricevono, sono miliardi di volte più deboli della loro stella.
L’intrinseca debolezza, unita alla sfolgorante vicinanza della stella madre, aveva convinto molti che si trattasse di una missione impossibile. Per fortuna qualcuno non si è dato per vinto e, con perseveranza e grande abilità è riuscito ad ottenere l’impossibile: l’immagine di un pianeta extrasolare. Anzi, sono due i gruppi che hanno vinto la grande sfida: uno con lo Hubble Space Telescope e l’altro con il Keck e il Gemini, due dei più grandi telescopi della Terra.
Dopo anni di tentativi sono riusciti a sviluppare la tecnica per cancellare l’emissione della stella per fare apparire il puntino del pianeta. Anzi, dei pianeti, perché nel caso della stella HR8799 se ne vedono addirittura tre. Lo Space Telescope si è concentrato su Fomalhaut (che in arabo significa bocca del pesce) una stella visibile ad occhio nudo ad appena 25 anni luce da noi. L’annullamento della stella rivela un disco di polvere, all’interno del quale si vede muovere il paineta ad una distanza pari a circa dieci volte quella di saturno dal Sole. Diversamente dalla maggior parte dei pianeti scoperti con il metodo del movimento del baricentro, si tratta di un pianeta lontanissimo, ben al di là dei confini del nostro sistema solare. Anche i magnifici tre di HR8799 sono lontanucci, il più vicino è a distanza superiore ad Urano.
Un bel risultato, dal quale partire per la prossima sfida: quale ? Ovviamente trovare una nuova terra, un pianeta roccioso nella fascia di abitabilità della sua stella, cioè alla giusta distanza perché possa avere acqua liquida, l’elemento fondamentale per lo sviluppo della vita.
Forse potremmo essere meno esigenti in fatto di temperatura. Recenti immagini della sonda Cassini, che ritraggono Encelado con un pennacchio di vapor d’acqua, ci dice che anche i corpi gelidi come le lune di Saturno possono avere acqua liquida, magari sotto uno strato protettivo di roccia o di ghiaccio. Ma la vita vuole molecole più complicate. Altrettanto recente è la scoperta, assolutamente casuale, della presenza di glicolaldeide, uno zucchero semplice, in una nube di gas della nostra galassia. Non sono ancora gli omini verdi, ma gli scaffali del supermercato del cosmo cominciano a riempirsi e le scoperte non tarderanno ad arrivare.

Fonte: Il Sole 24 ore 30/11/2008 - rubrica Scienza e Filosofia.

martedì 25 novembre 2008

NEWS....ECCO COME SONO STATE REALMENTE COSTRUITE LE PIRAMIDI !











Piramidi, mistero risolto "Costruite dall'interno"

24 Novembre 2008 - La scoperta di una piccola cavità in quella di Cheope avvalora l'ipotesi di un tunnel inclinato e a forma di spirale che dalla base raggiungeva la sommità. L'architetto Jean-Pierre Houdin: "Per secoli ignorata l'evidenza che era lì".

Da antiche civiltà scomparse agli extraterrestri. Le ipotesi sul modo con cui furono costruite le piramidi egizie si contano a decine. Ma rimanendo con i piedi per terra e seguendo i canoni della scienza le congetture su come gli Egizi impilarono più di due milioni di blocchi pesanti anche 70 tonnellate si restringono a poco più di un paio.
Secondo l'idea che va per la maggiore i blocchi furono sovrapposti attraverso una rampa esterna sulla quale venivano fatti scivolare i giganteschi "mattoni". Ma ora la scoperta di una piccola cavità potrebbe dare ragione all'ipotesi in base alla quale la piramide di Cheope, risalente a circa 4.500 anni fa, fu costruita dall'interno, attraverso un tunnel inclinato e a forma di spirale che dalla base della piramide raggiunge la sommità.
Questa ipotesi è stata avanzata dall'architetto francese Jean-Pierre Houdin il quale ha detto: "Per secoli gli archeologi hanno ignorato l'evidenza che era lì di fronte a loro. L'idea che le piramidi furono costruite dall'esterno era proprio sbagliata. Ma se si parte da un elemento base errato per risolvere un problema non si arriverà mai alla soluzione. E questo è ciò che è successo nello studio delle piramidi egizie".
"In realtà tutte le ipotesi che sostengono che le piramidi furono costruite dall'esterno presentano dei problemi irrisolvibili, anche se considera la possibilità di un'unica lunghissima rampa di accesso. Per trasportare blocchi a 147 metri d'altezza, la rampa sarebbe dovuta essere lunga almeno un chilometro e mezzo. Sarebbe stato come costruire due piramidi anziché una", ha detto l'egittologo Bob Brier della Long Island University di New York (Usa).
L'ipotesi invece che vuole che la rampa sia stata costruita ruotando attorno alla piramide avrebbe reso impossibile o per lo meno alquanto complesso ai costruttori l'utilizzo degli angoli e dei lati necessari per i calcoli durante la costruzione. "L'ipotesi poi, avanzata da Erodoto nel 450 avanti Cristo, che per la costruzione si sarebbero utilizzate gru o rampe di legno non sta in piedi perché per fare ciò non ci sarebbe stato legno sufficiente in tutto l'Egitto", sottolinea Brier.
Ma cos'ha di innovativo l'ipotesi di Houdin? Secondo l'architetto la Grande Piramide fu costruita in due stadi. I blocchi furono trascinati su di una rampa per costruire la base della piramide, che contiene la maggior parte dei blocchi. Nella seconda fase i blocchi utilizzati all'esterno per la rampa iniziale furono riciclati per la parte superiore della piramide e questo potrebbe spiegare perché non ci sono tracce del piano inclinato originale. Josef Wegner dell'Università della Pennsylvania (Usa) ha detto: "L'idea di utilizzare piccoli blocchi già squadrati per costruire la rampa più bassa, per poi smantellarla al fine di utilizzare il materiale per i piani superiori è sensata e logica, anche perché avrebbe accelerato di molto la costruzione".
Spiega Houdin: "Dopo aver costruito la fondazione della piramide, gli operai iniziarono a costruire un tunnel inclinato, interno alla piramide e a forma di cavatappi che seguì la crescita della piramide stessa fino alla sua cima. Poiché il tunnel si trova dentro la piramide, quando venne terminata alcuni blocchi chiusero l'uscita e il tunnel, in pratica, scomparve dalla vista".
Questa ipotesi trova ora conferma in una prova importante. A circa 90 metri d'altezza vi è una specie di buco che recentemente è stato raggiunto con tecniche alpinistiche ed esplorato da videoperatori del National Geographic. Brier ha accompagnato i tecnici e una volta raggiunto quel foro l'archeologo si è trovato di fronte a una piccola stanza a cielo aperto forma di "L". A dire il vero non era la prima volta che quell'antro è stato esplorato, ma fino a oggi gli archeologi non gli hanno dato importanza. Ma per Houdin quell'area era la ciliegina sulla torta. Nella sua ipotesi infatti, il tunnel in salita richiedeva aree a cielo aperto ai quattro angoli della piramide necessari per far girare i blocchi di 90 gradi. Questi probabilmente venivano ruotati per mezzo di tronchi di legno.
L'apertura studiata recentemente si trova esattamente in un punto in cui si dovrebbe trovare secondo il modello in tre dimensioni costruito da Houdin. I due tunnel che si dipartono dalla piazzola oggi non si vedono perché probabilmente furono sigillati una volta terminata la costruzione della piramide.
L'ipotesi trova ulteriore riscontro in una ricerca condotta nel 1986: tecnici francesi trovarono variazioni di densità all'interno della piramide che potrebbero coincidere con la presenza di un tunnel interno.
C'è modo di scoprire la galleria di servizio senza dover demolire parte della piramide? Secondo Houdin sarebbe sufficiente fare uno studio all'infrarosso della piramide, in quanto il calore emesso dalle pareti varierebbe rispetto al resto là dove è presente il tunnel in salita. "L'unica cosa necessaria è l'autorizzazione delle autorità dell'Egitto - ha precisato l'architetto - Dopo basterebbe rimanere con una camera all'infrarosso puntata su tre lati della Piramide per circa 18 ore, osservando il calore che fuoriesce. Se l'ipotesi è corretta dovremmo poter osservare l'andamento del tunnel".
Sarebbe una grande scoperta per l'Egitto e il mistero delle grandi piramidi sarebbe risolto per sempre.

FONTE: Repubblica .it 18/11/2008

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"L'UOMO KOSMICO", TEORIA DI UN'EVOLUZIONE NON RICONOSCIUTA"
" IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: LA VERA GENESI DELL'HOMO SAPIENS"
DI MARCO LA ROSA
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venerdì 26 settembre 2008

ATLANTIDE & LE ISOLE MISTERIOSE






di Marco La Rosa

(estratto dalla conferenza tenuta a Parma il 6 maggio 2000, in occasione della Mostra –Manifestazione : Spedizione Jules Verne. Un viaggio straordinario. – Parma Palazzo Pigorini 26/03/2000 – 28/05/2000).



Uno dei più avvincenti romanzi di Jules Verne, " L’Isola Misteriosa ", ci ha trasmesso il cosiddetto “input” per raccogliere le numerose considerazioni ed ipotesi che da anni affollano, più o meno disordinatamente, i nostri pensieri.
Per non togliere a chi legge l’inebriante sensazione dell’avventura, che Verne trasmette mirabilmente con le sue pagine, non sveleremo alcunché della trama: ci limiteremo a sporadici richiami, che potranno comunque essere facilmente individuati da ognuno.

Tre sono le domande che scaturiscono dalle nostre “riflessioni storiche” circa l’Umanità presente, passata e futura:

1) Gli avvenimenti di cui sono protagonisti i cinque coloni del Romanzo di Verne, sperduti in un’isola deserta, possono essere trasposti al genere umano d’un remoto passato (non “ufficialmente” riconosciuto), ivi comprese le ignote influenze benefiche che “forzano” il corso degli eventi e fanno macroscopicamente progredire i coloni (nel romanzo) e l’umana evoluzione (nella realtà) ?
2) L’Umanità ha mai dovuto “riprendere tutto da capo, dopo un naufragio” (cataclismi, diluvio, ecc…) ? Quanti Cyrus Smith (Deus ex machina) della situazione hanno permesso il ripristino graduale della civiltà, ripartendo da zero ?
3) E’ quindi esistita una super-civiltà planetaria (Atlantide - Mu - Lemuria),
origine di tutto ciò che oggi siamo e, forse, saremo in un prossimo futuro ?

Ci sono tracce evidenti di tutto questo nel passato dell’Uomo ?

Dopo oltre cento anni di studi dedicati alla ricerca di Atlantide, attraverso l’archeologia, la geologia, l’antropologia, la botanica, la geografia, la cartografia, la biologia, ecc., cos’è emerso?
Quella che noi oggi definiamo “scienza primitiva” (ad es. quella dei Sumeri, Egizi e Maya) poteva costituire, già migliaia di anni or sono, la reminiscenza d’un’antichissima ed avanzatissima civiltà ?

Attraverso quali parametri l’Uomo odierno valuta il progresso e la civiltà d’un popolo ? Con un solo termine: la tecnologia. Ma poteva, un tempo, esistere una civiltà “globale”, evolutissima, basata non sulla tecnologia (che non implica, per forza di cose, la massima espressione della conoscenza e del progresso !!!), ma piuttosto sullo sviluppo delle capacità mentali e dei valori etici ? Ad esempio l’armonia e il benessere collettivo, “in primis”, come riferisce Platone a proposito della mitica città di Atlantide !
Più una società fa uso di strumenti atti ad aiutare (= ad usare meno) la mente umana, se non addirittura a sostituire le sue possibilità intrinseche, più oggi è considerata “avanzata”; questo naturalmente a scapito delle facoltà che necessitano d’un allenamento costante (la tecnologia oggi c’è, ma domani potrebbe anche improvvisamente regredire, come siamo convinti che sia già successo...). Quelle facoltà, insomma, di cui quasi certamente erano dotati gli antichi abitanti della terra (migliaia o forse milioni di anni fa) e che oggi purtroppo sono andate “dimenticate”, ma per fortuna non estinte !

Se queste “super capacità cerebrali” erano alla base di quest’antica “Umanità” (come per noi lo è la tecnologia), forse questa è la primaria risposta al fatto che non siano state, a tutt’oggi, ancora trovate evidenze inequivocabili che riconducano con certezza a questa civiltà…..o forse le abbiamo davanti agli occhi, ma, proprio per il fatto che la nostre facoltà cerebrali sono regredite, non riusciamo a distinguerle !

Davanti a noi restano solamente “ciclopici e sbalorditivi” reperti archeologici, per ironia della sorte non databili con esattezza neppure dalla nostra tanto ostentata “tecnologia”; per cui, ancora adesso, su tutto questo aleggia il mistero, checché sostengano gli accademici della cosiddetta “scienza ufficiale” !

Chi ha eretto quelle meraviglie, che hanno sfidato le ingiurie del tempo e della meteorolgia per centinaia di secoli ? Come è stato possibile tutto ciò ?

Forse nella domanda è insita la risposta: LA MENTE DELL’UOMO, quello di undicimila anni or sono, però !

mercoledì 17 settembre 2008

COME ? E DA CHI ?





di Marco La Rosa
Parte Prima

Le due domande in effetti, potrebbero interscambiarsi, ma non cambierebbero affatto l’ “incongruita’ ” della situazione.
Anche il più semplice manufatto in granito o in diorite, rinvenuto negli scavi archeologici in terra d’Egitto, non ha a tutt’oggi trovato una sua precisa collocazione, poiché la raffinatezza e la precisione espresse dal “creatore” di tali opere, non solo “presuppone” ma “implica” necessariamente, l’utilizzo della tecnologia del “tornio” di tipo parallelo, oppure ancor più “audacemente” di una sorta di “trapano” multifunzioni ad “ULTRASUONI”.
Utensili questi, ben diversi e più sofisticati del tornio a pedana del vasaio, per altro ben conosciuto e documentato anche all’epoca pre-dinastica (3500 avanti l’era comune – a.e.c.). Gli inequivocabili segni di “contropunte” e “centratori”, visibili sul fondo di vasi e contenitori in diorite, dimostrano una conoscenza di lavorazione per tornitura e fresatura, possibile solamente (alla luce del nostro progresso tecnologico per pari lavorazioni), con macchinari dei quali non è rimasta traccia.
Quando parlo di tracce, non intendo solamente quelle “fisiche” (rottami o pezzi di macchinario), ma anche quelle “descrittive” o “pittografiche”, cosa estremamente inusuale per una cultura “meticolosa” come quella egizia nell’annotare ogni evento, situazione, conteggio, censimento ecc……
Tutto ciò, porta inevitabilmente a formulare ipotesi per cercare di “capire”, sempre naturalmente, alla luce della “nostra logica” materialista e inevitabilmente “galileiana”:

A) I manufatti in questione (l’implicazione si allargherebbe poi comunque anche alle costruzione come le Piramidi, la Sfinge ecc…), non provengono dalla cultura Egizia, come sostenuto dall’archeologia classica, ma sono stati “ritrovati” e “riutilizzati” dalla stessa !
Cio potrebbe anche spiegare i patetici tentativi di imitazione, attuati per i monumenti simili alle Piramidi di Giza e Dashur;

B) E’ esistita una “civiltà” molto progredita, in un periodo imprecisato (almeno 20.000 – 15.000 a.e.c.) che ha influenzato (protolingua), o addirittura dato origine, a tutte o quasi le civiltà “mondiali” successive; presumibilmente dopo un non ben chiaro cataclisma (diluvio ?), che né ha causato la “diaspora”.
Naturalmente il termine “progredita”, è per noi sempre “misurato” sulla nostra civiltà “tecnologica” e “materialista”, per niente etica e spiritualista.
Questa “misteriosa” civiltà, così ostinatamente negata dall’archeologia classica, potrebbe avere avuto un’evoluzione durata migliaia di anni, ma che invece di imboccare la strada del “materialismo tecnologico”, si è sviluppata sulla strada “etico-spiritualista” arrivando “ naturalmente ad un livello “evolutivo superiore” !
Resta comunque emblematica, la scomparsa “senza” traccia di tutta la tecnologia da loro utilizzata per le meraviglie lasciateci. Potrebbe essere stata una provocazione proprio per l’uomo del terzo millennio ? Perché l’uomo del terzo millennio deve per forza spiegare tutto “materialisticamente” o “empiricamente”?

C) La Terra è stata per migliaia o milioni di anni, la colonia di una civiltà “esogena” che circa 15.000 anni fa, ha lasciato “”forse” completamente il nostro pianeta, portandosi via tutta ciò che avrebbe potuto “aiutarci a capire”…. Ennesima provocazione ?

Ora proviamo ad analizzare in dettaglio i “manufatti”, che hanno dato origine a tutte le nostre domande, e a come noi oggi, senza la nostra tecnologia, saremmo in grado di riprodurre.

Innanzitutto, dovremmo partire con la costruzione del “tornio parallelo”, uno dei macchinari utilizzabili, a mio parere, per la realizzazione dei famosi vasetti in diorite.

Dovrà necessariamente essere composto da:
Due binari sui quali far scorrere la slitta del “mandrino” per foratura e contropunta, e la slitta della morsa con griffe per il bloccaggio del pezzo da lavorare; la torretta per la collocazione dell’utensile di lavorazione; due volani per la rotazione del gruppo morsa e del gruppo mandrino. (fig. 1).

Il difficile comunque deve ancora venire, in quanto non avendo a disposizione “metalli duri”, si può solo tentare di ricreare con legno ed eventualmente pietra, il “bloccaggio” del pezzo da lavorare (fig. 2). Ammesso che ciò possa fare al caso nostro, procediamo pure.
Dobbiamo ora creare un “porta utensile” efficace, utilizzando del robusto legno, in cui incastonare saldamente un diamante grezzo, unico “inserto”possibile per lavorare il granito (fig. 3). La lavorazione, deve comunque procedere sempre, con la costante lubrificazione tramite emulsione oleosa, per ridurre i forti attriti tra utensile e pezzo.

Come si pone l’archeologia ufficiale rispetto a tale problematica ? Naturalmente svicola, semplifica e banalizza….chiamando in causa i soliti artigiani e vasai che con improbabili utensili in rame e pietra riuscivano a creare splendidi e perfetti manufatti….magari impiegando più generazioni per portarli a termine ! ma questo è un aspetto trascurabile…tanto per loro il tempo non aveva significato !

Fine prima parte…

SERPENTI E COLTELLI


























Di Marco La Rosa


Le Cripte del Tempio della Dea Hathor, a Dendera, furono ritrovate alla metà del 1800 e.c. (era comune) da Auguste Mariette; una volta liberate dai detriti e dalla sabbia, rivelarono al mondo sorprendenti incisioni, raffiguranti alcuni degli innumerevoli rituali contemplati nell’egittologia classica.

Le succitate cripte vennero però chiuse al pubblico nel 1973, a seguito di un “misterioso” furto avente per oggetto proprio le incisioni adornanti le pareti. Alcune di queste, infatti, vennero letteralmente asportate.

Per nostra fortuna Mariette, con lo scrupolo del grande archeologo, riportò a mano, su carta, tutte le incisioni presenti nelle cripte, pubblicandole in Europa nel 1869 in cinque corposi volumi. Oltre a questa monumentale opera, di tali incisioni ci restano oggi anche numerose fotografie, scattate nel 1934 da Emile Chassinat per l’Istituto Francese di Archeologia Orientale.

Secondo l’interpretazione in chiave paleoastronautica, le cripte di Dendera rappresenterebbero una “tecnologia fuori tempo” per la cultura egizia e cioè l’utilizzo dell’elettricità o, meglio ancora, dell’illuminazione mediante la “lampadina”.
Von Daniken, Habeck e Krassa (come molti altri) concordano nell’attribuire proprio a tale tecnologia l’assenza di fuliggine sulle pareti, incise o dipinte dagli egizi nelle profondità della terra, ove, per ottenere tali meraviglie, l’uso comunemente accettato di lampade ad olio avrebbe sicuramente comportato il deposito di una notevole quantità di fuliggine, peraltro non riscontrata.
Nemmeno l’audace ipotesi degli “specchi” convoglianti la luce del sole risulta praticabile: infatti gli Egizi utilizzavano specchi d’argento, riflettenti solo il 40% della luce diretta su di essi; ciò significa che dopo soli quaranta metri di profondità tutta la luce sarebbe venuta meno !!!!
La scienza “ufficiale” ribatte a queste teorie, spiegando che gli incisori erano soliti aggiungere del semplice “sale” alle loro lampade, per evitare che queste sprigionassero fuliggine; teoria, però, ancora tutta da dimostrare!!!!!

Un’altra interessante ipotesi è stata formulata da Mario Pìncherle, secondo cui le figure che appaiono nelle incisioni rappresenterebbero l’Umanità che porta l’”uovo cosmico”, simbolo della vita, il cui gamete a forma di serpente procede o con il capo avanti (evoluzione) o con il capo reclinato (involuzione).
L’involuzione sarebbe provocata dalla “guerra” (coltelli in mano alla scimmia, che identifica l’ominide); la figura con le braccia alzate rappresenterebbe lo scorrere del tempo; la “Torre Zed” a quattro livelli identificherebbe la quarta era dell’Umanità e le braccia che ne fuoriescono indicano l’influenza di Osiride sulle vicende umane.

Secondo l’ultima e incredibile ipotesi, formulata dal fisico italiano Clarbruno Vedruccio, il tutto sarebbe incredibilmente identico al sistema a raggi “X” messo a punto da Roentgen nel 1895 (cfr. figura 1); i bulbi sono troppo simili (vedi schema) per trattarsi di semplice coincidenza !...
Dice infatti Vedruccio: “ Personalmente ritengo che questi disegni rappresentino un rituale e non un uso prettamente tecnico: gli Egizi avevano trovato questa tecnologia, ma non sapevano a cosa servisse. Il primo impiego forse non era destinato a far luce , ma a generare raggi “X” a bassa energia, forse per applicazioni legate alla mineralogia ovvero alla ricerca di materiali fluorescenti.
Evidentemente il creatore di questo dispositivo doveva avere bisogno di qualcosa che emettesse tali radiazioni. Il disegno che mostra il Dio Thot con i coltelli alzati davanti alla lampada fa comprendere al “tecnico” che quella zona è pericolosa !
Infatti i raggi “X” scaturiscono proprio dal bombardamento degli elettroni (la serpe) sul bersaglio, costituito dai braccetti all’interno dell’ampolla. Un’altra emissione si ottiene anche bombardando con elettroni accelerati il silicio posto nella parte del tubo perpendicolare al serpente. Nelle foto di Dendera la serpe ha la testa rivolta verso l’alto: anche questo effetto è comprensibile, si tratta della deformazione della scarica di ionizzazione (serpe) a causa dell’impulso magnetico generato durante le fasi di conduzione (innesco) del trasformatore Zed. Un effetto noto come “deflessione magnetica” ed impiegato per formare l’immagine sugli schermi televisivi “.
Ma chi lo aveva ideato, usato e poi abbandonato?
Le ipotesi al riguardo sarebbero molte, non ultime anche le teorie di Sitchin sui Nephilim (cfr. La Genesi, Il Dodicesimo Pianeta) riguardanti, in specifico, la creazione di un “essere di fatica” per l’utilizzo in miniera !!!!

Tutto ciò non ci è giunto direttamente, ma attraverso la decifrazione di scritture sconosciute e ideogrammi arcaici: perché tra l’egittologia accademico-conservatrice e i ricercatori “di confine” non vi può essere nessun punto d’incontro ?
Le interpretazioni sono agli antipodi !
Gli antichi egizi erano effettivamente depositari “ignoranti” di qualcosa più grande di loro ? Il segreto era allora alla base della casta sacerdotale, come in effetti si evince dal “maniacale” utilizzo dei riti iniziatici e del compito, appunto, “segreto” dei sacerdoti: “ Non rivelate in alcun modo i riti che vedete nei templi del “Mistero” più assoluto “.
“ Sono un sacerdote istruito nel mistero, il cui petto non (lascia) uscire ciò che ha visto “. “Sono quattro le formule (che resteranno) segrete, che tu hai penetrate. Non (le) pronunciare, per paura che i profani le ascoltino ! “
Immagini e formule: ecco ciò che deve per sempre rimanere nascosto; il silenzio è la regola. D’altronde, nell’antico Egitto questa virtù resta il punto di appoggio più sicuro !

Permettetemi ora di aggiungere qualcosa di personale alle interpretazioni “estreme”, presentate poc’anzi.
Ritengo di aver riscontrato un’interessante analogia alle incisioni di Dendera nel papiro “GREENFIELD”, custodito al British Museum di Londra (fig. 2), nel quale si riconosce perfettamente, nella parte bassa, la raffigurazione del serpente (libero da “costrizioni”= lampada ?) e, davanti a lui, il Dio Thot con i coltelli in mano. Nella parte alta il Dio Osiride è raffigurato trionfante, seduto sul trono.

Scomponiamo ora solamente la parte che ci interessa, anche se il tutto andrebbe letto nell’insieme, stando ai canoni ufficiali di decifrazione. Ritengo che in questo caso si possa fare un’eccezione, poiché dobbiamo comparare ed in parte completare la teoria del Dott. Vedruccio.

Cosa rappresentava il serpente per la cultura egizia?
APOPHIS, serpente malefico e simbolo delle forze demoniache del male, contrasta le forze della “luce”, simboleggiate da RA.
Rappresenta anche il “dualismo” o, meglio, il potere che emana dalla dualità.
Potere creativo e distruttivo insieme.




Chi era il Dio Thot ?
Dio lunare con culto a Hermopolis. Patrono delle scienze e inventore della scrittura geroglifica. Creatore dell’Universo per mezzo della parola , secondo la teologia del suo collegio sacerdotale. Raffigurato “antropomorfo” con testa di ibis, animale a lui sacro. Dai Greci successivamente assimilato a Hermes; con l’avvento delle teorie “iniziatiche”, in epoca ellenistica divenne “Ermete Trismegisto” (= tre volte massimo).

Perché associare un Dio “essenzialmente positivo ma misterioso” come Thot con uno “potenzialmente negativo” come Apophis ?
Da sempre l’uomo teme ciò che non sa spiegare, associando in molti casi lo “sconosciuto” al male: e quindi Apophis !
Ma chi, tramite la scienza (proto-retro-ingegneria), poteva “illuminare” e quindi comprendere l’ignoto, se non il misterioso Dio Thot ?
Thot aveva compreso (e quindi “domato”) l’”ignoto macchinario che creava morte” (folgoratore, raggi “X” ?) e fu obbligato, da quel momento in poi, a segnalarne il pericolo (monito), alzando davanti a sé i coltelli !!!

Il papiro Greenfield, successivo alle incisioni di Dendera, ha conservato questa “associazione”!!

Forse, oltre a formule ed immagini, l’ultimo e più importante compito sacerdotale fu quello di celare (forse per sempre) agli occhi dell’Umanità ciò che era stato creato dagli Dei ? O forse proprio gli Dei avevano impartito istruzioni affinché il ritrovamento dovesse avvenire in uno specifico e ben preciso momento ?

Noi continueremo a cercare incessantemente, nella speranza che il “preciso momento” sia ormai prossimo.





Bibliografia:



Hera, n. 5 – 6 Maggio , Giugno 2000

Il Serpente Celeste, J.H.West – Corbaccio 1999

Iniziati e riti iniziatici nell’antico Egitto, M. Guimot- Mediterranee 1999

Vita quotidiana degli Egizi, F. Cimmino – Rusconi 1985

I Testi delle piramidi, manuale di vita, C. Jacq – Bompiani 1998

FARAONI E FALSARI "Come è stata insabbiata la verità"
















di Marco La Rosa


L’accantonare i problemi, o non spianare le incongruenze, è stata per molto tempo, prassi assai comune in Storia ed Archeologia.
Tale “sistema” ha portato al raggiungimento di conclusioni affrettate ed addirittura a “madornali” inesattezze, presenti ancor oggi sui libri di scuola, ad ogni livello.
Purtroppo in molti casi, la contraffazione e la malafede, andate a buon fine, hanno fatto ottenere ai perpetratori fama e ricchezza; all’umanità una “Storia” completamente diversa da quella reale.
Tutto ciò è sicuramente accaduto alla Grande Piramide, ed al suo “presunto” costruttore, il faraone Khufu (Cheope).

Nuovi scavi archeologici, sistematici e rigorosi, nei luoghi ove sorgono le piramidi,
ci stanno portando a piccoli passi, verso una “Storia” completamente diversa, da quella che è stata, e viene tutt’ora insegnata.

E’ opinione comune che l’epoca delle piramidi iniziasse con la piramide a gradoni di Zoser, e che in seguito vi fosse stata una progressiva evoluzione verso forme più tipiche di una vera piramide, la cui forma alla fine avrebbe preso il posto di quelle precedenti. Ma se è vero che l’arte di costruire piramidi andò progressivamente migliorando, come mai le numerose piramidi costruite dopo quelle di Giza hanno caratteristiche decisamente inferiori e non superiori ?
La piramide a gradini di Zoser costituì un modello per altre costruzioni, oppure era essa stessa l’imitazione di un modello precedente ?
Ci sono oramai prove inequivocabili, portate alla luce dagli archeologi dell’Università di Harvard, guidati da George Reisner, che l’architetto del Faraone Zoser, il “magnifico” Imhotep, avesse fatto ricoprire con mattoni di fango, tutti e quattro i lati della piramide a gradini, così da far scomparire gli stessi, e dare l’impressione che la piramide fosse a pareti lisce. Fu scoperto anche che i suddetti mattoni, furono verniciati di bianco affinchè sembrassero una copertura di bianca pietra calcarea. Ma purtroppo il tutto ben presto si sgretolò, dando ai posteri l’impressione che Zoser avesse fatto costruire una piramide a gradoni. Chi stava cercando di imitare ?
Come mai, i tentavi fatti a Maidum e a Sakkara, di costruire una piramide liscia e inclinata di 52° erano falliti ? e il Faraone Sneferu, fu costretto a costruire la “presunta prima” vera piramide, con una pendenza di soli 43°, mentre il figlio Khufu si sarebbe messo a costruire subito una piramide molto più larga con la rischiosa pendenza di 52° - e presumibilmente ci sarebbe riuscito senza nessun problema ?
Se è valida la “legge” : <<>>, perché il figlio di Khufu, Radedef, non innalzò la propria accanto a quella del padre ? Bisogna evidenziare che le altre due piramidi di Giza presumibilmente non c’erano ancora, quindi Radedef aveva a disposizione tutto lo spazio che voleva per costruire la sua, invece ciò che porta il suo “cartiglio” è una modesta mastaba mal costruita e completamente crollata.
Anche l’assenza di iscrizioni geroglifiche in tutte e tre le piramidi di Giza desta meraviglia , come notò James Bonwick più di un secolo fa : <<>>.
Questi “elementi”, rafforzano l’opinione che Zoser ed i suoi successori cominciarono a costruire piramidi imitando modelli già esistenti: Le piramidi della piana di Giza.

Chi erano dunque Menkara, Chefre e Khufu, i quali secondo la testimonianza di Erodoto, furono i costruttori di queste piramidi ?
I templi e la lunga via che fiancheggiano la terza piramide furono veramente fatti costruire da Menkara , come effettivamente dimostrano le iscrizioni con il suo nome e le numerose statue che lo raffigurano ?
Non è provato affatto però, che lo stesso abbia costruito la Piramide, dentro la quale non fu mai trovata né un’iscrizione, né una statua, né una parete decorata; solamente “un’imponente” ed austera precisione.
L’unico presunto reperto si dimostrò un falso: i frammenti di un sarcofago di legno con l’iscrizione del nome di Menkara si rivelarono di un’epoca di circa 2000 anni posteriore a quella del suo regno; e la mummia “intatta” a differenza del sarcofago, risaliva alla prima era cristiana.
La seconda piramide è completamente vuota, allo stesso modo. Solo nei templi vicini furono ritrovate delle statue con inciso il cartiglio di Chefre, ma non c’è nulla che indichi che l’abbia costruita lui.
Ma ora veniamo a Khufu, l’unica “voce” ad indicare che sia stato lui ad innalzare la Grande Piramide è quella di Erodoto, e poi sulla base dei suoi scritti da uno storico romano.
Erodoto descrisse Khufu come un sovrano che per oltre trent’anni tenne il suo popolo in condizione di schiavitù per costruire la strada e La Piramide. Diversamente secondo “tutte” le altre testimonianze, Khufu regnò per soli ventitrè anni.
Egli non fu affatto un costruttore così prolifico ed ambizioso come Erodoto vuole farci credere, poiché al di fuori di una minuscola statuetta non abbiamo nient’altro di lui.
La sua unica “grande idea” fu quella di costruire il suo tempio funerario vicino alla grande Piramide; ciò lo avrebbe automaticamente associato ad essa, senza per altro profanarla od offendere gli dei arrogandosi ufficialmente il merito della costruzione, tutto ciò lo avrebbero fatto i posteri…….per lui.
Allo stesso modo Chefre, quando venne il momento di costruire la “sua “ piramide, la circondò , con templi e costruzioni votive. Allo stesso modo si sarebbe poi “naturalmente” associata la seconda piramide al suo nome.
Idem per Menkara dopo di lui.
Naturalmente, non possiamo escludere che gli stessi Khufu, Chefre e Menkara siano stati anche i primi restauratori delle tre piramidi della Piana di Giza, già vecchie di molti millenni.
Tutti i faraoni che vennero dopo di loro, se non poterono dedicarsi al restauro di qualche altra grande piramide, tentarono di costruirne una, con i disastrosi risultati che abbiamo già esaminato.
Anche le piramidi di Dashur, seguirono lo stesso iter di restauro, da parte dei predecessori dei tre Faraoni poc’anzi menzionati.
Ad ogni modo una delle prove schiaccianti, che dimostrano l’enorme antichità delle piramidi già al tempo del Faraone Khufu, ci è stata fornita proprio dallo stesso Khufu, in una stele calcarea autocelebrativa, scoperta da A. Mariette a metà del 1800 fra le rovine del tempio di Iside, proprio vicino alla Grande Piramide.
Khufu volle commemorare la ricostruzione del tempio di Iside da lui ordinata e il restauro delle immagini e dei simboli delle divinità che egli stesso trovò all’interno del tempio in rovina. I versi iniziali identificano Khufu grazie al suo cartiglio, senza possibilità d’errore.

Secondo l’iscrizione di questa stele, che oggi è conservata al museo del Cairo, si evince chiaramente che la Grande Piramide era già presente sulla piana di Giza quando Khufu entrò in scena ed apparteneva alla dività Iside e non al Faraone. Non solo, ma anche la Sfinge, notoriamente attribuita a Chefre, era già lì; l’iscrizione precisa che la stessa era stata anche parzialmente danneggiata da un fulmine.

Bibliografia e citazioni:

Il Serpente Celeste, J.H.West – Corbaccio 1999

Iniziati e riti iniziatici nell’antico Egitto, M. Guimot- Mediterranee 1999

Vita quotidiana degli Egizi, F. Cimmino – Rusconi 1985

I Testi delle piramidi, manuale di vita, C. Jacq – Bompiani 1998

Il Mistero di Orione – R. Bauval , A. Gilbert – Corbaccio 2000

Custode della Genesi – R. Bauval , G. Hancock – Corbaccio 1997