IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

venerdì 28 agosto 2015

IL PENSIERO DI "STEFANO LUSUARDI" SULLA SCUOLA... E LA DEMENZA DELLE UMANE ISTITUZIONI


del DR. GIORGIO PATTERA ( BIOLOGO E GIORNALISTA)


“16 anni di scuola. 3’200 giorni seduto su un banco. 16’000 ore passate a imparare nozioni a memoria. Questo è il tempo che ho speso io nella “scuola dell’obbligo” (compresa l’università). A distanza di tanti anni, se mi guardo indietro mi accorgo che la maggior parte delle cose che mi hanno obbligato a studiare, non me le ricordo più. Non me le ricordo più perché dopo averle imparate non le ho mai più usate, perché non ne ho mai avuto bisogno. Quindi dopo averle imparate, le ho dimenticate. Guardandomi indietro, posso dire con certezza di aver passato la maggior parte della mia infanzia e della mia giovinezza seduto su un banco a imparare a memoria cose inutili che non mi interessavano minimamente. Lo sappiamo, la “scuola dell’obbligo” è fatta così. Ti obbliga a imparare cose che non ti servono e che probabilmente non ti interessano veramente. Il fatto che una materia sia più interessante o meno noiosa di un’altra non significa che, potendo scegliere, avresti davvero voluto studiare quelle cose quando eri bambino. Dicono che la scuola crea la “forma mentis”. Ed è proprio così… ma non è necessariamente una cosa buona, se la forma mentale è quella dell’omologazione e dell’indottrinamento. Dicono che la scuola ti insegna a ragionare. E’ vero, ma la scuola non ti insegna a ragionare con la tua testa. Ti insegna a ragionare in un certo modo, che deve essere uguale per tutti. Nella scuola non viene incoraggiato il pensiero critico. Non si esercita la dialettica. Lo scopo della scuola non è aiutare lo studente a indagare la realtà per trovare la SUA Verità, ma trasmettere nozioni e informazioni che vengono spacciate per verità e che non vanno messe in discussione. La scuola ti insegna a competere, anziché a collaborare. Ti convince attraverso voti, punizioni e pagelle che ciò che conta veramente è dare la risposta che qualcun altro si aspetta da te. Il tuo valore si misura con il voto e si confronta con il voto degli altri. Dicono che a scuola puoi imparare tante cose, vedrai che almeno una ti servirà nella vita! Ma la verità è che le cose che mi interessavano nella vita, le ho sempre studiate per mia volontà e con grande passione, senza che nessuno dovesse obbligarmi. Da sempre studio, compro libri, seguo corsi. Ma solo quello che mi interessa davvero. Le cose che oggi reputo veramente importanti, e che davvero avrebbero potuto cambiarmi la vita, ecco, quelle a scuola non le insegnano. A scuola non ci insegnano come funziona davvero l’essere umano (e non parlo di anatomia e fisiologia). Non ci insegnano a governare la nostra mente e a farne uno strumento potentissimo al nostro servizio. Non ci insegnano a sviluppare la concentrazione, la riflessione, la contemplazione, la meditazione. Non ci insegnano a comunicare in modo efficace con le altre persone, a risolvere i conflitti in modo costruttivo. Non ci insegnano ad ascoltare, comprendere e gestire le nostre emozioni e quelle altrui. Non ci insegnano a dominare i nostri istinti e a controllare i nostri automatismi, le nostre reazioni meccaniche. Non ci insegnano cosa sono l’Ego, l’Identificazione e come far emergere la nostra Vera Natura. Si parla di grandi uomini, delle loro scoperte e delle loro conquiste, ma non si parla mai delle nostre personali ambizioni, dei nostri desideri e dei nostri obiettivi. Si parla di grandi realizzazioni materiali, politiche, scientifiche, sportive, economiche, ma non si parla mai della nostra realizzazione come individui. Si parla di religione (anche quella imparata a memoria), ma non si parla della propria personale ricerca spirituale. Certo, non fa parte del programma scolastico. Da adulto, per mia scelta, ho frequentato la scuola di Naturopatia Olistica, per 4 anni, e sono diventato naturopata. Quasi 2’000 ore di lezione. In queste ore preziose ho scoperto molto su come funziona l’essere umano nel suo insieme. Il nostro corpo, la nostra mente, le nostre emozioni, il nostro Ego e la nostra parte immortale. Ho scoperto come valutare lo stato di salute di una persona attraverso l’ascolto e l’osservazione, senza usare macchinari complicati o analisi di laboratorio. Ho scoperto come mantenere la salute e curare le malattie attraverso l’alimentazione, le piante, gli elementi naturali, il digiuno, la respirazione, il movimento e il riposo, la meditazione, i rituali e la preghiera. Senza usare medicinali industriali o terapie aggressive. E quando penso alla scuola dell’obbligo mi chiedo… se anziché parlarci solo della preistoria, delle poesie del Leopardi e dei fiumi d’Italia, ci avessero insegnato anche queste cose… come sarebbe diversa la nostra vita oggi? Forse oggi saremmo più sani, più consapevoli, più padroni di noi stessi e probabilmente più felici”.

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martedì 25 agosto 2015

VACCINI E PROTEINE...KILLER



SEGNALATO DAL DR. GIORGIO PATTERA (BIOLOGO – GIORNALISTA)

Scoperta una sostanza immessa intenzionalmente nei vaccini: 8 medici americani morti in circostanze misteriose.

Dal 19 giugno ad oggi, in poche settimane, sono morti 8 medici olistici negli Stati Uniti: Dr. Jeff Bradstreet [molto noto nella comunità dell’autismo], Dr. Bruce Hedendal, Dr.ssa Teresa A. Sievers, Dr.ssa Lisa Riley DO, Dr. Barone Holt, Dr. Ronald Schwartz, Dr. Nicholas Gonzalez e Dr. Jeffrey Whiteside.

Coincidenza o no – non spetta a noi giudicare – tutti quanti credevano nelle potenzialità della proteina GcMAF e tutti quanti – come leggerete più avanti – avevano subito pressioni e minacce dal braccio armato della FDA americana.>>
Infatti la FDA americana (“Food and Drug Administration”, l’agenzia del governo USA) aveva fatto visita agli 8 medici prima che questi venissero trovati morti. Secondo questi medici, la nagalase sarebbe coinvolta nel causare molte forme di cancro, autismo, immunodepressione, Parkinson e molte altre malattie legate al deficit immunitario. Infatti, la nagalase può trasformare il GcMAF [Fattore di attivazione dei macrofagi derivato dalla proteina Gc] in una forma inattiva che non può essere più utilizzata dal sistema immunitario come sostanza di segnalazione. GcMAF sta per “Fattore di attivazione dei macrofagi derivato dalla proteina Gc”.Gc è una nomenclatura obsoleta per la DBP, ovvero la “vitamin D binding protein”. La DBP è responsabile del trasporto della vitamina D e, allo stesso tempo, viene utilizzata dalle cellule del sistema immunitario come sostanza di base per la produzione del GcMAF, un fattore che, analogamente agli interferoni, funge da sostanza di segnalazione interna per il sistema immunitario. Il GcMAF innesca una catena di processi per attaccare le sostanze estranee penetrate nell’organismo, come virus, batteri, veleni ambientali [inclusi vaccini] o affrontare le modificazioni cancerogene della cellula, se viene indebolito, si indebolisce tutto il sistema immunitario rendendo vulnerabile l’organismo.

Fonte

http://jedasupport.altervista.org/

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sabato 22 agosto 2015

CELIACHIA E...DISERBANTI: PIU' DI UN SEMPLICE SOSPETTO !


SEGNALATO DAL DR. GIORGIO PATTERA (BIOLOGO – GIORNALISTA)

MA QUALE CELIACHIA: CHIAMATELA ROUNDUP

di:  MAURIZIO BLONDET

maurizioblondet.it

 Sono almeno 12 mila anni che l’umanità mediterranea si nutre di frumento,  senza problemi. E di colpo, ecco sorgere la “intolleranza al glutine”, con relativo ipersviluppo degli affari relativi a questa “malattia”: paste senza glutine a 5 volte il prezzo   delle normali, prodotti bio dove l’etichetta dichiara “senza glutine”, cibi spesso a carico del servizio sanitario nazionale… Il glutine è un veleno? Si deve sospettare del grano geneticamente modificato? Per una volta no. Anche se c’entra il Roundup, il diserbante della Monsanto, specificamente concepito dalla multinazionale per essere usato in abbondanza coi suoi semi geneticamente modificati (modificati appunto per resistere al diserbante, che uccide tutte le erbacce) . Come ha scoperto la dottoressa Stephanie Seneff, ricercatrice senior al Massachusetts Institute of Technology (MIT), da una quindicina d’anni gli agricoltori americani, nelle loro vastissime estensioni, hanno preso l’abitudine di irrorarle di Roundup immediatamente prima della mietitura. In questo caso, profittano delle qualità disseccanti del prodotto, con il suo agente attivo, glisofato. Hanno scoperto che, spargendo tonnellate di glisofato, la resa per ettaro aumenta. Perché? Perchè, prova a spiegare la Seneff, “le brattee  protettive  si frantumano, la spiga muore, e con l’ultimo sospiro, rilascia i chicchi” che altrimenti resterebbero attaccati nel resti della spiga ancor umida. L’aumento di resa non è enorme, ma è importante per coltivatori stra-indebitati con le banche. Inoltre, il disseccamento facilita la battitura condotta coi giganteschi macchinari industriali (spesso affittati, quindi se li si può usare per meno giorni, si risparmia) e consente di anticipare l’operazione di mietitura. “Un campo di grano matura di solito in modo ineguale; una irrorata di Roundup consente di disseccare ugualmente le zone ancor verdi e quelle già gialle, e procedere alla mietitura nello stesso tempo”, ha spiegato un coltivatore di nome Keith Lewis. E’ dunque l’estrema manifestazione della industrializzazione totale dell’agricoltura americana, nel quadro della violenza generale sulla natura (hanno abolito la rotazione agricola,  coltivano sempre le stesse colture da denaro sullo stesso campo, compensando l’impoverimento del terreno con tonnellate di fertilizzanti chimici), hubrys che resterà sempre come lo stigma dell’americanismo quando avrà condotto all’estinzione di questa civiltà. Lo stesso ministero americano dell’agricoltura ha reso noto che, dal 2012, il 99% del grano duro, il 97% del frumento primaverile, e il 61 % di quello invernale subisce il trattamento al glisofato: il che costituisce un aumento dell’88% per il grano duro, e del 91% per il primaverile rispetto a quanto si faceva nel 1998.


Piccolo particolare, l’industria della birra non accetta l’orzo da trasformare in malto, se è irrorato di Roundup; i piselli e le lenticchie, se irrorate, non hanno parimenti mercato. Invece il grano si può vendere, e dar da mangiare agli esseri umani, oltre che agli animali allevati per la carne e il latte. Che esista una relazione diretta fra il consumo di grano così trattato e la misteriosa “intolleranza al glutine” non è dubbio. E’ stato comprovato da uno studio della dottoressa Senef e del suo collega Anthony Samsel, pubblicato già nel 2013 sulla rivista “Interdisciplinary Toxicology”. Chi è interessato può trovare i particolari (molto allarmanti) dell’interferenza patologica del glisofato nei processi di malassorbimento di minerali, inibizione dei citocromi, nella distruzione dei bio-batteri intestinali e persino nella sintesi della serotonina, senza dire che la celiachia quadruplica il rischio di cancro.
http://responsibletechnology.org/media/Glyphosate_II_Samsel-Seneff%281%29.pdf

A noi profani basterà la tabella qui sotto, del tutto eloquente:
celiachia



Ora, è noto che quando in Sicilia il frumento è vicino al raccolto, arrivano nei nostri porti navi granarie delle sei “sorelle”, le multinazionali oligopoliste globali del grani, con i loro carichi: a prezzi stracciati. E’ grano americano, canadese, australiano – probabilmente conservato da più stagioni in quelle navi, dove controlli occasionali hanno rivelato grumi di muffa. Il mistero è come mai queste navi non vengano sistematicamente sottoposte ai controlli dei NAS e della Finanza, per procedere al sequestro, alla distruzione delle granaglie tossiche o muffite. Ciò che farebbe bene alla salute dei celiaci, e punirebbe il trasparente dumping che danneggia i nostri produttori. Il video-giornalista francese (origine portoghese) Paul Moreira ha completato un reportage esplosivo sulle coltivazioni Ogm (e il conseguente spargimento dell’erbicida Roundup) nelle pianure argentine, dove ormai la coltivazione di soia e mais sono tutte geneticamente modificate. “mi ha messo sull’avviso – racconta – un lancio della Asociated Press che segnalava che un numero crescente di bambini nelle zone agricole argentine nasceva malformato. Sul posto, telecamera a spalla, ho trovato cose indicibili. Si continua a ripetere che la cultura estensiva di OGM non presenta rischi per gli uomini? Ma non si dice che il Roundup e simili erbicidi sono sempre meno efficaci, e quindi gli agricoltori ne raddoppiano, o triplicano, la disseminazione per continuare a produrre le stesse quantità di mais e soia. Le sostanze restano durevolmente nelle falde freatiche. “In un villaggio di venticinque case, nel mezzo della pampa, ho visto cinque  casi di bambini deformi e malati. Non ho avuto il coraggio di mostrarli tutti, ho ripreso le immagini della bambina relativamente più bella che abbraccia la mamma. In queste famiglie nascondono i loro bambini, se ne vergognano come fosse colpa loro. Le autorità hanno cercato di dire che si tratta dei frutti di unioni fra consanguinei, poi hanno ammesso – davanti alla mia telecamera – la vera causa. Il giornalista ha prodotto il documentario Bientôt dans votre assiette (de gré ou de force)” (presto nei vostri piatti, che lo vogliate o no) visibile su youtub. Anche la dottoressa Seneff ha segnalato l’abnorme comparsa di neonati malformati nello stato di Washington , 20 casi negli ultimi tre anni. “Hanno cercato le cause, hanno pensato a tutto, tranne al glifosato. Non ci hanno pensato, ritenendolo innocuo. Ma ne gettano a tonnellate, e finisce nei corsi d’acqua. Ci sono studi pubblicati che il glifosato causa l’anencefalia nelle rane (rane nascono senza cervello, ndr.): c’è una chiara connessione, e io ho anche appurato il motivo. Il glisofato blocca la degradazione naturale dell'acido retinoico, che si accumula nel feto e è notoriamente la causa dell’anencefalia. …inoltre interrompe gli enzimi citocromo p450, che si accumulano nel fegato… è l’enzima che decompone l’acido retinoico”. La speranza, conclude la dottoressa, “viene da Cina e Russia. La Russia ha preso una posizione fortissima contro gli Ogm. Putin ha detto: mangiate puro i vostri Ogm, noi non li vogliamo. E vengo adesso da una conferenza a Pechino organizzata dal professor Gu: ha raccolto tutti gli scienziati che hanno compiuto studi su Ogm e Roundup, ed hanno suonato l’allarme; Don Huber, Mae-Wan Ho, Jeffrey Smith, Judy Carman dall’Australia….i cinesi hanno visto che, in rapporto diretto con l’aumento della importazione di soya Ogm al Roundup, sono cresciuti infertilità, autismo, Parkinson. I cinesi possono fare la differenza, se cominciano a rifiutare le importazioni”.




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mercoledì 19 agosto 2015

LE PIANTE PRIMITIVE E...LA MANCANZA DEL GRADUALISMO FILETICO...UN'ALTRA FALLA DEL DARWINISMO ?


SEGNALATO DA : MIRKO PELLEGRIN (RESP. CUN VENETO)

DA: IL GIORNALE DI VICENZA Lunedì 10 Agosto 2015

Ricostruita l'alba della riproduzione delle piante

"Uno studio rivela come già 540 milioni di anni fa i metodi di riproduzione fossero gli stessi dei vegetali moderni, la scoperta è stata fatta grazie all'analisi dei fossili, evidenziando come gli  organismi vegetali primitivi si diffondessero in due fasi.
Già agli albori del mondo, gli organismi viventi e i vegetali che hanno popolato gli oceani primitivi utilizzavano gli stessi metodi di riproduzione delle piante moderne. Lo rivela l'analisi dei fossili di organismi marini vissuti oltre 565 milioni di anni fa, fra i primissimi esempi di riproduzione di un organismo complesso sulla Terra. l fossili, scoperti in Canada, appartengono al gruppo dei Rangeomorfi, tra i primordiali esseri complessi che hanno popolato la Terra, e in particolare ai Fractofusi, simili alle felci. Sono poi scomparsi misteriosamente all'inizio del periodo Cambriano, 540 milioni di anni fa, rendendo difficile collegarli ai moderni organismi e capire quindi come si riproducessero.
Questo nuovo risultato, pubblicato sulla rivista Nature, rivela che già in un'epoca così remota, i metodi di riproduzione fossero quelli usati dalle piante moderne. Tutto ciò è stato possibile ricostruendo il modo in cui questi organismi erano distribuiti nello spazio, grazie a strumenti come il Gps ad alta risoluzione e all'analisi statistica. l ricercatori dell'università di Cambridge, coordinati da Emily Mitchell, hanno infatti scoperto che questi organismi primitivi si riproducevano usando il metodo detto “in due fasi”: in un primo momento «allungando» il proprio corpo con una sorta di ramo, chiamato “stolone”, in modo da stabilirsi in una nuova area; quindi procedevano alla rapida colonizzazione delle zone limitrofe con delle gemme che venivano trasportate dalla corrente. «La capacità di questi organismi di passare da una modalità di riproduzione all'altra mostra quanto sofisticata fosse la loro biologia, anche in un'epoca in cui le altre forme di vita erano incredibilmente semplici», ha rilevato Mitchell. «Purtroppo, trattandosi di fossili, lo studio non può stabilire se queste gemme siano state il risultato di un metodo di riproduzione sessuato o asessuato», ha detto il direttore del Laboratorio di Biologia dello sviluppo dellUniversità di Pavia, Carlo Alberto Redi. «Ma il dato importante è che viene dimostrato che 540 milioni di anni fa i metodi “riproduttivi” fossero gli stessi di quelli dei vegetali moderni».

Commento all’articolo di Mirko che ovviamente condivido:

“… Giusto per puntualizzare che anche per le piante manca "l'anello di congiunzione"; evidentemente il Darwinismo presenta più di una falla.....”.



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lunedì 17 agosto 2015

ALZHEIMER: NUOVI STUDI MA LENTI PROGRESSI



SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Alzheimer: nuovo farmaco rallenta la malattia

E’ il primo concreto passo in avanti contro una delle malattie più diffuse di questo secolo. Dall’Inghilterra arriva un farmaco che ritarda il progredire dell’Alzheimer. Il farmaco è in grado di rallentare fino al34% l’avanzare del morbo nei pazienti che sono ancora nello stadio iniziale della malattia. A cambiare l’approccio verso la malattia è la molecola “Solanezumab” i cui effetti sono stati resi noti in occasione della conferenza internazionale dell’Alzeheimer Association a Whashington. La rivoluzione della molecola sta nel fatto che essa non agisce sui sintomi, ma sulla causa. I ricercatori spiegano che la morte delle cellule cerebrali è inarrestabile mentre la nuova molecola potrebbe mantenerle vive. Le terapie attuali agiscono sui sintomi della demenza aiutando le cellule cerebrali a funzionare al meglio possibile. Con la nuova scoperta invece dovrebbe essere possibile attaccare le proteine deviate che si formano nel cervello colpito dall’Alzheimer. La molecola fu sperimentata già nel 2012  ma era sembrata un fallimento. In seguito però i ricercatori hanno rilevato l’efficacia della sperimentazione nei pazienti che sono ancora allo stadio iniziale della malattia. Da qui la decisione di andare avanti con le ricerche, i cui risultati sono stati presentati negli scorsi giorni e dimostrano che i pazienti che hanno assunto questo farmaco hanno avuto maggiori benefici rispetto ad altri. Gli esperti procedono con un “cauto ottimismo” ma non nascondono che, se i risultati della prima sperimentazione positiva dovessero replicarsi, sarebbe un incredibile avanzamento. Per la prima volta la comunità medica potrebbe dire di poter rallentare il progredire dell’Alzheimer. La malattia ha un esordio prevalentemente in età senile e il sintomo più comune è la difficoltà nel ricordare eventi recenti. Con l’avanzare del tempo possono riscontrarsi anche afasia, disorientamento e cambi repentini dell’umore. L’aspettativa di vita dopo la diagnosi va dai 3 ai 9 anni.  Secondo l’Alzheimer’s Disease International, il numero dei malati nel mondo era di 36 milioni nel 2010, 44,35 milioni nel 2013 e si parla di75 milioni nel 2030. Sono dati estremamente allarmanti, per questo  la molecola “Solanezumab”  potrebbe rappresentare davvero una rivoluzione assoluta sul campo.

Da:


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giovedì 13 agosto 2015

LAOS: L’ENIGMA DELLA ‘PIANA DELLE GIARE’ E LE LEGGENDE DEGLI ANTICHI GIGANTI.


Migliaia di enormi giare giganti di pietra sono sparse per la pianura di Khouang Xien, nel Laos, formando una delle collezioni archeologiche più bizzarre ed enigmatiche del pianeta, con formazioni che vanno dal singolo vaso a raggruppamenti di diverse centinaia.
Spesso definita come la versione sud-est asiatica di Stonehenge, la Piana delle Giare non smette di affascinare e interrogare archeologi e scienziati fin dalla sua scoperta nel 1930. “La Piana delle Giare è uno dei più grandi misteri archeologici del mondo”, spiega il dottor Dougald O’Reilly della School of Archaeology and Anthropology, Australia. “Sorprendentemente è stata condotta poca ricerca sul posto, a causa di conflitti nella regione. La zona dei vasi megalitici è ancora disseminata di ordigni inesplosi”. Tra il 1953 e il 1973, infatti, nel Laos è stato combattuto un conflitto che coinvolse diverse fazioni dell’aristocrazia del Laos, che già dalla fine del XVII secolo si contendevano il controllo del potere. Fu conosciuta anche come Guerra Segreta, per il ruolo che vi ebbero gli Stati Uniti, costretti ad agire nell’ombra nel Laos dopo che la Conferenza di Ginevra del 1954 ne sancì l’indipendenza e ne dichiarò la neutralità nel vicino conflitto vietnamita. L’aviazione militare statunitense sganciò più di 2 milioni di tonnellate di bombe a grappolo sul territorio laotiano (molte delle quali rimasero inesplose), la più grande serie di bombardamenti dai tempi della seconda guerra mondiale. Mentre gran parte della storia recente della Piana delle Giare è nota, il passato remoto del sito rimane un enigma per gli archeologi. Le indagini sulla Piana sono cominciate nel 1930. Gli archeologi del tempo ritennero che gli enormi vasi megalitici fossero associati a pratiche di sepoltura preistoriche, ipotesi che si rafforzò successivamente, quando un gruppo di archeologi giapponesi rinvenne resti umani e oggetti di sepoltura intorno ad alcune giare di pietra. Si pensa che la Piana risalga al 500 a.C., rappresentando un interessante sito per lo studio della preistoria nel sud-est asiatico. I ricercatori hanno individuato almeno 90 raggruppamenti, con un numero di giare che varia dal singolo vaso fino a 400. Le giare variano in altezza e diametro, con dimensioni comprese tra 1 e 3 metri, tutte scavate direttamente nella roccia. La maggior parte delle giare presenta un coperchio in pietra. Ciò lascia presumere che tutti i vasi ne dovevano avere uno. Esse non sono decorate, ad eccezione di un singolo reperto individuato nel sito numero 1. Questo vaso presenta un bassorilievo antropomorfo che è stato definito ‘Uomo Rana’. I ricercatori hanno intravisto un parallelismo con le pitture rupestri della roccia di Huashan, nel Guangxi, in Cina. I disegni, databili tra il 500 a.C. e il 200 a.C., rappresentano grandi esseri umani con le braccia alzate e le ginocchia piegate. Le giare sono state scolpite in diversi materiali rocciosi, quali l’arenaria, il granito e la pietra calcarea. La maggior parte dei vasi in arenaria è stata prodotta con una tecnica di modellazione molto avanzata, ma comunque compatibile con le conoscenze dell’età del ferro. Tuttavia, rimane l’enigma della modellazione del granito, materiale notoriamente molto difficile da lavorare e praticamente impossibile da modellare con uno scalpello in ferro.



Ipotesi scientifiche e leggende:

Buona parte degli archeologi ritiene che la Piana delle Giare sia stata creata e utilizzata come luogo di sepoltura, soprattutto per i ritrovamenti di corpi umani attorno ai vasi e di varie suppellettili funerarie. Secondo l’ipotesi del professor Eiji Nitta, docente all’Università di Kagoshima che ha condotto le indagini nel 1993, le giare non sono altro che un monumento funerario simbolico per contrassegnare le sepolture circostanti.  
Anche l’archeologa Julie Van Den Bergh ritiene che la Piana delle Giare sia stato un sito adibito a pratiche funerarie. Ma, a differenza di Nitta, la Van Den Bergh ritiene che le giare potessero fungere da ‘vasi di disidratazione’ dei cadaveri. Solo in un secondo momento venivano sepolti attorno ad essi. Ma non tutti sono d’accordo su questa ipotesi. Perchè creare dei vasi in pietra così elaborati da richiedere tantissime ore di lavoro? E come spiegare la tecnica di lavorazione così sofisticata? Alcuni ricercatori ritengono che i vasi in pietra sono molto più antichi e che fungessero da deposito per alimenti o altri materiali. Solo molto tempo dopo sono state riutilizzate dalle popolazioni locali come strumento funerario. Ma anche in questo caso non vi sono conferme a questa ipotesi. Un altra spiegazione possibile è che le giare servissero per raccogliere l’acqua piovana dei monsoni per dissetare le carovane di viaggiatori lungo il loro cammino. Dato che in quelle zone le piogge sono solo stagionali, le giare rappresentavano uno preziosa riserva d’acqua prontamente disponibile sui sentieri commerciali. Le carovane accampate attorno alle giare nel corso del tempo potrebbero aver messo oggetti votivi come offerta, accompagnandoli con preghiere per la pioggia. Ma potrebbe anche trattarsi di semplici oggetti smarriti. Sono interessanti, inoltre, le leggende tramandate dalle popolazioni del Laos, secondo le quali una razza di giganti abitava la zona ed era governata da un re chiamato Khun Cheung. A seguito di una vittoria ottenuta in battaglia contro un suo acerrimo nemico, Khun Cheung avrebbe ordinato di creare le giare per produrre enormi quantità di ‘lau hai’ (‘lau’ significa alcool, presumibilmente ‘birra di riso’) e celebrare degnamente la sua vittoria. Un altra tradizione locale tramanda che le giare sono state modellate utilizzando materiali naturali come l’argilla, la sabbia, lo zucchero e prodotti di origine animale, in una sorta di ‘cemento’ modellabile. La gente del posto ritiene che la grotta indicata come ‘sito numero 1′. in realtà fosse un forno dove venivano prodotte le giare.

La situazione attuale:

Il governo del Laos sta prendendo in considerazione l’applicazione dello status di ‘Patrimonio mondiale dell’UNESCO’ per la Piana di Giara, anche per facilitare il reperimento di finanziamenti destinati allo sminamento dell’area. La grande quantità di ordigni inesplosi, soprattutto delle bombe a grappolo, limita fortemente la libera circolazione dei ricercatori e dei turisti. Attualmente, per visitare il sito è necessario attenersi ad un percorso sicuro segnalato dai curatori dell’area archeologica.





lunedì 10 agosto 2015

HIV: MISTERI E NOVITA' DEL VIRUS PIU' DISCUSSO DELLA STORIA


SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Il virus Hiv regredisce dopo 12 anni senza terapia: è una 18enne francese

La storia di una ragazza francese di 18 anni nata sieropositiva. L’annuncio dell’Istituto Pasteur: «Primo caso al mondo di regressione così prolungata». Gli altri episodi «deludenti». L’esperto italiano: «Non si può parlare di guarigione»

di Cristina Marrone


È nata sieropositiva nel 1996 ma oggi, a 18 anni di età e a 12 anni dalla sospensione dei trattamenti anti-retrovirali non presenta più il virus dell’Aids. È la prima volta che si registra una regressione del virus dell’Hiv in un tempo così prolungato, a 12 anni dall’interruzione delle cure. L’annuncio di questo caso, definito come «unico al mondo» dai medici dell’Institute Pasteur di Parigi, è stato fatto lunedì a Vancouver . «Se da un lato vuole proteggere la sua privacy, la ragazza ha capito benissimo che vive una situazione eccezionale sul piano medico», spiega Pierre Frange, pediatra e ricercatore all’ospedale Necker di Parigi, nonché autore dello studio presentato alla conferenza dell’International Aids Society .

L’annuncio:

«Non sappiamo ancora il motivo per cui questa ragazza è in grado di controllare l’infezione» spiegano gli esperti. «Lo stop alle cure non è comunque raccomandato negli adulti e nei bambini al di fuori di studi clinici» aggiunge Asier Saez-Cirion, dell’Istituto Pasteur di Parigi. «L’osservazione della remissione della malattia in un bambino nato sieropositivo sta aprendo nuove prospettive per la ricerca», sottolinea sul sito dell’Istituto Pasteur Jean-François Delfraissy, direttore del National Agency for Aids Research (Anrs) francese. «Questo risultato non deve tuttavia essere considerato come una guarigione, è impossibile prevedere l’evoluzione della sua condizione. Il caso della ragazza è comunque un ulteriore argomento a favore del trattamento antiretrovirale il più presto possibile per tutti i bambini nati da madri sieropositive».

L’esperto: «Non è un caso isolato, i pazienti non sono guariti»

«Non è un caso eccezionale, questa ragazza fa parte di un gruppo speciale, gli “elite controller”, di pazienti con Hiv in cui però l’infezione non riesce a riprendere il suo corso quando viene interrotta la terapia antiretrovirale. Parliamo di decine di casi sparsi in diversi Paesi, circa 25 in Francia» chiarisce Stefano Vella, direttore del Dipartimento del farmaco dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e uno dei maggiori esperti di Aids in Italia che precisa: «Questi pazienti non sono guariti - precisa Vella - ma il loro organismo, per motivi ancora non chiari, è in grado di controllare l’infezione anche senza un trattamento in corso. Le ipotesi sono che abbiano un virus “fiacco”, non particolarmente virulento, o che ci sia stata una particolare evoluzione del sistema immunitario, che è riuscito a difendersi impedendo la replicazione dell’Hiv».

La storia clinica della ragazza:

I medici dell’Istituto Pasteur di Parigi hanno seguito la storia clinica della ragazza sieropositiva dalla nascita nel 1996. Si era infettata nel pancione della mamma, che aveva una carica virale non controllata. La piccola ha ricevuto per sei mesi un trattamento con l’Azt, il primo farmaco a essere introdotto per il trattamento dell’Aids, e poi una combinazione di quattro antiretrovirali. Questa terapia è durata fino all’età di 6 anni quando la famiglia ha deciso di interrompere l’assunzione dei farmaci. Dopo un anno, la carica virale della bambina era quasi non rilevabile, perciò i medici hanno deciso di non proseguire più alcuna cura. Dodici anni più tardi la notizia della remissione.

I due precedenti che hanno deluso:

Ma casi precedenti suggeriscono cautela perché è ancora forte la delusione della storia di quella bambina nata con l’Hiv in Mississippi che gli scienziati pensavano di aver guarito con un trattamento precoce, e che per due anni e mezzo non aveva avuto bisogno di terapie. L’anno scorso, un anno dopo il trionfale annuncio i medici avevano dovuto ammettere la triste sconfitta perché il virus si era ripresentato e la notizia aveva rappresentato una rilevante battuta d’arresto per impedire l’infezione permanente. I medici si erano mostrati sorpresi e avevano spiegato di non sapere perché il virus fosse riemerso. E anche Milano ha il suo «Mississippi baby»: un bambino in cura all’ospedale Sacco di Milano, nato nel 2009 da una donna positiva al virus Hiv e anche lui infetto fin dalla nascita. Immediata la terapia d’urto, che ha abbattuto la carica virale fino ad azzerarla. Per tre anni nessuna traccia di Hiv, ma dopo lo stop delle cure il virus è tornato. Certo, il caso della ragazza francese fa ben sperare perché la remissione del virus si è rilevata decisamente più lunga, il virus più che scomparso non ha ripreso a replicarsi. E allora la sfida sarà scoprire che cosa ha di diverso e particolare l’organismo di questa diciottenne francese.

La centralità della terapia precoce: parla l’infettivologo del Bambin Gesù:

«Il concetto alla base della remissione del virus è lo stesso: la centralità della terapia precoce, che determina una serie di fattori virologici e immunologici che favoriscono il controllo del virus» spiega Paolo Rossi, direttore del Dipartimento Pediatrico Universitario Ospedaliero del Bambino Gesù di Roma. Rossi è anche coordinatore del consorzio EPIICAL, che riunisce i più grandi centri che si occupano di HIV pediatrico al mondo: «C’è da dire che i fattori che sono responsabili di questo controllo - spiega l’esperto - non sono ancora completamente conosciuti. Possiamo immaginare che quando nascono dei bambini infetti e vengono trattati precocemente, si realizza uno spettro variabile di situazioni. Nella maggior parte dei casi, i bambini trattati precocemente all’interruzione della terapia avranno una ripresa più o meno veloce della replicazione virale. In altri casi, come quelli del Mississipi baby e della ragazza francese, si risconterà un periodo più lungo di remissione se non una vera e propria cura funzionale nonostante la sospensione della terapia antiretrovirale». Questi pazienti, conclude l’infettivologo, «rappresentano infatti il modello ideale per generare dati virologici e immunologici che possano favorire interventi terapeutici basati su vaccini o farmaci in grado di indurre tali condizioni biologiche eccezionali in tutti i pazienti che iniziano la terapia precoce, al fine di sospenderla e mantenere una remissione clinica e virologica». L’obiettivo del consorzio EPIICAL è rendere replicabili i casi eccezionali come «Mississippi baby», la ragazza francese o il bimbo di Milano e sospendere in modo controllato la terapia per un periodo più lungo possibile per evitare sia gli effetti collaterali, che inevitabilmente questi farmaci provocano, sia i fallimenti terapeutici, ai quali si va incontro dopo che è molto tempo che si assume lo stesso mix di farmaci o se si saltano cicli in modo ingiustificato.



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mercoledì 5 agosto 2015

ANTICHI ESPLORATORI CINESI GIUNSERO IN NORD AMERICA?


Ancient Origins, 19 Maggio 2015




Il ricercatore John Ruskamp, membro dell’ESCONI (Earth Science Club of Northern Illinois) riferisce di aver identificato un eccezionale tesoro nascosto in bella vista. Sopra un camminamento presso l’Albuquerque’s Petroglyph National Monument, Ruskamp ha identificato dei sorprendenti petroglifi. Dopo essersi consultato con esperti di scrittura rupestre dei Nativi Americani e caratteri cinesi antichi per corroborare le sue analisi, egli ha concluso che il messaggio leggibile preservato da questi petroglifi venne probabilmente iscritto da un gruppo di esploratori cinesi migliaia di anni fa. Al margine dell’archeologia  vi sono state a lungo dichiarazioni secondo cui i Cinesi raggiunsero il Nord America molto prima degli Europei. Con alcuni esperti che hanno riacquistato interesse nella scoperta di Ruskamp, tali dichiarazioni potrebbero spostarsi dal margine fino al centro. Ogni sorta di scoperta e di reliquia asiatica o villaggio americano potrebbe fallire nel convincere quegli archeologi che hanno dogmaticamente respinto l’evidenza di un’antica presenza cinese nel Nuovo Mondo. Eppure, i disparati e diffusi simboli che egli ha trovato mostrano molte indicazioni di autenticità e hanno il potere di ispirare un’investigazione molto più seria nelle antiche interazioni trans-pacifiche. A oggi, Ruskamp ha identificato 82 petroglifi corrispondenti ai caratteri antichi cinesi non solo in siti multipli ad Albuquerque, New Mexico, ma anche vicino all’Arizona e in Utah, Nevada, California, Oklahoma e Ontario. Genericamente egli crede che la maggior parte di questi manufatti venne realizzata da una spedizione di antichi esploratori cinesi, sebbene alcune appaiano riproduzioni dei Nativi per i loro scopi. Lo stile è quello di scritti divinatori, che in Cina scomparve intorno al 1046 a.C., su decreto reale per la caduta della Dinastia Shang, rimanendo sconosciuto fino alla riscoperta nel 1899. Secondo Ruskamp gli scritti cinesi trovati in Arizona indicano un periodo di transazione di tale stile, forse tra il 1046 e il 475 a.C., suggerendo scambi tra popolazioni cinesi e nordamericane.


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lunedì 3 agosto 2015

L'INUTILITA' DEL VACCINO HPV (ANTIPAPILLOMA VIRUS)



“Vaccino anti HPV, vi spiego perché è inutile”

 di:  Gioia Locati


Abbiamo intervistato Michele Grandolfo, l’epidemiologo che, nel 2006 – quando il governo italiano decise di promuovere la vaccinazione antipapilloma virus sulle bambine – era dipendente dell’Istituto superiore di sanità (ora è in pensione).

Con Michele Grandolfo, che è stato per decenni dirigente di ricerca al Centro nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della salute dell’ISS (Istituto superiore Sanità), abbiamo parlato dell’utilità di far vaccinare le bambine o le giovani donne.

G.L.: È vero che sconsigliò il ministro Livia Turco dal comprare i costosi vaccini e dal promuovere una campagna simile?
M.G.: “Non parlai con lei direttamente, ma misi per iscritto il mio pensiero di epidemiologo dell’istituto in una relazione richiestami da una sua consulente”.
G.L.: Qual era il suo pensiero? E ci dica se, negli anni, è cambiato.
M.G.: “La vaccinazione contro il papilloma virus non aveva senso nel 2006 e non ha senso oggi per svariati motivi. Primo: l’efficacia dei vaccini in commercio è stata testata solo considerando la riduzione delle displasie gravi e non del tumore del collo dell’utero”.
G.L.: Cosa significa?
M.G.: “Le displasie gravi sono le lesioni che possono portare al cancro ma in tempi molto lunghi. Spesso le displasie regrediscono da sole, per questo si preferisce aspettare a rimuoverle. Per sapere se questi vaccini prevengono veramente i tumori bisogna attendere 30 o 40 anni”.
G.L.: Ma allora l’efficacia di cui si parla è solo teorica?
M.G.: “Sì”.
G.L.: E tutta l’informazione, sull’anti HPV?
M.G.: “È stata sempre ingannevole, le autorità competenti hanno la responsabilità e l’obbligo di intervenire”.
G.L.: Ma lei è stato in passato il consulente di riferimento per le strategie vaccinali.
M.G.: “Come può un ministro della Salute dare retta a un solo epidemiologo quando la stragrande maggioranza del mondo accademico sostiene a spada tratta l’utilità della vaccinazione?”.
G.L.: Per prima cosa non si sa il vaccino serve allo scopo, e poi?
M.G.: “Purtroppo si è visto che in Australia le giovani vaccinate sono meno propense a fare il pap test. Cliccate qui. Direi che questo è un effetto perverso gravissimo perché il pap test è l’unico mezzo efficace per prevenire il tumore del collo dell’utero. È grazie al pap test che incidenza e mortalità di questo cancro si sono ridotte progressivamente (al momento 2 decessi ogni centomila donne). Consideriamo che chi è vaccinato deve fare comunque il pap test, ma se questo strumento è già adeguato non si capisce perchè i sistemi sanitari scelgano di spendere tanti soldi in vaccini di cui si sa pochissimo. E poi bisogna considerare anche un altro aspetto: la donna vaccinata si sente inconsciamente protetta dalle malattie a trasmissione sessuale e tende a non prendere le adeguate precauzioni per evitarle (ad esempio non usando il preservativo)”.
G.L.: È vero che inibendo alcuni ceppi si rischia di dare più spazio ad altri ceppi oncogenici di virus?
M.G.: “Sì. È il rimpiazzamento ecologico dei ceppi circolanti,  è un rischio reale, già evidenziato in altre circostanze: la vaccinazione di alcuni ceppi lascia spazio ad altri implicati nello sviluppo tumorale. I virus conquistano nuovi spazi e non tutti circolano con la stessa intensità. Se devio un’eruzione vulcanica non so più dove la lava va a finire. Gli addetti ai lavori lo sanno e avrebbero dovuto tenerne conto…!”
G.L.: Ma allora questo ragionamento va fatto per tutti i vaccini…
M.G.: “Certo. Infatti, Sabin coprì la popolazione con tutti i ceppi di polio il più velocemente possibile per non lasciare i ‘suscettibili’, le persone che avrebbero potuto ammalarsi”.
G.L.: Se una bambina si vaccina a 12 anni per quanti anni è protetta?
M.G.: “Perché questo vaccino sia efficace dovrebbe garantire un’immunità per 30 o 40 anni ma è difficile da sostenere un’ipotesi simile con un vaccino ingegnerizzato (i vaccini formati da parti antigeniche non vitali hanno una capacità ridotta di stimolare il sistema immunitario). E non ci sono ancora studi a riguardo”.
G.L.: Insomma, ci hanno presentato un vaccino dalla portata stratosferica, il “primo contro un cancro” e poi non si sa ancora nulla?
M.G.: “È così, purtroppo. Per promuovere una vaccinazione di massa occorre informare in maniera capillare la popolazione ma si documentano le persone quando gli studi ci sono, sennò è solo marketing”.
G.L.: Perché oggi si raccomanda il test per verificare la presenza del virus HPV alle giovani?
M.G.: “Dico subito che questo esame non deve sostituire il pap test. Perché il 70% delle donne durante la vita si infetta con un ceppo di papilloma ma non se ne accorge nemmeno, il suo corpo lo combatte. Mentre il pap test segnala subito le eventuali lesioni, il test di cui mi ha chiesto segnala solo la presenza del virus”.
G.L.: Allora, in prima linea, non serve a niente.
M.G.: “Esatto. A meno che non si voglia incoraggiare a fare il vaccino anche le 30-40 enni che risultano negative al test del virus”.

Concludiamo con due notizie di cronaca.

L’interrogazione parlamentare:

È di ieri la notizia che alcuni senatori del gruppo misto (primo firmatario Maurizio Romani) hanno presentato un’interrogazione al ministro della Salute chiedendo di sospendere la vaccinazione antipapilloma “in attesa sia dei risultati che potrebbero emergere dagli studi sulle reazioni avverse al vaccino avviati in altri Paesi sia del completamento della sperimentazione, secondo i tempi stabiliti dalla procedura ordinaria”. (In Finlandia non è stata accolta la proposta di vaccinare tutte le adolescenti ma è partita una sperimentazione di fase III che si concluderà nel 2020: a 12mila ragazze è stato dato il vaccino, ad altrettante un placebo).

Lo studio dell’Ema:

L’Agenzia europea dei medicinali (Ema) ha appena avviato un’indagine sul rapporto tra la vaccinazione antipapilloma e due patologie, la sindrome da dolore regionale complesso (Crps), una condizione di dolore cronico agli arti, e la sindrome da tachicardia posturale ortostatica (Pots), in cui la frequenza cardiaca aumenta in maniera anomala dopo che ci si siede o ci si alza. Entrambe le malattie potrebbero essere correlate al vaccino.

Ps. Però:

Sergio Pecorelli, presidente Ema è stato consulente sia della Sanofi Pasteur che della GlaxoSmith, le due big pharma produttrici dei vaccini.



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