IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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Con questo libro Marco La Rosa ha vinto il
PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO
ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014
* MISTERI DELLA STORIA *

con il patrocinio di: • Associazione socio-culturale ITALIA MIA di Roma, • Regione Lazio, • Provincia di Roma, • Comune di Arcinazzo Romano, e in collaborazione con • Associazione Promedia • PerlawebTV, e con la partnership dei siti internet • www.luoghimisteriosi.it • www.ilpuntosulmistero.it

LA NUOVA CONOSCENZA

martedì 30 dicembre 2014

LEUCEMIE E NUOVE CURE SPERIMENTALI


SEGNALATO DAL DR. G. COTELLESSA (ENEA)


Leucemia linfoblastica acuta: verso una cura senza chemioterapia

28 persone su 30 guarite grazie a una nuova terapia con lentivirus

Una nuova strategia sperimentata su un ristretto numero di pazienti ha permesso a un team americano di curare 28 casi di leucemia linfoblastica acuta (LLA), senza l’ausilio di farmaci chemioterapici. Una vera e propria rivoluzione in termini di approccio alla cura di questa malattia, che, se venisse confermata, potrebbe rappresentare secondo gli autori una pietra miliare nella cura delle leucemie. E non solo.
La leucemia linfoblastica acuta è una malattia genetica rara, ma nella maggior parte dei casi curabile, che secondo dati AIRC in Italia colpisce circa 670 persone l’anno, in particolar modo in età pediatrica, tanto che essa rappresenta un quarto dei tumori diagnosticati fino ai 14 anni. Attualmente circa 8 pazienti su 10 riescono a guarire dalla malattia grazie a terapie chiemioterapiche, dove per “guarire” si intende non presentare segni di ricaduta entro i 5 anni successivi alla terapia, dato che la recidività oltre questo periodo pare rara. Oggi però un team dell’Università della Pennsylvania sembra aver fatto di più, grazie alla messa a punto di una nuova cura che ha permesso, in un primo esperimento, di guarire completamente dalla malattia 28 pazienti su 30 senza l’ausilio di chemioterapia, ma modificando le cellule del sistema immunitario del paziente in modo che questo risulti rafforzato e quindi in grado di sconfiggere le cellule tumorali. I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine, fra i primi al mondo come prestigio.
“L’idea è quella di un commando di soldati pronti alla battaglia” commenta Giovanni Martinelli, responsabile del Programma scientifico “Diagnosi e Terapie delle Leucemie Acute e delle Sindromi Mielodisplastiche” presso il Policlinico Universitario S. Orsola di Bologna. “Un manipolo di soldati scelti nell’esercito che vengono addestrati a dovere e armati di tutto punto, per poi, una volta completato l’addestramento, reimmetterli tra le file dell’esercito per debellare il nemico”. Qui però i soldati scelti sono i linfociti prelevati direttamente dal sangue dei malati, le armi sono i cosiddetti lentivirus, virus cioè che non hanno una funzione trasformante, e il nemico invece si chiama CD19, una proteina che si trova sulla superficie delle cellule tumorali.
La leucemia infatti consiste sostanzialmente in una debolezza molto forte del sistema immunitario, che non è in grado di combattere ed eliminare le cellule tumorali che il nostro organismo produce quotidianamente. Se l’approccio chemioterapico affronta il problema focalizzandosi sull’abbattimento dall’esterno tramite i farmaci di queste cellule tumorali, per fermarne la proliferazione, qui la strategia è invece di fornire alle stesse cellule immunitarie le armi per debellare la malattia, appunto ingegnerizzando i lentivirus.
“Il punto non è dunque che questa nuova tecnica cura una malattia incurabile, la differenza è il come la cura, cioè senza bisogno di ricorrere alla chiemioterapia”, precisa Martinelli. ”Certo, la percentuale di guarigioni ottenuta in questa prima fase sperimentale è molto alta, 28 esiti positivi su 30, ma per avere stime e proporzioni più precise bisognerà attendere sperimentazioni future più ampie. Va inoltre precisato che anche se questi primi risultati sono promettenti, siamo ancora pienamente in una fase di ricerca, il vero valore aggiunto dello studio è dimostrare la fattibilità di un approccio come questo, ‘armando’ cioè i linfociti del paziente attraverso lentivirus ingegnerizzati, questa a mio avviso è la vera scoperta” spiega Martinelli.
Questione di metodo più che di numeri dunque. “È un approccio questo, che, una volta confermatane la validità, potrà per esempio venir impiegato per la cura di altre forme leucemiche, sia pediatriche che dell’età adulta, dove la LLA si comporta in modo diverso rispetto a quella in età infantile, nonché nella cura di altri tumori. Ma questo – conclude Martinelli – certamente non fra un mese o fra un anno”.




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sabato 27 dicembre 2014

L’ENIGMA DELLA SFINGE




Scolpita nella pietra calcarea, la Sfinge della Piana di Giza è una tra le più grandi statue al mondo. L'enigmatica statua leonina è oggetto di accesi dibattiti nella comunità scientifica, la quale non riesce ancora a trovare un parere univoco sulla sua datazione.

La sfinge è una figura mitologica raffigurata come un mostro con il corpo di leone e testa umana (androsfinge). La sua icona più famosa, tra le più grandi mai realizzate, si trova in Egitto, sulla piana di Giza, area che condivide con le famose tre piramidi. Scolpita in loco nella pietra calcarea, la Sfinge di Giza è la più grande statua monolitica tra le sfingi egizie: lunga 73,5 metri, alta 20,22 metri e larga 19,3 metri di cui solo la testa è 4 metri. Il monumento fu probabilmente ricavato da un affioramento di roccia, mentre alcune parti sono state costruite o riparate con l’aggiunta di blocchi di roccia tagliati. Comunemente, egittologi e storici ritengono che la Sfinge sia stata costruita durante il regno del faraone Chefren, intorno al 2500 a.C., in concomitanza con la costruzione delle piramidi. Eppure, alcuni ricercatori ritengono che la Grande Sfinge di Giza potrebbe essere migliaia di anni più antica di quanto comunemente ritenuto, un dubbio che serpeggia nella comunità archeologica da decenni e che alimenta un acceso dibattito. All’inizio degli anni ’90, il dottor Robert M. Schoch, geologo presso la Boston University, è stato uno dei primi a mettere in discussione il dogma sulla datazione della Sfinge, annunciando che il monumento potrebbe essere stato realizzato tra il 9000 e il 5000 a.C., anticipando la cultura dinastica egiziana. “Nel 1990, ho viaggiato in Egitto con il solo scopo di esaminare la Grande Sfinge da punto di vista della geologia”, spiega Schoch nell’articolo comparso su Epoch Times.






 “Ero convinto che la datazione degli egittologi fosse corretta. Ma, ben presto, ho scoperto che le prove geologiche non erano compatibili con quello che gli egittologi dicevano”.

Infatti, i rilievi geologici eseguiti sulla Sfinge sembrano puntare a tempi decisamente più remoti. Sul corpo della sfinge sono presenti evidenti segni di erosione dovuti all’esposizione continua all’acqua piovana, ipotesi  ormai accettata dalla comunità scientifica. L’egittologia ufficiale non sa come spiegare questo fatto, considerando che le ultime piogge in grado di sortire tali effetti nella regione di Giza risalgono alla fine dell’ultima glaciazione. “Ho riscontrato caratteristiche di erosione pesante, concludendo che tale fenomeno potrebbe essere stato causato solo da piogge intense”, spiega Schoch. “Il problema è che la Sfinge siede sul bordo del deserto del Sahara, una regione che è stata decisamente arida negli ultimi 5000 anni”.




Schoch ha avuto la possibilità di confrontare diverse strutture vicine risalenti a diversi periodi della storia egizia. Ebbene, queste strutture mostrano esempi precisi di erosione dovuta al vento e alla sabbia, fenomeno che differisce notevolmente rispetto all’erosione causata dall’acqua. Si è tentato anche di spiegarne la causa con le esondazioni del Nilo, ma i segni dell’erosione sono più marcati in alto e meno nella parte bassa del monumento e sono incompatibili con quelli di un’erosione dovuta all’acqua del fiume, che causerebbe evidenti  segni  alla base della statua. Tanto è bastato per far concludere al dottor Schoch che la Sfinge deve risalire ad un periodo molto più antico rispetto a quello indicato dall’egittologia classica. A suo parere, la Sfinge “deve” risalire ad un periodo compreso tra il 9000 e il 5000 a.C., quando la zona era molto più interessata da precipitazioni intense. Curiosamente, la più antica raffigurazione di sfinge conosciuta (una scultura) è stata trovata vicino a Göbekli Tepe in Turchia, nel sito di Nevali Çori, e viene datata al 9500 a.C.

Inoltre, ad un esame più attento, Schoch ritiene che il faraone Chefren abbia semplicemente ristrutturato la Sfinge, incorporandola nel suo complesso funerario. La Sfinge era già lì da migliaia di anni. “È evidente a chiunque che l’attuale testa non è quella originale: essa avrebbe mostrato gli stessi segni di erosione del corpo. È chiaro che è stata ri-scolpita e alterata durante i periodi dinastici”.  Schoch ha suggerito che nella sua forma originale la Sfinge di Giza potrebbe non essere stata una sfinge, ma un leone.



Sfinge-leone:

Naturalmente, questa conclusione ha contrariato molti scienziati, storici ed egittologi, i quali sostengono con forza che non ci sono prove di una civiltà che possa aver costruito un monumento come la Sfinge in tempi così antichi. Tuttavia, fin dai primi anni ’90, molti altri siti archeologici sono stati scoperti, i quali precedono ogni civiltà conosciuta. Uno di questi, guarda caso, è proprio il sito di Göbekli Tepe.

…la ricerca continua…




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lunedì 22 dicembre 2014

CIVILTA' SCOMPARSE: IL SITO DI PANOIAS IN PORTOGALLO ...ALTRO TASSELLO DEL MISTERIOSO PUZZLE DELLA STORIA NASCOSTA


IL FASCINO MISTERIOSO DELL’ANTICO SANTUARIO PAGANO DI PANÓIAS, PORTOGALLO

Nel nordest del Portogallo, nella regione di Vila Real, ad un'altitudine di 460 metri e a circa 85 chilometri dalla costa atlantica, si trova uno dei templi pagani più affascinanti e misteriosi d'Europa: il Santuário de Panóias.


Gli insediamenti umani nella regione di Vila Real, nel nordest del Portogallo, si perdono nella notte dei tempi, ma sappiamo che l’area era già abitata nel Paleolitico. È qui che si trova il Santuário de Panóias, noto anche come Fragas de Panóias, uno dei templi pagani più enigmatici di tutta europa. Classificato come monumento nazionale dal governo portoghese, il santuario, sin dal VI secolo, è stato oggetto di pellegrinaggi e studi da parte di numerosi ricercatori nazionali ed esteri, soprattutto a partire dal XVIII secolo fino ai giorni nostri. Il santuario è costituito da un complesso di tre grandi massi, sui quali sono stati aperti numerosi pozzi di varie dimensioni, a cui è possibile accedere tramite una scala scavata nella roccia. Le rocce sono state incise con alcune iscrizioni, tre in latino e una in greco, le quali descrivono il rituale che veniva celebrato Panóias. Le tre grandi rocce mostrano tracce di templi che originariamente erano parte del santuario. Si stima che la costruzione del luogo sacro sia iniziata tra la fine del II secolo a.C. e l’inizio del III secolo d.C., ma alcuni ricercatori credono che il santuario abbia origini molto più antiche, forse addirittura da far risalire alla preistoria. Anche se il sito è stato utilizzato dai romani per scopi rituali, come parrebbero indicare le scritte il lingua latina, nulla prova che siano stati essi a costruire il tempio.


 Anzi, le modalità di costruzione e di lavorazione della roccia sono molto più simili alle tecniche viste in siti precolombiani dell’America Centrale e dell’Antico Egitto, ma anche al complesso piramidale di Asuka in Giappone (vedi post del 2 Settembre 2014: http://marcolarosa.blogspot.it/2014/09/piramidi-in-giappone.html). Il ricercatore Geza Alföldy, il più impegnato nello studio del sito, ha tradotto le iscrizioni incise sulle rocce, rivelando la testimonianza di un antico rito di iniziazione celebrato nel nome delle divinità infernali. I requisiti del sito sono identificati come parti di una legge sacra, tra cui la posizione precisa. La scelta del posto non è stata casuale, ma piuttosto il risultato di criteri specifici e stabiliti in precedenza. La topografia del luogo ha giocato un ruolo importante. Secondo la ricostruzione di Alföldy, il culto romano nel santuario di Panóias è stato introdotto da Calpurnio Rufino, un alto funzionario del governo romano della provincia, innestandolo su un culto indigeno molto più antico. L’ipotesi più accreditata è che sia il tempio sia stato utilizzato per il culto di Endovelicus, una divinità dell’Età del Ferro, venerato in epoca pre-romana e romana in Lusitania e Gallaecia. Dopo l’invasione romana, il culto si diffuse per la maggior parte dell’impero, entrando così a far parte della mitologia romana. Endovelicus era considerato un dio solare supremo di guarigione. Alcuni ricercatori pensano che fosse una divinità bivalente, buona e cattiva, con un lato positivo e uno infernale, in quanto tutti gli dei solari scesero agli inferi e ne tornarono dotati di poteri di guarigione. Dopo aver partecipato ai riti di iniziazione, la persona che dormiva nel santuario riceveva in sogno la visione di Endovelicus, con il quale poteva parlare per conoscere il proprio futuro o chiedere consiglio. Nel 19° secolo, António da Visitação Freire ha suggerito che il nome Endovelicus sia di origine celtico e fenicio, adattato poi alla lingua romana. La radice “end” in lingua celtica corrisponde al fenicio “bel”, e significa Signore; la parola originale celtica doveva essere “Andevellicos” che significava “molto buono”. Il santuario di Panóias ancora una volta dimostra quanto sia carente la nostra comprensione della storia antica. Questo antico sito pagano, fortemente apprezzato dai romani, rivela un lato enigmatico e ancora poco conosciuto della nostra vecchia Europa.


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venerdì 19 dicembre 2014

La prova del matrimonio di Gesù è in un antico manoscritto?


Gesù e Maria Maddalena si sposarono ed ebbero dei figli? Gli autori di un nuovo libro, The Lost Gospel (Il Vangelo perduto), dichiarano di aver portato alla luce l’evidenza di un manoscritto che racconta la storia dei due figli di Gesù e del suo matrimonio con Maria, una dei suoi seguaci più vicini, che assistette alla crocifissione, sepoltura e scoperta della sua tomba vuota. Il manoscritto risale al 570 d.C. ed è scritto in siriaco, un linguaggio letterario del Medioriente usato tra il IV e l’VIII secolo e legato all’aramaico, la lingua parlata da Gesù. Scritto su pergamena è stato negli archivi della British Library per vent’anni, dove era stato posto dopo che il British Museum lo aveva originariamente comprato nel 1847 da un antiquario, che diceva di averlo ottenuto dall’antico monastero di San Macario in Egitto. Dopo sei anni di studio del manoscritto, Simcha Jacobovici, un regista israelo-canadese, e Barrie Wilson, un professore di studi religiosi di Toronto, si sono convinti di aver scoperto un quinto vangelo mancante. Il documento, costituito da 29 capitoli, è la copia del VI secolo di un altro vangelo del I secolo, con parti mancanti della Bibbia affrontate in una luce molto differente. Il documento è in codice e parlerebbe del matrimonio di Gesù attraverso la storia del personaggio dell’Antico Testamento Giuseppe e di sua moglie Aseneth. Secondo i due ricercatori Giuseppe era in realtà Gesù e Aseneth era Maria Maddalena. Il loro matrimonio fu officiato dal faraone egizio, che parlando di Giuseppe lo indica come figlio di Dio. Il manoscritto continua parlando dei figli della coppia, Manasseh ed Ephraim. Giuseppe è spesso visto nell’antico cristianesimo siriaco come simbolo di Gesù. Tuttavia, nonostante le prove portate dai due studiosi, la veridicità di questa teoria è tutta da verificare.




EDITORIALE

La Voce della Fenice

di Adriano Forgione

Vorrei soffermarmi sull’articolo portante di questo numero, la notizia relativa alla decifrazione di un Vangelo Perduto, nel quale si parlerebbe del matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena, che apre una serie di questioni interessanti in relazione a scoperte e decifrazioni avvenute in passato su altri documenti che ne parlano. Non mi soffermo qui sul come è avvenuta la scoperta, lo leggerete nell’articolo, ma piuttosto sulle reazioni generatesi oltreoceano alla pubblicazione del saggio che ne parla, in quanto rappresentano in modo chiaro ed evidente come si stia andando verso una censura sempre più forte di tutto ciò che il potere non accetta, oltre che essere significative del modo in cui i nostri argomenti, assolutamente degni di attenzione e rispetto, vengono invece considerati dai soloni del sapere. Fatemi anticipare solo che i due personaggi coinvolti, Simcha Jacobovici, giornalista e documentarista con interessi profondi per la storia del cristianesimo e che conosco personalmente (abbiamo pranzato insieme a Roma durante un suo soggiorno) e il professore di studi religiosi per l’Università di Toronto, Barrie Wilson, non sono degli “imbroglioni” come qualcuno sta cercando di dire. Giudicherete voi, in base a quanto riportato, la serietà dello studio, ma mi dissocio completamente da coloro i quali lo hanno dismesso senza neanche attendere di poter leggere una riga della pubblicazione in esame, nonostante si tratti di una ricerca durata sei anni e fondata su basi storico-documentali. Il peggiore tra i commenti è stato del professor Greg Carey, del Seminario Teologico di Lancaster, che ha tuonato: «La storia è nota e non ha bisogno di nessuna decodificazione». Questa dichiarazione cela una volontaria e diabolica manipolazione delle menti dei lettori, in quanto finalizzata alla riduzione e denigrazione di ogni serio studio che possa dimostrare l’esistenza di una storia diversa. Sappiamo invece che la storia è un insieme di eventi “aggiustati” dai vincitori, con una infinita serie di elementi occulti ed altri omessi, e lo è ancor di più quella del primo cristianesimo. Quanto accadde nei primi secoli ai proto-cristiani è un elenco di persecuzioni, eccidi, roghi e distruzioni ad opera imperiale, cui seguirono successivamente altrettanti eccidi, persecuzioni e roghi da parte di un cristianesimo divenuto religione dell’impero, e quindi dispotico ed estremista, che cancellò ogni forma di cristianesimo diverso. Il concilio di Nicea del 325 d.C., presieduto da Costantino, sancì la vittoria di un cristianesimo artefatto e dominante, creato per impedire le spinte centrifughe che stavano disgregando l’impero, su un cristianesimo gnostico-ariano che così divenne eresia. Sarebbe utile ricordare al professor Carey che ancora oggi la dissimulazione e le strategie propagandistiche fanno parte di sistemi di controllo delle informazioni sulle masse, proprio per evitare che queste possano prendere coscienza di come opera il potere a loro insaputa, e questi sistemi non li abbiamo inventati noi, ma sono frutto di millenni di evoluzione delle strategie di intelligence. Ma forse Carey lo sa benissimo e ne fa parte. È certamente più comodo mentire e ridurre il tutto a “fandonie”, perchè altrimenti bisognerebbe spiegare ai cristiani il perchè dell’esistenza di tradizioni millenarie sulla Maddalena quale sposa divina, così come l’esistenza di documenti che parlano di “mogli” di Gesù o ancora del perchè Giovanni, il discepolo amato, in tutti i “cenacoli” sia un individuo troppo femminile. Altro commento negativo quello di Bill O’Really, che in modo alquanto sgarbato ha detto: «Questo stupido nuovo libro è una frode creata per fare soldi, i media nazionali dovrebbero vergognarsi per avergli dato risalto». Come se l’obiettivo dei media non sia quello di informare, ma di adeguarsi a una comunicazione decisa da qualcun altro affinchè il pubblico sappia solo quello che “si deve” sapere. Al di là del fatto che le cose stiano davvero così anche da noi, dovremmo rallegrarci che in un Paese libero si possano presentare punti di vista differenti, è la base della democrazia, della libertà di espressione e della molteplicità di opinioni. I nostri Padri hanno lottato perchè questo avvenisse, mentre O’Really oggi lo dimentica invece esaltando, come complice di dittatura mediatica, l’opera di censura dell’informazione anche in ambito religioso. Ho apprezzato invece l’ironia dell’anchor-man statunitense Conan O’Brien, che ha dichiarato: «Un nuovo libro afferma che Gesù ebbe moglie e due figli. Ha sofferto di più di quanto immaginassimo». Questa sì che è genialità. Che sia un Buon Natale per tutti.

da: Fenix n. 74 DICEMBRE 2014



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martedì 16 dicembre 2014

UN REATTORE COMPATTO PER LA FUSIONE NUCLEARE


SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)


Nel mese di Ottobre scorso, l'industria aerospaziale Lockheed Martin ha dichiarato di poter commercializzare un reattore "compatto" per la fusione nucleare entro una decina di anni. La notizia ha fatto subito il giro del mondo, dato che la fusione nucleare è il Sacro Graal degli studi sulle fonti energetiche. Ma il comunicato della Lockheed non è corredato da alcuna pubblicazione scientifica né da una spiegazione esauriente dell'approccio adottato, ed è stato accolto dagli esperti con molto scetticismo.
Marketing della ricerca o cortocircuito mediatico? Difficile dire quale ingrediente pesi di più nella storia del reattore compatto a fusione nucleare che, secondo una notizia diffusa pochi giorni fa dalla Lockheed Martin, una delle maggiori industrie mondiali del settore aerospaziale, sarebbe in via di realizzazione e dovrebbe fornire energia inesauribile, pulita e a buon mercato  addirittura entro un decennio, con piccoli prototipi disponibili già in cinque anni.
In effetti, se fosse vera, la notizia sarebbe quasi rivoluzionaria. La fusione nucleare è un po’ il Sacro Graal delle ricerche sulle fonti energetiche. Si basa essenzialmente sulla reazione di fusione tra alcuni nuclei atomici leggeri, reazione che genera nuclei più pesanti - anche se meno della somma dei nuclei di partenza - liberando un'enorme quantità di energia. La reazione più facile da ottenere coinvolge un nucleo di trizio e uno di deuterio (isotopi dell’idrogeno) che si fondono producendo un nucleo di elio più un neutrone.
Le reazioni di fusione avvengono da miliardi di anni all’interno del Sole e di tutte le altre stelle. E anche se dal punto di vista teorico non hanno più segreti, riprodurle artificialmente in un reattore per ricavarne energia di uso pratico è tutt’altra cosa.


 Il ricercatore Tom McGuire e l'apparato sperimentale del reattore compatto della Lockheed a Palmdale, in California (Cortesia Lockheed).

Il percorso verso la fusione infatti è solo agli inizi, anche se le ricerche vanno avanti da decenni, perché le difficoltà tecniche sono molte e di enorme portata. La prima riguarda il confinamento, cioè la capacità di tenere il combustibile nucleare abbastanza concentrato da iniziare la fusione. La seconda è l'ignizione, cioè la necessità che la fusione riguardi un numero talmente elevato di nuclei da far sì che il processo sia in grado di autosostenersi. Infine, c’è il problema del guadagno energetico, perché il futuro reattore a fusione ovviamente dovrebbe  produrre più energia di quella che consuma. A tutto questo va poi aggiunto il problema tecnologico non trascurabile di realizzare strutture in grado di sopportare gli enormi carichi termici associati al processo di fusione.
Purtroppo allo stato attuale non è dato sapere in che cosa consista l’avanzamento tecnologico che consentirebbe al progetto della Lockheed di risolvere d'un colpo tutti questi ostacoli e sorpassare grandi progetti internazionali come ITER, che da decenni compiono passi significativi sul lungo cammino della fusione, ma non sono assolutamente prossimi alla produzione di energia su scala industriale. E per di più, con un reattore di dimensioni ridotte. A corredo del comunicato dell'industria, infatti, non c'è né una pubblicazione scientifica né una spiegazione esauriente di quanto viene annunciato.

“È una notizia priva di qualunque sostegno: ho provato a seguire i link che si trovano nelle notizie, anche ufficiali, su Internet ma davvero non riesco a trovare la minima informazione tecnica”, ha spiegato a “Le Scienze” Angelo A. Tuccillo, responsabile del Laboratorio di fisica della fusione a confinamento magnetico (UTFUS–MAG) dell'ENEA. “Da quanto sono riuscito a trovare in rete, sembrerebbe trattarsi di una configurazione cosiddetta 'Mirror' costituita da una macchina lineare ai cui estremi due forti campi magnetici chiudono la configurazione. Questi sistemi, abbandonati da tempo per problemi a ottenere buoni confinamenti, a favore della configurazione 'Tokamak', sono stati di recente riconsiderati come possibile generatore di neutroni. Per la più parte si tratta solo di informazioni note e dichiarazioni d’intenti: che la fusione sia sei volte più redditizia della fissione è un dato risaputo; che di conseguenza sia una strada che debba essere perseguita è ovvio. E' difficile immaginare, sulla base delle informazioni note, quale sia l’innovazione introdotta dalla Lockheed Martin che di colpo risolva i problemi ancora aperti della fusione".


Spaccato dell'International Thermonuclear Experimental Reactor (ITER) il più avanzato progetto internazinale di ricerca sulla fusione nucleare, in costruzine nel sud della Francia (WikimediaCommons)“Il comunicato della Lockheed sembra dire che la soluzione per il futuro è il compatto, cioè un reattore di dimensioni ridotte, anche se in rete poi si trova che avrebbero disegnato una macchina lunga 43 piedi (circa 13 metri) e larga 24 (circa 7 metri) che però sembra in contrasto con il problema dei carichi termici”, ha continuato Tuccillo. “Il problema maggiore che dovrà affrontare la ricerca sulla fusione per arrivare alla realizzazione di un reattore è come gestire la potenza circolante: già è quasi irrisolvibile su macchine grandi, su macchine piccole potrebbe essere decisamente più difficile oltre poi all’estrapolazione al reattore”.

La riduzione delle dimensioni va dunque esattamente nella direzione opposta di quella ritenuta finora più valida. Eppure la Lockheed afferma di dedicarsi a questo settore di ricerca da molti anni, si è mai avuta notizia di qualcosa di concreto?
“Mi sembra che alla fine dell'anno scorso o all’inizio di quest'anno fosse uscito qualcosa, anche in quel caso con scarse notizie tecniche”, ha sottolineato Tuccillo. “Considerati complessità, tempo e risorse che sono state dedicate negli ultimi 50 o 60 anni alla ricerca sulla fusione, se avessero davvero un breakthrough lo pubblicherebbero su riviste prestigiose quali 'Nature', non farebbero certo un annuncio così vago. Il mio gruppo ha recentemente trovato alcune soluzioni a problemi decisamente più piccoli che ha immediatamente proposto per la pubblicazione su 'Nature Communications' (il primo articolo è stato già pubblicato e il secondo è in fase di review) e non si tratta certo di un breakthrough per la fusione, ma per un piccolo aspetto del riscaldamento dei plasmi”.

Da: http://www.lescienze.it/news/2014/02/13/news/fusione_nucleare_guadagno_positivo-2010197/



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sabato 13 dicembre 2014

LA MISTERIOSA BAALBEK ED I SUOI MONOLITHOS


SCOPERTO UN NUOVO MONOLITHOS A BAALBEK: QUALE CIVILTA’ HA POTUTO REALIZZARLO ?

Nuovi scavi nell'enigmatico sito di Baalbek hanno portato alla luce un blocco monolitico lungo 19,60 metri dal peso stimato di circa 1650 tonellate. Gli archeologi del Deutsches Archäologisches Institut ora indagano sul perché l'enorme pietra è stata lasciata nella cava e con quali mezzi poteva essere trasportata.

Nell’estate del 2014, il Dipartimento Orientale del Deutsches Archäologisches Institut ha iniziato un nuovo scavo nel sito megalitico di Baalbek. Come noto da tempo, nel sito libanese fu ritrovato il megalito noto come “Hajjar al-Hibla”, un enorme blocco di pietra, lungo circa 20 metri e con i lati di 4 metri, lasciato dai costruttori nella cava. L’obiettivo degli scavi era quello di capire quali tecnologie sono state usate per il taglio della pietra e quali gli strumenti utilizzati per il suo trasporto. Tuttavia, come rivela l’articolo pubblicato dall’istituto tedesco, durante gli scavi, nello strato inferiore a quello di Hajjar al-Hibla, accanto a questo, è stato trovato un altro blocco di pietra che ne supera notevolmente le dimensioni: è lungo 19,60 metri, largo 6 metri e profondo 5,5 metri. Il peso del monolito Hajjar al-Hibla è stimato in circa 1000 tonnellate, mentre il nuovo blocco, in proporzione, pesa circa 1650 tonnellate. Si tratta dunque del più grande blocco unico conosciuto dell’antichità.
Con oltre 5 mila anni di storia (ufficiale), Balbeek presenta le costruzioni realizzate con i più grandi blocchi di pietra mai osservati. La sacralità del luogo era riconosciuta da tutti i popoli dell’antichità. Tant’è vero che quando i romani conquistarono la regione, vi costruirono un tempio dedicato al dio Baal-Giove, un ibrido tra l’antica divinità cananea di Baal (Signore) e Giove romano. Il tempio è stato costruito su un ‘tel’, cioè un tumulo, simbolo di un luogo ritenuto a lungo importante, anche se in realtà se ne sono smarrite le autentiche origini.


 Ad infittire il mistero c’è il fatto che la parte più antica delle rovine di Baalbek non è assolutamente riconducibile a nessuna cultura conosciuta. Inoltre, originariamente il sito è stato impiegato per scopi che attualmente rimangono avvolti nel mistero. Le origini storiche ufficiali di Baalbek risalgono ad insediamenti cananei che gli scavi archeologici al di sotto del tempio di Giove hanno permesso di datare all’età del bronzo  (2900-2300 a.C.). L’origine del nome è oggetto di discussione da parte degli archeologi. Il termine Baal significa semplicemente ‘Signore’ o ‘Dio’, titolo utilizzato in tutto il Medio Oriente arcaico. La parola Baalbek potrebbe significare ‘Signore della Valle’, o ‘Dio della Città’, a seconda delle diverse interpretazioni. Nel periodo seleucida (323-64 a.C.) e romano (64-312 a.C.), la città fu conosciuta con il nome di Eliopoli, la ‘Città del Sole’. Con la costruzione del tempio, Baal-Giove divenne la divinità centrale del culto della regione. Qualunque fosse la natura del culto preromano, la costruzione del tempio creò una forma ibrida di venerazione del dio Giove, generalmente indicato come Giove Eliopolitano. Antiche leggende affermano che Baalbek era la città natale di Baal. Altre tradizioni vogliono che Baalbek sia il luogo del primo arrivo di Baal sulla Terra. Il toponimo è legato al sostantivo báal o bēl che in varie lingue dell'area semitica nord-occidentale (come l'ebraico, il cananeo, e l'accadico) significa "signore". Il termine Baalbek significherebbe dunque "signore della Bekaa". Il nome ebraico di Baalbek è “Bath-Shemesh”, ovvero la “Casa di Shamash”, nome semitico del dio sumero Utu.


Ipotesi paleo-astronautica:

L’orientalista russo Zecharia Sitchin  ha spiegato gli enormi basamenti di Baalbek dicendo che il tempio romano è stato edificato sopra un sito preesistente che sarebbe stato realizzato dagli  Annunaki.  Egli attribuì la creazione dell'antica cultura dei Sumeri ad una presunta razza aliena, detta  Elohim (in ebraico) o Anunnaki (in sumero), proveniente da Nibiru, un ipotetico 12º pianeta del sistema solare dal periodo di rivoluzione di circa 3600 anni, presente nella mitologia babilonese. Baalbek sarebbe quindi stato lo spazio-porto di questi colonizzatori.


FONTI:  



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mercoledì 10 dicembre 2014

PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO: FOTOCRONACA


“Onorato e commosso per questo prestigioso riconoscimento al mio libro: L'UOMO KOSMICO, voglio ringraziare anche a nome del mio Editore Marco Vecchi (OmphiLabs edizioni), il Dr. Diego Solito dell’Associazione socio-culturale ITALIA MIA ed il Direttore Artistico Giancarlo Pavat che con il  patrocinio della Regione Lazio, della Provincia di Roma e del Comune di Arcinazzo Romano, in collaborazione con l’Associazione Promedia e PerlawebTV e con la partnership dei website www.luoghimisteriosi.it e www.ilpuntosulmistero.it”, hanno istituito il Premio Nazionale “Cronache del Mistero 2014” Altipiani di Arcinazzo Romano”

"Ringrazio anche il Direttore Francesca Vajro per il doppio onore di aver rappresentato IL GIORNALE DEI MISTERI, la rivista di tematiche legate appunto al mistero, con la storia e la divulgazione più longeva in Italia ( fin dal 1971)".


Marco La Rosa






da sinistra: Rino di Stefano, Giorgio Pattera e Marco La Rosa

Giancarlo Pavat intervista Marco La Rosa

 Marco La Rosa ritira, su delega del Direttore Francesca Vajro,  il premio assegnato al Giornale dei Misteri 
Marco La Rosa legge i ringraziamenti del Direttore del Giornale dei Misteri per l'onorificenza attestata alla rivista del Mistero più longeva d' Italia, attiva appunto fin dal 1971.



Premiazione del Dr. Rino di Stefano

 Intervista al giornalista Rino di Stefano, autore fin dal 1978 della più articolata ed esaustiva inchiesta sul caso di natura "Ufologica" ormai di fama internazionale, accaduto al metronotte Pierfortunato Zanfretta di cui lo stesso giornalista è anche l'autore del libro inerente, attualmente tradotto in diverse lingue del mondo compreso il Giapponese.



 Conferimento del premio alla carriera al Biologo e giornalista Giorgio Pattera.


Giancarlo Pavat intervista l'esobiologo Giorgio Pattera




La lunga maratona di questa notevole e ben organizzata manifestazione ha visto susseguirsi sul palco del Residence Traiano Imperatore di Arcinazzo,  tantissimi altri personaggi di elevato profilo e notorietà nazionale nel campo del Mistero: scrittori, ricercatori, accademici, divulgatori, provenienti da tutta Italia, tra cui Silvia Agabiti Rosei, Enrico Baccarini, Daniele Baldassarre, Mauro Biglino, Marco Bulloni, Ignazio Burgio, Augusto Carè, Osvaldo Carigi, Ivan Ceci, Gaetano Colella, Giorgio Copiz, Luigi Cozzi, Isabella Dalla Vecchia, Diego Deiana, Marco Di Donato, Giovanni Feo, Bruno Ferrante, Adriano Forgione, Giuseppe Fort, Massimo Fratini, Renata Garutti,  Giacinto Mariotti, Giancarlo Marovelli, Alessandro Middei, Pino Morelli, Alessandro Moriccioni, Roberto Nini, Giorgio Pacetti, Lavinia Pallotta, Enrica Perucchietti, Sabrina Pieragostini, Marco Pizzuti, Fausto Puddu, Lorenzo Rossi, Domenico Rotundo, Sergio Succu, Nicola Tosi, Marisa Uberti, Adriano Vanin, Stelio Venceslai, Roberto Volterri, Vito Zuccaro ed appunto le riviste:“Il Giornale dei Misteri, “,  “Fenix” e “X-Times” e gli staff dei siti www.luoghimisteriosi.it; www.ilpuntosulmistero.it e del “Mistery Team”.

FOTOGALLERY COMPLETA DELLA MANIFESTAZIONE SU:

http://www.ilpuntosulmistero.it/premio-nazionale-cronache-del-mistero-2014-photogallery/#

 IL VIDEO DELLA MANIFESTAZIONE E' VISIBILE SU:

http://www.perlawebtv.it/staging/servizi.php?id=1052 

lunedì 8 dicembre 2014

NASCE IL PIU' POTENTE MICROSCOPIO A NEUTRONI DEL MONDO


SEGNALATO DAL DR. GIUSEPPE COTELLESSA (ENEA)

Il procedimento del brevetto ENEA RM2012A000637 sarà utilissimo per le applicazioni di queste innovative invenzioni.

G. Cotellessa


Cerimonia per la posa della prima pietra dell’European Spallation Source

a cura dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare

Dal Comunicato stampa congiunto di INFN, ELETTRA, SINCROTRONE E CNR.

Sarà il più potente microscopio a neutroni del mondo, e sarà utilizzato per studi interdisciplinari, dalle scienze della vita alla fisica, dalle nanotecnologie alla farmaceutica. l’Italia vi partecipa con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), Elettra Sincrotrone Trieste e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR).
 Si è svolta il 9 ottobre scorso, nel cantiere di Lund in Svezia, la cerimonia di posa della prima pietra della European Spallation Source (ESS), che ha segnato ufficialmente l’avvio dei lavori di realizzazione di quella che sarà la più potente sorgente di neutroni al mondo. Alla cerimonia hanno partecipato alcune centinaia di membri della comunità scientifica europea .
“L’INFN partecipa alla realizzazione della nuova sorgente europea di neutroni sin dal 2009, – spiega Eugenio Nappi, membro della Giunta Esecutiva dell’INFN e rappresentante del MIUR nello Steering Committee di ESS – con il contributo dei Laboratori Nazionali del Sud, dei Laboratori Nazionali di Legnaro e del LASA alla progettazione e alla costruzione di fondamentali componenti dell’acceleratore”. “Il know-how nello sviluppo di alta tecnologia associato alle elevate competenze dei nostri progettisti e costruttori hanno permesso all’INFN di assumere un ruolo incisivo e di ricoprire posizioni di grande rilevanza internazionale nel progetto ESS”, conclude Nappi.
“La partecipazione concreta e attiva di Elettra e degli altri partner italiani alla European Spallation Source – commenta Alfonso Franciosi, presidente di Elettra Sincrotrone Trieste - è un’opportunità fondamentale per il nostro Paese, sia dal punto di vista scientifico sia dal punto di vista industriale e, ancor di più, ci permette di crescere come nodo nevralgico e punto di riferimento per lo sviluppo dell’Europa della Conoscenza”. “Elettra – prosegue Franciosi - è quindi molto fiera di aver contribuito in modo tanto concreto all’elaborazione del progetto fin dai suoi inizi ed è lieta di continuare a mettere a disposizione il proprio know-how e le proprie infrastrutture allo stato dell’arte per un obiettivo tanto ambizioso”.
“La European Spallation Source è un esempio di infrastruttura scientifica ideata, progettata e realizzata europeisticamente - dichiara Luigi Nicolais, presidente del Cnr. La genesi di questo innovativo progetto da subito si è distinta per andare oltre i contributi e gli impegni dei singoli stati membri e delle diverse comunità scientifiche e tecniche coinvolte”. “Il CNR – conclude Nicolais - al pari di altre istituzioni e centri di ricerca, nazionali e internazionali, contribuirà al successo di questa straordinaria avventura scientifica, destinata ad aprire numerosi nuovi campi di ricerca e di applicazione. È particolarmente significativo poi che questa posa avvenga a cent'anni dal Manifesto agli Europei di Albert Einstein e Georg Friedrich Nicolai, che già allora sottolineava l'opportunità di costruire attraverso la scienza una nuova prospettiva per il futuro dell'Europa”.

L’evento getta simbolicamente le basi di una nuova generazione di infrastrutture di ricerca in Europa e rappresenta il successo nella costituzione di un partenariato politico ed economico paneuropeo. Dopo due decenni di lavoro di progettazione tecnica sempre più sofisticata, scienziati, ingegneri, project manager e costruttori hanno così intrapreso la costruzione di questa sorgente di neutroni unica al mondo che fornirà strumenti per importanti conquiste scientifiche e scoperte nel campo delle nanotecnologie, delle scienze della vita, della farmaceutica, dell’ingegneria dei materiali e della fisica sperimentale. Ed è evidente anche che ESS, sia attraverso la stessa costruzione dell’infrastruttura, il cui costo è stimato in un miliardo e 800 milioni di euro, sia per le attività di ricerca che lì saranno svolte, rappresenterà un volano economico per tutta l’Europa.
I primi neutroni sono attesi per il 2019, mentre i primi esperimenti sono in programma per il 2023.


Microscopio a neutroni di MIT e NASA

CHE COSA E’ E COME FUNZIONA IL MICROSCOPIO A NEUTRONI ?

Già il  MIT e la  NASA hanno avuto modo di  sviluppare il microscopio che crea immagini ad alta risoluzione utilizzando neutroni in sostituzione agli elettroni o alla luce usata nelle tecniche di microscopia convenzionale. Questo nuovo microscopio utilizza lo stesso principio utilizzato nei raggi X per concentrare il fascio di neutroni su un determinato campione.
I vantaggi principali degli strumenti che utilizzano neutroni sono la loro capacità di sondare facilmente all’interno di oggetti metallici e la loro sensibilità alle proprietà magnetiche ed agli elementi più leggeri rendendoli adatti alle applicazioni biologiche. Gli strumenti progettati fino ad ora che utilizzano neutroni sono sistemi di rappresentazione grezzi, paragonabili a camere con foro stenopeico, senza un efficiente sistema ottico. Questi strumenti  non sono stati in grado di produrre delle immagini con sufficiente risoluzione. Siccome i neutroni hanno un’interazione minima con la materia, una delle principali sfide affrontate in questi nuovi strumenti è la concentrazione di un fascio di neutroni su un obiettivo. Questo ostacolo è stato superato utilizzando degli specchi, una tecnica utilizzata anche per concentrare i raggi X.
  


La lente cilindrica che ha permesso al Microscopio a neutroni di concentrare il fascio di neutroni

Il nuovo microscopio a neutroni usa un sistema ottico simile a quello utilizzato per concentrare i raggi X nei telescopi per produrre immagini ad alta risoluzione. La lente è composta da una grande moltitudine di cilindri riflettenti annidati uno dentro l’altro, ottenendo così una superficie più riflettente per i neutroni. L’utilizzo di una superficie riflettente per concentrare i neutroni migliora le prestazioni dei sistemi già esistenti che utilizzano la rappresentazione tramite neuroni, ottenendo immagini molto più nitide anche con strumenti piccoli.
Il primo prototipo è stato sviluppato dopo la progettazione e il miglioramento del concetto virtuale. Un piccolo strumento di prova sviluppato come dimostrazione del principio su cui si basa, è stato sviluppato con facilità utilizzando un fascio di neutroni nel Laboratorio di reattori nucleari della MIT; hanno effettuato il test anche il National Laboratory Oak Ridge e il National Institute of Standards Technology, utilizzando diversi spettri di energia dei neutroni. Il nuovo microscopio a neutroni  in via di sviluppo sarà utile per osservare vari materiali e campioni biologici ed anche per lo studio dei movimenti magnetici e atomici all’interno della materia.

Da:





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giovedì 4 dicembre 2014

PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO


Appuntamento SABATO 6 DICEMBRE 2014 (inizio ore 09.30) con il PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO 2014.

E’ iniziato il conto alla rovescia per l’atteso vento conclusivo del PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014, che si svolgerà SABATO 06 DICEMBRE 2014, ore 09.30, presso il “Residence Traiano Imperatore”, agli Altipiani di Arcinazzo – Arcinazzo Romano (RM).
Attesa per conoscere i nomi di tutti i premiati e per la possibilità di incontrare di persona alcuni dei nomi più noti, famosi e, perchè no, discussi del panorama delle indagini, ricerche e studi su tematiche misteriose. Dall’Ufologia al Templarismo, dalla Criptozoologia all’Esopolitica, dal Megalitismo al Simbolismo, senza dimenticare i Misteri della Storia e dell’Arte.
Un occasione, inoltre, per poter aggiornarsi sulle ultime novità editoriali relative al Mistero. Infatti nell’ambito del PREMIO, sarà allestito un book-shop, ove sarà possibile acquistare libri e riviste anche di molti dei protagonisti del PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014.
Ricordiamo che hanno già dato conferma della loro presenza al PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014, tantissimi personaggi di elevato profilo e notorietà nazionale nel campo del Mistero: scrittori, ricercatori, accademici, divulgatori, provenienti da tutta Italia, tra cui Silvia Agabiti Rosei, Enrico Baccarini, Daniele Baldassarre, Mauro Biglino, Marco Bulloni, Ignazio Burgio, Augusto Carè, Osvaldo Carigi, Ivan Ceci, Gaetano Colella, Giorgio Copiz, Massimo Corbucci, Luigi Cozzi, Isabella Dalla Vecchia, Diego Deiana, Marco Di Donato, Rino Di Stefano, Giovanni Feo, Bruno Ferrante, Adriano Forgione, Giuseppe Fort, Massimo Fratini, Renata Garutti, Marco La Rosa, Giacinto Mariotti, Giancarlo Marovelli, Alessandro Middei, Pino Morelli, Alessandro Moriccioni, Roberto Nini, Giorgio Pacetti, Lavinia Pallotta, Giorgio Pattera, Enrica Perucchietti, Sabrina Pieragostini, Marco Pizzuti, Fausto Puddu, Lorenzo Rossi, Domenico Rotundo, Sergio Succu, Nicola Tosi, Marisa Uberti, Adriano Vanin, Stelio Venceslai, Roberto Volterri, Vito Zuccaro e tanti altri.
Inoltre saranno presenti anche “Il Giornale dei Misteri, “, le riviste “Fenix” e “X-Times” e gli staff dei siti www.luoghimisteriosi.it; www.ilpuntosulmistero.it e del “Mistery Team”.
Appuntamento, quindi, per tutti al “Residence Traiano Imperatore”, agli Altipiani di Arcinazzo – Arcinazzo Romano (RM), con il PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO ALTIPIANI DI ARCINAZZO 2014, sabato 6 dicembre , inizio ore 09,30
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