IL RISVEGLIO DEL CADUCEO DORMIENTE: la vera genesi dell'Homo sapiens

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VIDEO SINOSSI DELL'UOMO KOSMICO

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LA NUOVA CONOSCENZA

lunedì 15 dicembre 2008

LA SFINGE: " ETERNO ENIGMA"


Da: Adriano Forgione 14-12-2008

La geologia conferma che la Sfinge era un leone

La notizia non è nuova ma è rimbalzata su internet in modo fragoroso negli ultimi giorni. Il geologo britannico Colin Reader ha affermato, dopo anni di studi, che la testa della Sfinge è stata anticamente rimodellata, presentando tutt'altro aspetto in precedenza, vale a dire volto leonino. Si tratta di una teoria che era stata già avanzata dall'egittologo eretico John Anthony West oltre dieci anni fa ma che mai sinora aveva goduto del supporto scientifico. Colin Reader ha analizzato l'erosione del recinto e le tracce sul corpo della Sfinge, oltre ad avvalersi di uno storico dell'architettura, il Dr. Jonathan Foyle, il quale ha affermato che le proporzioni tra la testa della statua e il suo corpo sono eccessivamente fuori canone, troppo fuori per essere un atto deliberato da parte dei costruttori egizi, sempre così precisi fin dalle primissime dinastie.

Dunque la testa sarebbe stata rimodellata e il suo aspetto originario, essendo il corpo quello di un leone, doveve essere quello di quest'animale. Secondo gli esperti, che hanno partecipato alla produzione del documentario The Secrets of Egypt, il fatto che la statua fosse stata realizzata con intero aspetto leonino non deve sorprendere essendo per gli egizi predinastici un forte simbolo di potere. La conclusione di Reader è che la Sfinge è, dunque, molto più antica di quanto si pensi, anche se mantiene una linea più cauta rispetto a quella del suo collega americano Robert Schoch. Ricordiamo che Robert Bauval ha evidenziato come la Sfinge punti ad est, nel punto in cui il sole nel 10.500 a.C. sorgeva all'equinozio di primavera proprio in corrispondenza della costellazione del Leone.

martedì 2 dicembre 2008

PIANETI DI UN ALTRO MONDO




L'ARTICOLO CHE SEGUE E' STATO SCRITTO DALLA PROFESSORESSA PATRIZIA CARAVEO DELL'ISTITUTO DI ASTROFISICA SPAZIALE E FISICA COSMICA (IASF) DI MILANO.

FULGIDO ESEMPIO DI COME LA VERA SCIENZA NON SIA PIU' IMBAVAGLIATA DA PRECONCETTI ORMAI ANACRONISTICI.


PER LA PRIMA VOLTA SI E’ RIUSCITI A VEDERLI AL DI FUORI DEL NOSTRO SISTEMA SOLARE.
E CI SONO TRACCE DI VITA.
di Patrizia Caraveo


Fino a una dozzina di anni fa conoscevamo un solo sistema planetario: il nostro. Nel 1995, Machel Mayor e Didier Queloz, due astronomi svizzeri, hanno aperto nuovi orizzonti con la scoperta che 55 Pegasi, una stella brillante della costellazione del Cavallo Alato, aveva un pianeta. Per rendere giustizia alla sensazionalità della scoperta bisogna aggiungere che il pianeta risultava avere una massa simile a quella di Giove ma percorreva la sua orbita in meno di 5 giorni. Un gigante gassoso più vicino al suo sole di quanto sia il nostro minuscolo Mercurio.Il pianeta non era stato visto, ma la sua presenza era stata indovinata studiando le piccole oscillazioni che il moto del pianeta induce sulla stella. Senza voler entrare nei dettagli tecnici, ricordiamo che in ogni sistema multiplo tutti i corpi celesti ruotano intorno ad un baricentro comune.
Poiché in ogni sistema planetario la stella rappresenta più del 99% della massa totale, il baricentro è all’interno della stella. Tuttavia la sua posizione precisa varia continuamente, in corrispondenza ai movimenti dei pianeti. Il moto del baricentro di un sistema planetario è una specie di registro degli spostamenti dei pianeti, decifrando il quale si possono ottenere preziose informazioni sulla massa e sull’orbita dei pianeti. Imparata e raffinata la tecnica, le scoperte di nuovi sistemi planetari sono diventate sempre più numerose. Non passa settimana senza un nuovo annuncio e oggi il totale dei pianeti tocca quota 329 in poco meno di 300 sistemi planetari, implicando la scoperta di diversi sistemi multipli. Sistemi che ci hanno riservato una sorpresa notevole poiché appaiono diversissimi dal nostro sistema solare. Noi, abitanti del terzo pianeta, che impiega un anno ad orbitare intorno alla sua stella di mezza età di uno dei tipi stellari più normali della galassia, credevamo di ver capito tutto. Per esempio, eravamo abituati a pensare che i pianeti si dovessero disporre con un certo ordine intorno alla stella: prima quelli rocciosi (composti di materiale più denso) a popolare le regioni più interne e più calde del sistema, poi quelli gassosi (composti di materiale più leggero) nelle regioni più esterne e fredde. Invece ecco decine e decine di Giovi caldi a dirci che noi umani, da sempre malati di antropocentrismo, avevamo fatto assurgere al ruolo di modello il nostro sistema planetario.
Adesso sappiamo che circa il 15% delle stelle del nostro vicinato galattico hanno uno o più pianeti. Giordano Bruno aveva ragione, dopo tutto, quando parlava dell’infinità dei mondi.
Restava il rammarico di non riuscire a vederli, questi pianeti. Le difficoltà pratiche erano veramente enormi: i pianeti, che non emettono luce propria ma possono solo riflettere una parte di quella che ricevono, sono miliardi di volte più deboli della loro stella.
L’intrinseca debolezza, unita alla sfolgorante vicinanza della stella madre, aveva convinto molti che si trattasse di una missione impossibile. Per fortuna qualcuno non si è dato per vinto e, con perseveranza e grande abilità è riuscito ad ottenere l’impossibile: l’immagine di un pianeta extrasolare. Anzi, sono due i gruppi che hanno vinto la grande sfida: uno con lo Hubble Space Telescope e l’altro con il Keck e il Gemini, due dei più grandi telescopi della Terra.
Dopo anni di tentativi sono riusciti a sviluppare la tecnica per cancellare l’emissione della stella per fare apparire il puntino del pianeta. Anzi, dei pianeti, perché nel caso della stella HR8799 se ne vedono addirittura tre. Lo Space Telescope si è concentrato su Fomalhaut (che in arabo significa bocca del pesce) una stella visibile ad occhio nudo ad appena 25 anni luce da noi. L’annullamento della stella rivela un disco di polvere, all’interno del quale si vede muovere il paineta ad una distanza pari a circa dieci volte quella di saturno dal Sole. Diversamente dalla maggior parte dei pianeti scoperti con il metodo del movimento del baricentro, si tratta di un pianeta lontanissimo, ben al di là dei confini del nostro sistema solare. Anche i magnifici tre di HR8799 sono lontanucci, il più vicino è a distanza superiore ad Urano.
Un bel risultato, dal quale partire per la prossima sfida: quale ? Ovviamente trovare una nuova terra, un pianeta roccioso nella fascia di abitabilità della sua stella, cioè alla giusta distanza perché possa avere acqua liquida, l’elemento fondamentale per lo sviluppo della vita.
Forse potremmo essere meno esigenti in fatto di temperatura. Recenti immagini della sonda Cassini, che ritraggono Encelado con un pennacchio di vapor d’acqua, ci dice che anche i corpi gelidi come le lune di Saturno possono avere acqua liquida, magari sotto uno strato protettivo di roccia o di ghiaccio. Ma la vita vuole molecole più complicate. Altrettanto recente è la scoperta, assolutamente casuale, della presenza di glicolaldeide, uno zucchero semplice, in una nube di gas della nostra galassia. Non sono ancora gli omini verdi, ma gli scaffali del supermercato del cosmo cominciano a riempirsi e le scoperte non tarderanno ad arrivare.

Fonte: Il Sole 24 ore 30/11/2008 - rubrica Scienza e Filosofia.